AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx
>> Storia Contemporanea > La Seconda Guerra Mondiale

La Battaglia delle Isole Santa Cruz

di Bernard Millot

Verso la metà dell'ottobre 1942, la campagna di Guadalcanal era già stata sottolineata da un'impressionante serie di battaglie terrestri, aeree e navali di esito diverso, ma che non avevano consentito ai Giapponesi di riprendere l'isola agli Americani o, più precisamente, l'aerodromo di Henderson Field. Questo campo d'aviazione, posto a simbolo del possesso dell'isola, era stato oggetto di numerosi attacchi terrestri e di violenti combattimenti aero-navali. I Giapponesi conducevano in continuazione rinforzi sull'isola e si facevano accompagnare dal celebre e temibile "Tokyo Express". L'aerodromo era martellato dall'artiglieria campale, dai cannoni delle navi e dalle bombe degli aerei, ma ogni volta risorgeva dalle proprie ceneri come la Fenice. Diveniva così evidente che doveva essere posto in atto uno sforzo supplementare, al fine di venirne definitivamente a capo.
Fu così che l'ammiraglio Yamamoto, Comandante in Capo della Flotta Combinata, mise a punto un'offensiva generale che doveva ridare ai Giapponesi la sovranità su Guadalcanal. Il generale Haruyoshi Hayakutake doveva condurre i suoi 22.000 uomini all'assalto del perimetro difensivo americano, prendere l'aeroporto e dare così il segnale d'attacco alla Flotta Combinata per assestare il colpo di grazia, tanto ai difensori dell'aeroporto che alle forze navali statunitensi nei paraggi. Tale era il postulato nipponico e la vittoria pareva così certa da non poter essere minimamente messa in discussione.
In questa prospettiva, l'ammiraglio Yamamoto aveva posto agli ordini del viceammiraglio Kondo una flotta che contava non meno di 4 portaerei, 5 navi da battaglia, 14 incrociatori e 44 caccia. Come sempre scissa in diversi gruppi indipendenti, la flotta nipponica non prese nella sua totalità parte alla battaglia e gli Americani non ne affrontarono che un'aliquota, sebbene importante.
In campo americano, il viceammiraglio William F. Halsey, nuovo titolare del posto di Comandante in Capo delle Forze del sud-Pacifico, sapeva che qualcosa si stava preparando, ma era riuscito a riunire una flotta molto inferiore a quella del nemico. Ripartite in tre Task Force, le forze navali americane non contavano che 2 portaerei, 2 navi da battaglia, 9 incrociatori e 24 caccia. Una delle portaerei, l'Enterprise, effettuava la sua prima missione bellica dopo le riparazioni dei numerosi danni subiti nella battaglia delle Salomone Orientali.
Nel settore dell'aviazione, il contrammiraglio Aubrey W. Fitch, che aveva sostituito il viceammiraglio MacCain nel posto di Comandante delle Forze Aeree del sud-Pacifico, aveva stabilito il suo quartier generale a Espiritu Santu. Uno dei Gruppi d'Esplorazione vi s'installò e svolse un'intensa attività. Gli idrovolanti PBY Catalina pattugliarono i grandi spazi oceanici e uno di essi avvistò, il 23 ottobre a 650 mg. a nord della propria base, una portaerei giapponese. Era il primo contatto con la flotta nemica e questa scoperta fece suonare l'allarme generale. Molti altri Catalina conversero verso il punto segnalato e confermarono la notizia. A bordo di tutte le navi americane si assistette ad una veglia d'armi, ma la giornata del 24 ottobre trascorse senza che si producesse alcunché di strano
. Più a nord, la flotta nipponica attendeva, per agire, il segnale della presa dell'aeroporto di Henderson Field. Alle 1.25 h del 25 ottobre, un messaggio, proveniente da Guadalcanal annunciava la vittoria. Alla ricezione di questo telegramma, l'ammiraglio Yamamoto diede l'ordine di movimento generale. Alle 2.00 h, un altro messaggio, questa volta meno ottimista, riportava che le truppe si battevano sempre attorno al campo d'aviazione; poi, alle 6.25 h, un nuovo telegramma riconosceva che la situazione era alquanto confusa e che l'aerodromo era sempre in mani americane. Malgrado lo scacco dell'offensiva terrestre, Yamamoto non poté o non volle annullare il suo precedente ordine. Così la flotta nipponica fece rotta a sud.

I PRIMI CONTATTI
Durante tutta la giornata del 25 ottobre, i B.17 Flying Fortress e i Catalina dell'ammiraglio Fitch ritrovarono e mantennero il contatto con le navi nipponiche. L'ammiraglio Kinkaid lanciò, alle 13.30 h, 12 aerei da ricognizione e poi, alle 14.20 h, 29 aerei d'attacco. Durante questo tempo, le navi nipponiche avevano fatto mezzo giro verso nord, al fine di sfuggire alla vigilanza degli aerei statunitensi. Questo cambiamento di rotta rimase inavvertito e quando gli aerei di Kinkaid si presentarono nel punto segnalato, non trovarono che un mare deserto. Questi velivoli rientrarono nottetempo sulle loro portaerei e 7 di loro andarono perduti o danneggiati.
Il 25 ottobre sul finire del mezzogiorno, i B.17 e i Catalina dell'ammiraglio Fitch sorvolarono nuovamente le navi nipponiche e le attaccarono. Gli assalti proseguirono fino alle prime ore di lunedì 26 ottobre, ma nessun colpo andò a segno.
Tuttavia, alle 11.00 h del 26 ottobre, un Catalina segnalò l'esatta posizione della flotta avversaria. Le portaerei americane, che avanzavano verso nord-ovest, non ricevettero questa capitale informazione che dopo 5 ore. Kinkaid, in vista di un attacco, diede ordine di preparare gli aerei. L'ammiraglio Halsey, a Noumea, confermò la decisione del suo sottoposto e completò il messaggio con: "Attaccate! Ripeto: Attaccate!".
Poco prima del levar del sole, 16 Dauntless, armati con bombe, decollarono dall'Enterprise allo scopo di rendersi conto del dispositivo avversario. Nel corso del volo, essi incrociarono un Nakajima B5N Kate che, anche se beninteso in senso inverso, effettuava la medesima loro missione. Alle 6.17 h, 2 Dauntless scoprirono e segnalarono la squadra dell'ammiraglio Abe. Essi proseguirono le loro ricerche, ma non trovarono nessun altro gruppo navale giapponese. Questi due velivoli, al loro rientro, incrociarono nuovamente il Kate nipponico.
Furono altri 2 Dauntless che scoprirono, alle 5.50 h, le portaerei giapponesi a 200 mg. a nord-ovest. Due nuovi Dauntless, che il messaggio di contatto dei due precedenti aveva messo in allarme, raggiunsero il punto segnalato e attaccarono. Alle 7.40 h, essi piazzarono ciascuno la loro bomba sul ponte di volo della portaerei Zuiho, danneggiandola seriamente e provocando un vasto incendio. L'attacco fu talmente rapido che i Mitsubishi Zero della difesa non ebbero il tempo di intercettarli. Anzi, 7 di essi furono abbattuti dalle mitragliere di coda dei Dauntless che, s'erano gettati sui Giapponesi come fossero aerei da caccia.
Un altro gruppo americano attaccò l'incrociatore pesante Tone, ma non lo colpì. L'ammiraglio Kondo conobbe la posizione della flotta americana alle 7.00 h. Alle 7.10 h, la sua prima ondata d'attacco decollava e si dirigeva, in direzione sud-est, dritta sulla flotta avversaria. A bordo delle portaerei giapponesi, si preparava già una seconda ondata: 44 aerei sulla Shokaku e sulla Zuikaku e 29 sulla Junyo.
Nel contempo, gli Americani, quantunque con un leggero ritardo rispetto ai loro avversari, avevano avuto le medesime reazioni; alle 7.30 h, 29 aerei della Hornet prendevano il volo. Condotta dal capitano di corvetta W.J. Widhelm, questa formazione comprendeva 15 bombardieri SBD.3 Dauntless, 8 caccia F4F.4 Wildcat e 6 aerosiluranti TBF.1 Avenger. Alle 8.00 h, partivano dall'Enterprise: 3 Dauntless, 8 Avenger e 8 Wildcat. Quindici minuti più tardi, decollavano a loro volta altri 16 velivoli. Tutti questi gruppi partirono verso il nemico, in ragione della grande distanza da percorrere, senza attendersi vicendevolmente. Una riunione di tutti questi gruppi, infatti, avrebbe originato una perdita di tempo e un inutile consumo di carburante.
Per un caso della guerra abbastanza fortuito, le due forze aeree avversarie s'incrociarono. Dodici caccia Zero eseguirono contro, contro il gruppo dell'Enterprise, un attacco mirabilmente condotto. In pochi minuti , 4 Avenger furono abbattuti, mentre 3 Zero precipitavano in fiamme. Questo scontro ebbe per conseguenza d'avvertire le due flotte dell'arrivo dei loro rispettivi assalitori. Il duello che stavano per iniziare i due ammiragli avversari era di proporzioni notevoli: le loro spade si trovavano in cielo e nessuno sapeva quale delle due avrebbe portato il primo colpo o la stoccata meno parabile.
Le due Task Force americane navigavano in formazione circolare , quella della Hornet era situata a 10 mg. a sud-est di quella dell'Enterprise. Al di sopra di esse, 38 caccia Wildcat attendevano notizie che consentissero loro di portarsi dinnanzi al nemico.

LA MAZZATA GIAPPONESE
Gli aerei nipponici, involatisi in anticipo dalle loro portaerei, furono naturalmente i primi che ad avvicinarsi ai loro obbiettivi. Alle 8.40 h, i radar americani registrarono degli echi, ma non poterono discernerli con chiarezza che alle 8.57 h. I comunicati attesi erano stati appena trasmessi, quando i piloti dei Wildcat rivelarono i Giapponesi a sole 45 mg. dalla loro flotta. Erano i bombardieri a tuffo Val che volavano ad un'altitudine di 5.000 m. I caccia americani erano stati mal disposti e si trovavano troppo vicini alle loro navi. Inoltre, il tempo ch'essi impiegarono per portarsi contro il nemico, permise a quest'ultimo di avvicinarsi indisturbato. I primi scontri furono condotti dai caccia della Hornet, mentre gli Wildcat dell'Enterprise, poco dopo, venivano a battaglia con i Val, nel momento in cui questi stavano per iniziare la loro picchiata.
Tutto si svolse velocemente, e alle 9 h, la Task Force dell'Enterprise fu nascosta da una grossa nuvola di pioggia, mentre quella della Hornet veniva a trovarsi in piena luce. I Giapponesi fecero sopportare tutto il peso dei loro attacchi a questa ben visibile portaerei. Benché la Hornet fosse pronta ad affrontare il nemico, gli assalti giapponesi, che iniziarono alle 9.10 h, sorpresero per la loro violenza e molteplicità. I Val cominciarono la loro lunga picchiata e piazzarono una prima bomba sulla parte dritta poppiera del ponte di volo, mentre due altre, sfondandone le lamiere, esplodevano lungo il bordo.
Fu allora che si produsse un avvenimento gravido di conseguenze per il presente, ma soprattutto per l'avvenire. In effetti, il capofila dei bombardieri nipponici aveva, dopo la picchiata, iniziato la risalita quando, improvvisamente, ritornò a tutta velocità sulla Hornet. L'aereo urtò il fumaiolo prima di schiantarsi sul ponte di volo, dove esplosero due delle sue bombe.
I marinai americani si rimettevano appena dall'emozione che aveva loro causato questo attacco straordinario, quando gli aerosiluranti Kate eseguirono, a bassa quota, il loro avvicinamento finale. Giungendo da poppa, due siluri colpirono la portaerei americana. Le macchine vennero colpite e poco dopo la Hornet si arrestò, avviluppata da un'enorme nuvola di fumo nero e vapore surriscaldato.
Gravemente danneggiata , inerte e priva di energia elettrica per combattere i suoi incendi, la portaerei diveniva un bersaglio ideale. I Val tornarono e piazzarono tre nuove bombe sul ponte di volo. Se la prima causò, appunto sul ponte, una larga breccia, la seconda penetrò all'interno ed esplose nel terzo frapponte. Quanto alla terza, essa penetrò all'interno e, grazie alla sua spoletta a scoppio ritardato, causò immensi guasti nella cambusa prodiera.
La Hornet era già gravemente danneggiata, ma le sue disgrazie non dovevano ancora arrestarsi. Uno dei Kate, vittima della contraerea, precipitò e, tracciando una lunga coda di fuoco, puntò dritto sulla Hornet. Sentendo approssimarsi il pericolo, i marinai americani s'erano accucciati sul ponte. In questa posizione, essi non videro più l'aereo nemico, tanto era basso. Il Kate si avvicinò velocissimo, si raddrizzò all'ultimo momento, ma una delle sue ali urtò una batteria contraerea sulla parte poppiera sinistra. L'aereo nipponico, squilibrato ma spinto dalla propria velocità, rimbalzo e si schiantò finalmente in prossimità dell'ascensore prodiero inn un abbacinante chiarore.
La Hornet ardeva da poppa a prora e, internamente, numerosi focolai d'incendio mettevano in scacco gli sforzi delle squadre di sicurezza. Dalle brecce aperte dai siluri, molta acqua era penetrata nei doppi fondi e la grande portaerei accusava uno sbandamento di 6 gradi.

L'ATTACCO AMERICANO
I gruppi aerei americani avevano proseguito la loro rotta in direzione del nemico e, nell'ora in cui la Hornet veniva tanto duramente colpita, gli apparecchi di testa presero contatto con le prime navi giapponesi. Questo accadde alle 9.15 h, quando i Dauntless videro un gruppo di incrociatori e caccia nipponici. Gli aerei americani, tuttavia, proseguirono le loro ricerche sperando di trovare le portaerei nemiche. Un gruppo di nove caccia Zero s'interpose, ma gli Wildcat li respinsero dopo un violento combattimento, nel corso del quale perdettero due dei loro.
Scartando verso est, poi risalendo verso nord, i Dauntless, alle 9.30 h piombarono sulla squadra dell'ammiraglio Nagumo, che comprendeva le portaerei Zuikaku, Shokaku e Junyo. La reazione nipponica fu molto violenta e un folto gruppo di Zero venne a contatto con gli aerei statunitensi, questa volta sprovvisti di scorta. In qualche minuto, 4 Dauntless vennero abbattuti, tra i quali quello di Whidhelm, ma gli altri 11, condotti dal tenente di vascello Vose, si gettarono coraggiosamente all'attacco
. Nel corso della loro picchiata, i piloti americani scoprirono la Zuiho che, dopo l'attacco della prima mattina, fumava ancora. Scegliendo la Shokaku come bersaglio, essi le piazzarono almeno tre bombe, forse cinque secondo talune testimonianze, tanto che la grande portaerei ebbe il ponte di volo completamente devastato e avvolto da alte fiamme.
Gli aerosiluranti americani non captarono il segnale di contatto dei Dauntless ed attaccarono, alle 9.30 h, il gruppo dell'ammiraglio Abe. Nel contempo, la seconda ondata della Hornet non poté scoprire le portaerei avversarie e allora, alle 9.20 h, attaccò l'incrociatore Chicuma. Due bombe fracassarono il ponte di comando dell'incrociatore, mentre due altre ne sfondavano le fiancate; in conseguenza di ciò la nave fu costretta a ritirarsi. Due Avenger, che imbarcavano bombe invece di siluri, attaccarono, però senza esito, l'incrociatore pesante Tone.
Gli attacchi condotti dagli aerei dell'Enterprise furono ancora più fallaci; infatti, questi aerei, che avevano già sofferto dello scontro aereo durante il volo di avvicinamento, s'erano scissi in piccoli gruppi e non poterono eseguire attacchi coordinati ed efficaci.
All'inizio di questa prima fase della battaglia di Santa Cruz, il match si poteva considerare in parità. In effetti, tenuto conto della disparità delle forze a contrasto con indubbio vantaggio giapponese, i danni subiti da ambo le parti erano sensibilmente equivalenti. Due delle quattro portaerei nipponiche erano fuori combattimento, mentre, da parte americana, la sola Hornet era stata gravemente danneggiata.

IL CALVARIO DELLA HORNET
Sino a quel momento, i Giapponesi erano convinti che, nei paraggi, vi fosse una sola portaerei americana. Effettivamente, l'Enterprise, mimetizzata da basse nuvole cariche di pioggia, era sfuggita agli osservatori nipponici durante la loro permanenza al di sopra della flotta americana. I comandanti giapponesi, dunque, si rallegravano già d'aver eliminato "la " portaerei nemica quando, alle 9.27 h, l'intercettazione di messaggi radiofonici li mise la corrente che un'altra nave di questo tipo era presente. Alle 8.22 h, già una nuova ondata di attacco nipponica, che contava 44 velivoli, era partita per finire la Hornet ma, durante il volo, questi aerei furono informati di questa nuova presenza e incaricati di scoprire e distruggere la nuova portaerei.
Nel frattempo, in campo americano, si facevano grandi sforzi per salvare la Hornet. I caccia Russel e Morris s'erano accostati alla portaerei ferita e l'assistevano nella sua lotta contro gli incendi. L'incrociatore pesante Northampton fu allora incaricato di prenderla a rimorchio e si accinse a iniziare questa delicatissima manovra.
Gli sforzi compiuti a bordo della Hornet cominciarono a dare i loro frutti. Il fuoco era regredito sensibilmente; coraggiosi marinai s'erano calati nel compartimento macchine invaso dall'acqua e dal vapore ed erano riusciti, alle 10.00 h, ad accendere tre caldaie.
La speranza rinasceva e il Northampton aveva preso posizione a proravia della Hornet in vista del rimorchi, quando, alle 10.09 h, un bombardiere Val apparve e picchiò sulla portaerei. La sua bomba cadde presso uno dei caccia accostati, ma non provocò nuovi danni, tuttavia, fece sospendere le operazioni di salvataggio e la lotta contro gli incendi. Questo aereo era solo e il suo attacco, nei minuti che seguirono , non fu seguito da alcun altro.

LA SECONDA RIPRESA
Dei 44 aerei giapponesi dirottati sull'Enterprise nel corso del loro volo, uno solo dunque si diresse sulla Hornet. Verso le 10.00 iniziarono gli attacchi sul gruppo della Enterprise e, per l'intervento di un sommergibile nipponico, cominciarono in modo molto curioso.
Appostato nei paraggi, l'I 21 avvistò il caccia Porter e gli lanciò contro una salva di siluri. Alle 10,02 h, uno di essi centrò in pieno il bersaglio: le caldaie furono colpite e la leggera unità americana completamente squassata. Ormai perduto irrimediabilmente , il Porter dovette essere finito a cannonate dal suo gemello Shaw.
Le navi della Task Force 16 si preparavano a riceve gli assalitori e fu il radar della nave da battaglia South Dakota che, per primo, li segnalò a una distanza di 55 mg (102 Km). La contraerea non entrò in azione che nel momento in cui i bombardieri Val iniziavano la loro picchiata. Questa reazione, tardiva ma concentrata, ebbe per effetto di provocare un rallentamento nella determinazione e nella precisione di visuale dei piloti nipponici. Questo sistema di difesa sorprese grandemente e disturbò talmente i tiri giapponesi che su 23 bombe sganciate, soltanto due colpirono la Enterprise.
La prima colpì il ponte di volo a proravia, perforando la fiancata e scagliando in mare uno dei velivoli parcheggiati. La seconda forò il ponte nei pressi dell'ascensore anteriore e penetrò al terzo frapponte, ove provocò danni estesi e un violento incendio. Una terza bomba cadde vicinissima allo scafo e la sua esplosione fece saltare numerose chiodature sul lato dritto poppiero. Questo attacco aveva fatto 44 morti e 75 feriti, mentre le squadre di sicurezza ponevano immediatamente mano alle riparazioni e alla lotta contro il fuoco.
Fu allora che gli aerosiluranti nipponici si avvicinarono da sud. Ripartiti in due gruppi, ciascuno rispettivamente di 11 e 12 velivoli, attaccarono contemporaneamente da due lati. Presi in mezzo alla contraerea e alla caccia americana, perdettero 14 unità, ma i superstiti 9 riuscirono a sganciare i loro ordigni. Il capitano di vascello Osborne B. Hardinson, comandante della Enterprise, rivelò in quest'occasione le sue eccellenti qualità manovriere lanciando la sua grande nave in singolari evoluzioni , apparentemente disordinate, ma che permisero di evitare tutti i siluri.
Ciò in parte, fu tuttavia anche dovuto all'incrociatore pesante Portland che s'interpose, disgraziatamente, tra l'Enterprise e i siluri, almeno tre dei quali lo colpirono in pieno. Per un caso inspiegabile, o meglio, miracoloso, nessuno di questi tre ordigni esplose.
Constatando l'insuccesso di questo attacco, un Kate ritornò alla carica e si diresse sul caccia Smith. L'aereo urtò la sovrastruttura principale e si disintegrò in una grande fiammata. Il caccia sopravvisse a questo attacco suicida, il terzo della giornata e, quantunque 51 dei suoi uomini fossero stati messi fuori combattimento , conservò il suo posto in formazione. Il tempo era mutato; numerose nuvole basse ingombravano il cielo, riducendo considerevolmente la visibilità. La battaglia pareva terminata, ma gli Americani restavano all'erta. In effetti, l'intercettazione di alcuni telegrammi lasciava supporre movimenti nemici in corso. La vigilanza non fu allentata e, alle 11 h, il radar della nave da battaglia South Dakota registrò alcuni echi sospetti. Alle 11.10 h, la corazzata aprì il fuoco sugli intrusi, che altri non erano che 6 Dauntless che rientravano dalla loro missione. Questo spiacevole errore, che fortunatamente non ebbe conseguenze, fece, per contraccolpo, trascurare per qualche istante le indicazioni del radar. Ora, gli echi rilevati in precedenza non erano provocati dai Dauntless, ma da aerei nemici che si avvicinavano col favore delle nuvole.
Alle 10.20 h, i primi velivoli nipponici di questo gruppo d'attacco forarono il manto nuvoloso e picchiarono su sorprese navi americane. Questo gruppo, appartenente alla portaerei Junyo e composto da 29 aerei, fu tuttavia ostacolato da queste stesse nuvole che impedirono di rilevare convenientemente i bersagli. La contraerea si destò e 8 giapponesi precipitarono in fiamme. Una sola bomba cadde nei pressi dell'Enterprise causando qualche leggero danno allo scafo.
Alle 11.27 h, un piccolo gruppo di aerei giapponesi si diresse sulla nave da battaglia South Dakota e uno di essi lanciò una bomba da 250 Kg su una torre da 406mm. L'esplosione non causò danni importanti, ma una scheggi ferì il comandante Gatch che si trovava in plancia di comando.
L'Enterprise si affrettò ad allontanarsi dalla zona minacciata e, poco dopo, tutto rientrò nella normalità e la portaerei ne approfittò per raccogliere i suoi aerei che, a corto di carburante ritornavano dalla loro missione.

Il DESTINO DELLA HORNET
Nel frattempo, tutti si affannavano attorno alla Hornet e, alle 11.25 h, si poteva sperare di salvarla. Certamente, la portaerei era immobilizzata, ma galleggiava convenientemente, quantunque un poco immersa. L'incrociatore Northampton si piazzò a poppavia e lanciò un rimorchio da 40mm. Alle 13.30 h, il Northampton avanzò lentamente, tirò lentamente il cavo e la Hornet si scosse. Poco a poco, la velocità fu portata a 3 nodi e tutto pareva andare per il giusto verso. Alcuni ufficiali calcolavano già il tempo che avrebbero preso le numerose e indispensabili riparazioni. L'ammiraglio Murray, imbarcato sull'incrociatore pesante Pensacola, dirigeva le operazioni, mentre il comandante Mason, rimasto al suo posto, faceva curare i feriti sul ponte di volo ed evacuare gli 875 uomini validi rimasti a bordo.
Mentre si svolgevano queste operazioni, i Giapponesi avevano deciso di finire la Hornet assestandole il colpo di grazia. Alle 13.15 h, 15 velivoli s'involarono contro questo bersaglio. I radar americani rilevarono molto presto l'arrivo degli assalitori , ma nelle vicinanze non v'era alcun aereo da caccia e così la sola contraerea s'accinse ad affrontarli. Erano le 15.15 h, quando apparvero una dozzina di aerosiluranti . Essi si divisero in due gruppi che attaccarono da ambo i lati. Il Northampton ruppe il rimorchio e si mise ad evoluire rapidamente, per evitare gli ordigni che si avvicinavano. I marinai americani s'attendevano che tutti i siluri andassero a segno su quest'ideale e immobile bersaglio costituito dalla Hornet, ma uno solo colpì sul lato dritto. La Hornet vibrò come una foglia e l'acqua si riversò dalla breccia così aperta all'altezza d'un magazzino di materiale aeronautico. La portaerei, poco dopo, prese uno sbandamento di 14 gradi ma non affondò.
Gli aerosiluranti nipponici s'allontanarono e furono rimpiazzati da alcuni bombardieri a tutto Val che, alle 15.40 h, sganciarono le loro bombe. Nessuna di queste colpì e nessun Val venne abbattuto. Dieci minuti più tardi, una formazione di 6 Kate si avvicinò in perfetto ordine e iniziò un bombardamento orizzontale. Una bomba colpì sul lato destro poppiero del ponte di volo e causò un incendio che, poco dopo, si estinse da solo.
Alle 17 h, 4 Val e 6 caccia Zero della Junyo arrivarono e piazzarono una nuova bomba che perforò il ponte di volo esplodendo nell'hangar. A questo punto, era evidente che la Hornet non poteva essere più salvata. I responsabili americani decisero ch'era meglio distruggere la portaerei e allontanarsi da questa zona., ormai troppo pericolosa. Il caccia Mustin ricevette allora il penoso incarico di affondare la Hornet. Esso le lanciò contro otto siluri, soltanto due dei quali colpirono il bersaglio, ma la Hornet non parve soffrirne. Alle 19.20 h, il caccia Anderson gliene lanciò altrettanti che non ebbero effetto migliore: la Hornet pareva inaffondabile. Tuttavia, numerosi incendi s'erano estesi a bordo, esplosioni interne la scuotevano di tanto in tanto, ma non affondava ancora.
Nel contempo, i Giapponesi non ignoravano che i loro ultimi attacchi non avevano sortito effetto alcuno e numerosi messaggi inviati dai ricognitori confermavano la "sopravvivenza" della portaerei americana. L'ammiraglio Kondo risolvette di distaccare il gruppo navale dell'ammiraglio Abe, al fine di eseguire un attacco cannoniero notturno. Le navi nipponiche fecero rotta a sud-est e avanzarono col favore della notte, guidate dai lontani riverberi degli incendi della Hornet.
I caccia americani Mustin e Anderson s'accanivano sempre contro la Hornet su cui avevano sparato l'incredibile numero di 430 colpi da 127mm, senza che la portaerei sparisse dalla superficie del mare. Alle 20.40 h, l'approssimarsi delle navi giapponesi li fece fuggire a tutta velocità. L'ammiraglio Abe tentò d'inseguirli, ma li lasciò poi andare perché si riprometteva di catturare la Hornet. L'ammiraglio Abe si rese tuttavia conto che la portaerei era troppo danneggiata per essere rimorchiata. Ordinò così ai caccia Akigumo e Makigumo d'affondarla. Quattro siluri furono sufficienti e così, alle 01.35 h del 27 ottobre, la Hornet s'inabissava (ricordiamo che portaerei Hornet era la più recente nave di questo tipo dell'US Navy. Da essa erano partiti il 18 aprile 1942, i 16 bimotori North American B.25 Mitchell del colonnello Doolittle per il loro famoso raid "dei 30 secondi" su Tokyo e su qualche altra città giapponese. N.d.A.).

CONCLUSIONE
L'ammiraglio Kondo diede ordine di far rotta a nord, e alle sue numerose squadre, di raggrupparsi. Egli pensava che all'indomani avrebbe potuto lanciare aerei da ricognizione e, forse, nuovi attacchi. Tuttavia, nel corso della notte, alcuni avvenimenti stavano concorrendo a dissuaderlo. In effetti, verso le 2 h del mattino, un Catalina della base di Espiritu Santu prese contatto con la squadra nipponica e lanciò un siluro. L'ordigno sfiorò la portaerei Zuikaku che, per un'inezia, sfuggì al disastro. Un altro Catalina attaccò la squadra dell'ammiraglio Nagumo e riuscì a piazzare un siluro sul caccia Teruzuki. Si ebbe una violenta esplosione, ma la nave nipponica proseguì la sua marcia. Qualche ora più tardi, le forze navali giapponesi incrociarono, in attesa, su un'asse est-ovest poi, appena passato il mezzodì del 27 ottobre, fecero rotta per Truk, la loro grande base delle isole Caroline.
Le navi americane avevano preso, nella notte del 26 e 27 ottobre, una rotta a sud e si dirigevano verso Noumea. Vi furono parecchi allarmi subacquei e, nel corso d'uno di questi, la nave da battaglia South Dakota e il caccia Mahan, manovrando precipitosamente, vennero a collisione. Contro ogni aspettativa fu la corazzata quella che dovette ridurre la velocità. Un pò più a ovest, la nave da battaglia Washington - nave ammiraglia dell'ammiraglio Lee - fu attaccata dal sommergibile I 15 che le lanciò contro diversi siluri, ma nessuno andò a segno. La battaglia delle isole Santa Cruz era terminata.
Sul piano tattico, questa battaglia poteva essere considerata come una vittoria giapponese, poiché gli Americani avevano perduto una grande portaerei e un caccia, mentre i Giapponesi non lamentavano nessuna perdita. Tuttavia, ciò significherebbe considerare le conseguenze materiali, certamente molto importanti, ma apparentemente ingannatrici. In effetti, gli Stati Uniti avevano appena perduto una delle loro poche portaerei, la più recente del momento, ma avevano danneggiato due portaerei nemiche, immobilizzandole per un periodo di nove mesi e privando così la Flotta Imperiale d'una parte importante del suo potenziale offensivo. Nel corso di queste quasi quasi permanenti battaglie al largo di Guadalcanal, la scomparsa anche momentanea d'una portaerei equivaleva a una perdita pura e semplice e consentiva alle truppe americane a terra di allentare la stretta del nemico.
Infine, sul piano strategico, il bilancio di questa battaglia appariva totalmente diverso. In effetti, la perdita della Hornet rimaneva dolorosa e rimpianta ma, se si tiene conto della netta inferiorità della flotta americana, quest'ultima aveva non solo danneggiato seriamente due portaerei e un caccia giapponese, ma aveva soprattutto impedito la realizzazione di questo gran colpo "di ramazza" che dovevano realizzare le navi nipponiche. L'aerodromo di Henderson Field aveva resistito a numerosi assalti terrestri e la Flotta Imperiale non aveva dunque occasione di spezzare il perimetro difensivo americano di Guadalcanal. La presenza della flotta americana e i risultati, tutto sommato assi confusi, della battaglia di santa Cruz avevano dissuaso l'ammiraglio Kondo a spingersi oltre.
L'ammiraglio Yamamoto, in effetti, non poteva più permettersi di rischiare le sue navi in un'azione divenuta ormai ipotetica. E' perciò che la battaglia delle isole di Santa Cruz rimaneva una vittoria americana - vittoria di Pirro -, ma al prezzo di una portaerei e di un caccia, l'aeroporto di Guadalcanal era sempre in mano statunitense e la sua esistenza garantiva la futura riconquista dell'isola.
Questa battaglia portò diversi ammaestramenti in diversi campi. Per prima cosa, essa confermava l'efficacia dei nuovi pezzi AA da 40mm (licenza Bofors) ch'erano stati imbarcati sulle principali navi americane. Essi avevano registrato numerosi successi e il loro impiego stava ormai generalizzandosi. Sempre nel campo difensivo, l'insufficienza molte volte riscontrata della caccia americana di copertura determinò un sostanziale aumento dei suoi effettivi a bordo delle portaerei. Quest'aumento permetteva di costituire delle squadriglie di copertura più robuste e soprattutto piazzarle dinnanzi alla flotta, grazie all'installazione di nuovi posti di direzione dotati di più potenti apparati radar.
Inoltre uno degli insegnamenti di questa battaglia fu il comportamento generale dei piloti giapponesi. In effetti, gli aviatori e gli artiglieri americani avevano constatato un sensibile abbassamento delle loro qualità professionali e della loro efficacia, pur tuttavia così temibili qualche mese prima.
Ai brillanti aviatori caduti a Midway, era succeduta una generazione di piloti meno dotati e formati più affrettatamente. Il coefficiente dei colpi a bersaglio rapportato al numero dei velivoli impiegati era significativo. Certamente, i piloti giapponesi erano animati da eccellenti disposizioni, ma mancavano di qualificazione. I tre attacchi suicidi del 26 ottobre mostravano abbondantemente a quali procedure essi dovevano far ricorso, per ottenere con certezza qualche successo.


BATTAGLIA DELLE ISOLE DI SANTA CRUZ
COMPOSIZIONE DELLE FORZE IN MARE


AMERICANI Ammiraglio Chester W. Nimitz Comandante in Capo della Flotta del Pacifico a Pearl Harbor
Vice Ammiraglio William F. Halsey Comandante in Capo del Pacifico del Sud a Noumea


Task Force 16 (Contrammiraglio Thomas C. Kinkaid)
1 portaerei: CV6 Enterprise (83 aerei)
1 nave da battaglia: BB 57 South Dakota
1 incrociatore pesante: CA 33 Portland
1 incrociatore leggero antiaereo: CLAA 54 San Juan
8 cacciatorpediniere: DD 356 Porter, DD 364 Mahan, DD 376 Cushing, DD 379 Preston, DD 401 Maury, DD 373 Shaw, DD 378 Smith, DD 371 Conyngham

Task Force 17 (Contrammiraglio George D. Murray)
1 portaerei: CV 8 Hornet (88 aerei)
2 incrociatori pesanti: CA 26 Northampton, CA 24 Pensacola
2 incrociatori leggeri antiaerei:CLAA 53 San Diego, CLAA Juneau
5 cacciatorpediniere: DD 414 Russel, DD 410 Hughes, DD 413 Mustin, DD 599 Barton, DD 417 Morris

Task Force 64 (Contrammiraglio Willis A. Lee)
1 nave da battaglia: BB 56 Washington
1 incrociatore pesante: CA 38 San Francisco
2 incrociatori leggeri antiaerei: CLAA 50 Helena, CLAA 51 Atlanta
6 cacciatorpediniere: DD 397 Benham, DD 488 Mac Calla, DD 483 Aaron Ward, DD 487 Lardner, DD 445 Fletcher, DD 486 Landsdowne

Task Force 63 (Contrammiraglio Aubrey W. Fitch)
2 navi appoggio idrovolanti: AV 4 Curtiss, AVP 13 Mackinac
all'aeroporto di Henderson Field: 26 Grumman F4F Wildcat, 6 Curtiss P.40, 6 Bell P.39 Aircobra, 20 Douglas SBD Dauntless 2 Grumman TBF Avenger
alla base di Espiritu Santu: 23 Grumman F4F Wildcat, 39 Boeing B.17 Flying Fortress, 12 Lockheed Hudson, 32 Consolidated PBY Catalina, 5 Vought OS2.U Kingfisher
nella Nuova Caledonia: 46 Bell P.39 Aircobra, 15 Lockheed P.38 Lightning, 16 Martin B.26 Marauder, 13 Lockheed Hudson


GIAPPONESI

Ammiraglio Isoroku Yamamoto Comandante in Capo della Flotta Combinata
Vice Ammiraglio Matome Ugachi Capo di Stato Maggiore della Flotta Combinata
Vice Ammiraglio Nobutake Kondo Comandante in Capo delle Forze impegnate


Forza d'Attacco (Vice Ammiraglio Chuichi Nagumo)
3 portaerei: Shokaku (61 aerei), Zuikaku (72 aerei), Zuiho (24 aerei)
1 incrociatore pesante: Kumano
8 cacciatorpediniere: Arashi, Teruzuki, Tokitsukaze, Amatsukaze, Yukikaze, Hamakaze, Maikaze, Hatsukaze

Forza d'Avanguardia (Contrammiraglio Koki Abe)
2 navi da battaglia: Hiei, Kirishima
3 incrociatori pesanti: Tone, Chikuma, Suzuya
1 incrociatore leggero: Nagara
7 cacciatorpediniere: Urakaze, Tanikaze, Isokaze, Kazagumo, Makigumo, Akigumo, Yugumo

Forza Avanzata (Vice Ammiraglio Nobutake Kondo)
1 portaerei: Junyo (55 aerei)
4 incrociatori pesanti: Atago, Takao, Myoko, Maya
1 incrociatore leggero: Isuzu
6 cacciatorpediniere: Suzukaze, Umikaze, Kawakaze, Makinami, Naganami, Takanami

Forza d'Appoggio (Contrammiraglio Takeo Kurita)
2 navi da battaglia: Kongo, Haruna
6 cacciatorpediniere: Murasame, Harusame, Samidare, Kagero, Oyashio, Yudachi

Forza Avanzata d'Esplorazione (Vice Ammiraglio Teruhisa Komatsu sull'incrociatore leggero Katori a Truk)
12 sommergibili: I 4 I 5, I 7, I 8, I 22, I 176, I 9, I 15, I 21, I 24, I 174, I 175

Forza dei Mari del Sud (Vice Ammiraglio Gunichi Mikawa a Rabaul)
1 incrociatore pesante: Chokai
1 incrociatore leggero: Yura
4 cacciatorpediniere: Shiratsuyu, Akatsuki, Ikazuki, Akizuki


II Flotta Aerea (Vice Ammiraglio Jinichi Kusaka)
circa 220 aerei basati a Rabaul e Buka

Nell'immagine l'affondamento della USS Hornet.


Articolo pubblicato sui numeri 55 e 56 di aprile e maggio 1969 sulla rivista Interconair Aviazione e MarinaDocumento inserito il: 09/10/2016
  • TAG: seconda guerra mondiale, isole santa cruz, battaglia pacifico, uss hornet, guadalcanal, henderson field, us navy, flotta combinata

Articoli correlati a La Seconda Guerra Mondiale


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy