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Le infermiere volontarie dell'Ordine di Malta nella Seconda Guerra Mondiale

Contesto storico. I drammi. La mobilitazione generale. Le infermiere volontarie dell’ACISMOM
di Pier Luigi Guiducci


Nel corso del tempo, la formazione infermieristica in Italia ha seguito un percorso abbastanza articolato. Nel 1908 la Croce Rossa Italiana inaugurò a Roma una Scuola Infermiere (istituzioni analoghe furono fondate pure in altre città). Le prime Scuole-convitto per infermiere iniziarono a operare nel 1925. Con il controllo dello Stato, svolgevano corsi biennali. Era assegnato alla fine il diploma per l’esercizio della professione di infermiera. Nel 1940 venne riconosciuta la figura dell’infermiere generico. Presente in ambito ospedaliero, rispondeva all’infermiera del suo operato. Questa è la situazione alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale. Il 10 giugno del 1940 (dichiarazione di Mussolini) l’Italia entrò in guerra a fianco del III Reich. Per le esigenze sanitarie furono mobilitati anche i Corpi sanitari ausiliari. Si attivò rapidamente il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana e il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana. In quel momento, l’Ispettrice Nazionale del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana era la principessa Maria Josè di Savoia[1]. Tali formazioni operarono in più strutture sanitarie: ospedali militari, ospedali da campo, treni e navi ospedale, ospedali extra-territoriali. Oltre ai volontari della Croce Rossa, furono attive anche le infermiere volontarie dell’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (tra le quali fu presente nostra madre Valentina Nardoni Guiducci[2]). In questo saggio è descritto il loro contributo.


I Corpi sanitari ausiliari

Per comprendere lo sviluppo della mobilitazione sanitaria in Italia, negli anni del Secondo Conflitto Mondiale, è utile ricordare la risorsa personale esistente alla vigilia della guerra. La rete operativa base era costituita dal personale della Sanità pubblica (1907; Testo Unico delle leggi sanitarie), e dal Corpo sanitario dell’Esercito (sorto nel 1833; Regno di Sardegna). Tale sistema assistenziale non bastò, però, ad affrontare le criticità legate alle vicende belliche del tempo. Furono coinvolti così vari Corpi sanitari ausiliari. Erano formati dal personale della Croce Rossa Italiana (CRI), dagli operatori dall’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (ACISMOM). Tali apporti furono inoltre rafforzati utilizzando pure le Religiose messe a disposizione dalle diverse Congregazioni. Si ricordano tra le altre: le Suore di San Vincenzo de’ Paoli, le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, le Suore Francescane Elisabettiane, le Dorotee di Vicenza[3], le Suore di Maria Consolatrice...


In particolare: la Croce Rossa Italiana

A Roma, il sotto-comitato regionale della Croce Rossa Italiana, aveva promosso nel 1908 una Scuola per Infermiere Volontarie (Scuola-Ospedale). Inaugurata il 9 febbraio dello stesso anno, presente la Regina Elena.[4] Quest’ultima, accordò il suo Patronato a tutte le Scuole per Infermiere della Croce Rossa Italiana. La Scuola di Roma ebbe subito 250 iscritte. Fu posizionata presso l’ospedale militare del Celio (II padiglione – Villa Fonseca). Le materie d’insegnamento erano suddivise in quattro corsi. I docenti erano ufficiali medici del Regio Esercito, e ufficiali medici della Croce Rossa Italiana. Il Corso si articolava in cinque mesi di lezioni teoriche e tre mesi di corso complementare all’anno per tre anni.
Già nel periodo 1936-1938 (guerra in Etiopia; conquista dell’Africa Orientale), le infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana furono imbarcate su navi ospedale. Curarono i militari ricoverati negli ospedali di Somalia, Abissinia, Libia, Eritrea ed Etiopia. Durante la guerra civile in Spagna operarono negli ospedali militari e sulle navi ospedale, al seguito delle truppe italiane volontarie, per il rimpatrio dei feriti e per il salvataggio dei naufraghi. Dal 1940 in poi infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana furono operative in Albania, Grecia, Africa Orientale, Dalmazia, Croazia, Montenegro e Africa Settentrionale.
Prestarono servizio in 26 ospedali (oltre 5.000 posti letto), 77 stabilimenti di prima cura e smistamento per la protezione sanitaria antiaerea, 56 posti di soccorso ferroviari e portuali, 8 treni ospedale, navi ospedale, 3 ospedali attendati in Montenegro e 3 poliambulatori in Corsica. Il 14 marzo 1941, venne affondata in Albania (Baia di Valona) la nave ospedale «Po» (colpita da un siluro a poppa). Perirono anche quattro infermiere volontarie: Maria Federici, Wanda Secchi ed Ennia Tramontani durante l’affondamento; Maria Regina Medaglia, tre mesi dopo, per i postumi del naufragio (morì di setticemia avendo inghiottito acqua e nafta).
Da ricordare, ancora, il contributo delle infermiere citate sulle navi ospedale per il trasporto dei feriti dalle terre d’Africa e per il salvataggio dei naufraghi.
Durante la Campagna di Russia, il contributo di queste infermiere (circa 300) fu prezioso. Erano attive nei treni ospedale e negli ospedali da campo dislocati lungo lo sterminato fronte russo. Operarono al seguito dell’organizzazione sanitaria del Corpo di Spedizione italiano in Russia (CSIR), e poi con l’Ottava Armata Italiana (ARMIR). Durante la ritirata dal fronte del Don i treni ospedale, per quanto fu possibile, raccolsero anche soldati semi congelati, stremati dalla fatica, affamati, che non erano riusciti a ricongiungersi con le loro divisioni, nella steppa gelata, per mancanza di mezzi o di carburante.
Non si deve poi da dimenticare l’opera delle infermiere volontarie che, imbarcate sulle navi ospedale «Giulio Cesare», «Duilio», «Saturnia» e «Vulcania», svolsero attività di assistenza a favore dei militari rimpatriati dai campi di prigionia e concentramento. Diciotto crocerossine caddero per cause belliche, di cui due in campo di concentramento e due fucilate dalla Wehrmacht.[5]


Le infermiere volontarie dell’ACISMOM

Nel 1940, con l’estendersi di molti drammi (Seconda Guerra Mondiale), l’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta[6] costituì un proprio Corpo di infermiere volontarie. Tale organismo era costituito da una direttrice e da 40 infermiere.[7] L’Organismo venne inserito nei piani umanitari dell’Ordine. Durante il periodo bellico, si attivarono tre treni ospedale. Con questi mezzi di trasporto furono evacuati i feriti da più fronti: Germania, Russia, Balcani. Vennero inoltre organizzati: due grandi ospedali, a Roma («Principe di Piemonte») e a Napoli («Principessa di Piemonte»), un centro sanitario in Russia e otto posti di soccorso a Roma e zone limitrofe. Infine, un’autocolonna di mezzi con attrezzature era in grado di realizzare ambulatori da campo.


Dopo l’8 settembre del 1943

A seguito dell’annuncio del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio[8] (8 settembre 1943; resa dell’Italia agli Alleati), il personale delle Forze Armate, e quindi anche quello della Sanità, così come quello dei Corpi ausiliari (Croce Rossa Italiana e SMOM), si trovarono divisi. Rimasero privi di un comando centrale e di direttive precise. Una parte di loro ebbe la possibilità di scegliere l’area bellica ove operare (Regno del Sud o Repubblica Sociale Italiana). Per altri, ciò non fu realizzabile. Si verificò una scissione. Varie formazioni si affiancarono agli Alleati nel Centro-Sud Italia, altri reparti restarono invece bloccati nelle aree controllate dai Tedeschi e dai repubblichini. In tale contesto, tra molteplici eventi, si possono ricordare alcuni dati. Unità militari della Croce Rossa Italiana parteciparono al soccorso dei feriti nella battaglia per la difesa di Roma e in tutti i presidi che si opponevano all’occupazione tedesca. I tre ospedali da campo in Montenegro, dopo la resa italiana, furono dislocati in altra sede. Il personale, poi, confluì nella divisione «Garibaldi» (partigiana) fino al termine della guerra. Circa venti infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana furono internate nel campo di concentramento di Zeithain (in Sassonia), ove prestarono servizio dal novembre del 1943 fino al giugno del 1944, nell’ospedale militare per prigionieri di guerra.[9]


Roma, 1943. Le infermiere volontarie dell’ACISMOM

In un contesto sempre più denso di tragedie è da ricordare anche il dramma dei bombardamenti su Roma. Il 19 luglio del 1943 l’Urbe subì il primo attacco (3.000 vittime). Furono colpiti i quartieri San Lorenzo, Marranella, Pigneto e Torpignattara. Verso le 14, a bombardamento ancora in corso, il Pontefice Pio XII[10] lasciò il Vaticano e si recò a San Lorenzo per confortare i fedeli. Fu accolto con calore e gratitudine. Il 13 agosto le bombe caddero su Prenestino, Tuscolano, Tiburtino, Portonaccio e Porta Maggiore. Anche in questo caso il Papa visitò le zone colpite. Il 15 gennaio del 1944 vennero devastate le zone Centocelle, Cinecittà, Quadraro (nuovamente colpito il 19). Il 21 gennaio morte e distruzione a Borgata Gordiani, Casal Bertone, la Maranella, Tor Pignattara, Centocelle. Il 12 febbraio obiettivi dei bombardamenti furono zone di Santa Maria Maggiore e San Giovanni. Nei giorni successivi la tragedia colpì Ostiense, Monteverde, Tiburtino, Montesacro, Nomentano, Portonaccio, Prenestino, Castel Gandolfo (500 rifugiati morti nel Collegio estivo di «Propaganda Fide»).
Tali realtà richiesero l’utilizzo di tutte le risorse disponibili per: individuare, recuperare e seppellire le salme; assistere i moribondi; raggiungere, trasportare e curare i feriti; sostenere gli invalidi… Si colloca qui anche l’apporto del Corpo delle infermiere volontarie dell’ACISMOM. Queste operarono in più centri:
– ospedale «Principe di Piemonte». Organizzato a Roma nel 1941 in soli 25 giorni. Si trovava in Via Monserrato. Utilizzava lo stabile del Collegio Inglese (tre piani, 225 letti);[11]
– quattro posti di soccorso: «Piazza Monte Grappa» (20 letti); «Tuscolano» (20 letti); «Santuario del Divino Amore» (20 letti); «Parioli» (70 letti);
– quattro posti con la sola possibilità di pronto soccorso: «Pineta Sacchetti»; «Nomentano»; «Sant’Agnese»; «GarbateIla» (Villa Pozzi). Posizionati nei punti periferici di Roma, destinati in prevalenza a prestazioni medico-chirurgiche per le vittime di bombardamenti, di incidenti derivanti dallo stato di guerra;
– ambulatorio medico gratuito per i poveri (di ridotte dimensioni), in Via Labico, affidato alle Suore di San Paolo;
– centro per la scorta di medicinali e di latte per i bambini e gli infermi nei locali dell’Istituto delle Figlie della Carità, in Via dei Bresciani numero 33.


Delle sottolineature

1) Nell’attuale periodo le vicende delle «ragazze del ’43» non vengono ricordate. Qualche memoria ancora emerge in talune manifestazioni ma in genere non si trovano articoli, o libri, o servizi televisivi su delle giovani che accettarono di uscire dai propri ambienti per affrontare difficoltà di ogni genere. Molte avevano già un lavoro e dovettero sospendere le attività ordinarie. Quasi tutte provenivano dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica. In loro, quindi, non c’era solo il desiderio di rispondere a degli appelli umanitari ma esisteva un orientamento base segnato dalla fede e da una personale disponibilità a rimanere in realtà critiche. Il loro impegno a Roma non cessò con la fine del conflitto mondiale. Infatti, nel 1945, per iniziativa di Umberto di Savoia[12], fu organizzata, e affidata all’ACISMOM, in una palazzina all’interno del Quirinale, una casa per accogliere bambini ciechi e mutilati di guerra: la «Casa Maria Beatrice».

2) Un altro aspetto su cui frequentemente si tace riguarda l’assistenza sanitaria a soggetti che, pur non colpiti dai bombardamenti, presentavano comunque delle caratteristiche particolari. Si tratta, a esempio, delle persone bloccate in un letto, delle donne in stato di gravidanza, dei soggetti segnati da sofferenza mentale, dei disabili, dei malati terminali… Anche verso questi cittadini si concentrò l’attenzione delle infermiere volontarie dell’ACISMOM. Queste ultime, a loro volta, furono molto brave nel chiedere pure l’aiuto di singoli volontari e volontarie (molti provenienti dalle parrocchie) non inseriti in servizi sanitari ausiliari. Se si considera a questo punto anche il fatto che le dotazioni (gli strumentari, i medicinali, le riserve di sangue…) del sistema sanitario erano sempre più deficitarie, e che alcuni centri ospedalieri e cliniche erano stati colpiti (Policlinico Umberto I, il «Regina Elena», «Villa Bianca»…)[13], si deve riconoscere il valore di donne capaci di agire tra sirene di allarme, emergenze continue, interventi chirurgici realizzati in condizioni precarie, decessi frequenti, grida di malati, contesti segnati da una concitazione legata ai drammi in corso…

3) Esiste ancora un terzo aspetto che non deve essere lasciato nell’oblio. Le infermiere volontarie dell’ACISMOM ricevettero un sostegno significativo anche dai cappellani. Tra loro si colloca la figura di Don Pirro Scavizzi[14], parroco di Sant’Eustachio. Cappellano militare nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale. Fu presente sui treni ospedale dello SMOM in sei missioni. Primo viaggio (17 ottobre-15 novembre del 1941) fino a Dnepropetrovsk, in Ucraina. Secondo viaggio (12 gennaio-20 febbraio 1942) fino a Jassiowataja. Terzo viaggio (8 aprile-3 maggio 1942) fino a Cracovia. Quarto viaggio (29 giugno-23 luglio 1942) fino a Dnepropetrovsk. Quinto viaggio (16 settembre-11 ottobre 1942) fino a Nipropetrowsk. Sesto viaggio (4-28 novembre 1942) fino a Debalzewo.

Dal gennaio del 1943, dopo la disfatta in Russia, questo sacerdote venne trasferito presso l’ospedale che l’ACISMOM aveva organizzato in Via Monserrato: il «Principe di Piemonte». Vi rimase quasi di continuo (era anche parroco e predicatore nelle missioni al popolo) per un anno e mezzo. Dal 10 settembre 1943 fino al 4 giugno 1944, Don Pirro, d’intesa con il direttore ospedaliero, fece iscrivere anche dei giovani ebrei nei ruoli dell’Ordine di Malta. Venne così rilasciato ai perseguitati, ai fini di protezione, un «regolare documento di identità».[15]

Nel 1944, Roma si trovò davanti a un possibile dramma. Le truppe tedesche, pressate dall’avanzata degli Alleati, potevano decidere di resistere nell’Urbe. Ciò avrebbe avuto conseguenze nefaste. Pio XII fece allora trasportare l’immagine della Madonna del Divino Amore nell’Urbe. Nella chiesa di Sant’Ignazio, Don Pirro Scavizzi predicò una novena per preparare i fedeli a un voto comune. Alla Madonna si chiedeva la grazia di evitare alla città scontri tra eserciti. Unitamente a ciò, i fedeli si impegnavano a vivere in modo più cristiano, a erigere un nuovo santuario, a realizzare un’opera di carità a Castel di Leva. Tra il 4 e il 5 giugno 1944 i Tedeschi si ritirarono in modo non ostile mentre entravano in città gli Alleati.


Alcune annotazioni di sintesi

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, le infermiere volontarie dello SMOM non si ritirarono dagli impegni assunti ma indirizzarono il loro sforzo in direzione dei feriti rimpatriati, degli invalidi di guerra e dei traumatizzati. Queste donne, in seguito, furono presenti tra i primi sostenitori dei nuovi pellegrinaggi a Lourdes.
In tali occasioni vennero utilizzati i treni ospedale già impiegati nel recente conflitto.[16] Al riguardo, si rivelarono molto utili i vagoni «Cz 36.000», definiti all’epoca «centoporte». Tale denominazione era stata data perché erano provvisti di un elevato numero di sportelli. Questi, davano lateralmente accesso ai singoli scompartimenti. L’inserimento di infermi allettati avveniva con l’apertura di una seconda anta già esistente in taluni vagoni. In queste iniziative religiose sarà presente anche nostra madre e Don Pirro Scavizzi.


Ruolo professionale e volontariato

Nell’attuale periodo, la vigente normativa riguardante la professione infermieristica è caratterizzata da un corso di laurea, da programmi triennali (con ulteriori specializzazioni), e da un’iscrizione all’Ordine delle Professioni Infermieristiche. Tutto ciò ha segnato una valorizzazione della figura dell’infermiere, cancellando l’espressione «paramedico», superando la mera esecuzione di mansioni, e ampliando spazi operativi e responsabilità personali. Unitamente a ciò, sono stati attivati anche significativi processi di valorizzazione del personale volontario della Croce Rossa Italiana e dell’ACISMOM. Tale orientamento, che poggia su criteri volontaristici[17], e che implica percorsi formativi in sedi anche universitarie, mantiene la sua attualità con particolare riferimento alle pubbliche calamità (alluvioni, terremoti, accoglienza immigrati, pandemie…), a missioni all’estero, e a tutto ciò che attiene all’educazione sanitaria in genere.


Strutture sanitarie ACISMOM

Oggi, l’ACISMOM dispone di strutture sanitarie che operano all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di tredici ambulatori specialistici (poliambulatori, centri anti diabete e centri odontoiatrici) distribuiti nelle Regioni Lazio, Campania, Puglia e Liguria, e dell’ospedale «San Giovanni Battista» alla Magliana (Roma). Tale complesso è specializzato nella riabilitazione neurologica e motoria. In campo internazionale l’ACISMOM collabora con il Lebbrosario de Il Cairo (Egitto).


Il CISOM

Il 24 giugno 1970 è stato istituito il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM). La sua configurazione giuridica è: Corpo di volontariato a ordinamento civile dell’ACISMOM. Il 1º ottobre 2011, il CISOM viene trasformato in una fondazione di diritto melitense (norme interne all’Ordine di Malta). Ha personalità giuridica pubblica, riconosciuta dalla Repubblica Italiana. È intervenuto in tutti i grandi eventi del nostro Paese (per esempio, Giubileo 2000), e nelle diverse calamità avvenute in Italia (per esempio, terremoto di Amatrice, 2016). Il motto del Corpo è «Seduli in accurrendo, alacres in succurrendo» («Tempestivi nell’accorrere, efficaci nel soccorrere»).


Il coordinamento

Tenendo presente quanto fin qui annotato, può essere utile aggiungere ancora una sottolineatura. Osservando quanto avvenuto nelle ore storiche più critiche del nostro Paese, si è sempre più convinti dell’utilità di un coordinamento generale capace di valorizzare ogni generosità e competenza professionale. A tutt’oggi un riferimento-chiave rimane la figura dell’Ispettore Generale della Sanità Militare. Quest’ultimo, rappresenta il Capo di Stato Maggiore Difesa nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale, del Dipartimento della Protezione Civile, della Croce Rossa Italiana (Corpo Militare e Corpo delle Infermiere Volontarie), dello SMOM (ACISMOM), e di eventuali altri Organismi nazionali e internazionali competenti in materia. Svolge, inoltre, attività di coordinamento con i Servizi sanitari delle Forze Armate, inclusa quindi l’Arma dei Carabinieri.


Qualche indicazione bibliografica

«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1941, anno V, numeri 3-4, marzo-aprile, pagine 6-12
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1941, anno V, numeri 8-9, agosto-settembre, pagine 11-14
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1942, anno VI, numero 5, luglio, copertina
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1943, anno VII, numero 4, giugno, pagina 5
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1944, anno VIII, numeri 3-4, marzo-aprile, allegato con pianta di Roma con indicazione degli ospedali e posti di soccorso
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1944, anno VIII, numeri 3-4, marzo-aprile, pagine 6-12
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1945, anno IX, numero 1, gennaio-marzo, pagine 7-11
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1945, anno IX, numero 2, aprile-giugno, pagine 9-11
«Rivista Illustrata del SMO di Malta» 1945, anno IX, numero 4, ottobre-dicembre, pagine 17-20.


Altre fonti consultate

AA.VV., Ordine di Malta. Fotografie inedite 1880-1960, edizione italiana e francese, Gangemi, Roma 2015, pagine 134, 149. Archivio Famiglia Guiducci (Roma).


Ringraziamenti

Maggiore Paolo Quercini, Corpo Militare dell’Associazione Cavalieri Italiani Sovrano Militare Ordine di Malta, Caserma «Artale» alla Cecchignola (Roma). Dottoressa Laura Curti, Responsabile dell’Archivio fotografico, Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (Roma).


Note

1 Dal 1° settembre 1939. Si era diplomata infermiera a Napoli nel 1936.

2 Confronta anche: P. L. Guiducci, Non ricordo ma comunione dei Santi. Le figure di due laici operai nella Chiesa, in: «La Voce di Lourdes», anno XCVIII, numero 54 (nuova serie), settembre-dicembre 2008, pagine 20-24.

3 I. Bassani Albarosa, Le suore della libertà. Tra guerra e Resistenza (1940-1945), Gaspari, Udine 2020.

4 Regina Elena del Montenegro (1873-1952), moglie di Vittorio Emanuele III di Savoia.

5 Tra le numerosissime testimonianze confronta anche: AA.VV., Le infermiere volontarie Croce Rossa Italiana di Grosseto durante la Seconda Guerra Mondiale. Epistolari, documenti ed immagini, a cura di M. E. Monaco Gorni, Tassinari, Firenze 2011.

6 Fondata nel 1877 per provvedere all’assistenza sanitaria e spirituale dei malati e feriti in guerra, attraverso ospedali, treni e navi ospedale, posti di soccorso e ambulatori.

7 Il riconoscimento ufficiale da parte della Repubblica avvenne nel 1952: legge 26 ottobre 1952 numero 1.785, istituì il Corpo delle infermiere volontarie dell’Associazione dei cavalieri italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta.

8 Generale Pietro Badoglio (1871-1956). Maresciallo d’Italia.

9 Confronta anche: C. Pecchenino, Gli IMI di Zeithain. Storia e memoria del Lazarettlager dello Stalag IV B Mühlberg, Araba Fenice, Boves (CN) 2019.

10 Pio XII (Eugenio Pacelli; 1876-1958; Venerabile). Il suo Pontificato durò dal 1939 alla morte.

11 Con riferimento all’ospedale «Principe di Piemonte» il numero complessivo delle degenze, al 31 gennaio 1944, ammontava a 170.263.

12 Sua Altezza Reale il Luogotenente Generale del Regno Umberto di Savoia.

13 Confronta anche D. Carnovale, La situazione sanitaria a Roma nel 1943-1944, in: «Storia in network», sito online, 1° maggio 2020.

14 Don Pirro Scavizzi (1884-1964; Venerabile).

15 M. Manzo,
, Piemme, Casale Monferrato 1997, pagina 149.

16 Sostituiti poi nel recente periodo con treni più confortevoli.

17 Confronta al riguardo la Riforma del Terzo Settore.


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Documento inserito il: 04/12/2022

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