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Olocausto dell'Istria

Vorrei premettere che non sono istriano; lo erano, peraltro, mia madre e tutta la famiglia materna. Anche per questo, gradirei che si facesse finalmente luce su una pagina buia della nostra storia; e sapere, per dirne una, come mai un magistrato che si era tanto interessato alle foibe ed alle stragi commesse dagli slavi fu costretto a subire continui trasferimenti, quasi per punizione.
Quel periodo di storia così drammatica che investì la comunità italiana di Trieste, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia ha avuto il pesante coinvolgimento e la totale complicità dei comunisti. Togliatti, ad esempio, voleva che il confine jugoslavo arrivasse al Tagliamento, ed al massimo concedeva all'Italia il centro di Gorizia, ma non Trieste. Diciamola tutta: i comunisti italiani volevano consegnare Trieste a Tito in quanto così volevano Stalin ed il Comintern.

Gli Alleati furono anche troppo cauti con la Jugoslavia, e quando Josip Broz, alias Tito, sergente dell'esercito austroungarico, ribelle e finito in galera per reati comuni, fece arrivare i suoi partigiani a Trieste con una corsa forsennata, lasciando che Fiume e Lubiana fossero ancora in mano tedesca, lo lasciarono fare. Il due maggio, quando le milizie slave, un'accozzaglia irregolare di straccioni, già imperversava a Trieste, i neozelandesi del gen. Freyberg si fermarono per ventiquattro ore a Monfalcone.
Questa è la seconda ed altrettanto grave colpa di un uomo che, giova ricordarlo, aveva preteso la distruzione dell'Abbazia di Montecassino, nella testarda convinzione, non suffragata da alcun riscontro, che nel suo interno fossero asserragliati i tedeschi. Il risultato fu la distruzione di un patrimonio dell’umanità, culla dell’Ordine benedettino.
Freyberg aveva reso un cattivo servizio anche nella condotta della battaglia, perchè i tedeschi, che prima non erano mai entrati nel monastero, sfruttarono opportunamente le rovine prolungando a lungo la lotta e fermando gli Alleati sulla strada per Roma.
Tornando al maggio 1945, Freyberg, dopo essersi fermato a Monfalcone, avanzò su Trieste in ritardo e con troppa cautela, occupando la sola zona portuale e lasciando l'intera città in balia delle bande titine che perpetrarono i più orrendi delitti.
Gli Alleati si svegliarono dal loro sonno solo quando si accorsero che nelle foibe stavano finendo anche i soldati neozelandesi. Fu allora che si decisero a dare ascolto agli appelli disperati, non solo dei triestini, ma anche di altri Governi europei che premevano su Churchill, onde fermasse quel massacro. Solo quaranta giorni più tardi, Alexander intimò a Tito di lasciare Trieste: era il 12 giugno, ma nel frattempo i partigiani avevano commesso una lunga serie di delitti.
Ebbene, su quelle foibe, su quelle testimonianze di un’ immane tragedia, quando fu che un Presidente della Repubblica ha ritenuto di rendere omaggio alla memoria di tanti poveri innocenti? Si è dovuto aspettare fino al 1991, quando Francesco Cossiga volle inginocchiarsi a Basovizza. In precedenza, nessun uomo di governo si era fatto premura di onorare le foibe, diversamente dalla Risiera di San Sabba, oggetto di uno straordinario affollamento.
Ciò dimostra la volontà di mantenere nascosto quanto era accaduto in un periodo obiettivamente vergognoso, durante il quale erano stati all’ordine del giorno gli episodi di raccapricciante barbarie.
Per esempio, a Gorizia, il 18 maggio 1944, parecchi partigiani slavi guidati da comunisti italiani andarono all'Ospedale Civile e prelevarono 50 degenti dopo averne distrutto le cartelle cliniche, perchè poi fosse più difficile ricostruire la strage. Nessuna di quelle 50 persone ha fatto più ritorno.

Il 5 maggio, quando a Trieste gli slavi spararono su un corteo di civili inermi che avevano la sola colpa di portare la bandiera italiana, gli ufficiali alleati assistettero impassibili all’attentato in cui si ebbero cinque morti e parecchi feriti, fotografando l'evento quasi fossero ad una festa patronale.
Questo atteggiamento sprezzante continuò anche quando fu istituito il Territorio Libero di Trieste. Il Governatore, gen. Winterton, impose la mano ferrea contro gli italiani e proibì qualunque loro manifestazione. E si badi bene che, allora come ora, la provincia di Trieste non aveva più del sette per cento di slavi.
Quando i tempi erano maturi, anche grazie al Governo di Giuseppe Pella, per il ritorno di Trieste all'Italia, Winterton mantenne il suo atteggiamento pregiudiziale fino all’ultimo: nel 1953 altri sei giovani furono uccisi dalla polizia inglese che non esitò a sparare sulla folla inerme in Piazza dell’Unità e davanti alla Chiesa di Sant’Antonio Nuovo. Eppure, quei ragazzi si erano limitati ad inneggiare all’Italia.
Quel sangue innocente, anche grazie all’Ambasciatrice statunitense Clara Boothe Luce, permise di giungere al cosiddetto Memorandum di Londra, che assegnò all'Italia l'amministrazione fiduciaria della zona “A” del Territorio Libero di Trieste. Il passaggio dei poteri avvenne alla vigilia del 4 novembre 1954, quando il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi venne a Trieste decorando il Gonfalone cittadino con la Medaglia d’Oro al Valore.

Tornando alle foibe, non è dato sapere con precisione quanti siano stati i Caduti: si presume circa trentamila, compresi i fucilati, gli annegati, i deportati nei campi di Tito, e via dicendo.
Qualche esempio non guasta. A Trieste, dove c'erano le caserme della Guardia di Finanza, vennero sequestrati dai titini quelli di Campo Marzio: per l’esattezza, 97 graduati con un giovane ufficiale, il ten. Piuca. In parte, vennero infoibati a Basovizza, ed in parte tradotti nel campo di Borovnica: secondo alcune testimonianze, l'ufficiale venne abbattuto con un colpo alla nuca, mentre gli altri subirono un martirio comunque agghiacciante.
Quanto agli infoibati, la maggior parte non sopravviveva alla caduta, mentre per gli altri poteva iniziare un’agonia straziante, testimoniata dalle urla udite dai contadini. Questa era la civiltà portata dal comunismo.
Il caso più emblematico delle atrocità commesse dai titini è quello di Norma Cossetto, giovane laureanda di 23 anni che venne uccisa in modo orrendo: a parte la violenza sessuale subita ad opera di 17 aguzzini ubriachi, venne legata su un tavolaccio e seviziata a colpi di coltello, per essere poi gettata, ancora viva, nella foiba di Villa Surani, presso Antignana.
Fra le altre Vittime più note vanno segnalati i Luxardo di Zara, produttori del famoso maraschino, che vennero gettati a mare con un blocco di cemento legato alle caviglie. A Zara, fra l’altro, si erano avuti ben 54 bombardamenti voluti da Tito, ed eseguiti dagli Alleati, perchè il capoluogo dalmata doveva essere distrutto onde cancellarne l’impronta veneta e prima ancora latina.
Dopo l'esodo dei 350 mila italiani, dalle montagne interne scesero i croati per occupare le case e prendere possesso dei beni di quanti avevano dovuto abbandonare le terre natie, le tombe ed ogni altro bene.
Fu una stagione triste, che non si può e non si vuole dimenticare. Ben venga la pacificazione, ma a patto che non sia a senso unico: è inaccettabile che da una parte ci siano le onoranze, e dall'altra si tenda ancora a nascondere la tragedia che ha coinvolto un intero popolo.

Intervento di Glauco Saltarelli


Glauco Saltarelli, medico ospedaliero a riposo, conduce un'azienda agricola a carattere biologico nel basso Lazio. La madre Anita Ivancich era triestina ed il nonno istriano, per cui ha vissuto a lungo nella Venezia Giulia. Tutti i suoi parenti rimasti nelle terre cedute a Tito sono scomparsi e di tutti loro non si sono più avute notizie.


Il presente articolo è tratto dagli Atti del Convegno di studi storici tenutosi il 28 gennaio 2001, sul tema “Foibe: la storia in cammino verso la verità”. Si ringrazia l'Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (ISSES) di Napoli per avere consentito il reprint dell'intervento con alcuni adeguamenti formali.

Documento inserito il: 29/12/2014
  • TAG: dramma istria, seconda guerra mondiale, foibe, esodo istria fiume dalmazia, trieste occupata, maresciallo tito, IX corpus jugoslavo
  • http://www.isses.it

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