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1940: L'Italia entra in guerra [ di Carlo Ciullini ]

Alcuni prodromi diplomatici e psicologici.

Come è noto l'Italia fascista decise di entrare in guerra a fianco della Germania di Hitler, e contro le democrazie occidentali, soltanto dopo oltre nove mesi dallo scoppio delle ostilità, e cioè il 10 Giugno del 1940.
Pare opportuno chiedersi come Mussolini arrivò a tale scelta, gravida di epocali conseguenze per il paese e per la sua stessa persona.
Come ha osservato De Felice, dalla seconda metà degli anni Trenta in Mussolini si venne sempre più accentuando la tendenza psicologica a considerare deterministicamente la storia come fatta di cicli che i popoli, le ideologie, i sistemi politici avrebbero attraversato e , su questa premessa, a ritenere che “il ciclo dei vecchi popoli beati possidentes e dei sistemi-politico-sociali sui quali questi erano pervenuti all'apice della loro potenza stesse per finire e stesse invece salendo verso l'apice il ciclo dei popoli nuovi e dei regimi rivoluzionari da essi espressi, cioè (oltre quello bolscevico) dei regimi fascisti”.
Al di là di questa tendenza psicologica di fondo, una sorta di realismo politico aveva imposto al Duce di non schierarsi nettamente a fianco della Germania dopo la presa del potere da parte di Hitler nel gennaio del 1933, nonostante la comune volontà dei due capi di stato di incrinare l'edificio europeo costruito a Versailles: era ben più utile per l'Italia tentare di esercitare il ruolo di ago della bilancia facendo valere al momento opportuno, nel confronto continentale tra Francia e Inghilterra da una parte, e Germania riarmata dall'altra, il proprio peso determinante.
Un buon esempio di tale modo di intendere lo svolgersi degli avvenimenti storici può essere ritrovato in una lettera (citata dallo stesso De Felice), scritta da Mussolini a Hitler il 5 Gennaio 1940 per convincerlo a prendere in considerazione la proposta di convocare una conferenza di pace: “E' prevedibile un epilogo della guerra che, come voi avete detto, non vedrà che due o più vinti.
Vale la pena -ora che avete realizzato la sicurezza dei vostri confini orientali e creato il grande Reich di novanta milioni di abitanti- di rischiare tutto, compreso il regime, e di sacrificare il fiore delle generazioni tedesche per anticipare la caduta di un frutto che dovrà fatalmente cadere, e dovrà essere raccolto da noi che rappresentiamo le forze nuove d'Europa?
Le grandi democrazie portano in se stesse le ragioni della loro decadenza”.
Pare opportuna la lettura, a questo proposito, di un'altra lettera, inviata al Duce da Dino Grandi.
“Noi saremo un giorno gli arbitri della guerra sul Reno. Nel frattempo dobbiamo prendere la più alta quota possibile nella politica continentale europea.
Fare della diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che abbiamo fatto sinora...Con tutti e contro tutti.
Armarci e isolarci sempre di più, per venderci a caro prezzo nelle ore della grande crisi futura.”.
E ancora: “L'Italia si avvia ognora più a costituire tra Francia e Germania quello che vorrei chiamare il “peso determinante”. Si tratta, al momento buono, di farci pagare molto caro dall'una parte o dall'altra...
Il contrasto con la Francia non ci impedisce di essere contro la Germania. Un eventuale contrasto colla Germania non ci impedisce di essere contro la Francia.
Dimostrare che la nostra politica non è schiava della regola del tre. Poi vedremo domani.”.
Il “momento buono” venne il 27 Maggio 1940, quando la Francia agonizzante era disposta a pagare un prezzo esorbitante per non essere pugnalata alla schiena dall'Italia.
Ecco che cosa si legge nel diario di Ciano sotto la data del 27 maggio 1940:
“Importante anche il colloquio con François Poncet, non come risultati ma come indizio psicologico. Mi ha fatto delle avances assai precise. Escludendo la Corsica “che è parte medesima del corpo della Francia”, ha detto che si può trattare sulla Tunisia, forse anche sull'Algeria.”.
E' noto che Mussolini preferì gettare l'impreparato esercito italiano nella fornace della seconda guerra mondiale invece che accettare le proposte francesi.
Ma, tornando al messaggio di Grandi e al 1934, non stupisce che Mussolini (tanto restio ad avere frontiere in comune con la Germania quanto lo erano stati tutti i governanti italiani fin dall'Unità) inviasse truppe al confine del Brennero a difesa dell'indipendenza austriaca e si riavvicinasse prontamente alla Francia, quando il 25 di Luglio i nazisti assassinarono il cancelliere Dolfuss.
Fu soltanto l'isolamento imposto dalla Società delle Nazioni all'Italia, in conseguenza dell'impresa etiopica, che gettò Mussolini nelle braccia di Hitler e successivamente lo convinse a permettere l'Anschluss.
La valutazione dell'avventura etiopica da parte della Società delle Nazioni non teneva infatti conto che questa era stata concepita dal fascismo italiano, tra l'altro, come un mezzo per tenere testa all'attivismo nazista. “ il governo fascista italiano...si rese immediatamente conto che i colleghi tedeschi operavano con uno spirito concorrenziale molto attivo. Bisognava correre ai ripari. Fu così che...Mussolini preparò la conquista dell'Etiopia.”, come ci dice il Villari.
Dello stesso avviso anche Mack Smith, il quale afferma che la volontà di Hitler di rivedere, anche usando la forza militare, quanto stabilito a Versailles “ da un lato creava in Europa una tensione che avrebbe dato a Mussolini più ampia libertà di azione, e dall'altro sollecitava a far presto a conquistare l'Etiopia, se si voleva che le truppe potessero tornare a presidiare la frontiera settentrionale prima che i tedeschi fossero abbastanza forti da attaccare l'Austria. Il Duce fece un calcolo attento, stabilendo che l'esercito tedesco sarebbe stato troppo debole per l'operazione Anschluss fino al 1937.”.
I diplomatici italiani, che non volevano rompere i buoni rapporti creati con l'Inghilterra, rimasero stupiti dalla reazione britannica alla conquista fascista dell'Etiopia: anche dopo l'aggressione a quel paese membro della Società delle Nazioni, essi continuarono a pensare “ancora per parecchio tempo che la crisi dei rapporti con Londra...potesse essere ricucita e l'Italia potesse tornare – a seconda dei punti di vista - o a una politica di accordo con l'Inghilterra in funzione antitedesca o...alla politica pendolare del peso determinante; continuarono, cioè, a pensare che, nonostante tutto, la vicenda etiopica non avesse fatto fare all'Italia una scelta di campo effettiva e che non avesse precluso a essa la possibilità di riprendere il discorso con Londra...al punto in cui esso era giunto all'inizio del '35 e, per di più, da una posizione di maggior forza, perché l'Italia aveva conquistato il suo impero e si dichiarava soddisfatta e la Germania era ormai esplicitamente proiettata sulla via del riarmo.”: così il De Felice.
Non è improprio affermare che il 1936, quando Mussolini proclamò che l'impero tornava sui colli fatali di Roma, fu l'anno che vide il maggior consenso per il regime fascista: sembrava infatti che la nuova colonia avrebbe assorbito l'eccesso della popolazione agricola italiana e che avrebbe fornito all'Italia le materie prime di cui questa era carente.
Oltre alle sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia, anche lo scoppio della guerra civile spagnola nel Luglio del 1936 portò a un riavvicinamento alla Germania: si trattava, infatti, di impedire l'instaurazione nell'aria mediterranea di una repubblica ostile al fascismo.
La conseguenza dell'approccio al Reich fu la progressiva perdita, per l'Italia, del ruolo di ago della bilancia nell'equilibrio europeo. Ricorda De Felice che “appena avviata, la collaborazione italo-tedesca si dimostrò subito una tagliola destinata a far avanzare ogni giorno di più la politica italiana nelle sabbie mobili spagnole oltre le stesse iniziali intenzioni di Roma, e a rendere sempre più difficili i rapporti italoinglesi.”.
Fu così che, quando i nazisti, nel Marzo del 1938, occuparono l'Austria, il Duce accettò il fatto compiuto di una grande Germania che gravitava sulle frontiere italiane con la mole crescente della sua popolazione forte di settanta milioni di individui.
Anzi, quando qualche gerarca provò sommessamente a protestare durante una seduta del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini lo tacitò bruscamente.
Gli eventi del Marzo '38 erano sinteticamente riassunti nel diario del genero del Duce, Galeazzo Ciano, dove veniva posta in evidenza, secondo il punto di vista dell'Italia, la relazione tra le sanzioni e il via libera concesso da Mussolini a Hitler a proposito dell'Austria: “Giornata calda per l'Austria. Le notizie telefoniche hanno confermato d'ora in ora la mobilitazione alla frontiera bavarese e la decisione germanica di attaccare.
Sul mezzogiorno Schuschnigg [cancelliere austriaco, n.d.r] accettava il rinvio del plebiscito, ma i tedeschi non consideravano ciò sufficiente e volevano le dimissioni. Ci ha chiesto...il da farsi. Ho più volte conferito col Duce. Non possiamo assumerci da qui la responsabilità di consigliarlo in un senso o nell'altro.
Quindi agisca secondo la sua coscienza. L'incaricato d'Affari di Francia chiede di venirmi a vedere, d'ordine di Parigi, per concertarsi circa la situazione in Austria.
Rispondo che noi non intendiamo concertarci con nessuno. Se non ha altro da dirmi lo dispenso dal venire a vedermi. Infatti non viene. Dopo le sanzioni, il non riconoscimento dell'Impero e tutte le miserie fatteci dal 1935 in poi, vogliono ricostruire Stresa in un'ora, con Annibale alle porte?
L'Austria l'hanno perduta, con la loro politica, la Francia e l'Inghilterra. Anche per noi non è un vantaggio. Ma nel frattempo ci siamo presi l'Abissinia... Gran Consiglio.
Balbo esprime paure per Trieste e critica i procedimenti tedeschi. Naturalmente lo fa di dietro le quinte e in sordina. Mussolini gli dà sulla voce. Dice:” Se avessimo alla frontiera otto milioni di italiani, anche noi faremmo così. Almeno io farei così. E l'ho anche fatto”. Ricorda l'annessione di Fiume. ...Colloquio con Perth. ...Traggo la convinzione che la Gran Bretagna accoglierà l'accaduto con indignata rassegnazione.
...in Germania esultano per la nostra linea di condotta.”.
Da queste parole di Ciano si intuisce quanto sia ormai lontano il clima orgoglioso del 1934, quando Mussolini aveva inviato due divisioni sul confine con l'Austria.
La reazione di Hitler all'inazione di Mussolini fu infatti entusiastica.
Riferisce William Shirer che il dittatore tedesco promise a quello italiano eterna gratitudine: “ Per una simile cosa, non mi dimenticherò mai di lui, qualunque cosa accada. Se avesse un giorno bisogno di un aiuto o fosse in pericolo, può esser certo che gli resterò fedele, qualunque cosa accada, quand'anche tutto il mondo gli fosse contro.”.
Anche nel Settembre del 1938 Mussolini si schierò con la Germania sulla questione dei Sudeti: essa venne infine autorizzata ad annettersi la parte sudeta della Cecoslovacchia, che fu pavidamente abbandonata da Francia e Inghilterra alla mercé dei nazisti.
Fu comunque la mediazione di Mussolini che parve frenare Hitler e salvare la pace.
Il popolo italiano fu felice della soluzione trovata dal Duce: il treno che riportava Mussolini a Roma venne salutato da tutta la popolazione italiana che, con tutta evidenza, non voleva la guerra e sopra ogni altra cosa desiderava la pace.
Come scrisse Ciano: “In Italia, dal Brennero a Roma, dal Re ai contadini, il Duce riceve accoglienze quale io non avevo mai visto. Egli stesso mi dice che un uguale calore vi fu soltanto la sera della proclamazione dell'Impero.”.
Ci si potrebbe allora chiedere cosa spinse il Duce a commettere il fatale errore di stipulare il patto d'acciaio con i nazisti, patto che avrebbe finito con l'obbligarlo a entrare in guerra.
Il patto, infatti, stabiliva all'articolo 3 che, se una delle parti contraenti si fosse trovata impegnata in complicazioni belliche con un'altra potenza, l'altra parte si sarebbe posta immediatamente come alleata al suo fianco, e l'avrebbe sostenuta con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.
Si trattava di un patto offensivo che “metteva – come ricorda il Duroselle - decisamente la politica italiana alle dipendenze della politica tedesca.”.
Cosa spinse Mussolini a firmare tale trattato? Le ragioni sono molteplici e ancor oggi oggetto di ricerca.
In linea generale, oltre alla pavidità mostrata dalle democrazie a Monaco (in quella occasione, Churchill disse che il governo Chamberlain aveva da scegliere tra la guerra e il disonore, e che avendo scelto il disonore avrebbe avuto anche la guerra), possono farsi alcune ipotesi suffragate dai protagonisti della vicenda e dall'analisi degli storici.
Secondo Ciano, Mussolini si decise a stringere quell'atto formale di alleanza con Hitler perché alcuni giornali americani avevano scritto che il ministro degli Esteri tedesco Von Ribbentrop, in visita a Milano per incontrare lo stesso Ciano, era stato accolto con ostilità dal capoluogo lombardo, e che ciò costituisse la prova del diminuito prestigio personale di Mussolini.
Quest'ultimo, irato, ordinò telefonicamente a Ciano di firmare il patto, che sarebbe quindi nato per la reazione emotiva di un dittatore contro la prosa di alcuni giornalisti stranieri.
Questo giudizio di Ciano è stato però scritto nella cella del carcere di Verona, nel quale l'ex ministro degli Esteri si trovava rinchiuso per ordine del suocero.
In realtà sembra di poter affermare che il Duce “sperava che questo patto gli desse una certa voce in capitolo presso i tedeschi: una volta impegnatosi a sostenere la Germania in guerra, sperava di poter decidere quando la guerra dovesse farsi; e cercò di far presente che l'Italia sarebbe stata pronta solo nel 1942 o nel 1943.”, sottolinea il Duroselle, che prosegue: “L'Italia doveva prima pacificare l'Albania e l'Etiopia, completare la costruzione di sei corazzate, rinnovare l'artiglieria, far ritornare dalla Francia la maggior parte del milione di italiani che vi lavoravano, spostare l'industria dalla pianura padana verso il sud, realizzare il progetto di una Esposizione Universale.”.
Forse Mussolini si illuse, con quel patto, di poter dimostrare alle grandi potenze europee di aver imbrigliato Hitler e di poterlo utilizzare per i propri fini: “Gli inglesi si sarebbero dovuti convincere...che le chiavi di Hitler ormai le aveva in mano lui, Mussolini.”, ci ricorda De Felice.
In realtà il patto d'acciaio non costituì l'inizio di una fase nuova della politica estera fascista, ma rappresentò la conclusione di un periodo in cui a Mussolini era parso di avere delle possibilità di scelta tra l'uno e l'altro schieramento, possibilità che invece non esistevano se si voleva badare agli interessi permanenti del Paese.
Quando, nell'estate del 1939, scoprì che la Germania si preparava realmente a fare la guerra, comunicò a Hitler le reali condizioni delle forze armate italiane, e chiese di essere esonerato dal rispettare l'articolo 3 del patto d'acciaio.
La Germania, impossibilitata a fornire le armi e le materie prime che l'Italia chiedeva per scendere in guerra al suo fianco, accettò la non-belligeranza italiana, ma per Mussolini l'umiliazione fu cocente; sottolinea André: “E' la fine di un bluff, la rivelazione della debolezza dell'Italia, una rivelazione che rende inattuabili gli ambiziosi programmi del fascismo, ma che può anche essere pericolosa per la difesa degli interessi italiani in molti settori, anche nei riguardi dell'alleato tedesco.”.
Tale umiliazione giocò una parte non irrilevante nella decisione di entrare in guerra nel Giugno dell'anno successivo, nonostante l'opposizione di Ciano e del Re.
Tale opposizione non è meramente suppositiva: in effetti, non è esagerato affermare che il Re pensò di esautorare Mussolini e di sostituirlo con l'antitedesco Ciano, al fine di evitare la guerra.
Nel diario di Ciano, in data 14 Marzo 1940, si legge: “Al Golf mi avvicina il Conte Acquarone, ministro della Real Casa. Parla apertamente della situazione in termini preoccupati, e assicura che anche il Re è al corrente del disagio che perturba il Paese.
A suo dire, Sua Maestà sente che da un momento all'altro potrebbe presentarsi per lui la necessità di intervenire per dare una diversa piega alle cose; è pronto a farlo, e anche con la più netta energia.
Acquarone ripete che il Re ha verso di me “più che benevolenza, un vero e proprio affetto e molta fiducia”. Acquarone -non so se d'iniziativa personale o d'ordine- voleva portare più oltre il discorso, ma io mi sono tenuto sulle generali...”.
Che il Re stesse proponendo a Ciano una sorta di colpo di stato contro il suocero?
Ad ogni modo, di fronte al crollo della Francia nel Maggio del 1940 Mussolini, “temendo di non arrivare in tempo alla spartizione del bottino” (così Villani), si convinse dell'opportunità, per l'Italia, di entrare in guerra: il sogno di costruire un impero mediterraneo per l'Italia gli sembrava ormai realizzabile soltanto grazie alla protezione tedesca, e non più giocando il ruolo di ago della bilancia, come aveva tentato di fare per tutti gli anni Trenta.
Inoltre in Mussolini era sempre stata ben viva la paura della Germania: durante i mesi della non-belligeranza egli si era posto il problema di quale sorte, in caso di vittoria tedesca (vittoria che nel Giugno del 1940 appariva scontata), sarebbe stata da Hitler riservata all'Italia, se questa si fosse sottratta ai suoi doveri di alleata.
Tale paura sembrò guidare l'azione di Mussolini anche in altre occasioni, per esempio in sede di elaborazione dell'armistizio con la Francia. Il governo di Roma aveva infatti preparato, in vista dell'armistizio, uno schema che comprendeva la cessione della flotta, l'occupazione della valle del Rodano, della Corsica, della Tunisia e della Somalia francese. Ma il 21 Giugno del 1940 Mussolini ridusse al minimo le sue richieste: l'occupazione doveva essere limitata a una piccola striscia di territorio francese lungo il confine con l'Italia.
Perché il Duce prese questa decisione? La spiegazione che si può ipotizzare deve tener conto del timore reverenziale nei confronti dell'alleato germanico. Ancora l'Andrè:
“Mussolini cominciava a preoccuparsi della situazione in cui si sarebbe trovata l'Italia in una Europa dominata dalla Germania, e con un atteggiamento moderato contava di tenersi aperta la strada a una collaborazione con la Francia, forse con l'idea di estenderla anche alla Spagna, in una triplice fondata sulla solidarietà latina...E' una ipotesi confermata dal fatto che, contemporaneamente, Mussolini avviava un negoziato con Mosca per un riavvicinamento con l'Unione Sovietica, allo scopo di creare un maggiore equilibrio nel nuovo assetto dell'Europa.”.
La paura della Germania va tenuta presente anche per spiegare l'aggressione alla Grecia dell'Ottobre 1940.
In quel periodo il governo di Roma continuava a ritenere prossima la fine della guerra e si preoccupava degli interessi italiani nei Balcani: con la prospettiva di un dominio tedesco sull'Europa, l'unica cosa da fare, pensava il governo fascista, era mettere sotto diretto controllo quelle parti della penisola balcanica dove maggiori erano gli interessi dell'Italia.
In altri termini, si trattava di creare delle situazioni di fatto, a protezione di quegli interessi, prima della fine del conflitto.
La Germania, infatti, stava rafforzando notevolmente la propria presenza militare nell'area balcanica, soprattutto in Romania, in vista dell'attacco alla Russia, dei preparativi per il quale gli italiani non erano stati informati.
Era quindi comprensibile che Mussolini tentasse di controbilanciare l'influenza tedesca. Pare dunque potersi affermare che la campagna di Grecia fosse determinata non tanto dalla volontà di eliminare una potenziale base di appoggio per la marina inglese, ma piuttosto per limitare lo strapotere tedesco: un'azione non contro il nemico inglese, ma, paradossalmente, contro l'alleato nazista.
La sconfitta italiana in Grecia (e poi in Africa settentrionale e in quella orientale) fece comprendere ai tedeschi l'estrema debolezza del loro alleato, e li indusse ad assumere la direzione politica e militare del conflitto nel Mediterraneo: fu la fine della guerra parallela, una formula che aveva un evidente valore politico, come affermazione di autonomia dell'Italia di fronte alla potenza tedesca.
Prima della metà del 1941, in conseguenza delle sconfitte subite in Grecia e in Africa, l'Italia perse ogni autonomia di fronte alla Germania: non fu più in grado di esprimere una sua linea di politica estera, e nemmeno di prendere delle iniziative differenziate di largo respiro, riducendosi a un satellite tedesco.
Il regime fascista crollò il 25 Luglio del 1943, sotto il peso di una guerra perduta: toccò al maresciallo Badoglio tentare di togliere il paese dalla difficilissima situazione che si era venuta a determinare.


Riferimenti bibliografici
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CIANO GALEAZZO,Diario,1937-1943,Rizzoli,Milano,1980;

DE FELICE RENZO, Mussolini il Duce. Gli anni del consenso:1929-36, Einaudi, Torino, 1996;

DE FELICE RENZO, Mussolini il Duce. Lo stato totalitario:1936-40, Einaudi, Torino, 1996;

DE FELICE RENZO, L'Italia tra tedeschi e Alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1973;

DUROSELLE JEAN BAPTISTE, Storia diplomatica dal 1919 al 1970, Edizioni Ateneo, Roma, 1972;

MACMILLAN HAROLD, Diari di guerra. Il Mediterraneo dal 1943 al 1945, Il Mulino, Bologna, 1987;

MACK SMITH DENIS,Le guerre del Duce, Laterza Bari, 1976;

SHIRER WILLIAM, Storia del III°Reich,Einaudi, Torino, 1962;

VILLANI PASQUALE, Trionfo e crollo del predominio europeo:XIX-XX, Il Mulino, Bologna, 1983;

VILLARI ROSARIO, Storia dell'Europa contemporanea, Laterza, Bari, 1972.
Documento inserito il: 29/12/2014
  • TAG: dichiarazione guerra, 10 giugno 1940, benito mussolini, fascismo, seconda guerra mondiale, asse roma berlino, prodromi diplomatico psicologici, diari galeazzo ciano

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