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I rifugi antiaerei di Milano tra 1931 e 1945 [ di Gianluca Padovan ]

Rifugi antiaerei in cemento armato.
Nella prima metà del XX secolo in Italia e in Europa sono stati progettati e costruiti vari rifugi antiaerei in cemento armato, rispondenti a criteri anti bomba e “antigas”. Si ricorda che per la popolazione civile italiana i rifugi erano generalmente denominati «ricoveri» nei documenti ufficiali, in quanto si riteneva che questa parola risultasse meno allarmante e più rassicurante alle orecchie della gente. Per quanto riguarda, invece, i cosiddetti “gas di guerra” o “gas asfissianti”, questi comprendevano una vasta gamma di aggressivi chimici, così precisati da Erminio Piantanida: «Colla denominazione di gas asfissianti indichiamo tutte le sostanze che, allo stato di vapori, od anche di liquidi o di solidi in sospensione sottilissima nell’aria (aerosoli), possono modificare, con la loro presenza, l’atmosfera ambiente al punto da rendervi impossibile la vita. Le sostanze che hanno tale proprietà, e che vengono usate in guerra, sono sempre (a temperatura normale) dei liquidi o dei solidi; un solo gas, vero e proprio, venne adoperato per poco tempo: il cloro. Ad ogni modo, però, per tacita convenzione, è rimasta a queste sostanze la denominazione generica e pratica di gas asfissianti. Meglio si dovrebbero chiamare sostanze aggressive o aggressivi chimici ed esse costituiscono la cosiddetta arma chimica» (Piantanida Erminio, Chimica degli esplosivi e dei gas di guerra, Regia Accademia Navale, Livorno 1940, p. 332). Tali sostanze aggressive si possono suddividere in: asfissianti o soffocanti, lacrimogeni e starnutatori, vescicatori, fumogeni o nebbiogeni. Nel corso della Grande Guerra, ad esempio, taluni prodotti “nebbiogeni” erano mescolati ad aggressivi chimici tra cui si ricordano il fosgene e l’acido cianidrico (Breda M. A., Padovan G., Como 1915-1945: protezione dei Civili e rifugi antiaerei, Lo Scarabeo Editrice, Milano 2014, p. 43).
Tornando ai rifugi antiaerei in cemento armato, si tratta di strutture generalmente sotterranee o semi sotterranee, ma anche in elevato, dotate di serramenti blindati e a tenuta stagna, la cui ventilazione interna era garantita da appositi macchinari capaci di filtrare l’aria e, nei modelli più evoluti, anche di rigenerarla. Per quanto concerne Milano si è trattato in massima parte di opere situate all’interno di grandi edifici anche ad uso pubblico, nelle banche, in complessi industriali e fatti realizzare da privati a proprie spese nelle case d’abitazione.
I rifugi antiaerei di una certa superficie erano generalmente suddivisi all’interno in più stanze, denominate anche “celle” nei documenti d’epoca. Se il rifugio fosse stato centrato da una bomba si evitava così che tutti gli occupanti fossero esposti all’effetto della deflagrazione. Tale suddivisione poteva essere funzionale a patto che il rifugio non fosse stato costruito “in economia”, dato che taluni erano in cemento non armato e la gran parte erano semplici cantine adattate a rifugio e con divisori in muratura.
Si tenga conto che a Milano la falda acquifera era abbastanza prossima alla superficie e i rifugi non potevano essere costruiti a rilevanti profondità. Una eccezione è rappresentata dal rifugio dal Palazzo delle Colonne ultimato nel 1938 e sede della Cariplo: esso è situato a più di 15 m di profondità, ma all’interno di uno scafo metallico stagno (Berno S., Costa B., Uno scavo ciclopico. Il nuovo palazzo della Cariplo nel cuore di Milano, Quaderni fotografici dell’Archivio Storico Intesa Sanpaolo, Editore Ulrico Hoepli, Milano 2012). Diversamente, ad esempio, i rifugi antiaerei di Dalmine (Bergamo), situati nei quartieri residenziali Mario Garbagni e Leonardo da Vinci a servizio delle famiglie degli operai e degli impiegati dello stabilimento Dalmine, hanno il piano pavimentale della galleria di rifugio a quasi 20 m di profondità.
Nel 1931 la Stazione Centrale di Milano è inaugurata con un grande rifugio antiaereo costruito in mattoni e cemento, situato nel secondo livello sotterraneo; in un successivo momento uno dei corridoi d’accesso è rinforzato. Seppure non sia in cemento armato rimane il primo, più grande e, probabilmente, sicuro rifugio antiaereo della città.
In fase con l’edificio, nel 1935 si costruisce un rifugio in cemento armato nell’Istituto Statale Virgilio presso l’odierna Piazza Ascoli, ex Piazza Rita Tonoli. L’anno successivo è ultimato il rifugio in Piazza Giuseppe Grandi, progettato dall’Ufficio Tecnico del Comune di Milano e realizzato in fase con la soprastante fontana monumentale. È in cemento armato e ha la pianta rettangolare di 23 x 17 m; al suo interno è diviso in ventitrè vani (“celle”) di cui i soli sei centrali adibiti a rifugio vero e proprio, per una capienza complessiva di quattrocentotrenta persone.
In seguito numerose opere di protezione antiaerea sono realizzate negli edifici di nuova costruzione, in ottemperanza al Regio Decreto – Legge 24 settembre 1936-XIV, n. 2121, poi Legge del 10 giugno 1937 n. 1527. L’Art. 1 recita: «È fatto obbligo agli Enti o privati che costruiscano fabbricati destinati ad abitazione civile o popolare, di provvedere -a proprie spese- per l’adattamento a ricovero antiaereo di parte del sotterraneo o del seminterrato o, in mancanza, del pianterreno. L’obbligo al cui precedente comma ricorre anche per i fabbricati in corso di costruzione alla data di entrata in vigore del presente decreto».
Un numero ridotto di rifugi antiaerei in cemento armato è invece costruito esternamente alle strutture abitative e lavorative e anch’essi erano dotati di criteri anti bomba e anti aggressivi chimici. Tutti questi sono andati ad affiancare i ben più numerosi rifugi d’altro tipo, come le “cantine puntellate” dette anche “ricoveri anticrollo” o “di fortuna”, nonché le trincee coperte. In ogni caso il numero complessivo dei rifugi antiaerei milanesi e la loro capienza alla data del 10 giugno 1940 erano assolutamente insufficienti alla protezione dei civili. Tale carenza è durata fino al termine del secondo conflitto mondiale. Basti ricordare che solo nei primi giorni di settembre del 1940 il Comune di Milano, su ordine del Prefetto, provvede ad adeguare i rifugi antiaerei ad uso pubblico presenti, creandone di nuovi e comunque utilizzando in massima parte gli spazi sotterranei e seminterrati già esistenti (Breda Maria Antonietta, Milano 5 ottobre 1940. I rifugi antiaerei pubblici del Comune di Milano. Milan, 5th October 1940. Milan Municipal public air-raid shelters, Editrice Lo Scarabeo, Milano 2015, pp. 55-56 e 65-66).
Ad ogni buon conto anche nel resto d’Italia la protezione dei civili non versava in condizioni migliori, rimanendo nel complesso totalmente inadeguata a subire una “guerra moderna”.
A Milano altri rifugi antiaerei in cemento armato sono realizzati, ad esempio, presso alcune Centrali dell’Acquedotto Civico e in alcuni complessi di case popolari. Durante la guerra si lavora anche al rifugio, o meglio al bunker, destinato al Comando del 52° Corpo dei Vigili del Fuoco, situato in Via Bernardino Luini e per l’esattezza al di sotto del cortile del Museo Archeologico (Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche). Nel 1943 si costruisce il Bunker per la Regia Prefettura e la Provincia di Milano nel giardino degli storici palazzi Diotti e Isimbardi (Padovan G., Bunker. Il grande monolite di cemento armato tra Prefettura e Provincia di Milano, Lo Scarabeo Editrice, Milano 2016).
Si ricorda inoltre il piccolo e curioso rifugio dello Stabilimento Caproni di Taliedo, in Viale Mecenate n. 74, denominato “Babà” dagli speleologi dell’Associazione Speleologia Cavità Artificiali Milano che l’hanno rilevato e studiato nel 2005.
Tra il 1943 e il 1945 si costruiscono due grandi rifugi sotterranei in Piazza del Duomo e in Piazza San Fedele, destinati all’uso pubblico e per altro incompleti al temine del conflitto.
Oggi rimangono in evidenza, letteralmente parlando, cinque rifugi antiaerei di tipo speciale in elevato: il grande “rifugio a torre” della Magneti Marelli in Via Adriano e gli analoghi, ma più bassi e tozzi, tre rifugi dell’Industria Meccanica Piaggio oggi Caserma 3° CE.RI.MANT, che si affacciano su Via Riccardo Pitteri, e la Torre delle Sirene della Prefettura.

Il rifugio antiaereo di tipo speciale in elevato.
Il rifugio antiaereo di tipo speciale in elevato è il cosiddetto «rifugio a torre» e i modelli sono svariati, pur mantenendo l’esteriore caratteristica e i concetti protettivi di base. Si tratta di una particolare opera destinata a proteggere tanto i civili quanto i militari dai bombardamenti aerei. La sommità a punta serviva a deflettere le bombe d’aereo, mentre la base era talvolta provvista di un apposito “gonnellino” per evitare che un eventuale ordigno, penetrando nel terreno in prossimità della struttura, potesse causarle danni con sensibile rischio per gli occupanti.
Al proposito, il testo del Brevetto per Invenzione Industriale N. 387348 (Ricovero di protezione contro gli attacchi aerei), rilasciato il 7 luglio 1941, così principia: «I ricoveri di protezione contro gli attacchi aerei non si costruiscono più recentemente come ambienti sotterranei a forma di cantine, ma come edifici a sé con più piani sovrapposti come le così dette torri di protezione contro gli attacchi aerei» (Archivio «Secchi Luigi Lorenzo (1924-1991)» del Politecnico di Milano, Dipartimento di Progettazione dell’Architettura. Testo integrale pubblicato in: Breda M. A., Padovan G., Milano: Rifugi Antiaerei. Scudi degli Inermi contro l’Annientamento, Editrice Lo Scarabeo, Milano 2012, pp. 178-182). Il passo ci riporta ai progetti dei Futuristi, con le città costellate di strutture a forma di missile che sono semplicemente i rifugi antiaerei per ogni condominio, in questo inglobato o esternamente accostato. Erano strutture considerate dal regime fascista come “antiautarchiche” per l’elevato quantitativo di materie prime da adoperarsi.
Soprattutto in Germania e in Austria si sono costruiti innumerevoli tipi di rifugio a torre, variamente articolati, di cui ne rimangono tutt’oggi alcuni esempi, nonostante le demolizioni operate soprattutto dopo il termine delle ostilità. Ad esempio, allo scalo ferroviario di Francoforte ne esiste un tipo in cemento armato alto una ventina di metri, dall’aspetto slanciato e quasi aerodinamico, che si stacca nettamente dai classici modelli cilindrici con bassa punta conica.
Questi particolari rifugi antiaerei, al pari di quelli costruiti generalmente nel sottosuolo, dovevano offrire garanzie contro lo scoppio delle bombe cadute in prossimità, dalla conseguente proiezione di schegge, nonché dallo spostamento d’aria, il cosiddetto “soffio”, e dagli aggressivi chimici. I modelli migliori realizzati con largo impiego di cemento e armatura metallica, come quelli tedeschi, avevano uno spessore considerevole, tale da consentire di resistere al cosiddetto “colpo in pieno”, ovvero se direttamente colpiti da una bomba.
Il rifugio antiaereo denominato Torre delle Sirene è uno dei pochi esempi di tipo speciale in elevato ancora esistenti sul suolo nazionale e certamente è l’unico del suo genere per quanto concerne sia l’architettura sia la funzione di centrale d’allarme, quest’ultima voluta dal Comune di Milano.
Fatto costruire nel 1939 dalla Provincia di Milano su espressa richiesta della Regia Prefettura, il rifugio è situato in Corso Monforte (ex via Monforte). Al suo interno vi era la centrale operativa che raccoglieva le segnalazioni inerenti l’arrivo delle formazioni di bombardieri anglo-americani e disponeva le necessarie misure antiaeree tra cui, innanzitutto, l’entrata in azione delle sirene d’allarme cittadine. Da qui si ordinavano anche l’oscuramento delle luci urbane, l’interruzione dell’energia elettrica e delle comunicazioni periferiche; in esso vi era inoltre un posto di guardia. Al di là delle motivazioni che ne hanno determinato la costruzione, la Torre delle Sirene è oggi da considerarsi un patrimonio storico e architettonico, sia per la peculiarità costruttiva sia per la funzione destinata ad allertare la popolazione civile dalla morte incombente dal cielo. Costruita tra Palazzo Diotti, sede della Prefettura, e Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano oggi incorporata in Città Metropolitana, è parte integrante del patrimonio architettonico e storico dei due edifici (Padovan G., Torre delle Sirene. Il rifugio antiaereo in elevato della Prefettura di Milano, Lo Scarabeo Editrice, Milano 2016).

Le cantine puntellate: i cosiddetti “ricoveri di fortuna”.
Allo scoppio delle ostilità, come già accennato, a Milano e in Italia erano ben pochi i rifugi antiaerei propriamente detti e appositamente realizzati per la protezione dei civili. Si pensò quindi di sfruttare una parte dei locali cantinati di case e palazzi, composti da almeno due o più piani fuori terra, come rifugi antiaerei. In alcuni casi i rifugi erano invece costituiti da semplici passi carrai sottopassanti i corpi di fabbrica e taluni androni. Dove possibile, come a Napoli, si sono riutilizzate le ampie e articolate cavità artificiali scavate nel tufo e vecchie di secoli e millenni.
In linea più che altro teorica si considerava che nel corso di un bombardamento aereo gli ordigni sarebbero caduti perpendicolarmente al suolo e, qualora avessero colpito un edificio a più piani, sarebbero esplosi prima di toccare il piano terreno, ovvero non avrebbero raggiunto le cantine. Erano generalmente denominati «rifugi di fortuna» o «ricoveri casalinghi di circostanza». I soffitti degli spazi scelti per diventare rifugio dovevano però essere puntellati e rinforzati con travi e centine di legno, più raramente con strutture in muratura. Il concetto era che le volte di questi locali dovevano sostenere il peso del crollo dell’edificio, se questo fosse stato colpito da una bomba.
Tali rifugi dovevano essere auspicabilmente provvisti di acqua potabile, gabinetti e ogni altra dotazione prescritta. Gli accessi erano le normali scale che servivano per scendere nelle cantine. Se l’edificio veniva distrutto e il vano scale occluso dalle macerie si poteva uscire attraverso una finestrella di cantina (lucernaio), appositamente prescelta, che prendeva luce o dal cortile interno, oppure dalla strada su cui lo stabile si affacciava. Esternamente la finestrella era indicata lungo la facciata dell’edificio con frecce almeno bicolori e apposite scritte: US (Uscita di Soccorso). Nel caso in cui le macerie l’avessero ostruita, e non si fosse potuto rimuoverle dall’interno, occorreva attendere che i soccorritori la individuassero, grazie alle indicazioni dipinte, e la rendessero praticabile per fare uscire i rifugiati.
Nella realtà le cose non sempre andarono per il giusto verso e molta gente morì a causa delle esplosioni o soffocate dal fumo prodotto dagli incendi. Basti ricordare l’impiego degli ordigni di grandi dimensioni in grado di “polverizzare” qualsiasi edificio, il cui spostamento d’aria poteva uccidere gli occupanti delle cantine e dei rifugi non a prova di bomba. Inoltre gli ordigni non cadevano perfettamente perpendicolari e in vari casi si sono infilati nel vano-scale che conduceva alla cantina puntellata, o direttamente in un lucernaio, deflagrando quindi all’interno e facendo una strage. Le bombe incendiarie costituirono poi una pericolosa realtà, contro cui ben poco si poteva fare se cadevano concentrate.
Dalle testimonianze raccolte si è capito che, per evitare di fare la cosiddetta «fine del ratto», ovvero morire intrappolati nel sottosuolo, nel corso della guerra si abbatterono i divisori tra le cantine di stabili contigui e addirittura si scavarono lunghi cunicoli per mettere in comunicazione più edifici e creare vere e proprie uscite di sicurezza. Si dice, ad esempio, che a Milano quasi tutte le cantine degli edifici di Via Dante Alighieri fossero state collegate tra loro e che, addirittura, si potesse passare sotto la via tramite tunnel. Lo stesso si dice per gli edifici di Via Giuseppe Candiani e Via Filippo Baldinucci, nel quartiere Bovisa: dalle cantine si poteva sbucare all’aperto in Piazza Giovanni Bausan.
Quanti rifugi antiaerei sono stati realizzati a Milano entro il temine della Seconda Guerra Mondiale? È difficile rispondere. Occorrerebbe prima effettuare una notevole opera d’indagine negli archivi non solo cittadini.
Una considerazione dell’ing. Secchi, stilata nel 1938, quindi un paio d’anni prima dell’ingresso dell’Italia in guerra, ci fornisce una prima indicazione: «La mia esposizione ha cercato di dare soprattutto l’idea di quanto è stato fatto nei diversi campi delle costruzioni milanesi, di questa Città che ritengo sia all’avanguardia delle costruzioni protettive private, perché sino ad oggi sono stati costruiti 450 ricoveri [sia pubblici, sia privati. N.d.A.] per una capienza complessiva di 17.000 persone. Poca cosa per una città di 1.200.000 abitanti, ma che in relazione all’apatia pressoché generale con cui viene considerata la costruzione dei ricoveri, è un sicuro indice di volontà e di aderenza alla realtà» (Secchi L.L., Alcuni tipi di ricovero antiaereo costruiti a Milano. Loro caratteristiche tecnico costruttive, Conferenza tenuta dal Dott. Ing. Luigi L. Secchi al corso di Urbanistica ed Edilizia Antiaerea per Ingegneri ed Architetti, svoltosi presso la R. Scuola di Ingegneria di Roma, dal 15 al 19 Novembre 1937-XVI, Estratto dagli “Atti dei sindacati provinciali fascisti ingegneri di Lombardia”, Febbraio, Industri Grafiche Italiane Stucchi, Milano 1938-XVI, p. 11).
In buona sostanza la popolazione italiana è stata esposta ai bombardamenti aerei senza che lo Stato Italiano si sia preoccupato di proteggerla adeguatamente. Certamente le leggi, le ordinanze, le circolari, ecc., si sono succedute a ritmo incessante tra 1931 e 1945, ma con poco riscontro sul piano reale. Detto questo, ognuno tragga le proprie considerazioni.
L’invito è che ogni città e ogni centro minore oggi indaghi e auspicabilmente recuperi almeno la memoria di questi “scudi degli inermi”, per ricordare dove i nostri nonni o i nostri genitori hanno passato parte della propria giovinezza.
I rifugi antiaerei possono diventare “musei di sé stessi”, nel fermo intento che tali rimangano e non debbano essere riutilizzati in una nuova guerra… il cui “alito” è oggi alle porte.
Documento inserito il: 23/02/2016
  • TAG: rifugi antiaerei, seconda guerra mondiale, cantine puntellate, rifugio speciale elevato, rifugi cemento armato

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