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>> Storia Contemporanea > La Seconda Guerra Mondiale

Il campo di concentramento di Rab

di Marco Severa


Introduzione

Da qualche decennio, il dibattito storico legato al ruolo dell’Italia, nel contesto della seconda guerra mondiale, è tornato al centro dell’attenzione. È grazie allo storico Angelo del Boca, scrittore del saggio “Italiani, brava gente?”, che gli italiani cominciano seriamente ad interrogarsi su questa grande questione. Effettivamente, c’è un’anomalia nella ricostruzione storica stessa; sembra infatti che un enorme buco nero, abbia risucchiato determinati episodi legati all’esperienza bellica e non, dell’Italia. Per una serie di ragioni storiche, politiche e psicologiche, prospettatesi nell’immediato dopoguerra, abbiamo rimosso gran parte della nostra esperienza precedente all’armistizio dell ’8 settembre '43.
Sembra infatti che gli italiani abbiano fatto pace con la storia, riscattando con il movimento partigiano, ciò che era stato il ventennio fascista. Questa affermazione, è avvalorata anche dal fatto che, la cinematografia per esempio, ha descritto, seppur egregiamente, le gesta italiane in modo benevolo.
Dei conflitti a cui ha preso parte l’Italia, rimangono nella memoria pubblica pochi sprazzi, spesso legati a pellicole cinematografiche di successo: la ritirata dalla Russia, magistralmente raccontata in Italiani brava gente; la sconfitta nel deserto africano, descritta in El Alamein; le atmosfere da vacanza coatta di Mediterraneo. Nell’immaginario collettivo gli italiani appaiono sempre solo come vittime della guerra e del regime e mai come carnefici. Eppure il nostro esercito, quello fascista, aveva pure ottenuto dei successi; o meglio si era trovato dalla parte dei vincitori tedeschi, imponendo il suo dominio, fino alla catastrofe del '43, su una parte consistente dei Balcani e non solo.
  In quest’area così significativa per l’imperialismo italiano, il regime aveva impiegato le sue migliori risorse militari, diplomatiche e propagandistiche, arrivando a schierare fra i seicento e i settecentomila uomini. Circa metà dell’intera fanteria a disposizione dell’esercito italiano, ha dunque vissuto l’esperienza di un’occupazione militare in territori animati dalla resistenza contro gli invasori: ha combattuto in pratica contro i partigiani. Infatti furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, obbedendo a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
Alla maggior parte degli italiani, il nome di Arbe non dice nulla. Eppure, come vedremo a breve, proprio sull’isola di Rab (Arbe in italiano) era stato creato il peggior campo di concentramento italiano.


Il contesto

Il primo giugno '40, dieci giorni prima dell’entrata in guerra, il Ministero degli Interni di Roma diramò a tutte le prefetture la seguente direttiva: “Appena dichiarato lo stato di guerra, dovranno essere arrestate e tradotte in carcere, le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico o di commettere sabotaggi o attentati, nonché le persone italiane o straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento.” Se fino a quel giorno il fascismo aveva adottato il confinamento come strumento repressivo nei confronti degli antifascisti, l’inizio della guerra vedeva l’inasprimento di tale provvedimento nella forma dell’internamento. La spartizione del territorio fra i due alleati invasori, concesse all’Italia una porzione occidentale della Slovenia, che fu annessa come provincia di Lubiana, mentre la II° armata, al comando del generale Ambrosio, occupò militarmente i territori della Dalmazia, di parte della Croazia e del Montenegro. Se le aree meridionali furono assoggettate al controllo militare, il territorio sloveno annesso, essendo divenuto nazionale a tutti gli effetti, ebbe un’amministrazione civile, affidata al commissario Grazioli, ed ereditò quindi la normativa sull’internamento degli oppositori del regime.
L’unico strumento di cui disponevano gli italiani per contrastare la resistenza, era una rete di collaboratori ed informatori. In realtà spesso si trattava di millantatori e di approfittatori, che tuttavia necessitavano di protezione dal momento che, non controllando gli italiani il territorio, essi erano esposti alle rappresaglie dei partigiani. All’internamento “preventivo”, si affiancò quindi quello “protettivo”, riservato ai collaboratori, a cui veniva destinato, almeno in linea di principio, un trattamento migliore.
L’occupazione italiana di quell’area, è fatta di chiaroscuri: episodi di solidarietà verso le popolazioni, tipo la protezione dei civili serbi dalle stragi commesse dai fascisti croati ustascia, si alternarono a crimini terribili, ordinati con cinismo da generali senza scrupoli, come la cattura di ostaggi, le fucilazioni sommarie sul posto di sospetti senza esser processati, deportazioni di massa, la distruzione di interi villaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città e rastrellamenti; una vera e propria politica del terrore.
Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni. Non meno di centomila persone, furono segregate in campi di internamento, che nonostante non fossero forniti degli strumenti di morte passati tristemente alla storia, videro perire circa cinquemila persone. Eccoci tornati ad Arbe, una specie di paradiso terrestre che si trasforma in un inferno. Eppure proprio questo, può essere considerato un caso esemplare delle contraddizioni del sistema d’occupazione italiana. Qui, accanto alle baracche dove muoiono di stenti i civili jugoslavi, viene creato un campo speciale per ebrei. Si tratta di profughi provenienti da tutta Europa, vittime delle persecuzioni naziste, rinchiusi ad Arbe col preciso scopo di sottrarli allo sterminio. Ma di questo parleremo dopo.

Il 6 aprile del '41 l'esercito italiano e quello nazista invadono la Jugoslavia. La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro. Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio '41. Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre '41. Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, furono fucilate 2300 persone). In Slovenia, già dall’ottobre del '41, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra.

Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.
La terza grande offensiva si svolge dal 12 aprile al 15 giugno '42, sotto la direzione del generale Roatta (quattro Divisioni italiane del XI^ Corpo d'Armata ). Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.
Il bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista è di 13.087; il maggior numero di morti è dovuto alle fucilazioni sul posto, alle morti nei campi di concentramento, che furono almeno 31, e in minor numero a decessi per sevizie e torture. Quelli italiani in queste aree sono stati campi di concentramento ancora più disumani di quelli tedeschi, perché non erano nemmeno dotati delle più elementari strutture.


Il campo

Il campo di Arbe, (Rab in croato), sorse in una delle isole che costellano il lato orientale dell'Adriatico (oggi appartenente alla Croazia). Secondo lo storico Tone Ferenc, che si occupa dei campi nati nella provincia di Lubiana tra il ‘41 ed il ‘43, l'idea di costruire un campo di concentramento in questa area, nasce nel maggio '42, quando si stanno saturando i campi di Lovran, Bakar e Kraljevica.

Il luogo prescelto per la costruzione del campo di concentramento si trovava in località Kampor, non lontano dall'abitato Rab, oggi ridente cittadina a vocazione turistica; esso si estendeva lungo una grande spianata racchiusa tra due insenature. Già alla fine di giugno, i soldati italiani evacuarono forzosamente gli abitanti delle poche case del centro abitato, sradicarono un vigneto e allargarono la strada di collegamento con il capoluogo.

Il progetto, prevedeva la costruzione di quattro diversi campi, per una capienza complessiva di circa 20mila posti. Ipotesi che poi venne abbandonata, poiché, sorgendo su un isola, il campo poteva essere approvvigionato solamente via mare. Questo problema logistico, fece si che il campo venne costruito per ospitare circa 11mila ospiti.

Nel campo, che dipendeva dalla 2° armata, furono impegnate circa 2mila guardie di sicurezza, divise tra soldati e carabinieri, molti dei quali presero alloggio nelle abitazioni requisite agli abitanti del luogo. Proprio loro diedero il via all’installazione di circa mille tende, ciascuna da sei posti; nonostante il campo fu ufficialmente aperto nel luglio del '42, all’arrivo dei primi prigionieri, le uniche cose completate erano la recinzione di filo spinato e le torrette di guardia. Alle fine di luglio, quando arrivò il primo trasporto di internati, le tende non erano state ancora sistemate completamente, tanto che molti deportati dovettero erigersele personalmente, appena giunti nel campo. La costruzione delle baracche in muratura e in legno, partì solamente nell’autunno 42. Secondo il diario storico militare del XII Battaglione Carabinieri Reali, redatto dal tenente colonnello Luigi Brucchetti, in una sola settimana, quella che va dal 3 al 9 agosto '42, a Rab vennero internate 4747 persone, provenienti da varie località della Slovenia.
Anche nel mese di settembre, gli arrivi si susseguirono con molta intensità, fino ad ottobre '42, quando si registrò il numero maggiore di internati presenti contemporaneamente; dai documenti infatti, sembra che i prigionieri fossero 8.260.
Da quel momento in poi, il numero degli internati cominciò a diminuire sensibilmente. Innanzitutto perché il comando della II° Armata, decise di ridimensionare la capacità e di farlo diventare più un luogo di transito e smistamento piuttosto che di internamento; inoltre, il mare rendeva sempre più difficoltoso l’arrivo dei rifornimenti e delle derrate alimentari.
Dal mese di novembre '42 iniziano quindi i primi trasferimenti. Ad esempio, il 24 novembre partono 250 uomini destinati ai lavori di costruzione del nuovo campo di concentramento di Renicci, nel comune di Anghiari, in provincia di Arezzo, entrato ufficialmente in funzione nell’ottobre '42. Ma i trasferimenti più numerosi sono quelli di donne e bambini trasportati nell'inverno del '42 al campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, costruito inizialmente per i prigionieri di guerra russi, ma poi utilizzato per i civili della provincia di Lubiana. A metà dicembre, nel campo avevano già perso la vita 502 prigionieri. Il numero di internati scende a 6.577 il 16 dicembre '42 e a 2.857 il primo febbraio dell'anno successivo.
Ad Arbe, in poco più di un anno di funzionamento, furono internati, non contemporaneamente, 10564 internati, di cui 1027 ebrei; essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini). Gli internati furono civili e politici croati, civili jugoslavi, civili e politici sloveni ed ebrei profughi. Tra di essi, alcune donne erano partorienti; l’internato più vecchio, al momento dell’arresto aveva 92 anni. In totale, sembra che ci siano stati non meno di 27 trasporti speciali verso il campo.


Le condizioni del campo

Fin dall’inizio quindi, i deportati erano stipati in piccole e vecchie tende militari; esse erano scarsamente impermeabili e gli internati erano costretti a coricarsi su della paglia già usata ed a coprirsi con una leggera coperta, piena di pidocchi e di cimici. Le cause principali di morte furono i problemi cardiaci, la broncopolmonite, le infezioni accelerate dalle terribili condizioni igieniche, l’inedia e il deperimento organico, dovute anche alla scarsità di cibo disponibile; si pensi infatti che le razioni di cibo giornaliere, non superavano gli 80 grammi di pane, accompagnati da una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina, molto al di sotto della quantità già prevista per gli internati. Proprio alla luce di ciò, si ebbero notizie di gestanti che diedero alla luce neonati già morti. Oltre a questi motivi, la casualità e le avverse condizioni atmosferiche, aggravate da pioggia, neve e dalla gelida bora, provocarono centinaia di morti. Nella notte del 29 ottobre '42, per esempio, il campo fu colpito da un violento nubifragio che spazzò via più di 400 tende e causò l’annegamento di 5 bambini. Era usuale anche che la pioggia intasava le latrine che riversavano cosi il liquame delle tende. Molti di essi, furono rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate e quindi durante la loro prigionia, furono costretti ad indossare vestiti leggeri; nulla infatti venne dato loro per coprirsi. Le possibilità di sopravvivenza erano limitate solamente ai più robusti fisicamente e ai più resistenti spiritualmente. Inoltre, le migliaia di detenuti, disponevano di soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio, che nei casi di punizione, veniva addirittura tolta.

Nonostante i campi di internamento non prevedevano forme di violenza fisica, ad Arbe si registrarono numerosi gesti violenti; si praticava infatti l’incatenamento ad appositi pali, dei reclusi inadempienti e non mancarono le percosse inferte con il calcio dei fucili. Inoltre la pressione psicologica non era indifferente; ad esempio gli internati, erano obbligati a salutare romanamente tutti i militari italiani.

Il 15 dicembre '42, l'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, il gerarca fascista Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell' XI° Corpo d'Armata una lettera: "...mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il medico provinciale ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista, incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre." Il comandante dell’ XI° corpo d'armata, il generale d’armata Gastone Gambara, rispose scrivendo: "è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo”. Gambara fu accusato dalla Repubblica jugoslava,  di essere uno dei responsabili della repressione nei Balcani e fu accusato di crimini di guerra, ma la Repubblica Italiana non acconsentì mai alla consegna.

Già alla metà del dicembre 42, gli internati morti erano 502, con un picco giornaliero raggiunto il giorno 25 novembre con 24 decessi. Il 19 gennaio '43, il generale di brigata Umberto Giglio, redisse un lungo rapporto sull'assistenza sanitaria organizzata dai militari nel campo di concentramento di Rab, in cui li invitava a "prendere tutte le misure tendenti a migliorare le condizioni di notevole depauperamento organico degli internati  derivanti sia dai disagi e dalle privazioni precedenti all'arresto, sia al trauma psichico dell'arresto stesso e dalle aggressioni da parte dei ribelli, subite durante il viaggio di trasferimento”. Insomma, secondo i militari la colpa delle morti per fame nel campo di concentramento di Rab è da attribuirsi ai partigiani jugoslavi.
Anche la propaganda fascista fu protagonista in questo contesto. Cosi come il regime nazista si adoperò, per esempio, alla creazione di un documentario, affinché il ghetto di Theresienstadt venisse mostrato agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, come un modello di città per gli ebrei, anche la Sezione Fotografica del Comando Superiore della II Armata, scattò alcune immagini di propaganda, che mostravano gli alberghi di Rab trasformati in stanze d'ospedale, con i letti perfettamente allineati, la biancheria perfettamente linda e il personale sanitario che visitava i pazienti con scrupolosa cura. Di tutt'altro tenore invece, sono le foto di autori anonimi che ci sono pervenute dal campo. Quest' ultime mostrano persone ridotte a pelle ed ossa e file di cadaveri scheletrizzati.

Il 25 marzo del '43, gli internati a Rab erano 2.654 e di questi, 358 erano ricoverati nei diversi ospedali e altri 851 nei "preventori", baracche all'interno del campo dove venivano sistemati i prigionieri che non avevano una specifica patologia, catalogati infatti come “denutriti”. Praticamente, poco meno della metà degli internati era malata. Quotidianamente morivano. Si pensi che il tasso di mortalità fu del 19%, mentre a Buchenwald, uno dei maggiori campi di sterminio concentramento nazista dove morirono circa 56mila prigionieri, il tasso di mortalità fu del 15%. Quella di Rab era una percentuale talmente alta, che gli storici jugoslavi definirono questo, un campo di sterminio. Cosi come i medici nazisti impiegati nelle operazioni dell’ Aktion t4 compilavano certificati di morte falsi da spedire alle famiglie delle vittime, anche i medici militari del campo liquidavano quasi sempre le morti degli internati, catalogandole come collasso cardiaco, proprio perché il campo non doveva palesare le pessime condizioni di vita.
Il campo di Rab aveva un suo cimitero, collocato nella parte estrema della pianura. Secondo le testimonianze, nei periodi peggiori, quando i morti erano decine al giorno, i corpi venivano sepolti nelle fosse comuni.
 Ad oggi, non è ancora stato stabilito con certezza il numero degli internati morti nel campo. Herman Janež, che allora era un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull'isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore infatti, si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli. Sopravvissuto, egli dedicò la sua vita poi a ricostruire la storia del campo e redisse insieme ad altri sopravvissuti, un elenco nominativo di 1.477 deceduti . Secondo il clero sloveno, invece, i morti sarebbero stati 3mila; essi nella figura del vescovo di Lubiana, monsignor Gregorij Rozman che si reco di persona da papa Pio XII, chiedendo un intervento presso il governo italiano prima che “Arbe diventi accampamento di morte e sterminio”. In seguito alla denuncia, Roatta dispose un ispezione nell’isola, affidata al generale Giuseppe Gianni: la relazione conclusiva attaccò il clero sloveno, perché “se avessero indotto i fedeli a non affiancarsi ai partigiani”, i campi sarebbero stati superflui; nel contempo egli non nega l’alto tasso di mortalità, attribuendola alle minorate condizioni fisiche in cui gran parte degli internati giunsero nel campo e all’età avanzata di molti di loro.

Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio. La struttura aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi, addirittura per terra e persino in cantina, dove di solito finivano i casi più gravi arrivati quasi in punto di morte.


Gli internati ebrei

Il campo di Arbe, va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche e gli ustascia croati, attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione a Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.
Nello specifico, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, l’attuale Bosnia, a cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi appunto dagli ustascia e dai loro alleati tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia, furono 2761.

La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un'area separata, in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa. Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana, une escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo; inoltre gli organi italiani si impegnarono per avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Insieme agli ebrei, ad Arbe furono internati a scopo "protettivo", anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate.

Ancora nell'agosto '43 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero "in mani straniere".

Questo atteggiamento benevolo, emerse anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, sugli atteggiamenti che lo stesso ministero adoperò per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione, si evinse che il ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero.

Addirittura, nell’estate del 41, un reparto italiano in Croazia, simulò un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L episodio suscitò violente reazioni da parte dei croati, tanto che il comando italiano si vide costretto a intervenire e a definire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che furono puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto.

Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia, venne analizzato anche da due saggi di J.Sabille, inseriti nel testo di L.Poliakov “Le condition des juifs en france sous l’occupation italienne, “ pubblicato e tradotto in italiano nel '56. Da essi emerse un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane.

Secondo De Felice, invece, l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia, permise che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo vi affluirono dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista.

Il Fenomeno assunse misure cosi imponenti da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e con i governi collaborazionisti, da provocare addirittura una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma. Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro) divenne il rifugio degli ebrei. Nel '41 nei primi mesi del '42, l'azione di aiuto e soccorso fu realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il tacito consenso delle più alte autorità militari che reagirono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia.

Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati, rimasero circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni dei quali erano ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi, furono trasferiti alla Risiera di San Sabba e poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscì a raggiungere l’isola di Lissa (vis). Da li poi approdarono dopo qualche giorno a Bari.


Le conseguenze storiche
Gli internati di Arbe, furono soprattutto contadini, boscaioli, operai e artigiani. Ma non mancarono i commercianti ed un piccolo numero di intellettuali. Questi ultimi svolsero un ruolo importante nell’organizzazione culturale del campo e anche per quella politica militare. All’inizio del '43 infatti, si costituì una piccola cellula clandestina del Fronte Nazionale di Liberazione sloveno, che sarebbe stata fondamentale nei mesi successivi, quando già nell’estate dello stesso anno, dopo la caduta di Mussolini, si estese la convinzione di una prossima disfatta del nazifascismo. In vista di ciò, gli italiani probabilmente introdussero alcuni miglioramenti nei campi e negli ospedali di tutta l’area occupata.

Nella primavera del '43, si presentarono i primi segni di sfacelo della guarnigione; i soldati palesarono la volontà di avvicinarsi verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo Cujuli, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta, di cui parleremo più tardi. Con il 25 luglio '43, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiarono.
Gli internati reagirono "spontaneamente e sorprendentemente cantando", prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono. Di conseguenza, l’attività politica e di propaganda dei nuclei partigiani, si intensificò notevolmente. Così, la sera dell' 8 settembre, la notizia dell’armistizio si diffuse rapidamente e la cellula del fronte di liberazione mise in atto un piano che portò il 10 settembre, all’organizzazione da parte dei gruppi clandestini, di un’assemblea popolare. Non solo, subito dopo la notizia, le truppe italiane accolsero la notizia con grande entusiasmo.
L’11 settembre, avvenne il disarmo della guarnigione italiana, che invece era totalmente allo sbaraglio. Guardie e carabinieri rimasero al loro posto, fu eletta una nuova amministrazione del campo e venne ammainata la bandiera italiana. I militari italiani, circa 2000 al momento, vennero disarmati, in modo pacifico, senza nessun atto di vendetta e portati nel porto di Rab, per poi essere imprigionati. Questo atteggiamento, dimostra come il comportamento degli italiani ,seppur con numerose eccezioni, non fu paragonabile a quello tenuto dai nazisti nei campi da loro gestiti.
Agli italiani probabilmente, mancava il principio di odio e di superiorità razziale, tanto caro invece ai tedeschi. Gli stessi detenuti sopravvissuti, ascoltati dopo la liberazione, riferirono che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali italiani, manifestava una certa apatia nell’adempiere agli ordini, non accanendosi sui prigionieri. Addirittura, cosi come si evince dalle testimonianze, a pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedali, ed i medici italiani, venivano ritenuti "buoni ed umani” . Nei giorni 15 e 16, infine, si formò la brigata partigiana "Rabska" che qualche giorno dopo, sbarcò sul continente e partecipò alla lotta di liberazione.

Fu arrestato, il comandante del campo: il tenente colonnello Vincenzo Cujuli. Militare di vecchio corso, partecipò come sotto-ufficiale al primo conflitto mondiale. Richiamato in servizio, ricoprì il ruolo di comandante del campo tra il 16 febbraio fino all’ 8 settembre '43. Odiato anche dai soldati italiani per i suoi metodi, alla data dell’armistizio restò al suo posto obbedendo agli ordini provenienti dal comando della II°Armata di collaborare con i partigiani. Secondo l’Archivio Storico dell'Ufficio Storico del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, Cujuli venne arrestato, seviziato e infine fucilato tra il 10 e il 12 settembre. Secondo la fonte di Anton Vratuša, autore del saggio “Dalle catene alla libertà - La "Rabska brigata", invece, Il comandante venne condannato a morte da parte di un tribunale del popolo e si suicidò nel carcere di Fiume la notte prima dell’esecuzione.

Quello di Arbe fu il peggiore fra i campi allestiti dagli italiani nei territori occupati. I crimini perpetrati in quell’area, così come tanti altri, non hanno mai trovato giustizia, vista la mancanza di una «Norimberga italiana» alla fine del conflitto. Si pensi solamente al decreto presidenziale n°4 del 22 giugno '46, che introdusse l’amnistia per i crimini dei gerarchi fascisti, che cancellò di fatto, le loro responsabilità e permise ad essi di rientrare nell’apparato burocratico del paese. Una pagina nera della nostra storia, che non ha mai avuto spazio nei manuali scolastici e nelle celebrazioni ufficiali.

Nessuna istituzione italiana, dal '45 a oggi, è mai andata a deporre una corona di fiori, prendendo le distanze dalle efferatezze dell’Italia fascista nei Balcani. A Rab c’è solo un cimitero, quasi celato, non c’è niente che ricorda cosa accadde lì più di 70 anni fa. Così come in Italia i numerosi campi di internamento stanno marcendo nell’indifferenza totale.

Sono passati quasi settantacinque anni. È tempo di affrontare consapevolmente questa pagina di storia senza retorica, senza paura, senza tabù; perché in fin dei conti anche le pagine buie hanno aiutato a fortificare la nostra identità nazionale. Questo prima o poi dovrà avvenire, perché, non dimentichiamolo, il campo di Rab, cosi come tanti altri, fu gestito dal Regio esercito e non direttamente dalle milizie fasciste.

Cosi come avviene con il Giorno della Memoria e con quello del Ricordo, si sente la necessità di rispolverare gli angoli bui della nostra storia; questo è il modo migliore per onorare le vittime, tutte, da una parte e dall’altra, di una guerra ingiusta. Il ricordo dei nostri caduti, dei nostri deportati e delle vittime delle violenze jugoslave, deve necessariamente essere affiancato da una presa di coscienza sulle responsabilità storiche del fascismo. C’è bisogno che questa conoscenza e questa presa d’atto, diventi memoria pubblica, senso comune. Ma serve l’impegno di tutti, degli studiosi, delle istituzioni e di tutta la popolazione.

Nell'immagine una veduta del campo di concentramento di Rab/Arbe.


Bibliografia

-Del Boca A., Italiani, brava gente?, Beat Edizioni, 2005;
-Oliva G., Si ammazza troppo poco, Oscar Mondadori, 2006;
-Capogreco C.S., I campi del Duce, Einaudi, 2004;
- Potocnik F,. Il campo di sterminio fascista: l'isola di Rab, Torino, A.N.P.I., Torino, 1979;
- De Felice R., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi,1961;
- Mantelli B., “Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie e crimini di guerra”, Qualestoria N.ro 1 “L’Italia fascista potenza occupante: lo scacchiere balcanico” Giugno 2002;


Sitografia
http://www.linkiesta.it/it/article/2012/07/06/rab-la-auschwitz-dimenticata-dagli-italiani/8121/
http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi8.htm
http://www.culturaitalia.it/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Acampifascisti.it%3Adoc_722
http://www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=35
http://www.michelesarfatti.it/testi-online/9-la-storia-della-persecuzione-antiebraica-di-renzo-de-felice:-contesto,-dimensione-cronologica-e-fonti/
Documento inserito il: 08/03/2018
  • TAG: campi concentramento, rab, arbe, fascismo, seconda guerra mondiale

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