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Guadalcanal (parte 3)

di Bernard Millot

LA MINACCIA SUSSISTE
Durante la giornata del 13 novembre, l'aviazione da ricognizione svolse un'intensa attività. I gruppi di B.17 dell'ammiraglio Fitch esplorarono larghe zone d'Oceano e uno di essi scoprì, nei pressi di Otong Java, il grosso delle forze nipponiche. Quasi contemporaneamente, un solitario B.17 avvistò la flotta di Tanaka, al di sopra della "Strettoia" (The Slot), che faceva rotta a sud-est. L'ammiraglio Kinkaid, a bordo dell'ENTERPRISE, pensava di profittare dell'ignoranza in cui, circa la sua presenza, si trovava il nemico e agire così in tutta sicurezza, quando, a mezzogiorno, i suoi operatori radar captarono un eco aereo. Alcuni caccia WILDCAT si portarono nella direzione dell'intruso e avvistarono subito un grosso idrovolante quadrimotore Kawanishi MAVIS. l'osservatore giapponese, prima di sparire tra le fiamme del suo aereo, ebbe il tempo di trasmettere un messaggio di contatto. Tuttavia, questo telegramma non parve raggiungere il proprio destinatario, in quanto nessun raid aereo nemico seguì a questa scoperta.
Per il comando americano, le intenzioni nipponiche erano chiare: da una parte, vi era una flotta di incrociatori che si avvicinava e che era visibilmente destinata al bombardamento di Guadalcanal; dall'altra, una diversa formazione scendeva verso l'isola, con la manifesta intenzione di sbarcare rinforzi per la guarnigione giapponese. L'ammiraglio Halsey diede ordine all'ammiraglio Kinkaid di avvicinarsi a Guadalcanal, continuando a restare a sud, e a Lee di intervenire al più presto. Ma Kinkaid aveva consigliato a Lee di incrociare, durante tutta la giornata del 13 a sud-ovest, al fine di sfuggire alle ricognizioni nipponiche e di conservare così l'anonimato. Quando l'ammiraglio Halsey insistette nuovamente perché Lee intervenisse, era già troppo tardi perché questi potesse giungere tempestivamente sul posto.
Verso mezzanotte, la squadra del viceammiraglio Mikawa arrivò a nord di Savo senza aver incontrato la minima opposizione. Mikawa distaccò allora il gruppo Nishimura, destinato al bombardamento vero e proprio, mentre egli stesso avrebbe incrociato a ovest di Savo per proteggerne l'azione. I due incrociatori pesanti , l'incrociatore leggero TENRYU e quattro caccia passarono a sud di Savo, costeggiarono Guadalcanal e, arrivati verso le 01.30 h al largo della Punta Lunga, aprirono il fuoco. Circa 1.000 obici da 203 mm, caricati con esplosivo ad alto potenziale, furono spediti in più di mezz'ora sull'aerodromo e sulle sue installazioni.
Una volta ancora si scatenò l'inferno e gli Americani, impotenti, dovettero rintanarsi. Nel corso del bombardamento, la sola opposizione venne dal coraggioso intervento di qualche motosilurante di base a Tulagi. Nessuno dei siluri lanciati andò a bersaglio, ma quest'inattesa uscita indusse Nishimura a non trattenersi troppo a lungo nei paraggi e, alle 02.05 h, egli fece mettere la prora a nord. Raggiunte le navi di Mikawa, entrambi fecero rotta per Shortland.
Quando si levò il giorno, gli Americani di Henderson Field poterono constatare i danni subiti nel corso della nottata. Un Dauntless e 17 caccia erano completamente distrutti e 32 altri velivoli più o meno danneggiati. Il colpo era rude, ma l'aerodromo e diversi aerei restavano utilizzabili.

LA VITTORIA DELLE ALI
Qualche ricognitore prese il volo, come pure gli esploratori dell'ammiraglio Fitch e, a far tempo dalle 07.00 h del mattino del 14 novembre, cominciarono a giungere numerose segnalazioni. Due squadre nipponiche erano segnalate e gli Americani non poterono resistere al richiamo di vendicarsi del terribile bombardamento notturno, attaccando la flotta di Mikawa che si ritirava verso ovest. Senza perdere un solo minuto, un primo gruppo aereo comprendente 7 WILDCAT, 7 DAUNTLESS e 6 AVENGER decollò in direzione ovest.
Verso le 08.00 h, fu stabilito il contatto visivo e poco dopo cominciò l'attacco. Con foga e mordente notevoli, gli aviatori americani piazzarono diverse bombe sull'incrociatore pesante KINUGASA e sull'incrociatore leggero ISUZU. I venti aerei americani, alle 10.15 h erano tutti di ritorno a Henderson Field. La formazione nipponica era stata costretta ad evoluire freneticamente per sfuggire ai colpi, e così essa perdette tutto il suo vantaggio. I due incrociatori colpiti bruciavano.
Nel frattempo, gli aviatori dell'ENTERPRISE ardevano d'impazienza. Poco dopo le 07.00 h, un ricognitore lanciò un messaggio d'allarme, d'altronde errato, ma che ebbe per effetto di provocare la prematura partenza della prima ondata d'attacco della portaerei. Una formazione comprendente 10 WILDCAT 17 DAUNTLESS s'involò e fece rotta verso la flotta di Mikawa che un secondo messaggio, quello esatto, aveva localizzato. I due DAUNTLESS da ricognizione, gli stessi che avevano lanciato questo secondo messaggio, decisero anch'essi di attaccare, malgrado l'intenso fuoco di sbarramento. Una delle due bombe colpì, alle 09.15 h, il già avariato KINUGASA.
Alle 09.50 h, la formazione dell'ENTERPRISE arrivò sul posto e, prima di attaccare, iniziò le ricerche. Non avendo scoperto la seconda flotta nemica, il capo della formazione americana si lanciò all'attacco e, per due ore, i suoi aerei s'accanirono contro le navi nipponiche. L'incrociatore KINUGASA fu spacciato, mentre il MAYA, il CHOKAI, l'ISUZU e il MICHISHIO vennero danneggiati a gradi diversi. Tuttavia, tutte le navi di Mikawa, eccettuato il KINUGASA, riguadagnarono Shortland.
Il calvario di Mikawa aveva consentito a Tanaka di progredire senza essere disturbato, essendo concentrata l'attenzione degli Americani sulla flotta responsabile del bombardamento della notte precedente. Non fu che verso le 08.30 h che altri due DAUNTLESS da ricognizione scoprirono , tra la Nuova Georgia e Santa Isabel, le 22 navi di Tanaka. Uno dei due "tuffatori" americani piazzò la propria bomba su un grosso trasporto che si incendiò.
Informata della scoperta, la portaerei HIYO aveva inviato sette caccia ZERO per proteggere Tanaka. Questi monoposto intercettarono i due DAUNTLESS e ne abbatterono uno. L'altro raggiunse l'ENTERPRISE e appontò con i serbatoi completamente vuoti. Da quel momento vi fu il segnale di "caccia libera" e tutto fu messo in opera per distruggere questo convoglio di rinforzi giapponesi. Gli aviatori americani conobbero una delle più dure giornate della campagna.
Una prima ondata, articolantesi su 18 DAUNTLESS, 7 AVENGER e 12 WILDCAT, s'involò da Henderson Field e, alle 11.50 h, il contatto venne stabilito. L'attacco, che seguì immediatamente, fu coronato da successo. malgrado la dispersione ordinata da Tanaka, parecchi trasporti vennero colpiti. La seconda ondata, forte di 17 DAUNTLESS e di un gruppo di WILDCAT, passò all'attacco poco dopo le 13,00 h e registrò nuovi colpi a bersaglio.
L'ammiraglio Kondo, comprendendo il pericolo che correvano le navi di Tanaka, fece partire 15 ZERO. Questi arrivarono al di sopra del convoglio per intercettare, verso le 14.30 h, un egual numero di Fortezze Volanti B.17 provenienti da Espiritu Santu. Una sola delle bombe sganciate colpì una nave nipponica. L'ostinato Tanaka faceva sempre rotta per sud-est, ma la sua marcia era già segnata da rottami in fiamme.
Gli aviatori di Henderson Field tornavano ad atterrare, facevano il pieno e ripartivano, mentre dall'ENTERPRISE s'involavano nuovi gruppi d'attacco. Questa battaglia prese rapidamente l'andamento di una caccia; desiderando ciascuno prendersi una parte del successo e comprendendo soprattutto quali disastrose conseguenze avrebbe avuto, per il perimetro americano, l'arrivo di tutto questo convoglio di rinforzi.
Un gruppo di 8 DAUNTLESS e 12 WILDCAT, appartenenti all'Air Group 10 dell'ENTERPRISE, decollò verso le 13.10 h e verso le 15.30 h giunse al di sopra degli obbiettivi. Lo spettacolo era impressionante; i bastimenti nipponici evoluivano in tutti i sensi, cercando di evitare le bombe. Dopo nuovi successi, tutti gli aerei dell'ENTERPRISE atterrarono a Guadalcanal. L'aviazione di Henderson Field continuò il suo sforzo durante tutta questa giornata e malgrado qualche perdita motivata dall'arrivo al disopra della flotta di Tanaka di nuovi gruppi di ZERO, i raid proseguirono fino a notte.
Quando cadde l'oscurità, Tanaka aveva perduto 11 trasporti, ma i suoi 11 caccia erano praticamente illesi. Egli fece trasbordare sui caccia le truppe dei trasporti in affondamento e proseguì coraggiosamente la sua marci verso Guadalcanal, dove contava di giungere verso mezzanotte.
Questa giornata del 14 novembre fu dunque caratterizzata da una successione di battaglie aeronavali nel corso delle quali gli Americani, al prezzo di soli cinque apparecchi, affondarono un incrociatore pesante, sette trasporti e danneggiarono un certo numero di navi nipponiche.
Questa reazione ebbe per effetto, per la sua intensità e i suoi risultati, di modificare profondamente il piano operativo nipponico. La squadra dell'ammiraglio Mikawa doveva, dopo il bombardamento di Guadalcanal, raggiungere Tanaka e proteggerlo fino al compimento della sua missione. Gli attacchi aerei costrinsero Mikawa a fuggire lontano verso nord-ovest, impedendogli così di riunirsi a Tanaka. Apprendendo questi avvenimenti, , l'ammiraglio Kondo risolvette di finirla, ovvero riprendere personalmente l'incompiuta missione di Mikawa e distruggere una volta per tutte questo terribile nido di vespe che era l'aeroporto di Guadalcanal.
Lanciandosi in direzione sud con la nave da battaglia KIRISHIMA, gli incrociatori TAKAO, ATAGO, NAGARA e SENDAI e 9 caccia, Kondo voleva "accoppare" Guadalcanal e consentire nel medesimo tempo a Tanaka di sbarcare i rinforzi in tutta sicurezza. Questo bombardamento del perimetro americano attorno all'aeroporto prometteva di essere terribile e definitivo, se si osservavano i mezzi spiegati e, soprattutto la collera di Kondo. Un'altra sorpresa attendeva però i Giapponesi!

KING KONG LEE
Si sapeva che quando gli Americani avevano deciso di far intervenire le loro grosse unità, esse non avevano potuto farlo che con un certo ritardo, in ragione delle riparazioni cui l'ENTERPRISE era ancora sottoposta. Per l'urgenza della situazione, i lavori vennero interrotti e l'ammiraglio Kinkaid prese il mare con l'ENTERPRISE, le navi da battaglia WASHINGTON e SOUTH DAKOTA, gli incrociatori NOTHHAMPTON e SAN DIEGO e 8 caccia.
A quell'epoca, l'ENTERPRISE restava l'unica portaerei americana disponibile e l'ammiraglio Halsey non intendeva arrischiarla in un'azione azzardata; così egli ordinò a Kinkaid di mantenersi fuori dal raggio d'azione dei ricognitori giapponesi. Questa decisione aveva avuto per effetto di mantenere la portaerei e le navi da battaglia in prudente attesa fino alla serata del 13 novembre. Tuttavia, nella serata del 13, le due corazzate s'erano distaccate per far rotta a nord, al fine di intercettare la squadra di Mikawa, ma nell'impossibilità di giungere in tempo, avevano fatto mezzo giro e riguadagnato una zona di pattuglia a sud-ovest. Esse sfuggirono così agli osservatori nipponici e costituirono una presenza inaspettata, come d'altronde sperava l'ammiraglio Kinkaid. Quando nel pomeriggio del 14 novembre, il sommergibile TROUT si rese conto che aveva appena attaccato senza successo una grossa flotta nemica che si avvicinava a Guadalcanal, l'ammiraglio Lee comprese che era il momento di agire. Egli fece rotta in direzione dell'isola verso le 20,00 h. il contrammiraglio Willis A. Lee aveva disposto le sue corazzate il linea di fila , la nave ammiraglia WASHINGTON in testa. Dinnanzi a a lui navigavano due caccia appartenenti al suo gruppo, il WALKE e il BENHAM, mentre gli altri due, il GWIN e il PRESTON, appartenevano al Task Group TG 67-4, dal quale erano stati distaccati. Nella fretta di intervenire, questa squadra non aveva avuto il tempo di addestrarsi e, inoltre, non aveva ricevuto né indicativo operativo, né denominazione radiofonica.
Questo dettaglio stava per avere minacciose conseguenze. Quando, verso le 21,00 h, Lee doppiò da ovest l'isola di Savo, tutto era tranquillo e nulla lasciava presagire che stesse per avere inizio una terribile battaglia. Lee non disponeva di nessuna nuova informazione, dopo quelle ricevute nel pomeriggio; così, era desideroso di conoscere precisazioni maggiori.
Amico personale del generale Archer Vandergrift, comandante della guarnigione americana di Guadalcanal, Lee trovò naturalissimo rivolgersi a lui: "Cactus (indicativo permanente del posto radiotrasmittente americano di Guadalcanal), qui Lee! Che sapete della situazione?". L'operatore radio a terra, non avendo ricevuto alcuna istruzione, rispose in tono scettico: "Non ne sappiamo nulla!". L'uomo stava per dare l'allarme, quando Lee insisté seccamente: "Cactus, qui Lee! Andate a dire al vostro gran capo che King Kong Lee è qua e vuole conoscere le ultime novità!".
Il soprannome di King Kong era stato attribuito a Lee al tempo del suo passaggio alla Naval School e d'altronde confermato da un suo ulteriore soggiorno in Cina. Vandergrift lo conosceva bene, ma prima che Cactus potesse dare una risposta, Lee intese una strana conversazione sulla rete radiofonica. Una voce diceva: "Ve ne sono due grosse, ma ignoro cosa possa essere!".
Un'altra rispondeva: "Spediamo loro un confetto (un siluro)!".
L'ammiraglio Lee comprese che questo dialogo si intrecciava tra due motosiluranti in pattuglia e, per dissipare ogni dubbio ed evitare una fatale disgrazia, lanciò sulle onde radio la sua celebre frase: "Qui King Kong Lee! Scartatevi! Arrivo!".

L'AVVICINAMENTO DEL 14 NOVEMBRE
Come sempre, i Giapponesi arrivarono in diversi gruppi e su rotte differenti. Tre formazioni nipponiche si avvicinavano: In testa, un gruppo di protezione avanzato, sotto gli ordine dell'contrammiraglio Hashimoto, comprendeva l'incrociatore leggero SENDAI e tre caccia. Poi un gruppo di protezione ravvicinata, comandato dal contrammiraglio Kimura, formato dall'incrociatore leggero NAGARA e da sei caccia. Infine, il grosso delle forze, sotto gli ordini diretti di Kondo, costituito dagli incrociatori pesanti ATAGO e TAKAO e dalla nave da battaglia KIRISHIMA.
In quel momento, le forze navali giapponesi arrivarono nei paraggi a nord di Savo; a bordo di ciascuna nave, ci si apprestava a effettuare il più terrificante bombardamento che Guadalcanal avesse mai subito. Tuttavia, il contrammiraglio Hashimoto, imbarcato sul SENDAI che navigava a circa 3 mg dinnanzi agli altri gruppi, ebbe per primo il presentimento che qualcosa di importante stesse per accadere. Ciò avveniva, forse, per quella strana calma che regnava, giacché nessuno, in campo nipponico era al corrente della presenza delle navi americane.
Nel frattempo, le navi dell'ammiraglio Lee avevano virato a est, poi, alle 21.50 h, avevano fatto rotta a sud-est in direzione del "fondale della ferraglia". Il gruppo del SENDAI arrivava da sud su una rotta convergente. Quello che pareva incredibile, ma che tuttavia avvenne realmente, è che una volta di più gli occhi delle vedette nipponiche si rivelarono superiori ai radar americani. Infatti alle 22.10 h, una vedetta del SENDAI vide le navi di Lee di prora.
Il messaggio d'allarme elettrizzò l'ammiraglio Kondo che diede tosto gli ordini, in vista dell'imminente combattimento. Il contrammiraglio Hashimoto inviò i due caccia URANAMI e AYANAMI a pattugliare a sud di Savo, al fine di proteggere il suo fianco dritto, mentre il SENDAI, e il caccia SHIKINAMI iniziarono un lungo e discreto inseguimento degli Americani. Il gruppo Kimura mise prora a sud, per passare a sud di Savo sulle tracce dei due caccia di Hashimoto e per costituire così uno schermo dinnanzi al grosso delle forze nipponiche.
Come già sappiamo, gli Americani ignoravano tutto ciò che avveniva. L'ammiraglio Lee si trovava al disopra del "fondale della ferraglia" e, poco prima della 23.00 h non avendo vista nulla ed essendo arrivato al punto più meridionale della sua rotta di pattuglia, ordinò di effettuare una contromarcia e di mettere prora a ovest. Le sue navi avevano appena ripreso il loro posto dopo quest'evoluzione , quando il radar della WASHINGTON registrò un eco a 9 mg in direzione nord-ovest. Nello spazio di un quarto d'ora, gli echi si fecero più chiari permettendo ai telepuntatori di regolare l'artiglieria: Alle 23.17 h, la WASHINGTON e la SOUTH DAKOTA spedirono la prima salva dei loro grossi proietti da 406 mm. I caccia americani, che navigavano davanti e non avevano visto nulla, furono stupiti nell'udire il potente fragore delle prime bordate.
Il SENDAI e lo SHIKINAMI, terrorizzati di servire da bersaglio a cannoni tanto grossi, virarono di bordo e fuggirono verso nord. L'contrammiraglio Hashimoto aveva avuto una felice ispirazione quando aveva distaccato due dei suoi caccia a est, prevedendo senza dubbio la probabile rotta del nemico. Infatti le sue due piccole navi avevano dunque "tagliato la strada" e si ritrovavano su una rotta parallela a quella dei loro consimili americani.
Il caccia WALKE fu il primo ad accorgersene e, alle 23.22 h, sparò qualche colpo da 127 mm. Il BENHAM e il PRESTON l'imitarono subito seguiti poco dopo da GWIN. In quella stessa ora, la formazione americana cambiò rotta e diresse per ovest-nord-ovest. Dalla sua nuova posizione, il caccia GWIN rilevò per primo il gruppo navale di Kimura, col quale ingaggiò subito un violento duello d'artiglieria.

IL COMBATTIMENTO DEI TITANI
Poco prima delle 23,30 h, tutte le navi americane erano impegnate e sparavano con tutti i loro pezzi sui due gruppi nipponici di protezione. Ancora una volta i marinai del Mikado diedero prova della loro rimarchevole padronanza nel combattimento notturno e dell'eccellenza dei loro attacchi siluranti. I caccia URANAMI e AYANAMI puntarono i loro tubi e lanciarono i propri ordigni.
Dopo parecchi minuti, il duello d'artiglieria infuriava e le acque del "fondale della ferraglia" erano illuminate in continuazione dalle luci della partenza dei colpi e dai chiarori delle esplosioni. Il caccia WALKE fu il primo a soffrire del tiro molto preciso del nemico; esso dovette abbattersi sul fianco destro. Colpito molto gravemente alla sala macchine, immediatamente non poté proseguire il combattimento. Il GWIN, che seguiva, fu squassato da salve successive che lo disarmarono. Fu allora che i "long lances" giapponesi arrivarono. Alle 23.38 h, un siluro sradicò tutta la prora del WALKE e un altro amputò il BENSON della poppa. In sedici minuti, i quattro caccia americani erano stati messi tutti fuori combattimento.
Per colmo di sfortuna, la corazzata SOUTH DAKOTA ebbe, poco dopo le 23.39 h, un guasto al circuito di alimentazione generale di energia elettrica. I radar si fermarono, le torri non poterono più sparare e gli elevatori rimasero bloccati. La SOUTH DAKOTA era ormai cieca e non poteva più combattere. In quel momento, il caccia AYANAMI era stato colpito dagli obici americani e l'URANAMI continuava a restare nelle vicinanze per soccorrerlo.
A bordo della corazzata WASHINGTON, sola nave americana in grado di combattere, la situazione era difficile; infatti, gli operatori radar avevano costantemente distratta l'attenzione dai molteplici echi riflessi dalle navi giapponesi che navigavano nei paraggi. Fu durante questo periodo che si ebbero i primi naufragi. Il caccia WALKE, mutilato e in fiamme, affondò alle 23,42 h, seguito quattro minuti dopo dal PRESTON. Le granate A.S. di questi due caccia non erano state disinnescate ed esplosero poco dopo, uccidendo la maggior parte dei naufraghi e danneggiando il GWIN che passava in quel momento. Il BENHAM si trascinava lentamente verso ovest, al fine di sgombrare la rotta delle corazzate, ma non poté allontanarsi troppo velocemente, in modo che la SOUTH DAKOTA fu costretta a una brusca accostata verso sud per evitarlo.
Questa prima parte della battaglia era stata un disastro per gli Americani, perché i quattro loro caccia erano stati eliminati. La SOUTH DAKOTA era paralizzata e solo la WASHINGTON manteneva a distanza col suo fuoco i numerosi piccoli gruppi avversari. Alle 02.36 h, dopo più di due ore di avaria, la SOUTH DAKOTA riebbe nuovamente la corrente elettrica e poté recuperare le proprie facoltà. La prima salva partì dalla torre poppiera in direzione del SENDAI che seguiva sempre la linea delle navi americane. Questo tiro, effettuato quasi assialmente, incendiò come torce gli idrovolanti posati sulle catapulte e la corazzata si trovò immediatamente illuminata. La seconda salva fece cadere gli aerei in mare ed estinse contemporaneamente gli incendi.
Le corazzate americane navigavano su rotte parallele e leggermente scalate: la SOUTH DAKOTA si trovava più a nord, dunque più vicina al nemico. La sua rotta la fece avvicinare ancor di più ai gruppi di Kimura e di Kondo. L'ammiraglio Kondo, perfettamente informato circa la situazione del nemico, accorse ed entrò in scena per la prima volta. Poco prima delle 23.50 h, l'ammiraglio Lee aveva ordinato ai suoi caccia ancora a galla di fuggire verso sud-ovest, mentre i Giapponesi effettuavano, a sua insaputa, un pesante attacco silurante. Qualche minuto dopo gli ordigni arrivarono minacciosi. Per un miracolo, le vedette della SOUTH DAKOTA notarono gli ordigni e diedero l'allarme. La corazzata, tuttavia, non ebbe tempo di manovrare, tanto i siluri le erano vicini. Ognuno a bordo si attendeva l'inevitabile e indubbiamente fatale urto. Vi fu qualche secondo d'angoscia, ma non accadde nulla. I 34 siluri nipponici stavano passando inoffensivi tutti attorno alla grande nave.
Cessato quest'allarme, ma non avendo potuto ricostruire il complicato rebus di tutte le relative posizioni dei diversi e numerosi gruppi avversari, la SOUTH DAKOTA si avvicinava sempre, a sua insaputa, al grosso del nemico. Improvvisamente, alla distanza incredibilmente corta di 4.500 m, alcuni proiettori giapponesi illuminarono la SOUTH DAKOTA che servì allora da bersaglio a tutte le armi del nemico. I siluri passarono di nuovo senza colpirla, ma i grossi proiettili iniziarono la loro opera distruttiva. La SOUTH DAKOTA ne soffrì, ma rispose con tutti i suoi cannoni. La WASHINGTON, più arretrata, profittò dell'occasione per rilevare e inquadrare la KIRISHIMA. Nel corso dei minuti che seguirono, tutta l'attenzione dei Giapponesi si trovò concentrata sulla SOUTH DAKOTA, sempre illuminata. Il calvario della corazzata americana ebbe tuttavia una benefica contropartita, perché la WASHINGTON poté allora "accoppare" la KIRISHIMA senza ricevere il minimo danno.
La pioggia di colpi che ricevette la corazzata nipponica (Si stima che essa ricevette 9 proiettili da 406 mm e 40 da 127 mm) le fu fatale. In meno di dieci minuti , la KIRISHIMA fu squassata e divenne incapace di governare. Le sue sovrastrutture erano divorate da un gigantesco incendio. Dal canto suo, la SOUTH DAKOTA era fortemente danneggiata. Privata dei suoi mezzi radio, una torretta dell'artiglieria principale bloccata, numeroso personale perduto, la corazzata americana non era più in grado di proseguire la lotta. Il suo comandante, capitano di vascello Gatch, prese la decisione di battere in ritirata e di far rotta a sud-ovest. L'ammiraglio Lee, a bordo della WASHINGTON, era inquieto per il silenzio della SOUTH DAKOTA. Egli tentò di comunicare, ma invano. Furono i suoi radar che lo misero al corrente delle intenzioni del comandante Gatch.

SOLA CONTRO TUTTI
Subito adirato per quella che poteva essere presa come una diserzione, Lee, finalmente, pensò che era meglio che la SOUTH DAKOTA si allontanasse, se non aveva più i mezzi per combattere. In quel momento, Lee restava solo contro i Giapponesi. Giammai, s'era vista una corazzata lottare completamente sola contro una muta di navi nemiche lanciate sulle sue tracce. Lee accolse la sfida e ne accettò i rischi. Egli continuò a navigare per ovest-nord-ovest, al fine di coprire la ritirata della SOUTH DAKOTA, poi alle 00.00 h, mise la prora a nord-ovest.
Questo cambiamento di direzione portò a un movimento di tutti i gruppi nemici. In effetti, i Giapponesi credettero che la corazzata americana cercasse di intercettare le navi di Tanaka e i loro preziosi rinforzi. Tutti i gruppi fecero egualmente rotta a nord. L'ammiraglio Kondo era stato profondamente colpito dalla messa fuori combattimento della KIRISHIMA e, inoltre, gli enormi proietti da 406 mm della WASHINGTON gli incutevano un giustificato rispetto. Infine, per Kondo, continuare la ricerca degli Americani significava esporsi, al levar del giorno, ai colpi della temibile aviazione di Guadalcanal. La perdita, nelle medesime condizioni, dell'HIEI ne era una prova piuttosto eloquente.
Alle 00.25 h, l'ammiraglio Kondo prese la decisione di abbandonare la ricerca e di ritirarsi. Coperti da una cortina fumogena, la maggior parte dei gruppi nipponici s'allontanarono in direzione sud, a esclusione di qualche unità che aveva il compito di coprire la ritirata. L'ammiraglio Lee, attraverso il radar, notò questo movimento del nemico e se ne rallegrò, ma la battaglia, per intanto, non era ancora terminata.
Alle 00.33 h, la WASHINGTON fece mezzo giro per prendere la direzione del sud, ma aveva appena assunto questa nuova rotta che un latro pericolo apparve. In effetti non si seppe mai se Tanaka fu avvertito, oppure se presentì la presenza di Lee, ma egli aveva distaccato due dei suoi caccia non carichi di truppe, il KAGERO e l'OYASHIO, per proteggere il proprio fianco sinistro. Queste due navi arrivarono da nord-ovest e notarono la WASHINGTON nel momento in cui virava di bordo. Qualche minuto dopo, diversi siluri furono lanciati e certuni esplosero nei grandi risucchi della scia della corazzata americana. Fu allora che Lee venne informato che le unità del gruppo Kimura , tra le quali l'incrociatore leggero NAGARA, lo seguivano sempre dal lato sinistro . L'ammiraglio americano decise allora di forzare l'andatura e di piegare verso ovest, al fine di portare gli inseguitori lontano dalle navi americane che, a loro volta, stavano ripiegando verso sud-ovest.
La WASHINGTON passò, verso le 00.50, a meno di 4 Km dalle isole Russell e, alle 01.10 h, mise la prora a sud. I suoi inseguitori abbandonarono la partita e virarono definitivamente in direzione nord. La battaglia di Guadalcanal poteva dirsi finalmente terminata. Verso le 09.00 h del 15 novembre, la Washington raggiunse la SOUTH DAKOTA ed entrambe fecero rotta su Noumea. Su una rotta parallela, i caccia BENHAM e GWIN tentavano di raggiungere una base amica, ma il BENHAM, gravemente avariato, lottava sempre per sopravvivere. Nel corso del pomeriggio del 15 novembre , le avarie del BENHAM si aggravarono e il GWIN fu costretto a imbarcarne l'equipaggio per poi finirlo a cannonate.
Nell'altro campo, se la maggior parte delle forze navali facevano rotta verso nord, la KIRISHIMA era ferma e bruciava.
L'incrociatore leggero SENDAI e quattro caccia assistevano la loro grande sorella in agonia e, verso le 03.00 h, il comandante della corazzata si rese conto che più nulla ormai poteva salvare la nave. L'equipaggio trasbordò sulle navi di soccorso e, alle 03.20 h, la KIRISHIMA, sabotata, scomparve tra i flutti al largo di Savo, non lontana dalla tomba liquida della sua gemella HIEI. Poco prima, il caccia AYANAMI, completamente fuori combattimento e sabotato dal suo equipaggio era affondato.

I MASSACRI DEL 15 NOVEMBRE
Nel frattempo, l'ammiraglio Tanaka, cui incombeva l'onere di condurre i rinforzi giapponesi, aveva incrociato al largo durante la battaglia e, quando gli scontri erano cessati, aveva preso la coraggiosa decisione di proseguire a qualsiasi costo la sua missione. Le sue navi misero nuovamente la prora a sud e, alle 04.00 h, si presentarono davanti a Tassafaronga. I quattro trasporti sopravvissuti HIROKAWA MARU, YAMAURA MARU, YAMATSUKI MARU e KINUGAWA MARU s'accostarono alla riva per facilitare le operazioni di sbarco, mentre gli undici caccia si sistemavano a circa 200 m dalla costa.
Non sembra che le truppe imbarcate sui caccia abbiano avuto il tempo di scendere tutte a terra, infatti, poco tempo dopo aver dato fondo, i "levrieri" di Tanaka ripresero precipitosamente il mare per non essere assaliti dagli aerei di Henderson Field. Essi, verso la mezzanotte di quello stesso giorno, giunsero tutti indenni a Shortland.
Il giorno s'era appena levato, quando un velivolo americano scoprì i trasporti giapponesi davanti a Tassafaronga. Fu subito dato l'allarme e poco dopo incominciò il massacro. Tutti gli aerei disponibili presero il volo e, nel corso della giornata, tornarono frequentemente per rifornirsi. Durante più di dieci ore, gli apparecchi si alternarono al di sopra della testa di ponte nipponica, d'altronde sostenuti dal tiro delle batterie costiere americane che prendevano d'infilata le spiagge di sbarco.
Fu un vero massacro e molti aviatori americani furono nauseati dinnanzi a quest'orribile spettacolo di sterminio, tuttavia necessario. Alcuni dei piloti che passavano a volo radente, videro la riva ingombra di cadaveri e di resti umani. La risacca delle onde era tinta di rosso. I trasporti bruciavano, saltavano, mentre a terra i raggruppamenti di truppe e materiale erano letteralmente disintegrati sotto gli obici, la mitraglia e le bombe. Nel corso della giornata, il caccia MEADE, proveniente da Tulagi, completò l'opera di distruzione dei cannoni e degli aerei. Ciò che i Giapponesi riuscirono a salvare dal disastro fu insignificante e non influì in alcun modo sulla situazione tattica a terra.

CONCLUSIONE
Questa importante battaglia di Guadalcanal che, in effetti, raggruppa quattro azioni distinte, durò dunque due giorni e tre notti. La battaglia navale della notte dal 12 al 13 novembre dimostrò, una volta ancora, la mancanza di coordinazione e la notoria debolezza degli Americani nel combattimento notturno. Essa dimostrò egualmente la carenza nella razionale utilizzazione dei siluri, come l'assenza di preparazione e di strutturazione delle flotte impiegate. Gli Americani avevano costituito i gruppi di Callaghan e Scott in funzione della situazione, senza procedere preliminarmente a un metodico addestramento, in particolare notturno.
Infine, i marinai americani temevano il combattimento notturno; timore giustificato dalle sfortunate azioni precedenti. Gli Americani non partivano già battuti, e il loro coraggio testimonia del contrario, ma la maggior parte di essi si sentivano perduti se la situazione non andava subito a loro vantaggio. Comportamento che, di giorno, era totalmente differente.
La tattica impiegata dall'ammiraglio Callaghan era criticabile, infatti egli si gettò come un cieco nel dispositivo giapponese. L'ammiraglio Abe gli tagliò la T e, malgrado una certa confusione, distrusse le navi americane che vicendevolmente si disturbavano e si coprivano. Sul piano tattico, era una incontestabile vittoria giapponese, ma strategicamente, l'involontario sacrificio di Callaghan e Scott, come la perdita di diverse navi e numerosi marinai, avevano impedito il bombardamento di Guadalcanal, consentendo così all'aviazione di non essere distrutta al suolo. Queste sono le essenziali lezioni che si possono trarre da questo scontro navale.
Il bombardamento navale giapponese della notte tra il 13 e il 14 novembre non fu effettuato che da due incrociatori pesanti dell'ammiraglio Nishimura e i danni causati non furono tanto gravi come si sarebbe potuto credere. Era una conseguenza del sacrificio americano della vigilia. Malgrado le perdite, l'aviazione di Henderson Field poté, all'alba dell'indomani, partecipare a una delle più grandi battaglie aeree della campagna di Guadalcanal. Attaccando al largo i due gruppi navali nipponici scoperti, gli aviatori americani distrussero l'incrociatore pesante KINUGASA e sette trasporti di Tanaka, impedendo anche la prevista riunione Tanaka-Mikawa. Questa giornata del 14 novembre si concluse con una brillante vittoria americana che rovesciò i piani giapponesi e ridiede fiducia ai combattenti statunitensi.
La notte dal 14 al 15 novembre fu contrassegnata da una nuova battaglia navale, nel corso della quale, per la prima e unica volta durante la guerra del Pacifico, le corazzate avversarie si affrontarono. L'ammiraglio Lee guidò le sue navi con molto più brio che il suo disgraziato collega Callaghan. Non solo impedì un nuovo bombardamento del perimetro americano, ma mise fuori combattimento la corazzata KIRISHIMA e il caccia AYANAMI. Si può semplicemente rimproverargli di non aver usato i suoi quattro caccia in attacchi siluranti coordinati. Era una vittoria, sia strategica che tattica, in quanto non fu ottenuta che al prezzo di quattro caccia. I danni subiti dalla SOUTH DAKOTA e dal caccia GWIN, invece, furono facilmente riparati.
Benché i Giapponesi abbiano condotto le loro operazioni con talento e coraggio, rimane un certo numero di interrogativi. In effetti, ci si può domandare: perché divisero le loro forze, d'altronde, secondo l'abitudine, invece di lasciarle raggruppate e riportare così una vittoria esaltante e forse decisiva? Perché non fecero intervenire più direttamente le portaerei HIYO e JUNYO, invece di mantenerle lontano a nord, sacrificandole in un limitato ruolo di appoggio aereo?
Infine, la decisione di Tanaka di proseguire ad ogni costo la marcia dei rinforzi, malgrado le perdite che, in altri tempi, avrebbero motivato la ritirata, rimane confusa. Questa tenacia e quest'ostinazione non furono motivate soltanto da Tanaka, ma furono anche la conseguenza del lamentevole stato in cui si trovavano le truppe giapponesi di Guadalcanal; stato che giustificava i più grandi sacrifici da parte della Marina imperiale.
Ciò che sembra aver considerevolmente influenzato sull'attitudine e le decisioni dei capi giapponesi fu senza dubbio la minaccia, d'altronde reale, che faceva pesare l'aviazione americana di Guadalcanal. Minaccia che motivò il ripiegamento di Abe (13 novembre) e l'abbandono di Kondo dell'inseguimento di Lee (15 novembre).
Infine, durante la giornata del 15, la distruzione dei quattro ultimi trasporti di Tanaka e l'annientamento della maggior parte dei rinforzi sbarcati, consacrarono la generale vittoria americana. Infatti, se si considerano le intenzioni iniziali che erano, ricordiamolo, l'invio di reciproci rinforzi a Guadalcanal, l'attribuzione della vittoria non poteva lasciare alcun dubbio. Mentre l'ammiraglio Turner era riuscito a sbarcare tutte le sue truppe e quasi tutto il suo materiale, la tragica sorte dei trasporti nipponici è ben nota.
Inoltre, i bombardamenti navali del perimetro americano non avevano potuto essere realizzati come previsto, lasciando i difensori di Vandergrift praticamente intatti. Dopo questo fatto, le forze terrestri nipponiche non avevano alcuna speranza di riportare una definitiva vittoria che avrebbe loro consentito di riconquistare il tanto conteso aerodromo di Henderson Field. Questa vittoria americana ebbe un'altra conseguenza nel fatto che, considerevolmente rinforzate, le forze del generale Vandergrift poterono da allora passare all'offensiva e dar inizio al progressivo rigetto delle decimate truppe avversarie.

Nell'immagine, il contrammiraglio Willis A. Lee a bordo della nave da battaglia USS Washington.

Articolo pubblicato sulla rivista Interconair Aviazione e Marina n°65 del mese di marzo del 1970.Documento inserito il: 03/12/2016
  • TAG: battaglia guadalcanal, seconda guerra mondiale, savo, tassafaronga, guerra pacifico, ammiraglio kondo, ammiraglio lee

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