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La battaglia di Punta Stilo

La battaglia di Punta Stilo presenta un particolare interesse per essere stata - assieme a Capo Teulada, ed in misura ancora maggiore - l'ultima battaglia di tipo jutlandiano a squadre navali contrapposte, combattuta nello scacchiere euroatlantico, senza impiego di radar e senza intervento determinante di aeronautica od aviazione imbarcata.


La Battaglia Circa la ricostruzione della battaglia, nulla rimane più da dire dopo l'accurata analisi compiuta dall'ammiraglio Fioravanzo per conto dell'Ufficio Storico della Marina Militare. In materia di conclusioni critiche, ci sembra però non sia ancora del tutto conclusa la polemica insorta tra contrastanti opinioni, espresse in Gran Bretagna, sia soprattutto in Italia.
Per inquadrare gli avvenimenti, comunque, sarà sufficiente dire che la Flotta Italiana e la Mediterranean Force lasciarono le proprie rispettive basi all'incirca nello stesso periodo - mattino del 7 luglio 1940 ed alle ore 24 dello stesso giorno - con il medesimo compito: la scorta in forze di un importante convoglio. Quello italiano portava in Africa Settentrionale urgenti rifornimenti (2.200 soldati, 300 tra carri armati e materiale vario), quello britannico dirigeva su Malta per integrare le riserve dell'isola. Le due flotte vennero abbastanza tempestivamente messe al corrente della reciproca presenza in mare e, scortati i convogli fino a distanza di sicurezza, diressero poi per incontrarsi.
Il giorno 9 luglio 1940, le due forze contrapposte erano così composte: la formazione italiana contava su due navi da battaglia (GIULIO CESARE e CAVOUR), sei incrociatori pesanti (POLA, FIUME, GORIZIA, ZARA, TRENTO e BOLZANO), otto incrociatori leggeri (DA BARBIANO, DI GIUSSANO, ATTENDOLO, MONTECUCCOLI, EUGENIO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA, DUCA DEGLI ABRUZZI E GARIBALDI), oltre a 16 cacciatorpediniere (VIVALDI, PANCALDO, FRECCIA, SAETTA, ALFIERI, CARDUCCI, ORIANI, GIOBERTI, ARTIGLIERE, AVIERE, GENIERE, CAMICIA NERA, LANCIERE, CORAZZIERE, CARABINIERE, ASCARI).
La squadra britannica era formata da tre navi da battaglia (WARSPITE, MALAYA, ROYAL SOVEREIGN), una portaerei (EAGLE), cinque incrociatori leggeri (ORION, NEPTUNE, SYDNEY (R.A.N.), LEVERPOOL, GLOUCESTER), 14 cacciatorpediniere (VAMPIRE (R.A.N.), VOYAGER (R.A.N.), STUART (R.A.N.), DECOY, DAINTY, DEFENDER, HERO, HEREWARD, HOSTILE, HYPERION, HASTY, NUBIAN, MOHAWK, JUNO, JANUS).
Il combattimento venne ingaggiato verso le 14,30, prima fra incrociatori, poi con intervento delle navi da battaglia; verso le sedici si ebbe l'episodio più importante, con il colpo a bordo della CESARE; vi furono poi scontri fra siluranti fino a che, verso le 16,30, si verificò la perdita di contatto.


Relatività delle forze
Il nutrito elenco di unità maggiori italiane da un lato, ed il robusto nucleo principale britannico dall'altro, ha portato diversi autori a criticare vuoi l'ammiraglio Campioni, vuoi l'ammiraglio Cunningham, attribuendo a questo o quel contendente la prevalenza di forze, con la conseguente accusa di non averla sfruttata convenientemente ai fini d'un risultato decisivo.
La critica nei confronti della flotta italiana riveste due aspetti: il mancato uso della sua preponderante numerica mediante una conveniente formazione tattica - basterà ricordare le vivaci osservazioni dell'ammiraglio Da Zara circa una troppo massiccia concentrazione italiana ("linea di fila") - nonché l'interruzione del combattimento, evidentemente non giustificata per chi ritiene prevalenti le forze italiane.
Da parte britannica la critica investe l'ammiraglio Cunningham solo per il secondo aspetto (interruzione del combattimento), dato il minor numero di navi nel grosso britannico che portava praticamente ad una formazione obbligata.
A noi, per converso, sembra che le forze fossero sostanzialmente equilibrate, anche se la difficoltà nel dimostrarlo risiede appunto nella diversità dei tipi e delle caratteristiche delle navi contrapposte.
Se la formazione italiana allineava due sole navi da battaglia rimodernate, dal valore bellico costretto nei limiti di un calibro principale inferiore a quello britannico e dalla scarsa robustezza, al loro fianco vi erano però gli incrociatori pesanti con loro non disprezzabile calibro da 203 mm, di cui quattro almeno, gli ZARA, erano anche sufficientemente solidi: fu proprio la loro presenza a Punta Stilo e a Capo Teulada a destare le giuste preoccupazioni di Cunningham ed a spiegare il sollievo con cui accolse il risultato della notte di Matapan.
Considerati equivalenti gli incrociatori leggeri, più numerosi quelli italiani, più efficienti quelli inglesi (due soli italiani, i GARIBALDI, potevano ad essi paragonarsi) la formazione italiana non può essere considerata inferiore, sia pur di fronte ai 24 pezzi da 381 mm che armavano le navi da battaglia britanniche, soprattutto se si considera che la ROYAL SOVEREIGN era inferiore alle altre due in velocità.
Per quanto riguarda la formazione britannica, non occorre dimostrare che, nonostante i venticinque anni di età ed un rimodernamento meno radicale che nelle CAVOUR, le navi da battaglia britanniche ebbero agio di dimostrare d'essere altrettanto efficienti di quanto lo furono allo Jutland: esse erano le vere antagoniste, non tanto delle CAVOUR e delle DUILIO, quanto delle modernissime VITTORIO VENETO.
Molto meno importante era, a Punta Stilo, la presenza della portaerei EAGLE, vecchia e poco veloce unità con un limitatissimo numero di aerei; questi, poi, come aerosiluranti, non conseguirono risultati positivi, mentre come ricognitori furono superflui, dato l'eccellente servizio reso dai SUNDERLAND di Malta
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Impostazione tattica
La formazione italiana venne criticata come troppo ammassate troppo rigida. A parte il fatto che al momento del contattato lo spiegamento della formazione italiana era ancora in corso, per la scarsità delle informazioni ricevute dalla ricognizione aerea, la critica ci sembra ingiustificata almeno quanto quella mossa a Persano per la battaglia di Lissa. In ambedue i casi, il numero delle navi italiane, il loro grado di efficienza, le loro caratteristiche e la consistenza del nemico, rendevano la formazione assunta la più opportuna.
Uno schieramento più articolato da parte italiana, come quello poi adottato per squadre a Capo Teulada, non avrebbe dato alcun migliore risultato; avrebbe anzi presentato il rischio - sempre sottolineato dall'ammiraglio Iachino - di portare ad una mancata coordinazione di movimenti e di fuoco fra i due nuclei in cui si sarebbe divisa la formazione italiana, coordinazione tanto facile a progettare sulla carta e tanto difficile a realizzare i mare.
La formazione italiana permetteva di impiegare - a gittate convenienti - le due CAVOUR e gli incrociatori pesanti come un complesso unico, appunto per bilanciare la forza delle tre navi da battaglia di Cunningham: teoricamente, infatti, la gittata dei 320 mm era di circa 27.000 mt., che vennero effettivamente raggiunti, e quella dei 203 mm di 26.000 mt., che però, neppure con gli alzi massimi vennero raggiunti. E' vero quindi che in pratica non si poté combattere, sui 25.000 mt. circa, sia con i 320 mm che con i 203 mm (contro le navi da battaglia britanniche solo due incrociatori pesanti, e con poche salve, poterono far fuoco) ma il mantenimento in un'unica formazione delle navi da battaglia e degli incrociatori pesanti italiani permise dal punto di vista psicologico, a non dare ai nostri stati maggiori una sensazione d'inferiorità nel vedere contrapposte alle tre navi da battaglia britanniche le due sole CAVOUR, e a dare invece ai britannici la coscienza di avere di fronte un nucleo avversario di pari consistenza.
La breve durata dello scontro non permette di ipotizzare diverse conseguenze qualora la battaglia si fosse prolungata richiedendo ulteriori manovre complesse: é del tutto ovvio che il minor numero di navi britanniche avrebbe facilitato il compito a Cunningham, ma la vicinanza alle proprie basi della flotta italiana avrebbe annullato tale vantaggio: la critica quindi non può riguardare la formazione con cui la flotta italiana si presentò all'inizio della battaglia. A tale quesito, ci sembra di rispondere che essa era adeguata alle condizioni del momento.


Interruzione consensuale
Accusare l'uno o l'altro dei due ammiragli per la rottura del contattato significa fraintenderne gli obbiettivi e la situazione reale. Le due flotte erano uscite in mare non per scontrarsi, ma per scortare dei convogli. Soltanto dopo aver compiuto questa missione, diressero l'una contro l'altra. Anche colpita la CESARE, e dimezzato così il numero dei grossi calibri avversari, in caso di proseguimento del combattimento manovrato a velocità sostenuta, non era conveniente a Cunningham serrare le distanze rimettendo in gioco gli incrociatori pesanti italiani e la stessa CESARE, né impegnarsi a fondo a così breve distanza dalle coste italiane, quando la zona non poneva alcun problema d'autonomia alle siluranti - subacquee e di superficie - italiane e dell'aeronautica, mentre tali problemi riguardavano precisamente lui. Ottenuto il risultato d'impegnare - e saggiare - le forze avversarie, era del tutto corretto che l'ammiraglio britannico non insistesse quando i rischi superavano largamente il ragionevole.
L'ammiraglio Campioni aveva due vincoli alla propria libertà d'azione. Anzitutto il limitato volume di fuoco che poteva sviluppare alle massime gittate, nettamente inferiore a quello britannico. Il secondo, e fondamentale limite, era dato dal fatto che le due CAVOUR erano le due uniche navi da battaglia disponibili in quel periodo. Non appena il precario equilibrio tattico si ruppe in conseguenza del colpo a bordo della CESARE, che ne menomò l'efficienza e soprattutto la velocità, era impensabile sostenere un combattimento manovrato con la sola CAVOUR.


Conclusioni
Punta Stilo, come Capo Teulada, fu un combattimento in cui la flotta italiana poté reggere il confronto con quella britannica senza che le sorprese tecniche successivamente intervenute (radar, proiettili paravampe, tattica di combattimento notturno), nonché il peso determinante dell'aviazione imbarcata, creassero una situazione d'inferiorità permanente operativa, anche quando, come alle due Sirti, la prevalenza numerica e di tipi di navi era da parte italiana. E' difficile, a nostro avviso, pensare che a Punte Stilo, la Marina Italiana avrebbe potuto conseguire risultati più concreti; era, oltre tutto, la prima volta che, con intervento di unità maggiori, la Marina si impegnava dai giorni di Lissa e cioè contro quella che, nel 1940, era indubbiamente la più preparata marina del mondo.
Punta Stilo mise in evidenza alcune impreviste deficienze nella preparazione bellica italiana, anche indipendentemente dalla mancanza di radar, portaerei, ecc.. Sia nel materiale (apparati di punteria, ad esempio, oppure eccessivi laschi ai pezzi con dispersione delle salve), sia nell'addestramento del personale (durante la notte precedente, la 15a squadriglia cacciatorpediniere - R.N. ZENO e R.N. PIGAFETTA - attaccò per errore gli incrociatori), sia nei criteri costruttive di rimodernamento delle navi, si appalesarono dei difetti che costituivano già di per sé uno svantaggio, cui si aggiunsero poi quelli citati, come la mancanza di radar ecc.. Mise infine in luce - e ciò é importantissimo - l'assoluta mancanza di coordinamento nell'azione fra aeronautica e marina italiana, nonché la deficienza di preparazione dell'aeronautica stessa alla guerra aeronavale, che portò al bombardamento delle nostre navi, scisse in due formazioni per il rientro, da parte dell'aeronautica italiana, fattore che in seguito pesò tanto acutamente in Mediterraneo.

Nell'immagine la nave da battaglia della Regia Marina Giulio Cesare, danneggiata nel corso dello scontro di Punta Stilo.


Articolo tratto dai numeri 14 del bimestre Luglio- Agosto 1963 e 15 del bimestre Settembre-Ottobre 1963 della rivista Interconair Aviazione e Marina.
Documento inserito il: 05/11/2017
  • TAG: punta stilo, seconda guerra mondiale, regia marina, royal navy

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