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Guadalcanal (Parte 2)

di Bernard Millot

I PRIMI CONTATTIBernard Millot
Fu l'operatore radar dell'incrociatore HELENA che, poco dopo mezzanotte, registrò per primo un contatto radio-elettrico, anche se si guardò bene dal comunicare la notizia, per non seminare inutilmente il disordine. Attese dunque la conferma del contatto. Qualche minuto dopo, fu scoperta un'altra traccia sospetta. Verso le 01.15 h, la squadra americana, rotta a ovest, doppiò la Punta Lunga. Non fu che alle 01.24 h, a seguito di nuovi e nettissimi echi, che l'HELENA lanciò l'allarme.
Il nemico si trovava allora tra i quadrati 310 e 312 a distanze comprese tra i 25 e i 30 Km. Tre minuti dopo, l'ammiraglio Callaghan ordinò un cambiamento di rotta per nord-ovest. Il radar dell'HELENA seguiva sempre gli echi e, alle 01.30 h segnalò che la distanza diminuiva rapidamente e che il nemico si trovava ormai a 13 Km, in rotta nel quadrato 105, alla velocità di 23 nodi. Callaghan, costretto a interrogare le navi della sua flotta che avevano scoperto i Giapponesi, prese allora una delle più criticabili decisioni. In effetti, alle 01.37 h, egli diede l'ordine di virare per nord dritto sul nemico. La formazione americana, sempre in linea di fila, cadeva nella trappola, in quanto si esponeva a farsi tagliare la T. Inoltre, correndo dritto sul nemico alla velocità relativa di 40 nodi, Callaghan si privava così del beneficio del rilevamento a distanza dei suoi radar.
Fu circa in questo momento che le vedette nipponiche avvistarono gli Americani. Erano circa le 01.45 h, quando una vedetta della corazzata HIEI gridò: "Quattro oggetti neri somiglianti a navi da guerra. Cinque gradi a babordo. Distanza 8.000 - 9.000 m!

SORPRESE E CONFUSIONI
L'ammiraglio Abe fu stupefatto, perché non si attendeva che quella notte gli Americani facessero opposizione. Ciò era tanto contrario alle abitudini del nemico che egli non aveva mai considerato seriamente quest'eventualità. Fu immediatamente trasmesso l'ordine di sostituire i proiettili incendiari , destinati al bombardamento, con obici dirompenti. Senza allarme, ma con straordinaria rapidità, l'ordine venne eseguito, salvando così le navi nipponiche da un disastro. In effetti, un solo proietto nemico avrebbe potuto trasformare le unità giapponesi, ingombre di cariche al fosforo, in torce mortali.
Gli Americani avevano rilevato i Giapponesi con notevole anticipo, ma le decisioni di Callaghan avevano molto presto annullato quest'enorme vantaggio. Fu in questo momento che, nella più totale oscurità, ancor più inspessita da una nebbia fluttuante a livello dell'acqua, il caccia CUSHING evitava la collisione con i suoi similari giapponesi YUDACHI e HARUSAME. La reciproca sorpresa fu tale che il comandante del CUSHING, alle 1.10 h, emise i segnali di riconoscimento. Un minuto dopo, il CUSHING accostava a sinistra per evitare l'urto, mentre i giapponesi viravano a est. Ciò che ne seguì è piuttosto sintomatico per comprendere quest'avvenimento. Se i Giapponesi si ripresero molto rapidamente e trasmisero la notizia al grosso della loro flotta, gli Americani, più a sud, furono posti fuori rotta dal cambiamento di marcia del CUSHING e una certa confusione apparve nelle rispettive rotte delle navi che seguivano. A tal punto, che l'ammiraglio Callaghan, sempre coi paraocchi, dovette domandare sul cavo radio-telefonico: "Ma in fine, cosa state facendo?". Il capitano di vascello Jenkins, comandante dell'ATLANTA, rispose: "Evito i nostri caccia!".

LA BATTAGLIA DI VENERDI' 13
Alle 01.42 h, l'ammiraglio Abe fu informato di questa situazione e ne approfittò per fare approntare le sue navi. Gli Americani perdettero egualmente il vantaggio dell'iniziativa dell'apertura del fuoco. Il capitano Stockes, comandante della Xa Divisione caccia e imbarcato sul JENKINS, domandò l'autorizzazione a lanciare i siluri, ma quando infine giunse la risposta affermativa, i caccia nipponici erano già spariti nella notte.
La confusione s'era impadronita di tutta la linea americana, a causa dell'intrecciarsi denso e incomprensibile delle conversazioni inter-navi e dell'ignoranza della maggior parte degli Americani circa l'esatta posizione dei bersagli da battere. Alle 01.45 h, Callaghan lanciò l'ordine che non risolvette il problema: "Tenersi pronti ad aprire il fuoco!". "Su chi?", pensarono i comandanti d'unità.
Fino a quel momento nessun colpo era stato scambiato e le navi evoluivano in una totale oscurità. Questo straordinario balletto non durò molto perché, alle 01.50 h, un proiettore giapponese si illuminò e una sciabolata di luce cadde repentinamente sul ponte dell'ATLANTA. I telemetri indicavano allora la distanza incredibilmente ridotta di 1.500 m. I cannoni da 127 mm dell'ATLANTA aprirono il fuoco e i loro colpi distrussero rapidamente la fonte della luce. Questa iniziativa non era però un vantaggio, perché essa non beneficiava più dell'effetto della sorpresa, avendo avuto i Giapponesi il tempo di scoprire il dispositivo avversario e di regolare i loro pezzi. Qualche secondo dopo, le prime salve nipponiche s'abbattevano sul ponte dell'ATLANTA, uccidendo l'ammiraglio e la maggior parte degli ufficiali del suo Stato Maggiore.
Dominando il frastuono del combattimento e il tumulto del circuito radio-telefonico interflotta, la voce dell'ammiraglio Callaghan annunciò: "Navi in ordine dispari, aprite il fuoco sulla dritta; navi in ordine pari, sulla sinistra!".
Era una saggia decisione, tendente a ridurre i deplorevoli effetti della sua tattica, ma giungeva troppo tardi e aumentò la confusione. Questa decisione era un implicito riconoscimento che le navi americane erano troppo vicine al nemico, per manovrare con qualche probabilità di successo.
Come sempre, i caccia giapponesi furono lesti a cogliere l'occasione per un attacco silurante. Giovandosi della loro eccellente specializzazione, molti di essi lanciarono i loro ordigni verso l'incrociatore ATLANTA, che si stagliava nettamente a causa dei molteplici incendi che divoravano le sue sovrastrutture. Un siluro, forse due, lo colpirono. Nell'enorme esplosione che si produsse, l'ATLANTA fu sollevato, squassato e, quando riprese pesantemente la sua linea di galleggiamento, era già trasformato in un immobile relitto.
lanciati a tutto vapore, i caccia di testa americani, mancanti di precise direttive, s'erano lasciati trascinare troppo lontano e, verso le 01.50 h, si trovarono all'interno stesso dello schieramento nipponico. Presi da due lati, essi dovevano pagar cara la loro audacia involontaria. Il CUSHING ricevette diversi colpi nella sala macchine e, privo ormai di forza motrice, corse dritto sulla corazzata HIEI. A meno di 900 m, lanciò sei siluri, nessuno dei quali colpì il mastodonte giapponese. Il raggio di un proiettore si arrestò allora sul CUSHING e una pioggia di proiettili di diverso calibro s'abbatté su di esso, riducendolo rapidamente allo stato di un relitto fumante che cominciava ad inabissarsi.
Il caccia LAFFEY, secondo della linea, si diresse anch'esso verso la HIEI, ma si ritrovò così vicino che i siluri che lanciò non ebbero il tempo di innescarsi. Il suo equipaggio si accontentò di "innaffiare" le sovrastrutture della nave da battaglia nipponica con una pioggia di proiettili di piccolo calibro che provocarono numerosi incendi. Appena il LAFFEY si scartò, diversi obici ed un siluro lo disintegrarono letteralmente. I marinai sopravvissuti saltarono in acqua, ma quando lo scafo del loro disgraziato caccia affondò, esso esplose e uccise la maggior parte di loro. Quest'ultimo coraggioso ma inutile attacco, impressionò tuttavia l'ammiraglio Abe al punto, che ordinò di far rotta per nord-ovest.
Il caccia STERETT, che seguiva, aprì il fuoco su molti obbiettivi, ma i numerosi barlumi e i fumi gli impedirono di aggiustare il tiro. Tre minuti dopo, una salva gli distrusse il timone e il radar. Il capitano di fregata Coward, comandante dello STERETT, decise di manovrare sulle eliche e di lanciare quattro siluri contro l'HIEI, ma non seppe mai se essi avessero colpito il segno, tanto la confusione e il frastuono erano grandi. Lo STERETT, tuttavia, riuscì a sottrarsi a quest'inferno.
L'O'BANNON, quarto caccia della linea americana, sparò senza sosta dopo l'inizio dello scontro e anch'egli si portò nei pressi dell'HIEI. Esso si avvicinò tanto che i cannoni da 356 mm del colosso nipponico non poterono avere tanta depressione da colpirlo. L'O'BANNON deviò immediatamente dalla sua rotta per evitare il relitto del LAFFEY che affondava. Al passaggio, i marinai gettarono dei giubbotti di salvataggio ai naufraghi. Poco dopo il caccia dovette manovrare brutalmente per evitare delle scie di siluri. Improvvisamente, una violenta esplosione subacquea scosse la nave. Nessuno poté sapere se era un siluro o la deflagrazione finale del LAFFEY ancora vicinissimo. L'O'BANNON fu gravemente danneggiato e dovette abbandonare il combattimento.
A seguito di questi attacchi, il viceammiraglio Abe, inquieto di sapere il nemico in mezzo alle sue forze, decise di ripiegare facendo rotta nord-nord-ovest. Tutte le sue navi virarono di bordo ma, nel corso dell'evoluzione, la HIEI, frenata dalle sue avarie, accumulò ritardo e si ritrovò tosto in coda alla formazione nipponica.
Durante il combattimento con i caccia, gli incrociatori di Callaghan non erano rimasti inattivi e, malgrado la tragedia dell'ATLANTA, avevano tentato di colpire l'avversario. L'incrociatore ammiraglio SAN FRANCISCO sparava furiosamente quando, all'improvviso, un proiettore nipponico l'illuminò, mentre altre fonti di luce , questa volta provenienti dalle sue spalle, lo rischiaravano. Fu questo chiarore che consentì di rendersi conto che i colpi del SAN FRANCISCO, passando tesi colpivano l'ATLANTA e fu questo che motivò l'ordine di Callaghan di cessare il fuoco.

IL CALVARIO DEGLI AMERICANI
I Giapponesi profittarono dell'occasione per assestare dei terribili colpi all'incrociatore ammiraglio americano. Obici di grosso calibro, sparati dalla corazzata KIRISHIMA, lo colpirono a prora e a poppa, ma fu il rapido e vicinissimo passaggio di un caccia nipponico che provocò il dramma. Una valanga di proietti di piccolo calibro devastò le sovrastrutture del SAN FRANCISCO e la tragedia dell'ATLANTA si rinnovò. L'ammiraglio Callaghan e quasi tutti i suoi ufficiali furono uccisi sul ponte. La flotta americana, orbata di tutti i suoi capi, fu allora costretta a combattere per conto proprio e in un'indescrivibile confusione.
L'incrociatore pesante PORTLAND accorse e il suo tiro interruppe per un istante il martirio del SAN FRANCISCO. Il suo comandante, il capitano di vascello Lawrence T. Du Bose, ebbe egualmente l'intenzione di interporre la propria nave tra il nemico e la nave ammiraglia (il SAN FRANCISCO) al fine di proteggerla, ma nel corso della manovra venne colpito da un siluro nipponico. L'incrociatore vibrò sotto la terribile esplosione. La sua poppa venne tranciata e le lamiere furono così schiavardate che agirono alla maniera di un timone, facendo girare in cerchio il PORTLAND.
Lo JUNEAU, che lo seguiva, tirò con tutti i suoi cannoni dopo l'inizio dello scontro, ma dovette cambiare obbiettivi in ragione della confusione. Sembra quasi certo che qualcuno dei suoi obici abbia colpito l'HELENA. Questa distruzione fratricida fu fortunatamente interrotta dall'ordine di Callaghan di cessare il fuoco. Lo JUNEAU stava riprendendo il combattimento quando, verso le 02.00 h, un siluro giapponese si precipitò su di lui. L'esplosione scosse violentemente l'incrociatore e gli effetti della deflagrazione toccarono le caldaie. Lo JUNEAU fu messo fuori combattimento e si immobilizzò.
In effetti, tutte le navi americane, delle quali abbiamo descritto l'azione, cominciarono il combattimento praticamente nello stesso tempo e ognuna per proprio conto; ma la chiarezza dell'esplosione ci costringe a studiarne successivamente l'aspetto singolo. All'opposto, i quattro caccia serra-fila della formazione americana entrarono nella mischia con un certo ritardo. Essi, infatti, furono impediti dalle navi che li precedevano e che evoluivano in maniera sovente caotica. Tuttavia, essi spararono coi loro cannoni e lanciarono i loro siluri a distanze tali che non permettevano di osservarne i risultati. Certuni dovettero fermarsi, per evitare i relitti e per non rischiare una collisione.
L'AARON WARD ricevette un obice di grosso calibro che devastò la stazione direzione tiro, costringendo i cannonieri a sparare in maniera autonoma. Il BURTON incassò due siluri, a qualche secondo dall'intervallo, che lo spezzarono in due. Il MONSENN seguiva attentamente la rotta delle navi che lo precedevano quando parecchi obici illuminanti esplosero sopra di lui. Credendo di essere oggetto di un errore americano, il suo comandante fece accendere i fuochi al fine di farsi riconoscere. Il risultato fu catastrofico, in quanto i Giapponesi ne approfittarono per spedirgli addosso una valanga di colpi, trentasette dei quali andarono a segno. In pochi minuti il MONSENN fu trasformato in un relitto bruciacchiato e fumante.
Il Caccia FLETCHER, ultimo della fila, profittò della confusione generale per deviare dalla rotta e mettere la prora sul nemico. Il capitano di fregata Cole, suo comandante, desiderava in effetti utilizzare la meglio il disordine della battaglia per aprirsi una via evitando la mischia. Il FLETCHER sparò molte cannonate e lanciò parecchi siluri, ma non poté conoscere i risultati dei suoi attacchi. Tuttavia, il caccia fu la sola nave americana a restare totalmente indenne e non registrò una sola avaria, neanche la più leggera.

L'INSPIEGABILE TIMIDEZZA DELL'AMMIRAGLIO ABE
Nel frattempo, i Giapponesi ripiegavano verso nord. Perché questa decisione, giacché possedevano un enorme vantaggio tattico? Nessuno lo sa. E' effettivamente inconcepibile che i Giapponesi non si siano resi conto ch'essi avevano riportato un'esaltante vittoria. Inoltre, la loro superiorità balistica consentiva non soltanto di distruggere quello che restava della squadra americana, ma di procedere ancora la bombardamento di Guadalcanal com'era stato previsto dal piano originale.
Due ipotesi parrebbero verosimili. Da una parte, la nave ammiraglia nipponica aveva sofferto del tiro americano e, quantunque poco danneggiata, lo stato dell'unità non consentiva più all'ammiraglio Abe di dirigere efficacemente i previsti movimenti. E' vero ch'egli avrebbe potuto trasbordare sulla KIRISHIMA, indenne da ogni avaria. D'altra parte, l'ammiraglio Abe dovette indubbiamente vagliare i tempi che avrebbero preso il raggruppamento della sua formazione, le riparazioni provvisorie dei danni subiti e il mutamento dei tipi di obici nella torre, cosa che non gli consentiva più di effettuare il bombardamento previsto, poi di allontanarsi molto a nord prima dell'alba, ovvero nel momento in cui l'aviazione americana di Guadalcanal avrebbe potuto nuovamente agire.
Sia quel che sia, i Giapponesi abbandonarono i loro progetti e consentirono così una vittoria strategica americana. Sul piano tattico, lo scontro navale era tuttavia una indiscutibile vittoria giapponese. La flotta di Callaghan era stata fatta praticamente a pezzi e, se si eccettua il caccia FLETCHER, tutte le navi americane erano state affondate o molto gravemente danneggiate.
Il terribile fuoco artificiale provocato dalla partenza dei colpi, gli obici illuminanti, le fiamme degli incendi, le esplosioni e le scie multicolori dei proiettili traccianti s'interruppe progressivamente per cessare completamente verso le 02.02 h. Dalle rive di Guadalcanal, si vedeva tosto il rosseggiare delle navi in fiamme. Tra l'isola di Savo e la riva, numerose navi lottano per restare a galla, il CUSHING, uno degli ultimi caccia statunitensi ad essere colpiti dal nemico, dovette essere abbandonato verso le 03.15 h. Il LAFFEY aveva già raggiunto il cimitero marino del sinistro "fondale della ferraglia" e lo STERETT, rovinato, si allontanava. L'ATLANTA, devastato e in fiamme, offriva uno spettacolo apocalittico. I suoi ponti erano ingombri di cadaveri mutilati e i sopravvissuti tentavano l'impossibile per salvare la nave. Il SAN FRANCISCO presentava un aspetto di desolazione, per cui non era ragionevole pensare che avrebbe potuto essere salvato. Tuttavia, lo scafo era praticamente indenne e solo le sovrastrutture erano distrutte. Sprovvisto di Stato Maggiore, il SAN FRANCISCO fu preso in mano dagli ufficiali R.T. e condotto verso est a raggiungere la costa. Il PORTLAND, vittima degli squarci a poppavia, continuava a girare in tondo come una belva ferita, mentre l'HELENA tentava di raggruppare le navi ancora in grado di muoversi. I caccia AARON WARD e MONSENN agonizzavano immobili come il CUSHING un poco più lontano.
In campo giapponese, la corazzata ammiraglia HIEI era più seriamente danneggiata di quanto, dopo i primi esami, aveva supposto il suo comandante. Il timone era distrutto, le trasmissioni praticamente fuori uso e l'artiglieria fortemente danneggiata. I caccia YUDACHI e AKATSUKY erano affondati, mentre i loro similari MURASAME, IKAZUKI e AMATSUKAZE erano danneggiati a gradi diversi ma potevano navigare. Tre caccia rimasero presso la HIHEI per soccorrerla.
Il giorno si levò su questa scena e, con esso, la possibilità per l'aviazione di agire di nuovo. D'altronde, sembra che gli aviatori americani non abbiano atteso che il sole spuntasse all'orizzonte per decollare da Henderson Field. Infatti, molto presto, alcuni DAUNTLESS riuscirono a localizzare la posizione delle navi giapponesi presenti al di sopra del "fondale della ferraglia". Poco dopo cominciò la sarabanda infernale. I DAUNTLESS non cessarono di effettuare la spola tra l'HIEI e l'aerodromo, rovesciando le loro bombe e ritornando a fare rifornimento di proiettili e di combustibile. Tra loro, il comandante Joe Sailer ebbe la fortuna di ridurre al silenzio l'ultima torretta dell'artiglieria A.A. della corazzata nipponica.
Da quel momento, si trattò di un vero massacro e il bastimento giapponese "incassò" un numero impressionante di bombe che, tuttavia, non lo affondarono. La HIEI sembrava insommergibile, bruciava da prora a poppa, tutto a bordo pareva distrutto, ma restava a galla.

L'EPILOGO DELLA BATTAGLIA
Nel frattempo il rimorchiatore BOBOLINK era giunto poco prima della 10.00 h, a prendere a rimorchio l'incrociatore ATLANTA al fine di condurlo in luogo sicuro. Fu un lavoro delicato e pericoloso, perché le lamiere erano così danneggiate che il minimo aumento della pressione idrodinamica rischiava di farlo immediatamente sommergere. Con una lentezza esasperante, il BOBOLINK trainò l'ATLANTA lungo la costa in direzione est ma, verso le 14.00 h, fu impossibile proseguire oltre in ragione dell'aggravarsi delle avarie dell'incrociatore. L'Atlanta fu allora mollato all'altezza di Koukoum. L'equipaggio evacuò la nave e sabotò quello che restava del bell'incrociatore. Certi compartimenti stagni resistettero per lungo tempo all'invasione dell'acqua e non fu che nella serata che l'ATLANTA disparve tra i flutti a poco più di 5 Km dalla Punta Lunga.
Il PORTLAND profittò in qualche modo del naufragio dell'ATLANTA perché il BOBOLINK, disimpegnato, poté occuparsi di lui e condurlo a Tulagi dopo un viaggio egualmente lentissimo. Durante tutta questa giornata del 13 novembre, numerose imbarcazioni venute da Guadalcanal rastrellarono le acque alla ricerca dei naufraghi. Centinaia di marinai poterono così esser ripescati e salvati, ma nessun sopravvissuto nipponico accettò di essere soccorso. Anzi, certuni tennero un atteggiamento aggressivo.
Come abbiamo visto, le navi americane in grado di navigare dopo la battaglia s'erano raggruppate e avevano fatto rotta per sud-est, condotte dal comandante dell'HELENA. La piccola flotta degli scampati stava per entrare nello stretto Indispensable, quando il destino doveva nuovamente colpirla. Il sommergibile nipponico I 26, che si trovava in pattuglia, avvistò le unità americane e lanciò contro di esse una salva di "long lance" (così i marinai americani avevano soprannominato i terribili ed efficientissimi siluri nipponici) visibilmente destinati al SAN FRANCISCO. Per fortuna, i siluri lo mancarono, ma uno di essi proseguì la sua strada e colpì lo JUNEAU all'altezza del blocco centrale. Si ebbe un'enorme esplosione; una colonna d'acqua e di rottami si sollevò a un'altezza impressionante e, quando tutto ricadde, l'incrociatore americano era scomparso, come volatilizzato. I superstiti furono pochissimi.
Il fallimento della missione dell'ammiraglio Abe incollerì fortemente Yamamoto e motivò la sua decisione di rilevarlo dal comando. Tuttavia, il paino generale restava valido e Yamamoto diede il via all'esecuzione delle fasi successive. E' così che il "Tokyo Express" di Tanaka "il tenace" riprese il mare in direzione di Guadalcanal e che la squadra del contrammiraglio Mikawa lasciò Shortland, per andare a bombardare il perimetro americano attorno all'aeroporto di Henderson Field.
Da parte americana, tutto era stato tentato per accelerare l'arrivo delle unità pesanti nei pressi di Guadalcanal. La portaerei ENTERPRISE aveva dovuto interrompere i suoi lavori di riparazione e far rotta su un punto situato a sud dell'isola, dove giunse nella mattinata del 13 novembre. Le due navi da Battaglia SOUTH DAKOTA e WASHINGTON scortavano l'ENTERPRISE.
Gli aviatori della portaerei decollarono al limite della loro autonomia e sorvolarono il "fondale della ferraglia" nella mattinata del 13 novembre, ma non avvistarono che le navi "malate" di Abe. Alle 10.20 h, il tenente di vascello Sutherland diresse i suoi TBF. AVENGER sull'HIEI e l'attaccò. Almeno due siluri colpirono al nave, ma non riuscirono ad affondarla. Poco più tardi, dopo essersi rifornito a Henderson Field, Sutherland ritornò e sganciò due altri siluri sull'HIEI. Bisogna notare che gli ordigni americani diedero nuovamente prova delle loro cattive qualità: velocità insufficiente, immersione sovente fantasiosa e carica bellica poco efficace.
Partite da Espiritu Santu, 14 Fortezze Volanti B.17 sganciarono più di 50 bombe, una sola delle quali colpì la HIEI. Sembra che furono i DAUNTLESS di Henderson Field ad avere finalmente ragione dell'"inaffondabile" corazzata giapponese. Alle 18.00 h, la situazione dell'HIEI divenne disperata e ciò che restava del suo equipaggio, compreso l'ammiraglio ABE, s'imbarcò a bordo dei caccia ancora presenti nei paraggi. La HIEI si appoppò e disparve in un enorme gorgo a circa 9 Km a nord-ovest di Savo.

Nell'immagine, l'ammiraglio Daniel Callaghan, comandante della Squadra navale americana distrutta nel combattimento della notte del 13 novembre.

Articolo tratto dal n°64 del mese di febbraio del 1970, della rivista Interconair Aviazione e Marina.
Documento inserito il: 30/11/2016
  • TAG: guadalcanal, guerra pacifico, battaglia navale, seconda guerra mondiale, flotta combinata, ammiraglio abe, ammiraglio callaghan, us navy

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