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La polemica sull’uscita dall'euro, mentre il Messico supera l’Italia [ di Yuri Leveratto ]

Pochi giorni fa sono uscite le statistiche del Fondo Monetario Internazionale (IMF) sul PIL dei paesi del mondo. Sappiamo quali siano i limiti di queste classifiche, in particolare per il fatto che se in un paese aumentano gli investimenti esteri, il PIL s’incrementa, ma ciò a volte non corrisponde ad un aumentato benessere dei cittadini di quello stato.
Tuttavia queste classifiche sono indicative per rendersi conto quanto sia grande e attrattiva l’economia di un paese.
Vediamo la lista (2013), dei paesi a più alto PIL PPA, cioè il prodotto interno lordo a parità del potere d’acquisto (in miliardi di $ USA), secondo me più indicativo del PIL nominale, perché è indipendente dal tasso di cambio:

1 - USA (16768), 2 - Cina (16149), 3 - India (6776), 4 - Giappone (4667), 5 - Germania (3512), 6 - Russia (3491), 7 - Brasile (3012), 8 - Francia (2534), 9 - Indonesia (2389), 10 - Regno Unito (2320), 11 - Messico (2058), 12 - Italia (2035), 13 - S. Corea (1697), 14 - Arabia Saudita (1553), 15 - Canada (1518), 16- Spagna (1488), 17 - Turchia (1443), 18 - Iran (1244).

Come si vede gli USA si confermano la prima potenza economica del pianeta, però sono incalzati dalla Repubblica Popolare Cinese, che sta avanzando rapidamente.
Al terzo posto l’India che, anche se continua ad essere un paese povero se si considera il suo PIL pro capite, ha un grande PIL globale dovuto alla sua enorme popolazione (1,25 miliardi di persone). In questo paese gli investimenti esteri sono aumentati esponenzialmente ed inoltre si sono affermate già da vari anni industrie nazionali di software. Al quarto e al quinto posto il Giappone e la Germania, le cui economie crescono leggermente ma i cui prodotti tecnologici sono apprezzati a livello mondiale.
Quindi troviamo la Russia e il Brasile, due paesi appartenenti al BRICS, il cui PIL è cresciuto molto negli ultimi anni. All’ottavo, nono e decimo posto troviamo rispettivamente la Francia, l'Indonesia e il Regno Unito e quindi all'undicesimo decimo posto il Messico, lo stato americano facente parte del Nafta. Questo paese ha superato l’Italia, che è scivolata al dodicesimo posto nella graduatoria, incalzata peraltro dalla Sud Corea.
Il sistema Italia, negli ultimi anni, ha perso competitività, molte delle sue imprese hanno chiuso o si sono trasferite all’estero e il reddito pro-capite è calato.
Tutto ciò ha causato una diminuzione del totale delle merci e servizi prodotti nel territorio nazionale ed è per questo che ora l'Italia si trova dietro al Messico nella classifica del FMI. E’ vero che i messicani hanno un reddito pro capite uguale a circa la metà di quello degli italiani, ma il dato sulla grandezza economica delle due nazioni è indicativo. In Messico (che cresce il 4% annuo), si sono prodotti tre milioni di veicoli nel 2012, posizionandosi all’ottavo posto mondiale.

Mentre tutto ciò sta succedendo, in Italia il dibattito politico non è incentrato su come riacquistare competitività aumentando gli investimenti e detassando il lavoro, ma la polemica è focalizzata sulla possibilità che il paese esca dall’area euro. Se ciò avvenisse si produrrebbe una tale reazione a catena, che invece di migliorare la già difficile situazione economica, potrebbe addirittura affossare definitivamente il paese portandone il reddito pro-capite al di sotto dei paesi di nuova industrializzazione, come per esempio la Turchia. Vediamo nel dettaglio quello che potrebbe succedere:

1-Fuga di capitali
Se si annunciasse un’ipotetica data per il passaggio dall’euro alla “nuova lira”, o solo anche se si decidesse un referendum sull’argomento, nei mesi precedenti ci sarebbe una forte fuga di capitali dall’Italia verso i paesi che resteranno nell’area euro o verso altri paesi (Svizzera, Stati Uniti, Regno Unito). Nessuno, infatti, vorrebbe ritrovarsi in mano una moneta svalutata del 30% rispetto all’euro (o rispetto al dollaro USA). Pertanto ci sarebbe un ulteriore impoverimento del “sistema Italia”, perché miliardi di euro uscirebbero dal paese, con un click sulla tastiera del computer.

2-Svalutazione
Se si arrivasse alla fatidica decisione, e quindi si adottasse una “nuova lira” questa moneta si deprezzerebbe di almeno il 30%. Ciò significa che se oggi con 10.000 euro si possono acquistare circa 13.000 dollari, un domani con 20.000 “nuove lire” (ammettendo un cambio di 1 euro = 2 lire), si potranno acquistare solo 10.000 dollari. In pratica il valore dei patrimoni degli italiani, siano piccoli o grandi, sarà diminuito di circa il 30%.

3-Aumento del debito pubblico
Il debito pubblico italiano deve essere ripagato in euro. Siccome la “nuova lira” sarebbe svalutata di almeno il 30% rispetto all’euro e al dollaro, il debito aumenterà in un sol colpo di circa 600 miliardi di euro (il 30% degli attuali 2000 miliardi di euro). Ciò significherà che per onorarlo, gli italiani dovranno essere sottoposti a politiche d’austerità durissime, oltre alla svendita delle principali industrie possedute dallo stato. Qualcuno ha detto che questo debito si potrebbe non pagarlo, perché sarebbe illegale. Ebbene se lo stato si rifiutasse di onorare il debito nessun’entità si fiderebbe più del “sistema Italia”, ciò significa che se lo stato emetterà dei titoli, per far fronte alle maggiori spese rispetto alle entrate, nessuno li acquisterà con il conseguente default. Si creerà pertanto un effetto a catena che porterà il paese fuori dall’Unione Europea.

4-Aumento dei debiti privati
Siccome banche, enti locali ed imprese hanno emesso prestiti denominati in euro, questi prestiti dovranno essere rimborsati in euro. Siccome però i risparmi dei cittadini saranno stati cambiati in “nuove lire”, svalutate di circa il 30%, ogni debito sarà ancora più pesante per i debitori.

5-Aumento del valore delle importazioni.
Se è vero in parte che con una moneta svalutata si potrà esportare di più (non si potrà competere però con Cina, India, Indonesia e Turchia), le importazioni risentiranno del diminuito valore della nuova moneta per cui l’effetto positivo sarà contrastato e le aziende si troveranno nella stessa situazione di oggi.
Per poter essere competitivi internazionalmente il sistema Italia deve puntare sulla qualità e non sul prezzo giacché con i giganti asiatici non potremmo mai competere sui costi.

6-Aumento dell’inflazione
Siccome l’Italia non produce materie prime i prezzi del petrolio importato aumenterebbero del 30%, in pratica ci ritroveremmo un litro di benzina a circa 5 nuove lire (con cambio 1 a 2). Anche le bollette della luce e del gas ovviamente aumenterebbero di un 30%. I costi dei trasporti, e con essi i costi di quasi tutte le merci, aumenterebbero del 30%.

7-Svalutazione dell'euro
Se si attuasse il cambio da euro a "nuova lira", l’euro stesso ne risentirebbe, perchè sarebbe percepito come una moneta non solida, soggetta alla possibilità che altri Stati la possano abbandonare. Ciò causerebbe una caduta del suo valore rispetto al dollaro USA. Tutta l’economia europea ne risentirebbe, con la possibilità che l’intera Unione Europea possa sciogliersi. Pertanto chi volesse portare i suoi euro all’estero, per cambiarli eventualmente in dollari USA, otterrebbe poco dal cambio, perchè a quel punto l’euro si sarebbe svalutato fortemente rispetto alle altre divise.

Come si vede uscire dall’euro causerebbe più danni che benefici. In realtà i veri problemi dell’Italia sono: la corruzione, la caduta di competitività delle imprese e la cattiva gestione dello stato. E’ un dato di fatto però che l’Unione Europea vada riformata e se si vuole che abbia un futuro deve avvicinarsi alle esigenze della gente.
Documento inserito il: 27/12/2014

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