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Cefalonia: una vecchia ma ancora attuale intervista del Gen. Apollonio

Le bugie hanno le gambe corte recita il proverbio ma purtroppo -aggiungiamo noi- i danni da esse provocati possono protrarsi a lungo se non all'infinito, qualora non si abbia la fortuna di scoprirle.
Avviene così che alcuni "pinocchi" vivano di rendita sull'onda di fandonie -raccontate in perfetto stile salgariano- di cui, si accerti la falsità, sempre che ciò avvenga, solo a grande distanza di tempo.
Emblematica di ciò è la dichiarazione del generale Renzo Apollonio, riportata su "IL TEMPO" del 6 settembre 1993, nell'articolo sotto evidenziato, dove il giornalista F. Borzicchi scrisse: "Il generale Renzo Apollonio, di Firenze, 79 anni, l'8 settembre era a Cefalonia, nell'Egeo, comandava una batteria (265 uomini, 144 muli e 17 cavalli) della divisione Acqui, 11.500 soldati e 525 ufficiali a guardia del golfo di Patrasso. A Cefalonia c'erano anche i tedeschi, gli alleati del giorno prima.
"Il comandante Gandin" ricorda Apollonio "la sera sul 9 ci chiese cosa fare, combattere i tedeschi o consegnar loro le armi, come ci avevano ordinato. Lontani, soli e disperati decidemmo di resistere. Ma loro avevano gli aerei e noi no. Ci sterminarono quasi tutti".
Questo il racconto del generale al quale vogliamo credere che l'età piuttosto avanzata abbia impedito un'esatta ricostruzione dei fatti poichè, in caso contrario, si dovrebbe parlare di una dichiarazione deliberatamente falsa, resa con totale dispregio della verità storica anche se con le parole 'come ci avevano ordinato' egli non potè fare a meno di accennare -forse per un residuo scrupolo di coscienza- all'ORDINE di cedere le armi pesanti ai tedeschi ricevuto dal Comando dell'11a Armata di Atene (gen. Carlo Vecchiarelli) da cui derivò la 'salvezza' -sia pure tra gli stenti della prigionia- della stragrande maggioranza delle nostre truppe occupanti la Grecia.
Tale dichiarazione -eccetto l'involontaria e importante ammissione di cui sopra- non trova peraltro alcun riscontro in nessuna ricostruzione dei fatti relativa sia al 9 settembre che ai giorni seguenti, essendo storicamente accertato che solo il giorno 10 il generale Gandin chiese un parere, ma non all'Apollonio o ad altri ufficiali in sottordine come lui, bensì ad un Consiglio di Guerra, appositamente convocato e composto dagli UFFICIALI SUPERIORI, Comandanti di Corpo dei quali volle conoscere l'orientamento in merito all'ordine di cedere le armi pesanti e le artiglierie ai tedeschi, ricevuto dal Superiore Comando di Armata di Atene.
Gli Ufficiali convocati a rapporto furono i seguenti: il Comandante della fanteria divisionale, gen.Gherzi, i comandanti dei due reggimenti di fanteria col.Ricci e t. col. Cessari, il comandante del reggimento artiglieria, col.Romagnoli, il comandante del genio divisionale, maggiore Filippini, il comandante Marina Argostoli, capitano di fregata Mastrangelo. Era presente anche il capo di S.M. ten.col.Fioretti.
Furono FAVOREVOLI ALLA CESSIONE DELLE ARMI, e quindi all'esecuzione dell'ordine ricevuto dal Comando di Armata, TUTTI i convenuti tranne il Comandante di Marina, che, come tale, dipendeva dal proprio Comando Superiore di Marina ed era quindi estraneo alla Divisione 'Acqui', mentre incerto -probabilmente per il comportamento riottoso di alcuni suoi ufficiali come il ten. Apollonio e il cap. Pampaloni- si manifestò il Comandante dell'Artiglieria che, comunque, si dichiarò pronto ad eseguire gli ordini del Generale Gandin, qualunque essi fossero.
Tale parere - reiterato anche il giorno successivo e fatto proprio dal generale Gandin- avrebbe, senza dubbio, salvato la divisione dalla tragedia avvenuta se non fossero intervenuti gli inqualificabili fatti di cui si resero protagonisti i due summenzionati ufficiali -che all'alba del 13 settembre presero a cannonate due inermi motozattere tedesche uccidendo cinque uomini a tradimento (v. http://win.storiain.net/arret/num123/artic7.asp ); da esso deriva in modo inconfutabile che la dichiarazione di Apollonio non fu che una delle tante bugìe dette, confidando nel fatto che - come fu prassi costante- anch'essa sarebbe stata creduta dagli italiani i quali purtroppo la fecero passare liscia per molto tempo anche agli altri che agirono in modo analogo al suo che, per il modesto grado rivestito, era certamente un perfetto sconosciuto per il Gen. Gandin e tale sarebbe rimasto senza le malefatte combinate.
Da quanto sopra risulta inoltre evidente che TUTTI gli Ufficiali Comandanti della Divisione 'Acqui' -NESSUNO ESCLUSO- si pronunciarono per l'obbedienza all'ORDINE del Comando di Armata di cedere o meglio 'restituire' ai tedeschi le armi pesanti cioè i pezzi d'artiglieria che erano una loro 'preda' bellica della campagna d'Olanda messa a nostra disposizione dagli stessi.
Se ciò non avvenne sappiamo ormai chi furono i responsabili che con i loro atti spianarono la strada all'arrivo del famigerato ORDINE DI RESISTERE SENZA AVER DICHIARATO GUERRA -che lo fu il 13 ottobre- inviato dal Governo badogliano il 13 settembre (v all) e, per giunta, salvarono la pelle uno 'collaborando' con i tedeschi (l'Apollonio) e l'altro -il Pampaloni- dandosi alla macchia con i partigiani comunisti greci i famosi 'andartes' noti per la macabra usanza di tagliare la gola ai loro prigionieri italiani o tedeschi che fossero.
Concludiamo, pertanto, con una massima che si attaglia perfettamente alle dichiarazioni rese dall'Apollonio nell' intervista a IL TEMPO: "il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi" e per i PINOCCHI che ancora oggi ne esaltano le imprese sia di monito sapere che prima o poi la verità viene a galla.
Documento inserito il: 27/12/2014
  • TAG: cefalonia, divisione acqui, generale renzo apollonio, armistizio, 8 settembre 1943, intervista, divisione acqui
  • http://www.cefalonia.it

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