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Verità nascoste e considerazioni sull'8 settembre 1943 [ di Carlo Baccellieri ]

1a Parte
L’otto settembre del 43 rappresenta un evento determinate della nostra storia recente, un evento che ha cambiato la vita della nazione italiana, che ha determinato, con i suoi effetti, il futuro assetto istituzionale del nostro Paese, il ridimensionamento di miti ed ideali, il radicale cambiamento dei rapporti tra italiani. Quindi non soltanto un grande evento storico ma anche un grande evento politico e sociale. De Felice lo definì “la morte della Patria” (riprendendo un’espressione di Salvatore Satta), ma qui, a mio modesto parere, lo storico del fascismo si sbagliava. L’8 settembre non morì la Patria Italia, come la Guerra di Liberazione e, per molti versi, la stessa Repubblica Sociale Italiana, da opposte sponde, dovevano dimostrare. A distanza di oltre 60 anni da quell’evento possiamo esaminare i fatti e considerarli con assoluta serenità e fare pulizia di tutti quei luoghi comuni cari a tanta parte di italiani, sempre pronti a denigrare i comportamenti dei loro compatrioti, badando bene però ad autoescludersi da ogni considerazione men che positiva, ma pronti ad esprimere con forza e convinzione giudizi negativi sui comportamenti individuali e collettivi di tutti gli altri.
Possiamo oggi, a tanta distanza di tempo, razionalmente riconsiderare quei tragici eventi, e valutare serenamente le circostanze in cui tanti italiani di quella generazione si trovarono ad operare ed a scegliere la giusta via, che non era né facile da individuare né semplice da seguire. Possiamo fare tranquillamente piazza pulita di tutti quei giudizi prevaricanti ed ingiusti che sono stati formulati senza risparmio da amici e nemici ed anche da tanti c.d. storici di casa nostra. Possiamo farlo serenamente perché il tempo trascorso è tanto e perché la riflessione sui fatti ci porta a formulare un giudizio pacifico.
Il maestro della storiografia moderna, Benedetto Croce, disse con frase lapidaria, “la storia non si fa con i se e con i ma”, la storia sono i fatti. Ma i fatti vanno spiegati nelle cause che li hanno generati e negli effetti che hanno prodotto, altrimenti la “storia” si ridurrebbe ad un inventario senza senso e senza scopo.
Non ho certo la pretesa di fare opera di storico, ma soltanto il limitato proposito di rivisitare quegli avvenimenti con animo scevro da ogni pregiudizio e con l’impegno di riferire gli eventi con assoluta verità, cosa questa che, strano che possa apparire, è stata fatta solo raramente. Occorre dire in proposito che, nonostante l’enorme mole di opere scritte sull’argomento, anche da protagonisti di primo piano, non tutto è stato detto e non sempre quel che è stato detto lo è stato con verità e oculatezza.
Sull’argomento sono stati scritti migliaia di volumi dai protagonisti, dai testimoni, dagli storici, ma ancora oggi si scoprono sempre nuovi fatti, nuovi documenti che, seppur noti, non sono stati attentamente valutati o non sono stati riferiti con verità ed onestà d’intenti. Ma occorre anche aggiungere che ancora oggi non tutti i retroscena sono noti ed alcuni fatti di quei convulsi giorni sfuggono ad una completa conoscenza e forse non saranno mai completamente conosciuti.
Non ha giovato ad una corretta comprensione di quell’evento lo spirito di spinta autocritica, che diventa autoflagellazione se non autodiffamazione, tipico degli italiani, sempre pronti a enfatizzare, a causa di un ingiustificato complesso di inferiorità che affligge molti di noi nei confronti degli stranieri, gli errori, le manchevolezze, le insufficienze dei nostri atti ed a valutare, quasi sempre negativamente, qualsiasi nostro comportamento.
Non sfugge a questa regola “l’8 settembre del 43” relativamente al quale anzi vi è quasi una unanimità di giudizi negativi, non solo su come venne condotto l’armistizio (e, visto come si svolsero i fatti, non poteva essere altrimenti) ma anche sull’aspetto morale dell’evento che viene tacciato come un “tradimento” nei confronti dell’alleato tedesco, quasi con l’unanimità dei giudizi.
Che questa sia l’opinione dei fascisti e degli ex fascisti non sorprende, ma che questo giudizio sia condiviso anche dall’uomo comune, non particolarmente politicizzato, è incomprensibile e, comunque, inaccettabile.


Gli antefatti dell’armistizio dell’8 settembre 1943 furono la sconfitta in Africa Settentrionale, lo sbarco in Sicilia, la destituzione di Mussolini.
La sconfitta in Africa settentrionale fu la conseguenza dell’intervento americano nel Mediterraneo: dopo lo sbarco in Marocco non c’era più la possibilità di difendere l’Africa ed intestardirsi nella difesa della Tunisia fu sicuramente un errore che portò all’annientamento di un esercito di valorosi combattenti italo-tedeschi che non aveva alcuna possibilità di opporsi vittoriosamente all’esercito inglese che proveniva da est ed a quello americano che proveniva da ovest. Combattenti che avrebbero potuto essere impiegati con ben maggiore efficacia nella difesa della Sicilia.
In Tunisia quando, constatata l’impossibilità di ulteriore resistenza, le truppe dell’asse si arresero, vennero fatti 150.000 prigionieri tra Italiani (80.000) e Tedeschi e l’Italia perse il suo miglior generale Giovanni Messe (Rommel aveva tagliato, opportunamente, la corda parecchio tempo prima).
Lo sbarco in Sicilia fu la conseguenza, attesa e temuta, della perdita dell’Africa Settentrionale. Gli Alleati avevano assunto l’iniziativa ed attaccavano il territorio dell’Asse nel punto più debole avendo due distinti obiettivi: 1) impegnare una consistente frazione dell’esercito germanico per alleggerire la pressione sull’Armata Rossa e soprattutto di attirare truppe tedesche per diminuirne la presenza in Francia in previsione dell’apertura del secondo fronte non ancora attuabile; 2) provocare il collasso dell’Italia e la sua uscita dal conflitto.
Questo sbarco poteva essere contrastato con successo dagli italo-tedeschi ? Alla luce delle risultanze e dei documenti venuti alla luce nel dopoguerra non è per nulla azzardato dire che i mezzi c’erano.
Era interesse dei Tedeschi contrastarlo perché avrebbero ottenuto, oltre ad una eclatante vittoria, importantissima anche sul piano morale, l’allontanamento e forse l’abbandono di ogni ipotesi di sbarco nel bacino mediterraneo. Ed era interesse di Mussolini perché contrastare efficacemente gli Alleati era indispensabile per la sopravvivenza del fascismo e della politica del duce.
Probabilmente il duce comprendeva questo elementare concetto, e per capire ciò non occorreva un genio quale lui credeva di essere, ma non ebbe nè l’energia, né la capacità di imporsi ai suoi imbelli e recalcitranti generali ed al paese, deluso, stanco, sfiduciato da tre anni di guerra combattuti sempre a rimorchio dei Tedeschi e contraddistinti da una serie quasi ininterrotta di sconfitte. Nei fatti non impegnò, o comunque non riuscì a fare impegnare, nella difesa dell’isola le ingenti forze ancora a sua disposizione in Italia e fuori. Sicuramente aveva bisogno dell’appoggio aereo tedesco perché la nostra aereonautica era ormai così ridotta di efficienza e di numero da non essere più in grado di contrastare lo strapotere anglo-americano, e così dicasi per i carri armati, settore da sempre deficitario. Ma era interesse primario anche di Hitler sostenere il traballante alleato.
E’ certamente vero che la storia non si può fare con i se e con i ma, e nessuno può dire cosa mai sarebbe accaduto se gli Alleati fossero stati vigorosamente contrastati, con tutte le forze disponibili dell’Asse in Sicilia, ma possiamo certamente dire cosa poteva farsi e non fu fatto. Anche così la conquista della Sicilia non fu una passeggiata: gli alleati impiegarono 38 giorni (più di quanti ne occorsero per conquistare la Polonia, la Francia, la Jugoslavia) e perdettero quasi 20.000 uomini di cui 5.287 caduti, 9.046 feriti e circa 3.500 prigionieri.
Le “dimissioni” di Mussolini furono conseguenza inevitabile di questi avvenimenti: dopo tre anni di continue sconfitte, l’Italia si ritrovava con il suo territorio invaso e sottoposta bombardamenti sempre più devastanti delle sue città. L’esercito era totalmente demoralizzato. L’opinione pubblica aveva bevuto l’abile propaganda degli angloamericani secondo la quale essi facevano la guerra al fascismo e non all’Italia (un uomo, un uomo solo, aveva proclamato enfaticamente Churchil, era rfersponsabke della nostra guerra) e si presentavano come i liberatori da una dittatura alla quale gli Italiani avevano voltato le spalle. I fascisti migliori (compresi i quadrunviri sopravvissuti e lo stesso Ciano) ritennero improcrastinabile una decisione coraggiosa, capace di salvare il salvabile ed il re, dopo tanti tentennamenti, si convinse che era venuto finalmente il momento di porre fine all’esperienza fallimentare del fascismo ed uscire, con il minor danno, da una guerra ormai irrimediabilmente perduta. Si disse che, com’era tradizione della casa Savoia, vi era anche la speranza di poter passare, in un modo o nell’altro, dalla parte del vincitore, ma di questo non vi sono le prove. Se mai esistono prove del contrario.
Mussolini non si era opposto alla discussione dell’Ordine del Giorno Grandi, che lo stesso presentatore gli aveva sottoposto in anticipo, ed aveva accettato “democraticamente “ la votazione che lo metteva in minoranza. Probabilmente voleva portare allo scoperto gli oppositori per poi liberarsene e comunque aveva una illimitata fiducia che il re avrebbe continuato a sostenerlo. Di certo in quella seduta apparve stanco e sfiduciato e non mostrò la sua solita grinta.
Occorre anche dire una cosa che raramente è stata tenuta presente: una delle ragioni (se non la principale) che aveva spinto Mussolini a dichiarare la guerra alle democrazie occidentali il 10 giugno del 1940 consisteva nell’intenzione di affiancarsi alla Germania nazista per limitarne in qualche modo l’influenza in Europa dopo la vittoria che si riteneva inevitabile. In questo senso molti hanno ritenuto esistente un carteggio Churchil-Mussolini che avrebbe riguardato un accordo dei due statisti sul punto. Cosa mai provata ma neppure definitivamente smentita.
Ora era chiaro che la guerra la Germania l’aveva irreversibilmente persa, quindi era venuta meno ogni ragione per l’Italia di continuarla.
Perduta la guerra occorreva fare la pace. Mussolini inseguiva il miraggio della pace separata all’Est che Hitler rifiutava caparbiamente, ma questa ipotesi non era più praticabile nel luglio del 1943 dopo le decisive vittorie dei Russi a Stalingrado e degli Angloamericani in Africa. Il duce lavorava a questa ipotesi cercando di raccogliere i consensi degli alleati minori (Ungheria, Romania, Finlandia) e proprio la mattina del 25 luglio aveva chiesto all’ambasciatore del Giappone di avviare contatti in questo senso con l’URSS. E’ stato storicamente acclarato che Stalin voleva la pace perchè lo sforzo sopportato dall’URRS era stato immane ma questa pace l’avrebbe accettata solo ai confini del 1941 (cioè con i paesi baltici e parte della Polonia inglobata nell’Unione Sovietica), mentre Hitler voleva, oltre alla Polonia, anche l’Ucraina. La pace quindi non poteva venire per quella via. E se non poteva venire dal duce, che aveva la responsabilità della sconfitta, doveva venire dal re che aveva condiviso questa responsabilità. E così fu.
Cosa avveniva dall’altra parte? Si è sempre pensato che da parte anglo-americana tutto fosse pronto per accettare la resa dell’Italia, ma così non era.
Le ipotesi possibili erano tre:
1) chiedere l’armistizio agli Angloamericani avvisando per tempo i Tedeschi;
2) arrendersi agli Angloamericani ed ai Tedeschi contemporaneamente;
3) chiedere l’armistizio agli Angloamericani senza avvisare i Tedeschi e metterli innanzi al fatto compiuto.
La prima ipotesi era impraticabile perchè i Tedeschi MAI avrebbero autorizzato l’Italia a cedere le armi, tanto più che gli Alleati chiedevano la resa senza condizioni, il che significava consegnare nelle loro mani tutto il paese, con il conseguente avvicinamento degli eserciti invasori ai confini della Germania e la cessione dei campi d’aviazione che avrebbero avvicinato pericolosamente i bombardieri Alleati al territorio del III Raich, aprire la porta dei Balcani il cui fianco occidentale sarebbe rimasto scoperto.
La seconda ipotesi era altrettanto impraticabile perché avrebbe trasformato sic et simpliciter tutto il territorio italiano in un campo di battaglia senza alcun vantaggio, neppure politico e rendeva completamente inutile l’armistizio.
La terza ipostesi comportava due opzioni possibili:
a) attaccare i Tedeschi nel momento stesso della proclamazione dell’armistizio con l’aiuto degli alleati e tentare di costringerli a lasciare l’Italia. Questo comportava, oltre ai rischi insiti in una aggressione dall’esito molto incerto, il “tradimento” dell’alleato con il quale si era combattuta la guerra fino al giorno prima, comportamento certamente deprecabile dal punto di vista morale, che avrebbe pesato non poco sull’onore della nazione italiana. Del resto questa opzione non assicurava il successo, nonostante il voltafaccia, poiché le probabilità di prevalere sull’esercito tedesco, ben più efficiente e motivato rispetto a quello italiano, rimanevano piuttosto scarse senza un determinante aiuto degli Alleati. In più non era per nulla scontato che le Forze Armate italiane avrebbero accettato di combattere efficacemente l’alleato del giorno prima.
b) Proclamare l’armistizio all’insaputa dei Tedeschi, tenendosi pronti però a contrastare energicamente la prevedibile reazione, facendo in modo che fosse, nei limiti del possibile, conveniente anche per loro abbandonare almeno una parte del territorio metropolitano italiano. Questa fu, nella sostanza, l’opzione scelta dal re e dal governo Badoglio, sia pure con contraddizioni e gravi insipienze, come vedremo in seguito, e, anche col senno di poi, possiamo tranquillamente affermare che questa era l’opzione che andava scelta in quei drammatici frangenti che davano ben poche possibilità di uscire con poco danno dalla situazione disperata in cui l’Italia si trovava. Era una soluzione che non intaccava l’onore nazionale perché ad impossibilia nemo tenetur e l’Italia non era assolutamente in grado di continuare la guerra per un collasso, che prima ancora di essere fisico, era morale.
Un vecchio e valoroso generale della Ia Guerra Mondiale disse in quei frangenti, con raro realismo ed altrettanta lucidità: “Povera Italia, non può continuare la guerra e non può fare la pace!
Dimissionato Mussolini per fare la pace, nominato un governo militare per gestire l’emergenza e condurre in porto le trattative con gli Alleati, sorgevano immediatamente alcune esigenze per fare fronte, con il minor danno possibile, alla delicata situazione in cui si veniva a trovare lo Stato italiano, innanzitutto nei confronti dei Tedeschi che avevano tutti i motivi per ritenere che l’Italia si apprestava ad abbandonare l’alleanza, ed anche nei confronti agli Angloamericani con i quali occorreva al più presto condurre in porto le trattative di armistizio.
Il comunicato con il quale furono annunciate le “dimissioni” del duce venne letto alla radio alle ora 22,45 del 25 luglio ’43 e suscitò enorme sorpresa perché inaspettato dai più e redatto in una formulazione inconsueta, mediante la quale colui che era stato il “Duce” per 20 anni veniva chiamato il cavalier Benito Mussolini, come si fosse trattato di un impiegato del catasto che aveva conseguito il titolo di cavaliere all’atto del pensionamento per la sua buona amministrazione e tutto con un comunicato di quattro righe: Sua Maestà il Re ed Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato Sua Eccellenza il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.
Da notare che, nonostante che il re avesse fatto arrestare Mussolini e liquidato il fascismo, non rinunziava al titolo di Imperatore conseguito grazie al fascismo.
Badoglio, dopo avere brindato a champagne con pochi intimi alla nomina a Capo del Governo, alla quale lavorava da tempo, emanò, come vuole la prassi, un proclama alla Nazione la cui redazione venne affidata al vecchio parlamentare siciliano Vittorio Emanuele Orlando. Il proclama conteneva la seguente frase che venne aspramente criticata: “La guerra continua. L’Italia, gelosa delle sue tradizioni, tiene fede alla parola data".
Ma cosa avrebbe dovuto dire Badoglio agli Italiani in quella occasione?
E’ prassi costante in tutti i colpi di stato che il nuovo governo, all’atto dell’insediamento, dichiari che lo Stato tiene fede ai patti sottoscritti in precedenza. Nessuno ci crede, ma questa è la prassi. Avrebbe dovuto dire: domani firmiamo l’armistizio? I Tedeschi ci sarebbero piombati immediatamente addosso.
Giustamente Badoglio nelle sue memorie al riguardo dice: “..... una dichiarazione da parte dell’Italia di cessazione delle ostilità non avrebbe potuto avere altro risultato che questo: occupazione immediata di tutto il Paese da forze tedesche; immediato rovesciamento del Governo, con la creazione di un governo nazi-fascista; nessuna assicurazione che gli Alleati avrebbero poi considerato la sorte del popolo italiano disgiunta da quella del partito fascista.
Naturalmente la storia non può tenere in considerazione i “se” però l’ipotesi prospettata da Badoglio era del tutto realistica tanto più che Hitler sin dal maggio precedente aveva preparato i piani di due operazioni collegate tra loro, Alarich e Achse (in un primo momento chiamata Student) che contemplavano, in previsione di un collasso dell’Italia o di un suo sganciamento dall’alleanza, l’invasione della penisola da parte dell’esercito germanico e l’arresto del re e del governo.
Si dice che in quel momento le truppe tedesche non fossero numerose in Italia: quattro divisioni impegnate in Sicilia, altre quattro tra la penisola e la Sardegna ed una brigata in Corsica ed in più altri elementi sfusi. Ma Rommel, al quale Hitler aveva affidato, sin dal 26 luglio, la responsabilità delle operazioni Alarich e Achse, era in Baviera e disponeva di 22 divisioni che non avrebbero tardato molto ad entrare in Italia. La frase quindi era necessaria e si giustificava perfettamente con la ragion di stato che deve guidare in ogni momento i governanti: salus reipublicae suprema lex. Piuttosto appariva inopportuno e forzato quell’accenno alla “parola data” che da li a poco era destinata ad essere ritirata.
Quella frase inserita nel proclama contribuì a convincere i fascisti a non intervenire in difesa del regime per non turbare lo sforzo che il Paese doveva compiere in difesa del territorio nazionale. Infatti la divisone corazzata M accampata nei pressi di Roma non intervenne, non intervennero i fascisti accasermati a Roma, né Galbiati, capo della Milizia, né Scorza, segretario del partito, diedero alcun ordine di muoversi. Lo stesso Mussolini inviò nella serata del 25 luglio a Badoglio una missiva nella quale lo assicurava che non avrebbe creato difficoltà e si metteva a sua disposizione. Si disse allora, e si continuò a dire poi, che il fascismo era morto e nessuno, dei milioni di fascisti del giorno prima, aveva alzato un dito per difenderlo. No, il fascismo non era morto, e i 600 giorni della Repubblica Sociale Italiana dove si ritrovarono i peggiori, e forse anche i migliori, fascisti, l’avrebbero dimostrato.
Tutto giusto, quindi, solo che in tutti i colpi di stato, all’assicurazione del rispetto dei trattati internazionali, segue invariabilmente un’altra disposizione immediata: la chiusura delle frontiere. Disposizione indispensabile per evitare da una parte la fuga degli elementi del regime deposto e dall’altra che arrivi aiuto a questi ultimi dall’esterno o che comunque ci siano interferenze pericolose. Questa disposizione non fu data. Un grave errore? Certamente si perché già il 26 luglio cominciarono a calare in Italia i Tedeschi in assetto di combattimento e armi spianate, violando di fatto la sovranità dello Stato italiano. Tracotanti e spavaldi più del solito, spendevano finanche moneta d’occupazione.
Perché quest’ordine non fu dato? Nelle migliaia di libri di storia sull’argomento nessuno ne parla ma è evidente che la ragione sta tutta nella paura che il governo Badoglio aveva proprio dell’invasione tedesca.
Ancora una volta i se ed i ma non aiutano e non ha senso ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere se quell’ordine fosse stato dato. Ma ha senso esaminare quali prospettive si aprivano nel caso in cui le frontiere fossero state chiuse.
Era ragionevole pensare che Hitler avrebbe reagito ordinando l’immediata messa in atto dei piani già predisposti con le operazioni Alarich e Achse. Ed infatti, non appena apprese la notizia della destituzione di Mussolini nella tarda serata del 25 luglio alla Wolfs-schanze (la tana del lupo) ordinò perentoriamente ai suoi generali: “liberate il Duce”. Rommel, che si trovava ad Atene, ricevette l’ordine di recarsi immediatamente a Rastemburg ed il generale Jodl di mettere in allarme la 3° divisione corazzata, l’unica che si trovava nei presi di Roma. Nella Riunione tenuta alla Wolfs-schanze il 26 si fece il punto sulla situazione e si esaminarono i piani a suo tempo predisposti: operazione Alarich (invasione della penisola italiana); Schawarz (Nero – cattura o distruzione della flotta italiana) Achse (cattura del governo italiano, della famiglia reale e... del Papa; disarmo e cattura delle forze armate regie, in Italia e fuori); Eiche (quercia, liberazione di Mussolini). Hitler, spinto dell’impulso, ben conscio che l’arresto di Mussolini precludeva allo sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania, voleva dare inizio immediatamente a tutte e quattro le operazioni ma fu frenato dai sui generali e consiglieri, segnatamente dal generale Joldl e da Goblens perché – dissero – conveniva far compiere il primo passo agli italiani per non fornire pretesti e motivazioni alla defezione. Tanto più che nessuno sapeva dove si trovasse il duce.
Si decise quindi di dare corso per il momento alla sola operazione Alarich (invasione dell’Italia). Il generale Jodl diede via libera alle ore 13,30 del 27 luglio e diramò l’ordine scritto, con esecutività pienamente operativa per il 30. Nel pomeriggio del 26 arrivava alla Wolfs-schanze anche il generale Student, il comandante dei paracadutisti che venne incaricato di preparare l’operazione Eiche. In conseguenza di ciò venne diramato l’ordine di spostare la 2° divisione paracadutisti (un’unità di elite) dalla Provenza, dove si trovava in attesa di impiego, in Italia nella zona dei Colli Albani.
La prudenza di Badoglio quindi non impedì l’invasione della penisola ma – al più – ritardò l’aggressione alle forze armate italiane ed ai vertici dello Stato.
Ma avrebbero corso questo rischio i Tedeschi? Non è lecito fare ipotesi, possiamo soltanto ricostruire qual era il convincimento logico che il Governo Badoglio ragionevolmente doveva avere in quel frangente. Conoscendo la determinazione dei Tedeschi e la scarsa considerazione che essi avevano degli Italiani la risposta e si. Però il rischio, anche per loro, era grande: vi erano 4 divisioni tedesche impegnate in Sicilia (circa 50.000 soldati) che senza l’aiuto della marina e delle batterie contraeree italiane non sarebbe stato possibile evacuare, come invece si poté fare per 40.000 di essi. Nell’Italia meridionale vi erano due divisioni (di cui una corazzata, la 26°), un’altra, la 3a corazzata, era dislocata in Toscana, un’atra ancora era in Sardegna ed una brigata in Corsica . Veramente poco per poter temere queste forze. Tuttavia, facenti capo al Gruppo di armate B, al cui comando Hitler insediò Rommel sin dal 26 luglio, dislocato nel sud della Germania e nella vicina Provenza, vi erano pronte 22 divisioni che al momento non avevano compiti operativi e queste forze non eravamo in grado di contrastare. Ma non v’è alcun dubbio che un attacco tedesco avrebbe dato ben altra determinazione alle Forze Armate italiane di opporsi alla invasione di un esercito straniero, che ci aggrediva proditoriamente, ed avrebbe motivato, con ben altra intensità, morale e psicologica, la resistenza all’occupazione nazista. Questo fu il suggerimento che Grandi (1) diede ad Acquarone subito, dopo il Gran Consiglio nella notte stessa del 25 luglio, per risolvere la situazione militare ed internazionale: “... sincronizzando l’eventuale decisione del Re con una nostra domanda di armistizio alle nazioni alleate ed in pari tempo preparando le nostre forze armate e la nazione a resistere a quella che sarà immancabilmente la reazione della parte tedesca". Nello stesso colloquio suggerì di affidare il Governo al generale Caviglia oppure ad uomini nuovi, non compromessi col fascismo, come De Gasperi, Paratore, Soleri etc.- “Che cosa si potesse fare - scrisse Attilio Tamaro(2) – si vede del resto da ciò che temettero subito i Tedeschi che da parte nostra si facesse: vale a dire prendere posizione sul Brennero. difendere il paso rompere o chiudere i ponti le gallerie e le strade. Le quali cose dice Gobbels, se fossero state eseguite avrebbero avuto conseguenze disastrose per i Tedeschi ed avrebbero reso impossibili i loro movimenti.” Era possibile, anzi relativamente facile, sopraffare le non ingenti forze tedesche allora presenti in Italia e costringerle alla ritirata ma restava sempre la possibilità, anzi la certezza, che dalla Germania e dalla Provenza saremmo stati attaccati dalle 22 divisioni disponibili. A conti fatti, anche col senno di poi, il rischio era troppo grosso e non c’era nessuna certezza che si potesse uscire, senza rompersi le ossa, dalla situazione in cui ci eravamo cacciati, tanto più che gli Alleati, ancora fortemente impegnati in Sicilia, quasi sicuramente non ci avrebbero fornito alcun valido sostegno.
In estrema sintesi, quindi, la decisione di non chiudere ermeticamente le frontiere con la Germania può essere considerata saggia, anzi l’unica possibile, date le circostanze. Solo che l’ingresso della Wehrmacht andava in qualche modo contrastato e, quantomeno, rallentato senza rendere tutto facile ai Tedeschi: occorreva protestare energicamente, sia a livello militare che diplomatico, dinnanzi a quella che era un’aperta violazione della sovranità italiana, non solo per motivi di dignità nazionale, ma anche e soprattutto per far capire l’antifona che non ci saremmo facilmente arresi alle prepotenze “dell’alleato”. Invece nulla, salvo qualche debole protesta dei nostri militari.
Il primo consiglio dei ministri del Governo Badoglio si tenne il 27 luglio che come primo atto decretò lo scioglimento del partito fascista, la liberazione dei detenuti politici (tranne i comunisti che per il momento restavano dentro), la proibizione di costituire nuovi partiti (divieto rimasto inascoltato) e provvedimenti sulla stampa. E’ singolare che si discusse se si dovesse o meno chiedere l’armistizio, come se Mussolini fosse stato cacciato via solo per far piacere a Badoglio. E dire che sondaggi per una pace separata con il Alleati erano stati cautamente avviati sin dall’anno precedente ad iniziativa di un gran numero di personaggi (Maria Josè, Grandi, Acquarone, gruppi antifascisti etc.) e finanche Benito Mussolini aveva incaricato il suo Ministro degli esteri Bastianini di avviare segrete trattative (3).
I gruppi antifascisti, che si erano prontamente costituiti già del giorno 26, avevano fretta e chiedevano subito la pace. Ma ciò rischiava di provocare i tedeschi per cui Badoglio ed Acqarone incaricarono un loro portavoce di chiedere ai “rappresentanti” dei partiti antifascisti una tregua di cinque o sei giorni necessari per “uscire dalla guerra”. Badoglio mentiva sapendo di mentire così come mentiva all’ambasciatore Mackensen ed al generare Kesserling che si erano precipitati da lui per sondare le intenzioni del nuovo Governo ed ai quali assicurò, non senza tronfia retorica, che l’Italia continuava la guerra a fianco dell’alleato.
Da parte loro i partiti, specie a Milano ed a Torino, non rispettarono la tregua ed ebbe inizio una sarabanda di accuse, ingiurie, pettegolezzi, anche meschini, contro il fascismo ed i fascisti a cui si abbandonarono anche quelli che per 20 anni avevano osannato al “duce” ed avevano abbondantemente attinto alla sua greppia. Naturalmente invocavano a gran voce la pace, senza minimamente considerare che in casa ed alle frontiere avevamo i Tedeschi che così venivano messi ancor più in allarme, se ve ne fosse stato bisogno.
La situazione era tragica ed il tempo stringeva: Hitler voleva intervenire subito, costasse quel che doveva costare, ma a stento i suoi generali ed ammiragli lo avevano persuaso che era opportuno attendere fino a che l’esercito tedesco avesse completato il suo schieramento ed evacuato la Sicilia.
Badoglio era ovviamente all’oscuro dei piani Tedeschi ma era abbastanza scontato che sarebbero intervenuti prima o poi per cui era necessario precederli prima che il Governo da lui presieduto venisse esautorato ed il re impedito di agire.
Ciononostante pareva che non avesse fretta, nessuna fretta. Nel frattempo continuavano i feroci bombardamenti sull’Italia per indurla a chiedere la resa. Winston Churchill disse alla camera dei Comuni che la caduta del fascismo aveva avuto per il momento la sola conseguenza di intensificare i bombardamenti.
Solo il 31 luglio (5 giorni dopo il colpo di Stato) Badoglio, Guariglia (ministro degli esteri) Acquarone (ministro della Real Casa) e Ambrosio (Capo di Stato Maggiore Generale) decisero di avviare sondaggi con gli Alleati attraverso canali diplomatici. Ma non si ipotizzava di aprire negoziati di pace veri e propri ma, per il momento, di comunicare agli Alleati la situazione italiana e sondare le loro intenzioni. Il giorno dopo Guariglia convocava il Consigliere Blasco D’Ayeta, in servizio nella la rappresentanza diplomatica presso il Vaticano, e lo incaricava di organizzare, tramite l’ambasciatore britannico Osborne, un’incontro a Lisbona con l’ambasciatore Campbell al quale avrebbe fatto presente che l’Italia intendeva cessare le ostilità ma che di fatto il territorio italiano era occupato dai tedeschi ed occorreva l’aiuto degli Alleati. D’Ayeta prese l’aereo ed il giorno successivo, 2 agosto, incontrò Campell informandolo delle intenzioni italiane e lo avvisò che l’atteggiamento del Governo italiano, apparentemente temporeggiatore, era dovuto esclusivamente alla pressione tedesca. Il re ed il governo erano in pericolo – disse - ed in caso di attacco tedesco erano intenzionati a trasferirsi in Sardegna, nella base navale della Maddalena.
A questo punto va posta una domanda e fatta una considerazione:
a) La domanda: perché si attesero 8 giorni per stabilire un contatto che poteva tranquillamente realizzarsi in due? E perchè non iniziare immediatamente negoziati di pace ma semplicemente comunicare agli Alleati la situazione italiana? La giustificazione addotta, secondo la quale si temporeggiava perché si era sotto la pressione tedesca, non ha senso perché più tempo passava e più i tedeschi invadevano l’Italia (proprio il 1° agosto era entrata in Italia, col permesso di Ambrosio, un’altra divisione di fanteria tedesca, la 44a, che aveva occupato il passo del Brennero). La verità probabilmente era che si temporeggiava perché gli Alleati erano impegnati in Sicilia e non sarebbero potuti intervenire in aiuto del Governo italiano al momento della proclamazione dell’armistizio e dell’attacco tedesco che fatalmente ne sarebbe seguito. Era a questo punto indispensabile evacuare la Sicilia, ma il Comando Supremo italiano, sempre nell’intento di non insospettire i Tedeschi, non cambiò i suoi piani (se mai ve ne furono) “di resistenza ad oltranza”, poi reiterata anche in Calabria, ordine che peraltro, come tutti sanno, rimase sempre inascoltato. Per nostra fortuna ci pensarono i Tedeschi ed il generale Kesserling ordinò subito dopo il 25 luglio, al generale Hube, che aveva di fatto esautorato il generale Guzzoni divenendo il comandante supremo in Sicilia, di evacuare l’isola ed abbandonare la linea di resistenza senza neppure avvisare gli Italiani.
b) La considerazione: la fuga di Pescara del re e di Badoglio del 9 settembre ’43 non fu frutto di una improvvisa decisione conseguente alla situazione militare determinatesi per la proclamazione “anticipata” dell’armistizio, ma era programmata e prevista (sebbene verso altra località) sin dal mese di luglio.
Nel frattempo il re aveva autorizzato Grandi, che era stato ambasciatore a Londra per lunghi anni, a prendere contatto per parte sua a Madrid avvalendosi delle amicizie che aveva stretto negli ambienti londinesi. La cosa non ebbe esito perché si perse tempo in inutili preparativi ed anche perché gli inglesi non intendevano trattare con i fascisti o gli ex fascisti.
Senza attendere l’esito della missione D’Ayeta Badoglio e Ambrosio incaricarono il diplomatico Alberto Berio di sostituire Mario Badoglio al consolato di Tangeri per prendere contatti con il console britannico al quale dovrà comunicare che i tedeschi erano in procinto di imprigionare il re e Badoglio (cosa verissima e della quale si era venuti a conoscenza tramite una soffiata dell’ammiraglio Canaris, capo del controspionaggio tedesco, antinazista e poi implicato nell’attentato ad Hitler del 1944): Sempre su mandato chiesero agli Alleati di attenuare i bombardamenti per non compromettere la tenuta del fronte interno italiano e suggerirono l’attuazione di sbarchi in Francia o nei Balcani, per attrarre forze tedesche dall’Italia e a nord di Roma.
Anche qui altre due considerazioni:
a) non fu una buona scelta stabilire un altro contatto perché si rischiava di creare confusione e sovrapposizione di trattative che, oltre a generare, come di fatti avvenne, sospetti, rischiava di creare confusione in una situazione che esigeva la massima chiarezza;
b) assurdo dovette sembrare agli Alleati la pretesa di Badoglio di dare suggerimenti e chiedere che la loro strategia (programmata da tempo) venisse modificata in funzione degli interessi del Governo italiano.
Nel frattempo sia D’Ayeta che Berio ricevevano la risposta dai diplomatici da loro contattati i quali avrebbero riferito al loro governo, non avendo alcuna autorizzazione a trattare.
Ma erano pronti gli Angloamericani a presentare le loro condizioni di resa agli italiani? In realtà non erano pronti. Nonostante avessero intrapreso la campagna di Sicilia proprio allo scopo di costringere il “ventre molle dell’Asse” ad arrendersi e di eliminare il governo di Mussolini, gli Alleati non erano pronti a presentare le loro condizioni.
Già la strategia “mediterranea” era stata decisa dopo lunghe discussioni tra Inglesi ed Americani, dove i primi volevano che, in attesa di approntare i mezzi necessari per l’apertura del “Secondo fronte”, proseguissero le operazioni belliche nel Mediterraneo mediante sbarchi o in Grecia o nei Balcani o in Italia, iniziando dalla Sicilia o dalla Sardegna per poi proseguire nella Francia meridionale. Alla fine prevalse l’opinione di Churchill preoccupato assicurare la supremazia della Gran Bretagna in quello che la “perfida Albione” aveva sempre considerato un suo esclusivo terreno di pascolo e di dominio.
Le opzioni erano tante ma, visti i segnali che venivano dall’Italia di un prossimo collasso del fronte interno e del fascismo, si optò per la intensificazione dei bombardamenti sulla penisola e l’invasione della Sicilia.
Anche in ordine alle condizioni di resa da offrire non c’era unanimità di intenti. In America si combattevano due tendenze, una che faceva capo agli ambienti liberal, fortemente antifascisti, in contatto con i fuorusciti italiani, che non volevano alcuna trattativa con gli esponenti del fascismo, anche se trasmigrati su nuove posizioni, e gli ambienti conservatori che invece erano più possibilisti e, temendo che della situazione potessero approfittare i comunisti, erano disposti a trattare con chiunque offrisse la resa (o passaggio di campo) ed erano più propensi ad offrire una “pace onorevole” (4). Situazione analoga in Gran Bretagna ove, alla duttilità del Primo Ministro che non aveva remore a trattare con chiunque ed era disposto a qualche concessione, vi era l’atteggiamento di netta chiusura dell’ambiente del Foreing Office e del ministro degli esteri Eden il quale, anche perché animato da propositi di vendetta e accidia personale, voleva una resa che fosse la premessa alla completa estromissione di qualsiasi influenza dell’Italia nel bacino Mediterraneo, che doveva essere e rimanere esclusiva zona di pascolo dell’Impero di Sua Maestà Britannica (5) dal quale andava definitivamente scacciata la stracciona Italia che aveva osato sfidare la Gran Bretagna atteggiandosi a Grande Potenza.
Dal 14 al 23 gennaio 1943 c’era stata la conferenza di Casablanca nella quale, assente Stalin, Roosevelt e Churchill si erano messi d’accordo sulle strategie future. Il presidente Usa scambiò “concessioni per la strategia militare degli inglesi ..... di continuare le operazioni militari nel Mediterraneo il cui obiettivo era la caduta dell’Italia con un’invasione della Sicilia o della Sardegna”(5) con la formula della “resa incondizionata”. Roosevelt rinunziò per il momento ad aprire il secondo fronte attraverso la Manica e Churchill aderì alla formula tanto cara al quacquerismo americano. Fu una scelta sciagurata che causò la perdita di tante vite umane di tutti i paesi belligeranti.
Diverso il punto di vista del generale Eisenhower che da militare vedeva le cose in un ottica militare e non politica e capiva che la cessazione delle ostilità da parte dell’Italia era un grande vantaggio per gli Alleati. e difatti inviò il 29 luglio questo messaggio agli Italiani: “Noi ci compiaciamo con il popolo italiano e con la Casa Savoia per essersi liberati di Mussolini, l’uomo che li ha coinvolti in guerra come strumento di Hitler e li ha portati sull’orlo del disastro. Il più grande ostacolo che divideva il popolo italiano dalle Nazioni Unite è stato rimosso dagli italiani stessi. Il solo ostacolo che ora rimane sulla via della pace è l’aggressore tedesco. Voi volete la pace; voi potete avere la pace immediatamente, e una pace a condizioni onorevoli che i nostri governi vi hanno già offerto..”.(6) Era sincero Eisenhower? Probabilmente si.
Ma i governi erano di tutt’altro avviso ed al momento in cui si presentarono i diplomatici italiani per comunicare l’intenzione del Governo italiano di porre fine alla guerra l’unica cosa che per gli Alleati era sicura era quella maledetta formula della “resa senza condizioni” che ritornava sulla scena della politica europea dalle tenebre del Medioevo. Per il resto nulla era stato deciso o predisposto.


2a parte
Dopo varie elaborazioni, pensamenti e ripensamenti, finalmente gli Alleati prepararono le condizioni di resa da sottoporre agli Italiani.
Si tratta di due documenti, uno sintetico che poi formerà il c.d. “armistizio corto,” con clausole esclusivamente militari, e che sarà firmato dal generale Castellano a Cassibile il 3 settembre, predisposto dagli Americani, e l’altro, molto più articolato, predisposto dagli Inglesi, contenete clausole politiche, che sarà firmato a Malta da Badoglio.
I due documenti nascono da uno scambio di lettere tra il Premier inglese ed il Presidente Americano. Churchill, su pressioni di Eden, presenta un documento dettagliato che si compone di 44 articoli e che risulta molto severo e punitivo. Roosevelt vuole invece un documento più morbido, ridotto all’essenziale, che possa essere accettato dagli Italiani e che non li spaventi. Nasce così “l’armistizio corto”con soli 12 articoli.
Il giorno 29 luglio le condizioni di massima alle quali le “Nazioni Unite” sono disposte ad accettare la resa dell’Italia, sono comunicate alla stampa ed il 30 vengono lette alla radio da Eisenhower. E’ così che i governanti italiani, al di là delle trattative in corso, prendono conoscenza delle condizioni che dovranno accettare per concludere l’armistizio con gli Alleati: prendere o lasciare, non c’è spazio per nessun negoziato, solo perdita di tempo.
Anche se c’è poco da trattare, perché gli Alleati non demordono dalla loro linea dura, si continua in trattative inconsistenti fino al 10 agosto. Qui si mette in scena la c.d. “commedia degli inganni”, quella che, Eisenhower prima e Alexander poi, chiameranno il gigantic bluff, mediante il quale gli Angloamericani, desiderosi di persuadere gli italiani sull’opportunità della resa, cercano di convincere gli emissari del governo Badoglio che essi dispongono nell’area del Mediterraneo di forze ingenti, ben più di quanto siano nella realtà. Un bluff che però non gioverà né agli uni né agli altri.
Berio e Dayeta hanno impiegato 10 giorni di trattative per comunicare agli Alleati i desiderata del loro Governo (che non saranno tenute in nessun conto) e per comunicare a Roma che l’armistizio può concludersi solo secondo una formula non trattabile, quella della resa incondizionata: veramente troppo tempo per non ottenere niente. Eppure non poteva sfuggire a Badoglio ed al suo entourage che il tempo era prezioso. I Tedeschi stavano perfezionando i vari piani Alarich (invasione della penisola italiana); Schawarz (Nero – cattura o distruzione della flotta italiana); Achse (cattura del governo italiano, della famiglia reale e disarmo e cattura delle forze armate regie, in Italia e fuori); Eiche (quercia, liberazione di Mussolini). Infatti, oltre alla calata delle divisioni tedesche ad occupare tutto il territorio della penisola italiana, come detto innanzi, si apprestavano a presentare un ultimatum al governo Badoglio secondo il quale le forze armate italiane dovevano passare sotto comando germanico e, in caso di rifiuto, disarmo e internamento. Il rischio era grosso perché se i Tedeschi arrivavano prima che gli Italiani prendessero l’iniziativa il Governo ed il re potevano essere catturati ed allora addio armistizio e uscita dell’Italia dalla guerra.
Ma Badoglio, Ambrosio e compagnia cantante non sembrano preoccuparsi.
Il 10 agosto Ambrosio, decide di mandare il generale Giuseppe Castellano (1), persona a lui molto vicina (che tra parentesi non conosce una parola d’inglese), a Lisbona con l’incarico di prendere contatto con gli angloamericani, esporre la situazione italiana, sentire quali siano le loro intenzioni, fare presente che non possiamo sganciarci senza il loro aiuto, consigliare uno sbarco a nord di Roma ed uno in Adriatico a nord di Rimini.(2) Secondo Castellano l’iniziativa fu di Ambrosio, all’insaputa del Governo delle cui intenzioni Ambrosio era tenuto all’oscuro. Se questo è vero c’è da rabbrividire al pensiero che in una questione vitale per le sorti del Paese, il Governo dormiva e due generali prendevano l’iniziativa di portare avanti le trattative di una resa dalle conseguenze in ogni caso gravissime ed imprevedibili.
Un’altra considerazione: i due (o i tre se Badoglio era al corrente) mostravano tutta la loro pochezza, anche sul piano professionale come militari, poiché consigliavano sbarchi a nord e a sud come se questi, che comportavano spostamenti di centinaia di migliaia di uomini e l’impiego di centinaia di navi, si potessero improvvisare in pochi giorni. Povera Italia in che mani era capitata! In proposito Wiston Churchill dirà ai Comuni: “Quando sento parlare con tanta leggerezza di sbarchi da effettuarsi su questa o quella costa come se si trattasse di balle di merci da scaricarsi sulla spiaggia senza pensarci più, resto esterrefatto dall’ignoranza che ancora prevale sulle condizioni della guerra moderna”(3)
Nelle more è però avvenuto un cambiamento nella strategia britannica.(4) Mentre prima gli inglesi avevano mostrato di voler sbarcare più a nord possibile, concentrando nel Mediterraneo ben 5 portaerei di scorta, ora si oppongono anche ad uno sbarco che fosse solo a nord di Napoli. Avevano saputo, mediante la loro fonte Ultra, che Hitler aveva ordinato a Kesselring, in caso di armistizio italiano, di distruggere tutte le truppe italiane e ritirarsi al nord per poi tenere la linea degli Appennini insieme a Rommel, evacuando gran parte della penisola. Ora gli Inglesi spingono affinché gli sbarchi avvengano a sud di Napoli per evitare che il Governo italiano conservi la sovranità su gran parte dell’Italia, con un esercito ancora in buona efficienza e con la capitale salva. Essi vogliono, non solo umiliare l’Italia, non solo la sua uscita dal conflitto, ma anche ostacolarne ogni ripresa di una sua influenza politica che possa facilitarne il passaggio verso condizioni di alleanza militare ed occupare “il suo posto tra le Nazioni Unite.” Questo anche in vista vviovendicazioni jugoslave, greche, senussite etc. Decidono quindi di lasciar fare ai Tedeschi il lavoro sporco, quello di disarmare l’esercito italiano, abbandonandolo al suo destino. Inglesi ed Americani sono poi concordi in una nuova strategia comune: vogliono che i Tedeschi non abbandonino l’Italia e si apra un fronte dove rimangano impegnate consistenti forze germaniche sottratte alla Francia dove gli Alleati stanno preparando l’apertura del secondo fronte con l’operazione Overlod. Quindi il loro interesse non è la liberazione dell’Italia ma l’apertura di un fronte meridionale per attrarre forze tedesche da sottrarre al secondo fronte di prossima realizzazione.
Castellano parte con un treno di diplomatici il giorno 12 (altri due giorni perduti) ed a lui si aggrega, pare su iniziativa del ministro degli esteri Guariglia, il console Franco Montanari che, almeno lui, conosce l’inglese e fungerà da interprete. Castellano ha un passaporto falso e come credenziali ha soltanto un biglietto dell’ambasciatore inglese presso il Vaticano Osborne per il suo collega di Madrid Hoare. Il biglietto testualmente dice: “Vi prego di ricevere il latore”, stop. Castellano non viene neppure avvisato che già sono stati inviati per la medesima missione Berio e Dayeta:
Dopo tre giorni di viaggio arriva finalmente a Madrid il 15 agosto e si presenta con il suo laconico bigliettino all’ambasciatore Hoare quale rappresentante ufficiale dello Stato Maggiore italiano (non del Governo). Assalito da smania di protagonismo non si limita a riferire quanto dettogli da Ambrosio ma vi aggiunge di suo la promessa di grandi aiuti militari da parte dell’esercito italiano agli Alleati qualora questi ne accolgano la collaborazione Castellano offre cioè un rovesciamento di fronte senza che nessuno lo abbia autorizzato a far ciò e a sua volta tenta un inganno perché in realtà non abbiamo molto da offrire, e non s’avvede della evidente contraddizione: da una parte dice che non siamo in grado di sganciarci da soli e mettere in condizioni di non nuocere le forze tedesche in Italia (sicuramente inferiori di numero), dall’altra offre decisive collaborazioni militari agli Alleati.
Hoare avverte subito che non è autorizzato a trattare una eventualità di tal genere e, sebbene perplesso e sconcertato, telegrafa a Londra e organizza un incontro tra Castellano e l’ambasciatore a Lisbona Campbell ed una delegazione militare angloamericana.
Lo stesso giorno 1 agosto si tiene un incontro italo-tedesco a Bologna a livello militare. Per l’Italia partecipano i generali Roatta, Rossi, Zanussi, per la Germania Jodl, Rommel ed altri comandanti militari in Italia. Ciascuna delle parti tenta, senza successo, d’ingannare l’altra: i Tedeschi dicono che le loro divisioni che affluiscono nella penisola hanno il solo scopo di rafforzare le difese contro gli angloamericani, gli Italiani ribadiscono la loro fedeltà all’alleanza e chiedono il permesso di far rientrare la 4° Armata dalla Francia e truppe dai Balcani per la difesa del territorio nazionale. Per la 4° Armata si discute, per il rientro dai Balcani si vedrà.
Una domanda: di fronte ai problemi che in quel momento l’Italia aveva, sia che si consideri la realtà dell’imminente resa, sia che il riferimento si faccia alla dichiarata difesa del suolo nazionale, il Governo, il Comando Supremo ed lo Stato Maggiore del Regio Esercito italiano dovevano chiedere ed aspettare il bene placido tedesco per fare rientrare dalle zone d’occupazione parte del proprio esercito nel territorio metropolitano?
Roatta, capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, sostenne che solo a Bologna egli si convinse della irreversibile scelta tedesca di invadere l’Italia. (5).
Ma come, c’è da chiedersi, fino a quel momento credeva che le divisioni scelte tedesche che entravano dal Brennero inneggiando a Mussolini e in formazione di combattimento per attestarsi nell’Italia centro-settentrionale (e non meridionale), venivano in gita turistica?
Secondo Zangrandi (6), che riporta quanto sostenne sempre Roatta, soltanto il 16 agosto, a seguito della riunione di Bologna, il re e Badoglio avrebbero deciso, nel corso di una riunione segreta, di chiedere l’armistizio per cui le formule usate fino a quel momento “la guerra continua” e “fedeltà alla parola data” corrispondevano a verità. La cosa non convince perché tutti i precedenti indicano il contrario. Stupisce però che il capo di stato maggiore del Regio Esercito abbia aspettato tanto per capire le intenzioni dei Tedeschi e che - di fatto – l’aggressione della Germania nazista aveva già anticipato lo sganciamento italiano.
Castellano parte, sempre in treno, alle ore 20 del 15 agosto ed arriva a Lisbona alle 22 del 16 successivo: 26 ore di viaggio per coprire poche centinaia di chilometri.
Intanto Churchill e Rosevelt da Quebec, dove si trovano in conferenza, autorizzano Eisenhower ad inviare a Lisbona a colloquio con Castellano due alti esponenti del comando militare Alleato: il capo di stato maggiore Alleato generale Bedell Smith, americano, il capo del servizio informazioni britannico, generale Strong e George Kennam, incaricato d’affari USA a Lisbona.
Il primo incontro tra Castellano e l’ambasciatore Campbell, avvenuto alle ore 12 del 17 agosto, non è dei migliori. L’ambasciatore rimprovera a Castellano di non avere le credenziali e gli ricorda gli inconsistenti abboccamenti con Berio e Dayeta dei quali Castellano non sa nulla. Il giorno successivo, 18 agosto, alle ore 22,30, finalmente Castellano può incontrare la delegazione anglo americana e dare inizio alle trattative.
La delegazione fa subito presente le condizioni messe a punto e che faranno poi parte del c.d. armistizio corto. Condizioni che costituiscono un armistizio strettamente militare e devono essere accettate senza condizioni. Castellano fa presente che non ha il mandato per trattare l’armistizio e firmare la resa ma è venuto a Lisbona per coordinare la collaborazione militare tra l’Italia e le Nazioni Unite. Il verbale di quella prima riunione, redatto dagli angloamericani, recita testualmente: “Il generale Castellano spiega che vi è un certo errore di interpretazione nel significato da dare alla sua visita perché egli è venuto per discutere in quale modo l’Italia può unirsi alle Nazioni Unite in opposizione alla Germania allo scopo di espellere i tedeschi dall’Italia, in collaborazione con gli Alleati”.(7) Qui pare evidente che Castellano si sia spinto ben oltre quello che era stato il mandato ricevuto da Ambrosio e Guariglia, un vero e proprio passaggio di campo. Ma chi lo aveva autorizzato? Egli aveva ricevuto incarico di:
a) esporre la situazione italiana;
b) sentire quali fossero le intenzioni degli angloamericani;
c) fare presente che non potevamo sganciarci senza il loro aiuto;
d) consigliare uno sbarco a nord di Roma ed uno in Adriatico a nord di Rimini, ma non c’era l’offerta di un cambio di campo. Questo sarebbe pure potuto avvenire se i tedeschi ci avessero attaccati (e certamente ci avrebbero attaccato), ma nessuno autorizzava Castellano a promettere iniziative militari contro i tedeschi e nuove alleanze da parte nostra, che peraltro esulavano il campo militare avendo carattere di alta politica.
I rappresentanti Alleati fanno presente che le condizioni della resa non sono negoziabili, possono essere accettate o rifiutate. Per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia alla lotta contro i tedeschi precisano che le condizioni di armistizio non contemplano alcuna partecipazione attiva dell’Italia. Il generale Smith dichiara che è autorizzato a discutere solamente le condizioni in base alle quali gli Alleati sono disposti a cessare le ostilità, mentre le questioni relative alla partecipazione dell’esercito e del Governo italiani alla lotta contro la Germania è questione di alta politica che riguarda i Governi interessati. Dà quindi lettura delle condizioni di armistizio, che poi costituiranno il c.d. armistizio corto, che vengono tradotte, paragrafo per paragrafo, a Castellano. Questo il testo che qui di seguito si riporta per comodità del lettore:
1) Cessazione immediata di ogni attività ostile da parte delle forze armate italiane.
2) L’Italia farà ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite.
3) Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite dovranno essere consegnati immediatamente al Comandante in Capo alleato e nessuno di essi potrà ora o in qualsiasi momento essere trasferito in Germania.
4) Trasferimento della flotta italiana e degli aerei italiani in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato, con i dettagli di disarmo che saranno dettati da lui.
(5) Il naviglio mercantile italiano potrà essere requisito dal Comandante in Capo alleato per supplire alla necessità del suo programma militare navale.
(6) Resa immediata della Corsica e di tutto il territorio italiano, sia delle isole che del continente, agli Alleati, per essere usati come base di operazioni e per altri scopi a seconda delle decisioni degli Alleati.
(7) Garanzia immediata del libero uso da parte degli Alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, senza tener conto dello sviluppo e della evacuazione del territorio italiano da parte delle forze tedesche. Questi porti ed aeroporti dovranno essere protetti dalle Forze Armate italiane finché questo compito non sarà assunto dagli Alleati.
(8) Immediato richiamo in Italia delle Forze Armate italiane da ogni partecipazione alla guerra in qualsiasi zona si trovino attualmente impegnate.
(9) Garanzia da parte del Governo Italiano che se necessario impiegherà tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzioni di tutte le condizioni di armistizio.
(10) Il Comandate in Capo delle forze Alleate si riserva il diritto di prendere qualsiasi misura che egli ritenga necessaria per la protezione degli interessi delle forze Alleate per la prosecuzione della guerra ed il Governo italiano si impegna a prendere quelle misure amministrative o di altro carattere che potranno essere richieste dal Comandante in Capo e in particolare il Comandante in Capo stabilirà un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell’interesse militare delle Nazioni Unite.
(11) Il Comandante in Capo delle Forze Alleate avrà pieno diritto di imporre misure di disarmo, di smobilitazione e smilitarizzazione.
(12) Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia dovrà impegnarsi ad eseguire saranno trasmesse in seguito. Le condizioni di questo armistizio non saranno rese pubbliche senza l’approvazione del Comandante in Capo alleato. Il testo inglese sarà considerato testo ufficiale.
”.
Smith aggiunge poi che le condizioni di resa possono essere mitigate in relazione all’apporto che il governo e l’esercito italiano daranno. A tal proposito mostra il c.d. documento di Quebec, un telegramma concordato tra Churchill e Roosevelt, nel quale, dopo aver premesso che l’armistizio non contempla l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i Tedeschi, proclama: “La misura nella quale le condizioni saranno modificate in favore dell’Italia dipenderà dall’entità dell’apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il corso della guerra. Le Nazioni Unite dichiarano tuttavia senza riserve che ovunque le forze italiane e gli italiani combatteranno i tedeschi, o distruggeranno proprietà tedesche, od ostacoleranno i movimenti tedeschi, essi riceveranno tutto l’aiuto possibile delle Nazioni Unite”. Precisa che il Governo italiano dovrà impegnarsi a proclamare l’armistizio “alla data ed all’ora che verrà comunicata dal generale Eisenhower e a ordinare alle sue forze e al suo popolo di collaborare da quell’ora con gli Alleati e di resistere ai tedeschi”. Seguono alcune altre prescrizioni riguardanti la resistenza generale passiva nei confronti dei tedeschi, azioni di sabotaggio, liberazione e salvaguardia dei prigionieri Alleati, trasferimento verso porti Alleati degli aerei, delle navi militari e mercantili, l’obbligo di impedire che le difese costiere cadano in mano tedesca, l’opportunità di predisporre un piano affinché le unità italiane dei Balcani “possano marciare verso la costa, dove potranno essere trasportate in Italia dalle Nazioni Unite.”(8).
Alcune considerazioni:
a) in generale gli storici ed i politici che si sono occupati dell’argomento hanno ritenuto (ed allo stesso modo la pensavano Churchill e Roosevelt che lo redassero) che il c.d. documento di Quebec rappresenti un attenuazione delle condizioni di armistizio. Personalmente, nella modestia e nella irrilevanza della mia opinione, a me non sembra, se mai il contrario
. A) In primo luogo subordinava la modifica di quelle condizioni all’entità dell’apporto gratuito che l’Italia avrebbe dato alle Nazioni Unite nella lotta contro la Germania. In secondo luogo imponeva al Governo italiano di impegnarsi ad ordinare alle sue forze ed al suo popolo di collaborare con gli Alleati e di resistere ai tedeschi ed, infine, di non permettere ai tedeschi di prendere in mano le difese costiere italiane, cose queste che non possono essere chieste ad una nazione che si arrende, alla quale si può solo chiedere di cessare le ostilità non di opporsi militarmente ad altri belligeranti, tanto più quando la resa è senza condizioni perché in questo caso non si offre alcuna contropartita.
B) In secondo luogo vi è nel documento una evidente contraddizione, com’è stato già notato da altri (9), perché da una parte si rifiutava qualunque impegno e collaborazione militare dell’Italia, dall’altra esigeva un preciso e notevole contributo sostanziale, senza garantire alcuna contropartita.
C) In terzo luogo le promesse del documento di Quebec furono promesse da marinaio perché, di fatto, l’aiuto degli Alleati fu praticamente nullo: si rifiutarono di spostare solo di alcune miglia il luogo dello sbarco dalle spiagge di Salerno a quelle a sud di Roma, come insistentemente chiedevano gli Italiani; non vennero in soccorso delle truppe italiane nei Balcani ove non inviarono alcuna nave, anzi impedirono in più occasioni che vi provvedessimo noi; non pare abbiano modificato le condizioni di armistizio e restammo sempre, nonostante il sacrificio di sangue della lotta contro la Germania, degli ex nemici, semplici cobelligeranti, non alleati.
Anche lo sbigottimento degli Alleati per l’offerta di Castellano di un non autorizzato passaggio di campo appare del tutto ipocrita e pretestuosa perché nei fatti chiedono un vero e proprio passaggio di campo imponendo agli Italiani una serie di comportamenti implicanti uno scontro con i Tedeschi: chiedono cioè che gli Italiani tolgano le castagne da fuoco combattendo contro i loro ex alleati, ma non vogliono pagare il dazio.
Castellano, chiede numerose spiegazioni in merito ed osserva che alcune clausole sono di difficile esecuzione come il trasferimento di navi e aerei, la consegna degli aeroporti e dei prigionieri, mentre altre sono quasi impossibili da adempiere come il ritiro in Italia delle forze italiane dislocate nei Balcani. Il generale Smith dice che non si pretende l’impossibile dagli italiani e che gli Alleati trasporteranno con le loro navi le divisioni dislocate lungo le coste dei Balcani. Quanto al re, se dovesse rischiare di venire catturato dai Tedeschi, si potrebbe rifugiare in Sardegna.
Alle insistenze di Castellano circa le modalità da concordare per una collaborazione militare i rappresentanti alleati continuano a dire che la riunione è stata indetta per riferire i termini di una capitolazione militare non per discutere accordi di una partecipazione militare dell’Italia a fianco degli Alleati. Castellano, dopo avere assicurato finalmente di aver capito le condizioni di armistizio (testuale nel verbale) dichiara di non essere autorizzato ad accettare i termini dell’armistizio che dovrà portare in Italia al suo Governo. Chiede di sapere dove e quando sbarcheranno gli Alleati. Smith gli risponde che non può svelare i piani alleati e che un soldato qual è Castellano queste cose le può capire. Precisa che, se l’accordo sarà raggiunto, il generale Eiesenhower annuncerà la conclusione dell’armistizio cinque o sei ore prima dello sbarco principale in forze e subito dopo lo stesso annuncio dovrà fare Badoglio.
Qui si apre un vuoto nel mio cervello e non riesco più a capire la logica che spinse Castellano a chiedere un termine più lungo. Nel verbale della riunione si legge testualmente: “Il generale Castellano fa presente che un preavviso di cinque o sei ore non è sufficiente per permettere di condurre a termine i preparativi necessari in previsione di uno sbarco alleato e permettere una effettiva collaborazione. Egli è del parere che sia necessario un preavviso molto più lungo, preferibilmente due settimane”. Il generale Smith dice che potrebbe essere accordato e promette di consultare il Comandante in Capo allo scopo di poter raggiungere i necessari accordi.” Il lettore mi perdoni, la mia mente si smarrisce e non capisco più nulla. Era certamente interesse italiano che tra l’annuncio dell’armistizio e lo sbarco Alleato intercorresse il minore spazio temporale possibile affinché i Tedeschi, impegnati a contrastare lo sbarco, non fossero del tutto liberi di aggredire gli Italiani. Inoltre, minore era il tempo tra la proclamazione dell’armistizio e lo sbarco, maggiori erano le possibilità che gli Alleati raggiungessero il collegamento con le truppe italiane a difesa di Roma, prima che i tedeschi, messi in allarme dalla dichiarazione di armistizio, potessero intervenire.
Smith non aveva detto che Eisenhower avrebbe comunicato con preavviso di cinque o sei ore il luogo dello sbarco e neppure aveva indicato la probabile data della proclamazione dell’armistizio, ma soltanto che il preavviso avrebbe preceduto lo sbarco di cinque o sei ore. . Che senso aveva la richiesta di Castellano? Non aveva capito? Tutte le fonti consultate confermano la circostanza e, a quanto pare, anche Castellano nelle sue memorie.
Interrogato dalla delegazione angloamericana Castellano riferì il numero e l’ubicazione delle truppe tedesche in Italia e disse che vi erano 13 divisioni (ce ne erano almeno 17), non tutte al completo di organico, più circa 7000 – 8000 SS a Roma e altri 20000 – 30000 soldati in guarnigioni distribuite tra Livorno, Grosseto, Orbetello, Napoli, Salerno, e Reggio Calabria. Informò che il Quartier Generale di Kesselring era a Frascati protetto da 60 carri armati e questa ultima informazione fruttò alla cittadina laziale un terrificante bombardamento che provocò 6000 vittime senza che venisse colpito il comando tedesco perché il Castellano non aveva precisato che si trovava fuori dall’abitato.
Si stabiliscono quindi le modalità per comunicare da Roma, quando l’emissario italiano rientrerà, l’accettazione delle condizioni di resa. Gli Alleati stabiliscono un vero e proprio ultimatum: l’accettazione dovrà avvenire entro la mezzanotte del 30 agosto prossimo.
Il gigantic bluff consisteva proprio in questo: convincere gli Italiani che gli Alleati erano indifferenti alla resa dell’Italia ed al suo aiuto militare perché avevano mezzi sufficienti per farne a meno, quindi nessuna trattativa, neppure sul piano strettamente militare. In ogni caso, se gli Italiani avessero collaborato, avrebbero ricevuto sostanziali aiuti. Col senno di poi possiamo tranquillamente dire che non fu una buona idea.
La trattativa è conclusa, Castellano può tornare a Roma, si presenta all’ambasciata per partire ma qui lo attende una sorpresa: non può partire prima del 23 agosto perché la nave con i diplomatici proveniente da Santiago del Cile è in ritardo e quindi il treno che Castellano dovrà prendere insieme ai diplomatici per motivi di copertura, partirà solo il 23. Altri quattro giorni perduti. Nelle more il generale cerca di mettersi in contatto con Roma per dare informazioni sulle trattative ed invia due telegrammi. cifrati che però non sono compresi e non vengono trasmessi né al ministro degli esteri Guariglia, né al Comando Supremo.
Castellano arriverà a Roma il 27 dopo un lunghissimo viaggio in treno, altri quattro giorni perduti..
Nel frattempo a Quebec viene approvato da Roosevelt il testo preparato da Churchill, che aderisce alla volontà vendictiva di Eden, del c.d. armistizio lungo che contiene ben 44 articoli, in luogo dei 12 di quello corto, e che risulta ben più punitivo. Sono previste clausole politiche in aggiunta a quelle militari che vengono ripetute ed ampliate (in base a queste clausole gli Angloamericani si riservano il diritto di usare tutti i porti aeroporti, navi militari e mercantili, armi e materiali delle Forze Armate italiane a loro piacimento) vi sono clausole politiche piuttosto dure. In particolare si limita la sovranità italiana; il Governo italiano dovrà mettere a disposizione degli occupanti tutta la valuta italiana che essi richiederanno e s’impegna a ritirare al cambio tuta la valuta di occupazione che emetteranno; si sottopone al benestare degli occupanti la possibilità di tenere relazioni diplomatiche, economiche e finanziarie con paesi terzi; radio, stampa, teatro, cinema sono sottoposti a censura degli Alleati; essi avranno tutti i diritti di nazione occupante in tutto il territorio italiano sul quale decideranno di estendere la loro sovranità. All’art. 29 vi è contenuta una clausola importantissima: Benito Mussolini, tutti i principali suoi associati e chiunque abbia commesso crimini di guerra, secondo l’elenco redatto ad libitum dagli Alleati, dovranno essere arrestati e consegnati.
Com’è evidente a tutti non si tratta di un armistizio ma di una capitolazione, una resa senza condizioni, a discrezione, appunto.
A Roma non si pensa di prendere misure e predisporre piani per fronteggiare l’imminente contingenza dell’abbandono dell’alleanza con la Germania, mentre invece si applica la politica del pugno di ferro all’interno. Già il 26 luglio, non appena preso il potere, Badoglio ha diramato una circolare durissima sull’ordine pubblico (scritta dal generale Roatta Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito), in cui viene prescritto ai soldati in servizio di ordine pubblico, in presenza di individui che non si attengano alle prescrizioni della autorità militari, di procedere in formazione di combattimento. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire e prescrive che deve essere passato per le armi chiunque compia atti di violenza o insulti le forze armate o di polizia. Un ordine assurdo che provocherà molte più vittime nei 45 giorni badogliani che nei 20 anni e passa della dittatura di Mussolini.
Badoglio è ossessionato dai fascisti e dai comunisti e teme immaginari complotti che nessuno aveva voglia di fare.
Il 22 agosto vengono arrestati alcuni ex gerarchi fascisti tra cui Bottai, che era stato uno di principali autori del voto del Gran Consiglio, Starace ed il maresciallo Cavallero predecessore di Ambrosio nella carica di Capo di Stato Maggiore Generale, nemico personale di Badoglio. Il 24 viene ucciso, in uno scontro a fuoco simulato, l’eroe di guerra e gerarca fascista Ettore Muti.
Il 18 agosto il ministro Guariglia, su sollecitazione del re, fa partire Dino Grandi diretto a Lisbona via Siviglia. Il 24, non ricevendo alcuna notizia da Castelllano, Ambrosio, su suggerimento di Roatta e Carboni(10), all’insaputa di Guariglia e forse anche di Badoglio, fa partire il generale Zanussi per rintracciare Castellano oppure, in mancanza, sostituirlo nelle trattative. Qui si intrecciano i comportamenti, le gelosie le invidie dei massimi vertici militari italiani, incuranti delle grave conseguenze che esse potevano comportare. Scrive lo storico Attilio Tamaro: “Una congiura di tre o quattro militari aveva spedito Castellano: un’altra congiura di altri due o tre militari, gelosi ed incoscienti, spedì Zanussi". (11)
Grandi e Zanussi s’incontrano a Siviglia dove s’imbarcano sullo stesso aereo, ma si ignorano vicendevolmente. Arrivato a Lisbona Grandi viene a sapere della missione Castellano che ha ormai chiuso la prima fase delle trattative e capisce che non c’è più nulla da fare per lui.
Ma gli inconvenienti vengono dopo, quando Zanussi, giunto anche lui a Lisbona, apprende a sua volta dall’ambasciatore Campbell che Castellano aveva portato a termine le trattative con gli Alleati ed era ripartito. La sua presenza appare sospetta perché è il quarto emissario del governo Badoglio che si presenta. Tuttavia Campbell telegrafa a Washington e a Londra per chiedere istruzioni e, nonostante i sospetti, viene autorizzato a mettere in contatto il nuovo emissario con la delegazione angloamericana.
All’inizio i dubbi ed i sospetti sono forti. Zanussi rischia addirittura di essere fucilato come spia. Poi, chiaritosi in qualche modo l’equivoco, Zanussi può riferire i desiderata del suo Governo. Dice di essere perfettamente d’accordo nell’accettazione della resa senza condizioni, che ritiene un errore far precedere la dichiarazione di armistizio agli sbarchi e, come altri in precedenza, non manca di impartire lezioni di strategia e suggerimenti circa gli sbarchi da effettuarsi nella penisola. Alla fine ottiene credito e Campbell gli consegna il testo del lungo armistizio che nel frattempo era arrivato dal Canadà.
A questo punto Eisenhower si preoccupa: Castellano è in viaggio per Roma con il testo del corto armistizio, la data dello sbarco a Salerno, fissata per l’8 settembre si avvicina, è essenziale che l’armistizio venga proclamato prima dello sbarco per evitare l’ostilità dell’esercito italiano e per creare nelle retrovie tedesche caos ed insicurezza che fatalmente si produrranno all’annuncio della resa dell’Italia. C’è il pericolo che il Governo italiano non accetti di firmare se verrà a conoscenza delle dure condizioni dell’armistizio lungo. Decide quindi di bloccare Zanussi e lo fa venire ad Algeri.(12) Qui si incontra con i consiglieri politici di Eisenhower, MachMillan e Murphy. Secondo questo ultimo, Zanussi propone per la prima volta uno sbarco di truppe aviotrasportate in tre aeroporti nei pressi di Roma suscitando l’approvazione dei due consiglieri Alleati tenuto conto che la 82° divisione airborne, è rimasta disoccupata dal momento che un preventivato suo impiego nella zona di Napoli è stato annullato all’ultimo momento perché si è saputo che il luogo è fortemente presidiato da truppe tedesche.
Mettendo da parte la circostanza che Castellano nelle sue memorie attribuisce a se stesso il merito di questa proposta, c’è da porsi una ulteriore domanda: chi aveva autorizzando Zanussi (o Castellano) ad avanzare una simile richiesta? L’aviosbarco nei pressi di Roma, in stretta concomitanza o addirittura prima dell’annuncio dell’armistizio, avrebbe comportato per l’esercito italiano la necessità di attaccare per primo i Tedeschi e combattere a fianco degli angloamericani: come si vede un vero e proprio cambio di campo. Cosa questa che non era una questione militare che il generale poteva trattare, ma una questione eminentemente politica la cui trattazione spettava al Governo e questo, come vedremo in seguito, aveva sempre manifestato l’intento di proclamare la cessazione delle ostilità con gli angloamericani e non quella cambiare alleanze. Dopo tre giorni di viaggio per treno e dopo 15 giorni dall’inizio della missione (di cui 13 di viaggio o di soste inutili) Castellano rientra a Roma. Ambrosio è a Torino ove ha casa e famiglia.
Riunione nello studio di Badoglio col generale Rosi vice di Ambrosio, Acquarone ed il ministro Guariglia. Castellano relaziona sulla missione e consegna il testo del corto armistizio, il documento di Quebec e il verbale della riunione. Guariglia è molto critico sull’operato di Castellano, gli rimprovera che non era stato autorizzato a proporre agli alleati la collaborazione militare italiana e che erano inaccettabili le modalità proposte circa la proclamazione dell’armistizio ed il capovolgimento del fronte.
Castellano si difende ed obietta, giustamente, che era stato mandato allo sbaraglio, senza che si sapesse esattamente quello che si voleva ottenere senza vere e proprie direttive, salvo quelle avute per caso da Guariglia e quindi aveva dovuto agire di sua iniziativa. Badoglio tace come una sfinge egizia. Ma è possibile tacere in momenti così decisivi e drammatici? Pare di si.
La riunione viene aggiornata all’indomani. L’indomani alle ore 11,30 nello studio di Badoglio, presenti Ambrosio, Acquarone, Carboni, Castellano, Guariglia. I generali sono per l’accettazione, Guariglia chiede che si proceda alla riapertura delle trattative per ottenere che la dichiarazione di armistizio segua lo sbarco di forze idonee da parte degli Alleati. Badoglio è perplesso, le condizioni di armistizio, oltre che dure. appaiono anche di difficile attuazione: deve riflettere e aggiorna la discussione al 30 agosto, data di scadenza dell’ultimatum.
Ancora una volta non passa per la testa di questi signori che le condizioni offerte sono immodificabili e che gli angloamericani non sono disposti né ad annunciare l’armistizio dopo lo sbarco (perché una dichiarazione successiva allo sbarco arrecherebbe loro scarsi o nulli vantaggi) né a modificare i loro piani d’attacco.
Una domanda mi sia consentita: c’è qualcuno capace di comprendere il comportamento di Badoglio a cui fa capo la massima autorità di governo, il quale, in momenti così difficili, in cui l’urgenza di provvedere è massima per una serie di motivi (i Tedeschi che ci sono addosso e che da un momento all’altro potranno attaccarci, gli Angloamericani che non sono da meno e minacciano pesanti bombardamenti su Roma, vi è necessità massima di provvedere alla difesa dell’Italia, delle sue istituzioni e delle sue Forze Armate, in patria e fuori), si prende due giorni di tempo per riflettere con il rischio di non poter inviare il nostro rappresentante a firmare la capitolazione prima che scada l’ultimatum?
Gli Alleati sono preoccupati non ricevendo notizie dall’Italia e sollecitano una risposta tramite l’ambasciatore Osborne in Vaticano: vengono tranquillizzati.
Il 30 agosto Badoglio presiede la prevista riunione alla quale partecipano Guariglia, Ambrosio e Castellano. Ognuno insiste nel suo punto di vista e la riunione si conclude con un compromesso: Guariglia ottiene che si comunichi una risposta all’italiana che “non sia né un’accettazione né un rifiuto”. Prepara un appunto che viene corretto ed integrato da Badoglio: si accettano le condizioni di armistizio ma la sua dichiarazione potrà avvenire solo dopo che gli Alleati saranno sbarcati in forze in località adatte e senza il concorso italiano. Se però gli Alleati fossero in grado di determinare una diversa situazione in Europa, si suggeriscono (ancora!) sbarchi nella Francia meridionale o nei Balcani in modo da attrarre le forze tedesche dall’Italia. Badoglio precisa di suo pugno che lo sbarco principale dovrà avvenire con non meno di 15 divisioni tra Civitavecchia e La Spezia (solo dopo dichiareremo l’armistizio). In questo caso la flotta andrà alla Maddalena; il re il principe ereditario ed il Governo resteranno a Roma. Indica alcuni aeroporti liberi intorno a Roma.
In pratica si torna al punto di partenza. Ma Castellano che era andato a fare a Lisbona? Se la resa offertaci era a discrezione davvero questi signori pensavano di potere dettare loro le condizioni?
Finalmente Castellano parte, questa volta in aereo, ed arriva a Termini Imerese alle ore 9 del 31 agosto ove si incontra con Bedell Smith, Strong e Zanussi della cui missione non era stato neppure informato. Zanussi vuole fargli vedere il testo del ”lungo armistizio” ma Castellano, ritenendo che fosse una copia di quello che aveva ricevuto lui (quello “corto”), rifiuta di visionarlo.
Ricominciano le trattative che durano tutto il giorno. Gli Alleati restano irremovibili sulle loro posizioni e reputano assurde le richieste di Badoglio. Il generale Smith, di fronte alle fantasie di Castellano circa gli sbarchi principali e secondari, dice testualmente: “non ci sarebbe bisogno di una dichiarazione di armistizio una volta che gli Alleati riuscissero ad avere una testa di ponte di 15 divisioni”. Circa i punti di sbarco e la data nulla può dire. Essi sbarcheranno più a nord possibile, per quanto sarà consentito dalla possibilità di avere la protezione della caccia.
Questa indicazione poteva servire per individuare approssimativamente per relationem il luogo dello sbarco poiché, con l’ausilio di un compasso, si poteva agevolmente individuare – dissero i critici storici - il raggio d’azione dei caccia partendo dalle basi siciliane. Ma questa affermazione non pare esatta perché ad es. in occasione del primo bombardamento di Roma il 19 luglio di quell’anno i 523 bombardieri americani erano stati scortati da 167 caccia Lockeed P-38 e lo stesso era avvenuto nel secondo bombardamento del 13 agosto successivo.
In caso di mancata accettazione gli angloamericani minacciano terribili bombardamenti su Roma. Tuttavia il generale Smith non vuole chiudere tutte le porte e chiede di conoscere quale potrebbe essere l’aiuto degli Alleati per Roma. Zanussi e Castellano concordemente chiedono l’invio di una divisione di paracadutisti e di una divisione corazzata ad Ostia. Smith non esclude l’aiuto ma limita l’eventuale apporto del contingente di terra ad un centinaio di cannoni controcarro. L’accenno rimane molto nel vago.
In proposito delle 15 divisioni richieste dagli italiani così si esprime il generale Eisenhower nelle sue memorie(13) ”...l’invasione dell’Italia con le forze che gli stessi italiani ritenevano necessarie era del tutto impossibile, per la semplice ragione che non avevamo le truppe nella zona e nemmeno le navi per trasportarle, se ci fossero state. Le autorità militari italiane non potevano immaginare che gli Alleati si lanciassero in questa impresa con meno di 15 divisioni di prima schiera. Secondo i nostri piani, invece, ne avremmo impiegate soltanto tre, con qualche unità di rincalzo, oltre alle due che dovevano sopraggiungere attraverso lo stretto di Messina.
A conclusione delle trattative risulta dai verbali delle riunioni questo quadro in prospettiva:
1) conclusione dell’accordo che deve rimanere segreto;
2) la scelta del giorno e dell’ora rimane a discrezione degli Alleati;
3) sbarchi secondari (cinque o sei divisioni) (14) con opposizione italiana;
4) dopo un breve periodo di tempo (una o due settimane?) sbarco principale in forze a sud di Roma;
5) azione della divisione paracadutisti vicino Roma e contemporaneamente annuncio dell’armistizio che sarà preceduto da un preavviso di 5 o 6 ore.
Come si può notare i punti cruciali, riportati ai numeri 3 e 4 dell’elenco che precede, non rispondevano a verità (gigantic bluff di cui si vanteranno gli Alleati) perché gli sbarchi secondari avverranno a Reggio Calabria con due sole divisioni (e non 5 o 6) ed il giorno 9 a Taranto, ad armistizio dichiarato, con due divisioni. Lo sbarco principale non sarà effettuato a sud di Roma ma a sud di Napoli.
A scusante dei nostri negoziatori va rilevato che, se gli sbarchi secondari erano previsti con 5 o 6 divisioni, era legittimo pensare che quello principale sarebbe avvenuto con molte più divisioni, almeno 9, ritenne Castellano. Ma questi, che non conosceva l’inglese, avrebbe dovuto chiedere chiarimenti in una materia così capitale per la sicurezza del nostro Governo, del re, dell’esercito italiano e delle sorti dell’intera Italia. Non lo fece ed in lui si ingenerò probabilmente una confusione per cui riferirà al Capo di Stato Maggiore Generale questo quadro:
a) a sbarco secondario con poche forze per attrarre i tedeschi;
b) dichiarazione dell’armistizio a discrezione degli Alleati entro 2 settimane, probabilmente il 12; con annuncio alle ore 18 da parte di Eisnhower ed alle 18,30 da parte di Badoglio;
c) sbarco principale all’atto stesso della dichiarazione di armistizio o immediatamente dopo a portata tattica di Roma con forze sufficienti per sostenere gli Italiani contro i Tedeschi;
d) aviosbarco nella zona di Roma con forze imprecisate;
e) sbarco di artiglierie e carri nella zona di Ostia.
Ambrosio sostenne sempre che Castellano non aveva parlato del numero di divisioni che avrebbero preso parte allo sbarco. Però sta di fatto che Roatta riferisce che Ambrosio gli diede per certo che gli Alleati sarebbero sbarcati con sei divisioni a portata tattica di Roma in contemporanea alla dichiarazione di armistizio o subito dopo; che una divisione paracadutisti avrebbe effettuato un aviosbarco a Roma e artiglierie e carri armati sarebbero giunti ad Ostia. Successivamente vi sarebbe stato un altro sbarco con 9 divisioni a nord di Roma. Un equivoco ingenerato dal
gigantic bluff
del quale erano responsabili gli Angloamericani e Castellano ovvero una invenzione di Ambrosio per incoraggiare i suoi pavidi generali a resistere ai tedeschi? Castellano aveva sempre esagerato in ottimismo per spingere alla accettazione della capitolazione, ma lo stesso Ambrosio dice che non si era mai parlato del numero di divisioni che sarebbero sbarcate. Secondo Attilio Tamaro fu una invenzione del Comando Supremo (Ambrosio) (15).
I due emissari sono abbastanza soddisfatti e rientrano. Alle 19 atterrano a Centocelle, ma Badoglio non li riceve, forse sta cenando, è abituato ad andare a letto presto!
Se ad un comune mortale capita di essere in attesa dell’esito di un esame, un concorso, un ricorso, di una telefonata importante etc., egli normalmente colto da ansia, rimane sveglio in attesa dell’esito, Badoglio va a dormire tranquillamente: o aveva nervi d’acciaio o una criminale incoscienza.
Fino a quel momento Eisenhower è riuscito a bloccare Zanussi e non far pervenire a Roma il testo del lungo armistizio nell’intento di non allarmare gli italiani ed indurli a firmare la resa sulla scorta di quello “corto”, molto meno severo. Ma ora Zanussi è a Roma. Zanussi il giorno seguente consegna il testo da lui ricevuto al generale Roatta che lo porta ad Ambrosio. Questi lo legge e teme che se lo farà vedere a Badoglio e a Guariglia si potrebbero creare problemi per l’accettazione della capitolazione. Quindi, assumendosi una grossa responsabilità, lo restituisce a Roatta perchè lo metta in cassaforte senza comunicarlo a nessuno.
La mattina del 1° settembre riunione al Viminale: presenti Castellano, Badoglio, Ambrosio, Guariglia, Acquarone, Carboni. Ambrosio è per l’accettazione non essendovi altra soluzione, Guariglia, sia pure a malincuore, acconsente. Carboni, che il qualità di comandante del Corpo motocorazzato incaricato della difesa di Roma dovrà combattere a contatto con la divisione paracadutisti americana, è assolutamente contrario. Acquarone è incerto. Badoglio, al solito, non si pronuncia. Nel pomeriggio conferisce con il re il quale presta il proprio assenso, in conseguenza fa telegrafare ad Algeri alle ore 17 che l’Italia accetta le condizioni della capitolazione. Il mattino del 2 settembre Castellano, accompagnato dal maggiore Marchesi (altro fedele di Ambrosio) e dall’interprete Montanari, si reca in volo a Cassibile.
Per prima cosa gli Alleati chiedono le credenziali per la firma, ma Castellano cade dalle nuvole dicendo: “Ma non era richiesta alcuna firma!
Un dubbio mi assale: era andato nella Sicilia occupata per una gita turistica? Tutti sanno che per impegnare una terza persona nella stipula di un contratto di vendita, di affitto, per ritirare alla posta una semplice raccomandata, occorre una procura, lui, e tutti i generali ed i ministri a Roma ignoravano che per impegnare il Governo italiano nella stipula della capitolazione dinnanzi al nemico che chiudeva una terribile guerra durata tre anni occorresse una firma ed un pezzo di carta qualunque che abilitasse il rappresentante ad apporre la sottoscrizione in nome e per conto del suo Governo.
Alexander rimane sbalordito, pensa che Badoglio voglia ancora trattare, non può immaginare che si tratti solo di insipienza. Si arrabbia moltissimo, fa rinchiudere sotto una tenda la delegazione italiana minacciandola di fucilazione (esagerando volutamente) e tutti promettono bombardamenti distruttivi su Roma, “sono sulle piste 500 bombardieri”, dicono, pronti a partire se non si concluderà l’armistizio.
Nel pomeriggio Castellano invia a Roma un messaggio chiedendo l’autorizzazione a firmare. (Ma perché aspettare al pomeriggio?). Roma non risponde. Alle 4 del mattino in via un altro cifrato. Alle ore 14 finalmente arriva la risposta da Roma che però viene giudicata insufficiente poiché si limita a ripetere che la comunicazione data con il precedete messaggio (che annunciava l’arrivo in Sicilia di Castellano) contiene implicitamente l’accettazione delle condizioni di armistizio. Gli Alleati sospettano un inganno come se gli italiani non volessero firmare la capitolazione ma stabilire soltanto degli accordi militari per cambiare campo. Niente di tutto ciò, solo una incredibile cialtroneria.
La delegazione italiana viene nuovamente chiusa in tenda e per 3 ore nessuno le rivolge la parola. Finalmente alle ore 17 arriva un radiogramma che autorizza Castellano a firmare.
Senza por tempo in mezzo gli Alleati passano alla cerimonia della firma. Sono presenti tutte le più alte autorità: i generali Eisenhover, Alexander, il consigliere politico inglese MacMilan, il rappresentante personale di Roosevelt, Murphy ed una folla di ufficiali, giornalisti e fotografi. Per un armistizio che deve restare al momento segreto non c’è male davvero. Per Badoglio firma Castellano, per Eisenhover firma il generale Smith.
Si disse che Eisenhover non volle firmare quello che aveva definito crooked deal, uno sporco affare riferito a quello che essi credevano essere un voltafaccia dell’Italia alla Germania. Sembra improbabile che questa sia stata la ragione vera perché: a) gli Alleati ritenevano doveroso per il Governo italiano cessare le ostilità ed onorevole porre fine alla guerra fascista; b) il cambio di campo (che non c’era) sarebbe stato comunque un comportamento dell’Italia non degli Alleati.
Piuttosto essi avevano deliberatamente ingannato gli Italiani per indurli a firmare l’armistizio promettendo comportamenti ed aiuti che sapevano di non poter mantenere (e che non manterranno).
Quindi il crooked deal lo commettevano loro, non noi.
Ed infatti Eisenhower dopo la firma si alza e porge la mano a Castellano, nessuno l’obbligava a questo gesto se avesse ritenuto gli Italiani artefici dello sporco affare, se lo sarebbe risparmiato.
In serata riunione per stabilire le modalità militari per l’attuazione dell’armistizio. Castellano apprende per la prima volta dell’esistenza del lungo armistizio, (che però sarà firmato solo il 29 settembre a Malta) rimane sorpreso. Alexander ribadisce che non c’è nessuna alleanza tra l’Italia e le Nazioni Unite ma che dalla collaborazione fattiva del nostro Paese dipenderà la possibilità di mitigare le clausole dell’armistizio Questa collaborazione potrà essere indiretta e diretta. Sotto il primo profilo si suggeriscono azioni di sabotaggio, interruzione delle comunicazioni, istruzione dei depositi di carburante, attacco alle sedi di comando (tedeschi). Sotto il secondo si assegnano compiti all’esercito italiano come se si trattasse di una armata più potente di quella Alleata e di quella tedesca messi insieme: occupare Roma; occupare i porti di Taranto, Brindisi, Bari, Napoli e Foggia, tagliare la ritirata dei tedeschi, sbarrare la penisola a nord di Roma per impedire l’afflusso dei rinforzi tedeschi, bloccare la penisola calabrese. Si stabiliscono le modalità per la consegna della flotta, delle navi mercantili, degli aerei etc. Il generale Strong detta le modalità che saranno osservate per l’annuncio dell’armistizio e del preavviso della sua proclamazione che avverrà sei ore prima dello sbarco. Si discute poi dell’invio della divisione paracadutisti.
Già il 1° di settembre è stato inviato a Roma il messaggio cifrato n. 11 che specificava modalità e condizioni: “... il Comandante Superiore delle forze Alleate è in linea di massima d’accordo di inviare una grande forza di truppe aeree nelle vicinanze di Roma ad un tempo opportuno purché le condizioni necessarie a voi formulate dal generale Smith alla conferenza siano garantite dagli italiani. La parte più importante di queste condizioni e che gli italiani prendano e tengano il possesso degli aerodromi ed arrestino tutto il fuoco antiaereo, che le divisioni italiane prendano parte attiva ed effettiva azione militare contro i tedeschi e che l’armistizio venga pronunciato al momento richiesto dalle forze Alleate..
Si stabilisce che l’aviosbarco avverrà negli aeroporti intorno di Furbara e Cerveteri la cui difesa dovrà essere garantita dagli italiani per almeno tre o quattro giorni; gli italiani dovranno rendere sicura una striscia larga 40 chilometri a cavallo del Tevere per consentire l’afflusso delle artiglierie; dovranno essere forniti 400 autocarri, adeguato numero di autoambulanze, 23.000 razioni viveri, 120 tonnellate di benzina, 150 telefoni da campo, 5000 picchetti di ferro, 150 miglia di filo spinato e 500 uomini di fatica e, udite udite, 100 picconi e 200 pale. L’unica cosa che non chiedono è la carta igienica.
Ma se avessimo potuto tenere la Capitale ed una striscia di terreno larga 40 chilometri da Roma al mare che bisogno avevamo dei paracadutisti americani?
Castellano nella sua beata incoscienza, garantisce tutto, aeroporti, silenzio delle batterie antiaeree, logistica etc. Sa che non ci sono le condizioni ed i mezzi, ma, in un modo o nell’altro ci arrangeremo, all’italiana.
Nel corso della discussione si stabiliscono le modalità di trasmissione dei messaggi da scambiare in preparazione della proclamazione dell’armistizio e si stabilisce che il giorno prima la BBC trasmetterà un programma su disordini nazisti in Argentina e poi musica di Verdi Nel corso di una conversazione privata tra il generale Smith e Castellano (ma doveva esserci anche l’interprete Montanari poiché Castellano non conosce l’inglese) il generale americano, sempre intento a rabbonire l’italiano, alle insistenze di questi, si lascia scappare la frase: “lo sbarco avverrà entro due settimane”. Su questa frase saranno elaborati i calcoli di Castellano e degli altri per ritenere che il 12 sarà la data dello sbarco.(16)
A ben guardare non era una novità. Il termine secondo cui l’armistizio sarebbe avvenuto entro una o due settimane era stato usato nella riunione del 31 agosto e messo a verbale. Cosa diceva di nuovo Smith? L’indicazione di una o due settimane era abbastanza vaga e non si capisce in base a quali calcoli si arrivava al 12. Un calcolo prudenziale dice Castellano. Ma quale prudenza? Se entro una settimana sarebbe stato al massimo il 6, se due settimane poteva essere anche il 7 o poco dopo. Castellano, imprudentemente, calcolò come probabile l’ultimo giorno della seconda settimana. Smith aveva detto entro ed in una circostanza tanto delicata bisognava radiografare ogni parola. Occorreva far mente locale ad un’altra circostanza: gli Alleati avevano sempre fatto molta fretta e fecero inserire a Castellano nel messaggio che sollecitava la procura questa frase “.... Siccome le operazioni di sbarco contro la Penisola avranno inizio molto presto tale firma est estremamente urgente.” Castellano, oltre a non conoscere l’inglese, non era certo il più adatto a condurre trattative di quel calibro e nemmeno intendere esattamente quel che dicevano i suoi interlocutori. Si vantava spesso di meriti mai avuti, aveva fatto una rapidissima carriera, senza aver mai esercitare un comando impegnativo, al chiuso degli uffici dello Stato Maggiore, abbastanza abile nelle congiure di palazzo ma in niente altro. Ora si prefigurava un ruolo di tipo De Gaulle (17) per il suo capo Ambrosio del quale lui sarebbe stato la mente pensante. Si vantava di agire di sua iniziativa (cosa questa in parte vera) capace di menare per il naso gli Angloamericani, ed ogni volta che gli facevano i rituali convenevoli di saluto rispondeva “in té natiche”.
A trattare il più difficile negoziato della storia dell’Italia moderna il Governo italiano aveva inviato un tal personaggio, affetto da siffatto infantilismo, al quale un accorto commerciante alimentarista non avrebbe affidato neppure la contrattazione di una modesta partita di stoccafisso.
Le discussioni circa gli accordi da prendere in vista della proclamazione dell’armistizio e dello sbarco alleato si protraggono per tutta la notte ed alle quattro del mattino Castellano affida il documento di resa firmato insieme ad altre carte al Maggiore Marchesi che li porterà a Roma insieme ad una lettera(18) indirizzata al generale Ambrosio a mezzo della quale tra l’altro comunica che lo sbarco non avverrà prima del 12 settembre. Ma da dove attinge tanta sicurezza? Sulla scorta di tale comunicazione Ambrosio si accinge ad integrare tutte le misure atte a fronteggiare la situazione.
Vediamo in sintesi quali sono queste misure.
La preoccupazione di mantenere il segreto fa si che fino al 10 agosto nessuna disposizione scritta venga emanata. Solo disposizioni verbali molto vaghe e reticenti. L’11 agosto viene emanato l’ordine 111 C.T. che prevede:
1) salvaguardare i comandi;
2) rinforzare la protezione degli impianti;
3) controllare i movimenti dei tedeschi;
4) progettare colpi di mano contro le forze occupanti(?).
Le azioni di forza in ogni caso dovranno compiersi su ordine del centro o, se interrotte le comunicazioni, di iniziativa, sempre che si tratterà di respingere azioni collettive e non incidenti limitati.
Dopo il convegno di Bologna (15 agosto) Lo Stato Maggiore del Regio Esercito capisce finalmente che la Germania sta occupando militarmente l’Italia. Vengono effettuati degli spostamenti con l’intento di salvaguardare Roma, le frontiere dell’Alto Adige, la Base navale di La Spezia.
Tra il 22 e 26 agosto Ambrosio ordina a Roatta di preparare la c.d. “Memoria O.P.44”, dove la sigla O.P. sta per ordine pubblico, che dovrebbe costituire il vademecum del Regio Esercito al momento dell’armistizio. Ma di armistizio non c’è traccia nella memoria, si prevede un attacco dei comunisti e verbalmente si dice da intendersi Tedeschi. Ha lo scopo di orientare i comandi delle Armate, ma in realtà li disorienta per il suo contenuto ambiguo. E’ noto pure che la memoria non raggiunge tutti i comandi interessati che peraltro hanno l’ordine di distruggerla appena ricevuta per cui non ne rimane alcun esemplare essendo andato distrutto anche l’originale. Tuttavia dalle ricostruzioni a memoria fatte dai protagonisti e dagli ordini emanati in conseguenza della OP 44 si è potuto ricostruire il suo contento:
1) sono prevedibili azioni delittuose da parte dei comunisti in accordo con i fascisti;
2) agire solo se provocati in seguito ad ordini dello Stato Maggiore Regio Esercito non appena ricevuto il telegramma “Attuare misure ordine pubblico O.P.44” o di iniziativa se collegamenti interrotti;
3) interrompere le vie di comunicazione ferrovie e strade;
4) distruggere depositi carburanti;
5) agire con grandi Unità;
6) assumere schieramenti adatti per impedire avanzata colonne comuniste;
7) raggruppare le rimanenti truppe in posizioni centrali ed opportune;
8) passare ad un’azione offensiva d’insieme appena chiarita la situazione(18).
Seguivano prescrizioni particolari per ciascuna Armata o Corpo d’Armata.
Questa memoria, non giunse a tutti i destinatari, non al gruppo di armate Est per un disguido in seguito alla proclamazione “anticipata” dell’armistizio. In ogni caso però non aggiungeva nulla rispetto all’ordine n. 111 CT, anzi creava solo confusione. L’accenno ai comunisti, anche se bisognava intendere Tedeschi, era ridicolo e chiunque se ne sarebbe accorto perché le azioni previste non potevano che essere rivolte contro formazioni militari.
Ma nessun piano d’azione è stato predisposto. Secondo Massimo Mazzetti, che riporta uno scritto del generale Carboni(19), vi era stato un originario piano quando si era convinti che lo sbarco anglo-americano sarebbe avvenuto a nord di Roma o nelle sue vicinanze. Il piano prevedeva la difesa di Roma da parte del C.A.M. (Corpo d’Armata Motocorazzato del gen. Carboni) che avrebbe impiegato la parte meno mobile delle sue divisioni (tre divisioni di fanteria italiane contro la 2a paracadutisti tedesca) mentre con due divisioni motocorazzate avrebbe attaccato a tergo la 3a divisione granatieri tedesca, presumibilmente impegnata a fronteggiare lo sbarco. Ecco perché i nostri generali insistevano fino all’ultimo per ottenere che il secondo sbarco avvenisse a portata di Roma dando incarico a Castellano di concordare con gli Alleati la coordinazione dei piani.
Qui appare tutta la cecità e l’arroganza degli Angloamericani che agirono sempre con l’alterigia dei vincitori che nulla concedono ai vinti. Sistematicamente si ostinarono a non trattare le questioni militari, fino alla vigilia dell’armistizio (riunione del 31 agosto), chiedendo notizie e informazioni militari sui Tedeschi ma rifiutando sempre di coordinare lo sbarco con l’azione delle nostre truppe che, presumibilmente attaccate, avrebbero dovuto contrastare i Tedeschi. Tutto fu lasciato nel vago da parte loro e ciò costò molto caro alle c.d., “Nazioni Unite” nella guerra in Italia.
Castellano avrebbe potuto esporre più chiaramente le mosse che il Regio Esercito aveva preventivato, ma non lo fece, altro errore.
Roma doveva essere difesa anche se Governo e capo dello Stato avevano in programma di riparare alla Maddalena. Doveva essere difesa perché oltre ad essere la Capitale d’Italia, e quindi la sua caduta avrebbe ingenerato presumibilmente (come poi avvenne) il crollo morale di tutto il Pese, era anche lo snodo principale delle comunicazioni tra Nord e Sud.
Ma cosa aveva preparato lo Stato Maggiore per la difesa di Roma? Niente di niente.
Non apprestamenti difensivi, non campi minati, non il minamento di strade, ponti e ferrovie che avrebbero potuto condurre verso Roma i Tedeschi, non schieramento di artiglierie in posizione strategica, non fortificazione e difesa dei depositi di carburante di Mezzocammino e di Valleranello che erano essenziali per le nostre truppe motocorazzate. Depositi che difatti vennero occupati dai Tedeschi immediatamente dopo la proclamazione dell’armistizio senza alcuno sforzo. Non occorre essere strateghi per capire che per affrontare un esercito come quello tedesco, magnificamente addestrato, bene armato, determinato ed incattivito dal presunto “tradimento” non si poteva rimanere con le mani in mano in attesa degli eventi.
Nessuna iniziativa per preparare i comandi e le truppe ad affrontare la inevitabile e preventivata reazione tedesca. Nessuna iniziativa, sia pure cauta, per “orientare” le truppe verso la nuova emergenza che le avrebbe viste nella necessità di affrontare l’alleato di tre anni di guerra. Il principe Umberto, comandante delle gruppo di armate Sud (che comprendeva anche la Calabria), con l’acume che ha sempre distinto i Savoia, dimostrando di non aver capito niente, emanò il seguente ordine di servizio nel quale dichiarava: “Per quanto considerazioni e commenti possano apparire inutili, mi occorre l’obbligo di rammentare che – come è ben noto – la guerra continua, come la parola data, al fianco dell’alleata Germania. E’ quindi non solo inammissibile, ma inconcepibile, che militari italiani vengano meno ai doveri di cameratismo verso l’alleato che, con perfetta lealtà, si batte al nostro fianco per la difesa del sacro suolo della nostra Patria”.
Ma i vertici militari italiani, ai quali si poteva chiedere una maggiore intelligenza (non ci voleva molto) avevano il dovere di orientare le nostre Forze Armate per tentare di vincere l’impatto psicologico e morale che le conseguenze della proclamazione dell’armistizio avrebbe avuto sulle truppe che da tre anni combattevano con l’alleato, anche se non amato, tedesco. Senza venir meno all’imperativo di segretezza che doveva circondare le trattative armistiziali, avrebbero potuto e dovuto orientare tutte le nostre truppe a tenersi all’erta e sulla difensiva verso i Tedeschi dal momento che (avrebbero dovuto dire) questi potevano avere in animo di rimettere al potere Mussolini ed il fascismo.
Cosa si fece per le divisioni fuori d’Italia? Ancora niente di niente.
Badoglio aveva detto che preventivava la perdita di 500.000 uomini. Cinismo o ineluttabilità?
Tuttavia, anche se la situazione era difficile, occorreva prendere quelle decisioni che avrebbero comportato il minor costo.
Poiché era impensabile resistere ai tedeschi in territori fuori dall’Italia come Francia, Jugoslavia, Grecia, Albania, ove i nostri soldati non potevano essere riforniti, saggio sarebbe stato ordinare loro di deporre le armi senza inutile spreco di vite umane, tanto più che gli Alleati non volevano il nostro concorso militare. Sarebbe stato saggio tentare di imbarcare quelle truppe che si trovavano lungo la costa predisponendo per tempo navi da trasporto nei porti della costa dalmata ed albanese, dove i nostri erano in netta prevalenza. Salvare le truppe di stanza nelle isole Ionie, a Cefalonia a Corfù che distavano 150 miglia dall’Italia. Truppe che furono abbandonate al massacro dei Tedeschi. Ordinare di rimanere sul posto e proteggere le popolazioni italiane dell’Istria in accordo con i Tedeschi contro i prevedibili massacri dei partigiani slavi, perché la vita dei nostri compatrioti era al di sopra di tutto. Neppure questo fu fatto e le popolazioni dell’Istria furono abbandonate al massacro dei titini che gettarono a migliaia gli italiani nelle foibe finché i Tedeschi non rioccuparono la zona.
Solo alla 4a Armata di stanza in Francia si era ordinato il rientro in patria (col permesso dei Tedeschi) e l’8 settembre la trovò in fase di trasferimento in Piemonte.
Come detto innanzi il trasferimento da Roma del re e del Governo non fu una idea dell’ultimo momento, necessitata dalle circostanze. Sin dal primo momento si preventivò questo trasferimento alla Maddalena in Sardegna che, essendo una munita base della Marina, si riteneva sicura.
In ciò non v’era nulla di scandaloso poiché era necessario mettere al sicuro re e Governo dalla cattura tedesca per assicurare la continuità dello Stato ed evitare la sconfessione dell’armistizio. Era chiaro però che i vertici militari sarebbero dovuti rimanere in sede per coordinare la difesa in un momento così delicato e dare direttive alle Unità dipendenti, per rispondere alle richieste di ordini che da ogni parte sarebbero giunti nel momento del grande salto.
La verità, la cruda verità, è che a Roma i vertici dello Stato e dell’esercito pensavano alla loro salvezza e basta.
Il 3 settembre, lo stesso giorno della firma dell’armistizio, Badoglio incontra l’incaricato d’affari tedesco Rahn (l’ambasciatore Manchensen è stato defenestrato perché non ha saputo prevedere il 25 luglio) e lo rassicura sulla fedeltà italiana: “Sono uno dei più vecchi marescialli d’Europa, Petain ed io, e ci consideriamo depositari dell’onore militare d’Europa. E’ inconcepibile che il governo del Reich dubiti della mia parola. L’ho data e la manterremo.” Certamente non poteva far sorgere sospetti, però decenza voleva che non menzionasse l’onore militare. La medesima assicurazione verrà data il giorno successivo da Ambrosio.
Sempre il 3 Badoglio comunica ai capi di Stato Maggiore delle tre Armi che il re ha deciso di sottoscrivere un armistizio. Non comunica che l’armistizio è stato firmato, non comunica alcun dettaglio sugli accordi con gli angloamericani. Motivi di segretezza? Motivi incomprensibili perché, come ognuno capisce, dal punto di vista della segretezza e della prudenza comunicare la decisione di firmare l’armistizio o comunicare l’avvenuta firma sono la stessa identica cosa.
Il 5 i Capi di Stato Maggiore delle tre Armi evidenziano le difficoltà operative di fronte alle incognite che si prevedono a seguito dell’armistizio.
Nel pomeriggio un telegramma da Algeri di Eisenhower, che non si fida delle millanterie di Castellano e vuole verificare sul campo la situazione, se cioè sono disponibili gli aeroporti, annuncia l’arrivo a Roma del generale Taylor comandante dell’82a Airborne e del colonnello Gardner per il giorno 7 che verranno per coordinare con i comandanti italiani l’aviosbarco.
Ambrosio chiede all’ammiraglio De Courten di predisporre l’arrivo dei due ufficiali e di organizzare il trasferimento del re alla Maddalena. La ricognizione avverte che vi sono concentrazioni di navi a largo di Palermo e navi da guerra nei golfi di Napoli e Salerno.
Il 6 De Courten emana il piano operativo per il trasferimento del re alla Maddalena con i cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli che dovranno raggiungere Civitavecchia. Sandalli capo di Stato Maggiore Aeronautica, impartisce gli ordini per il trasferimento degli aerei al momento della proclamazione dell’armistizio negli aeroporti controllati dagli Alleati. Roatta fa presente ad Ambrosio le insormontabili difficoltà dell’aviosbarco. Ambrosio comunica che deve assentarsi da Roma “per poche ore” al suo ritorno sistemerà tutto. Roatta si consulta con Carboni, che così viene a conoscenza dell’aviosbarco per la prima volta, e redige in un promemoria tutte le osservazioni già fatte ad Ambrosio circa le difficoltà di organizzare la resistenza ai Tedeschi e lo invia al comando Supremo perché lo faccia avere agli Alleati. In sintesi si dice:
1) lo sbarco di 6 divisioni nella zona Salerno Napoli può essere respinto dai tedeschi ed è troppo distante da Roma;
2) occorre che la dichiarazione dell’armistizio avvenga in occasione del secondo sbarco di 9 divisioni;
3) se non è possibile posticipare la dichiarazione non è opportuno che siano gli Italiani ad iniziare le ostilità contro i tedeschi quando ancora gli Alleati sono lontani da Roma;
4) in conseguenza non è opportuno il lancio dei paracadutisti che ci porterebbe all’immediato conflitto con gli ex alleati.
La verità è che quando Roatta e Carboni apprendono che la 82a Airborne chiede assistenza per un trasferimento logistico in condizioni di sicurezza che presuppone un preventivo impegno cruento degli Italiani contro i tedeschi, decidono, ciascuno per la sua parte, di rifiutare l’apporto angloamericano.
Non si ha la certezza che la nota sia stata recapitata agli Alleati. Castellano dice: “.. io nulla potei fare perché l’armistizio era già stato regolarmente accettato e firmato con tutte le sue modalità esecutive/i>”.
Ma chi era il generale Carboni, comandante del Corpo d’Armata Motocorazzato (tre divisioni di fanteria e due motocorazzate tra cui la ricostituita Ariete) il più potente mezzo di offesa e difesa a disposizione degli Italiani? Carboni non era un fulmine di guerra, si era fatto raccomandare per non essere trasferito in Africa Settentrionale, si era vigorosamente opposto allo sbarco a Malta delle cui operazioni avrebbe avuto il comando e ciò comportava qualche rischio, aveva sempre scansato, con successo, i posti dove poteva esservi pericolo. Veniva definito come un generale mondano, di bell’aspetto, amante delle belle attrici, che aveva fatto carriera non sui campi di battaglia ma nei salotti e negli ambienti politici. Non era certamente l’uomo più adatto per affrontare il rischio mortale di chi doveva difendere Roma dopo la proclamazione dell’armistizio.
Nel frattempo gli Alleati inviano messaggi radio che invitano gli Italiani di rimanere in ascolto i una comunicazione della massima importanza che verrà trasmessa il giorno 7 oppure l’8. Era il preavviso che lo sbarco sarebbe avvenuto in una di quelle date.
Alle 16 Castellano chiede ad Eisenhower di rinviare la data dell’armistizio ottenendone una “sonora risata”.
Alcune osservazioni:
a) gli Alleati non avevano mai parlato di due sbarchi principali di 6 e 9 divisioni, anzi lo avevano escluso;
b) Ambrosio sa dell’arrivo dei due ufficiali americani per organizzare l’aviosbarco e, ciò nonostante, lascia Roma senza neppure dare istruzioni al suo vice o a Roatta o a Carboni (che è il generale che deve coordinare il CAM con l’azione dei paracadutisti);
c) nonostante che gli Alleati siano stati abbastanza chiari circa la discrezionalità nello stabilire il momento dell’annuncio dell’armistizio e la immodificabilità dei piani di sbarco, gli Italiani continuano a fare proposte e chiedere cambiamenti.
In realtà Roatta, sul quale grava l’onere di affrontare i tedeschi nella difesa di Roma, non intende rischiare il combattimento se gli Alleati non sbarcheranno a portata di mano. Ambrosio, che evidentemente è dello stesso parere e sa che gli Alleati non cambieranno i loro piani, lascia Roma con una scusa (dirà per prendere importanti documenti e motivi di famiglia) e per non rischiare di incontrarsi con Taylor fa il viaggio di andata e di ritorno in treno rifiutando l’aereo dello Stato Maggiore che è a sua disposizione.
Parte in vagone letto (le comodità non se le risparmiavano) alle ore 22 del 6 e ritornerà con lo stesso mezzo alle ore 10 dell’8: 36 ore di assenza della massima autorità militare in quel momento cruciale sono un delitto.
Il 7 mattina Castellano e Montanari, che sono rimasti al Quartier Generale Alleato, ricevono un telegramma con il quale il Governo Italiano chiede di conoscere con 24 ore di anticipo la data in cui il re avrebbe dovuto lasciare Roma per la Sardegna. Castellani, informatosi presso Eisenhower, comunica alle ore 19 dello stesso giorno che il re deve partire immediatamente su nostre navi “...stanti le operazioni estremamente imminenti. Non può concedere 24 ore (ripeto ventiquattro) di preavviso. Il giorno X sarà notificato prima di mezzogiorno del giorno X...” Zangrandi osserva che se non si potevano dare 24 ore di preavviso voleva dire che l’annuncio sarebbe avvenuto prima. La cosa non è così automatica ma certamente dal messaggio risultava chiaro che lo sbarco era imminente, probabilmente per l’8. Ma a Roma, forse perché avevano preso per certa la data del 12, continuano nel loro atteggiamento di beata incoscienza.
Una domanda sorge spontanea: se si era deciso sin dal mese di luglio il trasferimento del re in Sardegna (e ora, nell’imminenza dell’armistizio, era stata confermata definitivamente la scelta anche prendendo accordi con gli Alleati), perché aspettare l’inevitabile putiferio che sarebbe seguito all’annuncio della resa ed alla probabile interruzione delle comunicazioni che ne sarebbe derivata?
Alle ore 17,30 arrivano a Gaeta i due ufficiali americani trasportati dalla corvetta Ibis, vengono imbarcati su di una autoambulanza, fatti arrivare a Roma, ricevuti dal maggiore Marchesi ed ospitati a palazzo Caprara. Qui viene loro servita una elegante cena della quale si conosce anche il menù: consommé (come allora si usava per i pranzi eleganti), sgaloppine al limone, pollo in fricassea, contorni di verdure di stagione, frittelle, dolci e vini di pregio. Faccio notare al lettore che in un momento in cui l’Italia doveva affrontare l’evento più difficile della sua storia recente, i vertici militari, invece di discutere con i generali Alleati e con la massima possibile urgenza le modalità di quella che sarebbe stata una battaglia decisiva per il nostro paese, vita o morte, pensavano bene di trascorrere la serata tra cene eleganti e piacevoli conversari.
Taylor, alquanto turbato da questo clima, si innervosisce e chiede di parlare con uno dei generali responsabili, ma gli viene risposto che Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, è assente, pure assenti sono il suo vice, generale Rossi ed il generale Roatta, capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Chiede allora di parlare con il generale con il quale avrebbe dovuto collaborare. Viene chiamato Carboni. Questi giunge alle 23 (vale a dire dopo tre ore che gli americani sono giunti a Roma) e, alla richiesta di Taylor di ispezionare i campi d’aviazione, dice che non è possibile perché sono in mano ai tedeschi (cosa non vera). Allora Taylor fa presente che non c’è tempo da perdere perché lo sbarco è previsto per l’indomani. Carboni fa le viste di cadere dalle nuvole, lui che, oltre ad essere comandante del Corpo d’Armata Motocorazzato è pure capo del SIM (Servizio Informazioni Militari). La data, secondo lui, è quella del 12. Quindi occorre rimandare l’annuncio dell’armistizio A questo punto Tyalor chiede di essere messo in contato con Badoglio. E’ l’una di notte, naturalmente Badoglio dorme. Viene svegliato e si presenta a Taylor in vestaglia. Apprende che l’annuncio dell’armistizio è per l’indomani, si sgomenta a sua volta e manifesta la paura che “i tedeschi gli taglino la gola”. Non è possibile consegnare gli aeroporti (che pure lui aveva indicato come liberi), non è possibile far tacere le batterie contraeree, occorre rinviare l’annuncio dell’armistizio, non siamo pronti. Badoglio, d’accordo con Carboni, invia un radiogramma ad Eisenhover al quale si dice testualmente: “Dati cambiamenti et precipitare situazione et esistenza forze tedesche nella zona di Roma non è più possibile di accettare l’armistizio immediato dato che ciò dimostra che la Capitale sarebbe occupata et il Governo sopraffatto dai tedeschi. Operazione Giant 2 (l’aviosbarco n.d.a.) non est più possibile dato che io non ho forze sufficienti per garantire gli aeroporti. Il generale Taylor est pronto tornare in Sicilia e prospettare le vedute del Governo et attende ordini. Badoglio
A parte l’oltraggio alla lingua italiana che dimostrerebbe che Badoglio e Carboni erano, tra l’altro, due somari, come può pensare il Capo del Governo che Eisenhower posticipi la dichiarazione di armistizio che – ha sempre detto – dovrà avvenire prima dello sbarco, altrimenti per gli Alleati non ci sarebbe vantaggio? E quali sono i cambiamenti ed il precipitare della situazione dato che il rapporto di forze tra Italiani e Tedeschi non è mutato negli ultimi giorni, e semmai a favore degli Italiani per il parziale rientro dalla Francia della 4a Armata? E se pure si rinviava la dichiarazione di armistizio di qualche giorno quale beneficio ne potevamo trarre? Domande senza risposta.
Anche Taylor invia ben quattro messaggi per comunicare ad Eisenhower che non ci sono le condizioni per Giant2, insieme alla parola d’ordine che annulla l’operazione: “Situation innocuos”. Chiede il permesso di rientrare.
Nonostante che Ambrosio sia rientrato sin dalle 10 del mattino egli evita di incontrare Taylor che pure insiste per un colloquio. Fa sapere che lo riceverà alle 18 quando ormai l’americano è sulla via del ritorno.
Alle 11,30 il re riceve il nuovo ambasciatore tedesco Rahn che gli presenta le credenziali e chiede assicurazioni circa il mantenimento dell’alleanza. Il re cerca di tergiversare ma non può fare a meno di fornire le assicurazioni che Rahn chiede. Anche in questo caso non possiamo non notare la inconcepibile stupidità della classe dirigente dell’epoca che non riesce ad evitare un incontro così delicato che obbliga il re a dire il falso.
Poco dopo le 16 l’agenzia Reuter dirama la notizia che l’Italia ha concluso un armistizio. Rahn, avvertito dal ministro degli esteri tedesco Ribbentrop, interpella prima Guariglia e poi Roatta i quali negano recisamente.
Eisenhower, appreso il messaggio di Badoglio, convoca Castellano e gli fa una solenne lavata di capo. Invia un messaggio di risposta a Badoglio con il quale comunica che provvederà ad annunciare l’armistizio all’ora stabilita (18,30) e se altrettanto non sarà fatto da parte italiana vi saranno conseguenze gravissime. L’ operazione Giant2 è annullata.
Il messaggio di Eisenhower getta tutti nella costernazione. A che cosa sarebbe giovato un rinvio? E’ vero che erano in arrivo dalla Francia due altre nostre divisioni ma in altri 4 giorni non si sarebbe potuto schierarle utilmente. Si era avuto un mese e mezzo di tempo per preparaci e si era atteso l’ultimo momento?. La verità era che i vertici militari e Badoglio volevano dichiarare l’armistizio sotto la protezione degli Alleati e stimavano che Salerno era troppo lontana. Ma come pensare che gli Alleati avrebbero modificato i loro piani? Le navi erano già i prossimità delle spiagge di sbarco. Supporre che le avrebbero richiamate era pura follia.
Alle 18,15 al Quirinale viene convocato un consiglio, che impropriamente viene chiamato Consiglio della Corona. Vi prendono parte i maggiori interessati: il re, Badoglio, Ambrosio, Carboni, il Ministro della Guerra Sorice e quello degli Esteri Guariglia, i Ministri e Capi di Stato Maggiore della Marina De Courten e dell’aviazione Sandalli, il Ministro della real Casa Acquarone, il sottocapo di Stato Maggiore De Stefanis in sostituzione di Roatta impegnato a Frascati con i tedeschi ed il maggiore Marchesi su richiesta di Ambrosio.
Si apre la discussione che ha per fine quello di prendere una decisione nella grave situazione in cui ci troviamo. Relaziona Ambrosio il quale fa intendere ai presenti che gli Alleati hanno anticipato di quattro giorni la proclamazione dell’armistizio che stanno per divulgare alla radio e che lo sbarco, previsto in vicinanza di Roma, avverrà invece a Salerno. Non tutti i presenti sono stati messi al corrente delle trattative. Sandalli e Decourten solo da pochi giorni, anche gli altri Ministri sono stati informati da poco ed imperfettamente. Sorice – ministro della guerra – così riferisce: “E’ importante ricordare che durante questa riunione nessuno riferì che l’armistizio era stato firmato dal generale Castellano il 3 settembre. Il tono della discussione e quello che si è detto sta a dimostrare la più completa ignoranza da parte dei ministri militari e di quello degli Esteri di quanto era stato concluso tra il comandante in capo americano è il generale Castellano.
Quindi, molti degli astanti, nella convinzione che gli Alleati non abbiano mantenuto i patti, propongono di ritrattare l’armistizio con conseguenti dimissioni di Badoglio. Carboni (che al pensiero di dover affrontare i Tedeschi quando ancora gli Alleati non sono a portata di mano, insiste per la sconfessione. Ambrosio, forse l’unico che conosce bene i fatti, sa che non è possibile, e fa leggere a Marchesi il testo molto severo del dispaccio di Eisenhover. A questo punto le opinioni cambiano tranne quella di Carboni, ma il re tronca la discussione, l’armistizio è accettato. Alle 19,45 Badoglio legge alla radio la seguente dichiarazione: “Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, Comandante in Capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze angloamericane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.” (Quest’ultima parte inserita da Eisenhower).
A questo punto il re, la regina, con aiutanti, servitori e bagagli, Badoglio, Ambrosio, Acquarone, il Principe Umberto, opportunamente esonerato dal suo comando militare, traslocano al Ministero della Guerra in attesa di trasferirsi in Sardegna, ritenuta al riparo dai Tedeschi, come a suo tempo preventivato.
Badoglio, anche in tanto trambusto, non rinunzia alle sue abitudini: cena alle 21 (un pò più tardi del solito) e subito dopo a letto. L’indomani l’attende una giornata faticosa.
Sembra importante rilevare come il re, che con molto preveggenza aveva mandato per tempo in Svizzera due treni merci per complessivi 41 vagoni con suppellettili varie di Casa Savoia, aveva prelevato 17 milioni dai suoi conti personali tra il 3 agosto ed il 5 settembre ed aveva ritirato i titoli di sua proprietà, non si curò di avvertire la figlia Mafalda che, catturata dai tedeschi, morirà per bombardamento aereo a Bukenvald. Non avvertì la nuora Maria Josè che con i suoi quattro figli si trovava in Valle d’Aosta, e che poté riparare in Svizzera solo il 19 settembre perché i tedeschi avevano altre gatte da pelare, non avvisò neppure le figlie Jolanda e Maria che, per fortuna loro, ripararono in Svizzera il 27 dello stesso mese.
Altra notazione interessante: Badoglio, in tutto quel trambusto, non dimentica mai la beneficenza e le opere di pubblica utilità, e preleva tra il 30 luglio e l’8 settembre 14.432.000 di lire (di allora) dall’apposito conto presso la Banca d’Italia, a disposizione del Capo del Governo. Gli ultimi due assegni per 6 milioni portano la data dell’8 settembre.
Alle 20. un quarto d’ora dopo la dichiarazione di Badoglio, Hitler fa partire la parola d’ordine Achse per il disarmo dell’esercito italiano e operazioni collegate predisposte nei particolari da tempo. I Tedeschi, 5 minuti dopo, sono già in azione.
Cosa fanno gli Italiani? Al ministero della Guerra si cena e si va a letto. Carboni mette in allarme il CAM, Decourten e Sandalli danno ordine rispettivamente alla Maria ed all’Aviazione di sospendere le azioni offensive. L’ammiraglio Bergamini, comandante della squadra di La Spezia, non intende andare a Malta, si andrà alla Maddalena.
Carboni porta la notizia rassicurante che i Tedeschi bruciando i documenti all’ambasciata ed hanno chiesto un treno per lasciare la capitale.(20) “Qualche scaramuccia” assicura al sovrano “si stanno ritirando senza attaccare” e questo non è vero perché alle ore 20,30 i tedeschi hanno occupato il deposito carburanti di Mezzocammino con 14.000 tonnellate di carburante e poco dopo quello di Vallenarello disarmando le poche sentinelle. Con questa mossa i Tedeschi hanno messo in gravissime difficoltà le nostre divisioni corazzate e meccanizzate intorno a Roma.
Carboni ribadisce che si deve rispettare l’ordine Ambrosio-Roatta: “
Qualora reparti germanici avanzino senza commettere atti ostili, possono essere lasciati passare dai posti di bocco
”. A nessuno viene in mente di diramare l’ordine per rendere operativa la Memoria O.P. 44 che è stata predisposta per questa emergenza.
I Tedeschi disarmano, senza effettiva resistenza, la 220a divisione costiera, una unità di manovalanza di nessun valore militare. Ma con questo Civitavecchia è occupata, la porta di uscita per la Maddalena è sbarrata.
Mi sia consentita una considerazione: chiunque altro si fosse trovato nelle drammatiche circostanze di quella sera dell’8 settembre del ’43, indipendentemente dalle sue capacità intellettive e attitudini politiche o militari, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata quella di prendere contatti con il comando tedesco (con il quale si era stati in rapporti fino a qualche ora prima) per spiegare la situazione, garantire (come del resto era nelle intenzioni del nostro Governo) il pacifico ritiro verso il nord delle armate tedesche e chiedere in cambio di non essere attaccati. Probabilmente Kesselring non avrebbe aderito, però tentare era il minimo. Nessuno, dico nessuno, pensò a questa iniziativa.
Alle 23 le avanguardie della 2a divisione paracadutisti tedesca arrivano innanzi alle posizioni della divisione Granatieri di Sardegna, si spara. Alle 24 inizia lo sbarco angloamericano a Salerno, non c’è alcuna sorpresa ma Kesselring è in grandi ambasce perché non sa cosa faranno gli Italiani e se ci saranno altri sbarchi. Rommel è dell’idea che occorre ritirarsi al Nord, Kesselring decide di aspettare che la situazione si chiarisca, ma l’atmosfera è carica di angoscia. Eugenio Dolman, il capo delle SS a Roma, si reca al Quartier Generale di Frascati e così descrive la situazione: “Verso le 3 del mattino andai a Frascati... tutti si aspettavano che Badoglio lanciasse un proclama alla popolazione ed assumesse il comando.... il gesto sarebbe riuscito certamente fatale a Kesselring data la sua inferiorità numerica. Anche senza l’aiuto di un attacco aereo degli Alleati, nella notte tra l’8 ed il 9 il quartier generale di Frascati non sarebbe stato in grado di resistere ad un energico colpo di mano... sia pure con forti perdite il successo di Badoglio sarebbe stato sicuro e Kesselring e Student non si illudevano ... Verso le 8 gli animi si sollevarono; alle 11 Student tornò ad essere preoccupato: un distaccamento di paracadutisti atterrato a Monterotondo si trovava in difficoltà. Alcuni reparti di granatieri e carabinieri combattevano splendidamente... Nel pomeriggio m’incontrai di nuovo con il Feldmaresciallo e lasciai cadere il nome del generale Calvi di Bergòlo (genero del re n.d.a.) ... dicendomi convinto che Calvi doveva essere rimasto con qualche missione speciale.” A quell’ora il re, il principe Umberto, Badoglio e gli stati maggiore sono in viaggio per Pescara.
Alle due di notte finalmente Ambrosio invia un fonogramma a Kesselring invitandolo a cessare i combattimenti. Invece di tentare una trattativa (a quanto ufficialmente si sa) spedisce una comunicazione epistolare che non avrebbe avuto alcun esito. Nel frattempo i comandi periferici telefonano in continuazione per chiedere come devono comportarsi. Chiedono l’ordine di esecuzione della O.P.44 ma Ambrosio e Roatta non si assumono la responsabilità di diramarlo. Deve farlo Badoglio, ma Badoglio dorme, come al solito, beato lui. L’ultimo ordine di Ambrosio risale alle ore 0,20 e reca: “Non attaccare per primi, reagire soltanto ad eventuali atti ostili dei tedeschi”. L’ordine sembrerebbe coerente con la linea di condotta scelta dal Governo, ma i Tedeschi hanno attaccato su tutta la linea è sarebbe indispensabile reagire con decisione.
Le squadre navali di Genova e La Spezia, al comando dell’ammiraglio Bergamini, lasciano i porti per recarsi alla Maddalena in Sardegna avendo l’ammiraglio rifiutato di andare a Malta.
La situazione militare intorno a Roma è questa: da parte italiana ci sono le seguenti forze:
divisione corazzata Ariete, divisione corazzata Centauro (in ricostruzione ex divisione M), divisioni di fanteria Piave, Piacenza, Granatieri di Sardegna, Sassari oltre ad elementi non inidivisionati dei carabinieri e della PAI (Polizia Africa Italiana); per i Tedeschi la 3a corazzata a nord e la 2a paracadutisti dispersa tra Frascati e la costa. Sette divisioni contro due. Anche se i Tedeschi sono molto meglio armati e molto determinati, anche se non si può contare sulla Centauro perché ex milizia, anche se è non è facile per i nostri combattere gli ex alleati, tuttavia non c’è partita, anche perché Kesselring può disporre solo di una sessantina di carri armati. Però Roatta e Carboni di volta in volta, a seconda dei contesti, hanno detto e continuano a dire, che possono resistere per non più 48, 24, 12, 6 ore. Certamente non sono dei cuor di leone ma chi li ha messi in comando in un momento tanto delicato?
Alle quattro del mattino Roatta e Carboni fanno il punto della situazione e riferiscono ad Ambrosio: “La situazione è compromessa, non possiamo durare più di 24 ore (e dagli!). I Tedeschi sono a Tor Sapienza sulla Prenestina, a otto chilometri da San Pietro. Roma è accerchiata almeno da tre punti cardinali: i Tedeschi sono minacciosi(?) a nord, attaccano a sud, avanzano ad est.
In realtà la situazione non è per nulla compromessa: a nord la 3a Panzer è fermata dalla Ariete; a sud la 2a paracadutisti ha sopravanzato la Piacenza che, dopo una breve resistenza (11 morti tedeschi), si è disgregata. Ora però si scontra con la Granatieri di Sardegna che la ferma. al Ponte della Magliana.
Tuttavia al Ministero della Guerra la pensano diversamente. Da tempo hanno deciso di non difendere Roma se gli angloamericani non sbarcheranno a portata di mano. Adesso, visto che lo sbarco è avvenuto a Salerno, è tempo di tagliare la corda. Non è una decisione improvvisa, sin da luglio si era deciso di fare partire il re ed il Governo, ora la novità è che si uniranno anche i vertici delle Forze Armate, decisione che determinerà il crollo dell’esercito italiano.
Ci sono 18 strade che portano a Roma ma tra tutte una sola è libera, la Tiburtina assicura Roatta. Non c’è tempo da perdere. Ma chi assicura a Roatta che la Tiburtina sarà libera? Da quelle parti è schierata la Centauro ex divisione M con i carri armati Tigre di produzione tedesca e con istruttori tedeschi. E’ sicuro che li lasceranno passare?
Alle 4 finalmente viene svegliato Badoglio, si deve preparare perché è tempo di partire.
Poichè originariamente era previsto che il trasferimento sarebbe avvenuto da Civitavecchia verso la Sardegna ora bisogna provvedere diversamente, dall’altra parte verso l’Adriatico.
Ambrosio ordina a De Courten, questi trasmette all’ammiraglio Sansonetti di far convergere a Pescara l’incrociatore Scipione Africano da Taranto e le corvette Baionetta da Pola e Scimitarra da Brindisi per imbarcare un’alta personalità. Sono le 5 di notte ma la catena di comando per organizzare il trasferimento funziona alla perfezione. Non funziona invece per dare ordini o disposizioni alle centinaia di comandi periferici che continuano a chiedere istruzioni e domandare se la Memoria OP 44 deve ritenersi esecutiva.
Il re – a quanto pare – ordina ad Ambrosio di seguirlo. Ambrosio nomina il generale Palma suo sostituto al Comando Supremo ma non gli lascia ordini. Ordina a capi di Stato Maggiore delle tre Armi di seguirlo. Badoglio affida all’ignaro Ministro degli Interni Ricci la direzione del Governo che rimane a Roma, tranne i ministri militari che devono seguire il re. Ma Sorice, Ministro della Guerra, rifiuta.
Alle 5,10 la carovana lascia il Ministero della Guerra ed imbocca la Tiburtina in direzione di Tivoli: ne fanno parte il re, Badoglio, Acquarone ed ufficiali al seguito. Roatta consegna a Carboni un ordine scritto sul momento a matita (che in gergo militare si dice sul tamburo) a mezzo del quale ordina al Corpo d’Armata Motocorazzato di non difendere Roma e ripiegare su Tivoli, fronte ad est. Ma perché fronte ad est? Ad est non ci sono consistenti forze tedesche.
Alle 5,45 Ambrosio e Roatta lasciano Roma in direzione di Tivoli. Alle 6,30 li segue De Courten. Alle ore 7,30 partono anche i sottocapi di Stato Maggiore De Stefanis e Mariotti.
Visto che tutti partono, Carboni si mette in abiti borghesi e con una macchina con targa diplomatica parte verso Tivoli. Lascia il suo capo di Stato Maggiore, colonnello Salvi, il quale alle prese dell’ordine di ritirata, chiede conferma al capo dell’Ufficio Operazioni, generale Utili, che lo indirizza da Calvi di Bergòlo che però rifiuta di convalidare. Salvi ha un collasso nervoso e si mette a piangere. Momenti difficili, tensione altissima, però per un militare mettersi a piangere non è il massimo. Finalmente, verso le 8, Salvi conferma l’ordine di Roatta per la immediata ritirata su Tivoli.
Alle 8,15 parte anche il generale Utili. Tutti tagliano la corda. Le sentinelle a guardia del Ministero guardano torvi i partenti: nulla può esservi di peggio per i sottoposti che assistere alla fuga di coloro che devono comandarli e guidarli.
Il generale Carboni, scomparso da alcune ore, alle 8 si rivede a Tivoli dove è in cerca di Roatta, ma non trova nessuno e prosegue fino ad Arsoli dove apprende che la comitiva reale è già passata. Al castello stanno girando un film di Carlo Ponti con Vittorio Gasman e Mariella Lotti. Il generale, sempre sensibile al fascino femminile, pensa bene di fermarsi. il suo aiutante, tenente Lanza, prosegue ed incontra Roatta il quale conferma gli ordini impartiti alle 5,15 del mattino. Nel frattempo la situazione militare non pare compromessa: l’Ariete tiene bene il campo tra la Cassia e la Claudia, la 3a Panzer non passa. Il comandante dell’Ariete, generale Cadorna, rifiuta per il momento di ripiegare su Tivoli. La divisione Piave entra in combattimento. La Cranatieri di Sardegna è in difficoltà ma non cede. A Monterotondo, ex quartier generale di Roatta, 800 paracadutisti tedeschi sono in difficoltà, più di uno si arrende, anche a Roma si fanno prigionieri tedeschi.
A Salerno lo sbarco Alleato è bloccato.
In tarda mattinata Kesselring, su sollecitazione del suo capo di Stato Maggiore, generale Westphal e del colonnello Dolman, autorizza l’inizio di trattative con gli Italiani.
Nello stesso tempo la carovana reale è sulla Tiburtina con direzione Pescara deve percorrere 250 chilometri ma evidentemente non ha fretta. Si ferma al castello di Crecchio presso i duchi di Bovino, che invitano tutta la comitiva, 43 persone, a pranzo. Si conosce il menu della tavolata di rango reale: l’immancabile consommè, pollo lesso con insalata, uova in fricassea, salame, formaggio, frutta e caffè. Diciamo che l’angoscia per le sorti della Nazione non aveva tolto l’appetito. A tavola si parla del più e del meno. Qualcuno domanda a Badoglio cosa ne è stato di Mussolini, lui l’aveva dimenticato. Risponde: “A quest’ora l’avranno liberato”. Nessuna preoccupazione per quella liberazione, nessun tentativo di recuperare il personaggio che, secondo la clausola n.29 dell’armistizio lungo doveva essere consegnato agli alleati, nessuna preoccupazione per le implicazioni politiche che quella liberazione comporta. Campo Imperatore dista pochi chilometri, ma non si tenta neppure una telefonata per conoscerne la sorte o per dare ordini agli uomini che lo custodiscono. Tra parentesi Mussolini è al suo posto e vi resterà fino al giorno 12 successivo quando verrà pacificamente inviato a trasferirsi in Germania.
Il Principe Umberto vorrebbe fare ritorno a Roma per prendere il comando della difesa, ma il re e Badoglio rifiutano. Umberto obbedisce e continua a bisbigliare: “Che figura, che figura”. Non gli passa per la mente che non è questione di figura ma di sopravvivenza di una intera Nazione. La decisione comunque appare scontata perché la cattura di Umberto da parte dei Tedeschi avrebbe conseguenze gravissime anche se non facilmente immaginabili.
Il grosso della flotta italiana alle 13 si trova innanzi all’entrata occidentale delle Bocche di Bonifacio diretto alla Maddalena agli ordini dell’ammiraglio Bergamini. Sono al suo comando tre corazzate, le più moderne della nostra flotta, Roma, Vittorio Veneto, Italia sei incrociatori, otto cacciatorpediniere oltre a navi minori. Gli giunge per via radio la notizia che la base è stata occupata dai Tedeschi. Non è esatto: è stata occupata la palazzina comando del porto da un colpo di mano dei Tedeschi in violazione degli accordi presi con il generale Basso, ma le batterie e altre strutture sono nelle mani degli Italiani che rioccuperanno da li a poco con un contrattacco la palazzina. Bergamini riprende il mare aperto.
Gli Inglesi, tramite Ultra, apprendono che formazioni di bombardieri tedeschi si apprestano a bombardare le flotta italiana, ma non comunicano a Bergamini l’informazione.
A Roma il Maresciallo Caviglia, un veterano della Grande Guerra, giunto misteriosamente da Ventimiglia dove risiede abitualmente, ha assunto, quale ufficiale più elevato in grado, il comando con il consenso del re.
Alle 14 finalmente il generale Calvi di Bergòlo rintraccia il generale Carboni in borghese alla caserma dei carabinieri di Tivoli che sta pranzando. Evidentemente la concitazione del momento, l’ansia di provvedere agli ordini da dare alle truppe impegnate in combattimento, la responsabilità della carica, non hanno tolto al generale l’appetito.
Alle 15,52 due bombe teleguidate lanciate da un bombardiere tedesco al largo dell’isola dell’Asinara centra la Corazzata Roma che affonda in pochi minuti per lo scoppio del deposito munizioni: muoiono l’ammiraglio Bergamini e 1352 marinai ed ufficiali. Il rifiuto di Bergamini di andare a Malta, con la conseguente deviazione verso La Maddalena, è costato caro.
Alle 16 la divisione Granatieri di Sardegna riceve l’ordine di abbandonare il Ponte della Magliana che è stato difeso strenuamente ed eroicamente fino a quel momento: Poco dopo contrordine: rioccupare il ponte.
Alle 17 il capitano Schacht si presenta al comando della divisione Centauro per dare inizio alle trattative di resa e chiede la consegna delle armi. Carboni dice a Calvi di dare corso alle trattative che comunque devono riguardare tutto il Corpo Motocorazzato. Nelle more l’Ariete e la Piave, in esecuzione dell’ordine di Roatta, ripiegano in direzione di Tivoli.
La comitiva reale giunge all’aeroporto di Pescara ma rinunzia all’imbarco sugli aerei per prudenza (si teme che i piloti siano simpatizzanti fascisti e non eseguano gli ordini). Il re si giustifica: la regina soffre l’aereo! Si opta per la nave ma non a Pescara, dove si teme una reazione della folla, ma nella vicina Ortona ove giunge alle 24,20 la corvetta Baionetta. Si imbarca il re, il Principe Umberto, Ambrosio, De Courten, Vassalli e Roatta, il re ne rimane stupito: chi difende Roma?
Insieme a loro altri 57 generali ed ufficiali vari. Sul molo ne rimangono altri 150 ed una ventina di autisti e domestici. Badoglio, (chi sa, forse per non posticipare troppo l’orario del suo riposo o per comprensibile prudenza) si è già imbarcato a Pescara. Sul molo tanta confusione e grida, tutti si vogliono imbarcare, ma viene loro detto che imbarcheranno sulla corvetta Scimitarra che infatti arriverà tra poco, ma i nostri eroi sono andati via nel timore d’essere catturati.
La rotta, dopo consultazioni e pareri vari, è Brindisi, città libera da Tedeschi e non ancora occupata dagli Alleati dove si arriverà alle ore 16 del giorno 10. Durante la navigazione un aereo da ricognizione tedesco individua la nave. Il re racconta: “dopo l’identificazione”, l’aereo va via.
Cosa voleva dire il re dicendo identificazione?
Non è il caso qui di riportare le ultime fasi della mancata difesa di Roma. Dato l’ordine al CAM di ripiegare su Tivoli fronte ad est e ordinando alla Granatieri di abbandonare il Ponte della Magliana, era chiaro che si era deciso di non difendere Roma. In sintesi : nonostante le presumibili decisioni già prese, i combattimenti continuano, anche se si tratta con i Tedeschi. Carboni rientra a Roma ed improvvisamente diventa cuor di leone. Vuole distribuire le armi ai popolani ed in parte li fa distribuire. Ma veramente un generale italiano (per quanto scadente sul piano professionale) poteva pensare di fermare la 2a Fallschimjager, vale a dire la migliore unità dell’esercito tedesco che poi fermerà per mesi le potenti forze della Va Armata a Cassino, con i popolani romani? Numerosi politici come Pertini, Lussu, Scoccimarro, Longo incitavano a gran voce alla resistenza ma, dice Attilio Tamaro, “nessuno li vide in azione.”Ad ogni buon fine Carboni si ritira in un appartamento privato di Piazzale delle Muse, messo a disposizione da un amico, dove il prode guerriero dice di aver installato il suo comando tattico. Si da ordine all’Ariete di attaccare sul fianco est per dar manforte alla Granatieri di Sardegna. La Piave deve rientrare a Roma.
Nelle more si continua a trattare. Kesselringh, da principio molto disponibile e condiscendente, via via che passa il tempo diventa sempre più arrogante, restringe progressivamente le sue concessioni e finisce per dare agli Italiani un ultimatum: se non si accetteranno le condizioni di resa Roma sarà bombardata. Singolare e emblematico che alle intimazioni di resa, da qualunque parte provengano, segue sempre la minaccia di bombardare Roma.
A porta S. Paolo si combatte accanitamente, muore eroicamente il tenente Raffaele Persichetti che, sebbene in licenza, accorre sul luogo degli scontri per guidare i suoi Granatieri.
Le trattative con i tedeschi vanno avanti fino alle ore 16 quando il colonnello Giaccone firma la resa a Frascati. Roma viene dichiarata “Città aperta”, i Tedeschi non dovranno entrare in città (ovviamente non rispetteranno i patti), comandante della piazza viene nominato il generale Calvi di Bergòlo, l’ordine pubblico sarà mantenuto dalla divisione Piave e della PAI (polizia Africa italiana). Le divisioni Ariete e Piave, già in contatto con i Tedeschi, vengono fermate. C’è rabbia perché il successo sembrava possibile. Tra ordini, contrordini, fughe ignominiose ed atti di eroismo, molti hanno combattuto: nella difesa di Roma muoiono 1200 italiani tra militari e volontari civili, non è del tutto esatto dire che Roma non fu difesa.
Il caso vuole che la resa venga firmata esattamente nel momento in cui il re sbarca a Brindisi. Coincidenze.
E’ invece interessante ritornare sul viaggio della comitiva reale che alle ore 5 del mattino del 9 settembre lascia il Viminale sulla via Tiburtina , direzione Pescara.
La carovana, la prima, è composta da 15 macchine, poi seguiranno altri convogli ed altre macchine alla spicciolata. Sulla Tiburtina la mattina del 9 a partire dalle 5 transitano non meno di 80 autovetture, alcune precedute e seguite da autoblindo, con a bordo colonnelli e generali (sul molo di Ortona ci saranno più di 200 alti ufficiali) e con le insegne militari italiane. Gli alti comandi abbandonano Roma lasciando senza risposta le migliaia di telefonate provenienti dai comandi periferici, in Italia ed all’estero, e questo causa il crollo del Regio Esercito perché ingenera l’atmosfera del “si salvi chi può” e del “tutti a casa” nella convinzione che non ci sia più nulla da fare e la guerra sia finita.
Nessuna di queste colonne viene fermata. Il generale Zanussi,(21) che è il cronista della spedizione, riferisce che la sua autocolonna dovette superare 5 posti di blocco tedeschi o italiani (divisione Centauro ex Milizia) ma nessuno la bloccò. Parola d’ordine: “Ufficiali generali” e le autocolonne passavano. Un fatto singolare se si pensa che già dalla sera prima i Tedeschi avevano attaccato ovunque ed impegnato in combattimento le nostre truppe, con esito negativo per noi, tanto che già alle ore 4 Roatta aveva ritenuta catastrofica la situazione con Roma quasi interamente circondata. Ma sulla Tiburttina, angolo di paradiso in mezzo a tanto scompiglio, bastava dire “Ufficiali generali” e si passava indenni.
Per primo il giornalista Bertolla pubblicò nel 1945 sul periodico dell’Uomo Qualunque ” La Folla” l’ipotesi che tra il re, Badoglio ed i Tedeschi c’era stato l’8 settembre un accordo mediante il quale Kesselring avrebbe lasciato via libera al sovrano in cambio della mancata difesa di Roma. Dal canto suo il generale Carboni, indicato dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta presieduta dal sottosegretario alla Guerra, il senatore comunista Palermo, insieme a Roatta, come colpevole della mancata difesa di Roma, in una serie di suoi libri, accusò Ambrosio di aver concluso un accordo segreto con Kesselrig mediante il quale, in cambio del via libera per la fuga di Pescara, rinunziava alla difesa di Roma, non diramava l’ordine di mettere ad esecuzione la memoria OP44 e rivelava il luogo di detenzione di Mussolini. Accordo facilitato dall’appartenenza di entrambi i protagonisti alla massoneria. L’argomento venne ripreso con uno studio molto più approfondito dal giornalista, simpatizzante comunista, Ruggero Zangrandi nel libro “1943: 25 luglio – 8 settembre” edito da Feltrinelli nel 1964, che viene citato da tutti gli storici che si sono occupati dell’argomento per essere smentito. Zangrandi fu querelato per diffamazione e, a seguito del processo conseguente, il Tribunale di Varese ordinò la pubblicazione dei documenti della Commissione d’inchiesta Palermo. La pubblicazione di questa documentazione parlamentare apportò un notevole contributo all’approfondimento dell’argomento. Quella commissione aveva ritenuto colpevoli della mancata difesa di Roma i generali Roatta (Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) e Carboni (comandante del Corpo d’Armata Motocorazzato). Tuttavia il Tribunale assolse entrambi. Roatta venne poi arrestato e messo sotto processo per l’assassinio dei fratelli Rosselli avvenuto quando egli era capo del SIM, ma, misteriosamente, venne fatto fuggire quando sembrò che minacciasse alcune rivelazioni. La tesi di Zangrandi, ampliata sulla scorta dei nuovi documenti con un secondo libro che uscì nel 1971(22), venne ripresa dal figlio del senatore Palermo. Infine, il giornalista americano Peter Tompkins, che tra il 1943 e 1944 era a Roma occupata dai Tedeschi sotto mentite spoglie quale agente dei servizi segreti americani (OSS poi divenuti CIA) confermò la tesi ma senza portare alcuna decisiva testimonianza.
Tutti i protagonisti della vicenda che, secondo la tesi del patto scellerato, avrebbero potuto esserne al corrente, o da protagonisti o da testimoni, negarono sempre, sia da parte italiana che tedesca. Così Ambrosio, Badoglio, Marchesi, Musco, Kesselring, Student (comandante dei paracadutisti tedeschi), Westphal (capo di Stato maggiore di Kesselring), Dolman (capo delle SS a Roma). Daltro canto Zangrandi non porta alcuna decisiva testimonianza, tranne una: il giornalista Cesare De Simone riuscì a rintracciare in Germania un volumetto di memorie del capitano Gerard (di servizio ad un posto di blocco vicino ad Avezzano) nel quale si poteva leggere, a proposito della colonna che per prima transitò la mattina del 9 sulla via Tiburtina, questa testimonianza: “... una diecina di auto in testa alla colonna avevano le tendine abbassate sui finestrini. Non sapevo chi ci fosse dentro, ma sapevo che chiunque vi fosse poteva passare”. Secondo l’opinione dello storico Renzo De Felice un vero e proprio patto non ci sarebbe stato tuttavia il generale Kesselring avrebbe ritenuto opportuno non arrestare il re (contravvenendo così all’ordine di Htler) per non esacerbare l’animo dei militari italiani che di fronte alla gravità dell’evento avrebbero potuto attaccare i Tedeschi non maggiore determinazione. Una teoria piuttosto opinabile perché la cattura del re avrebbe potuto, al contrario, determinare un collasso ancora maggiore.
Un’ altra circostanza a favore della tesi del patto scellerato è la vicenda relativa alla liberazione di Mussolini. Il duce, che varie peripezie portano da Villa Savoia, dove viene arrestato per iniziativa di Ambrosio e Castellano (non del re), alla caserma Podgora dei carabinieri, all’isola di Ponza, poi alla Maddalena, ed infine in un albergo sul Gran sasso a Campo Imperatore, era sotto custodia del tenente Faiola dei carabinieri e dell’ispettore di polizia Gueli con l’ausilio di 70 tra poliziotti e carabinieri. L’ordine era di non farlo cadere in mani tedesche o fasciste. In estrema ratio Mussolini doveva essere soppresso. Hitler sin da 26 luglio aveva dato incarico ai suoi di liberarlo ad ogni costo ed in proposito, come detto innanzi, venne elaborato il piano Eiche (Quercia) affidando al capitano delle SS Skorzeny di scoprire dove era custodito. Nonostante tutti gli sforzi ancora l’8 settembre si brancolava nel buio. Scorzeny si vantò di avere scoperto il nascondiglio e di avere fatto una ricognizione aerea della zona. Ma Scorzeny non è attendibile perché ha sempre millantato di essere il liberatore di Mussolini, mentre invece a liberare il duce fu, com’è ormai accertato, il maggiore dei paracadutisti Moss con i suoi uomini. In realtà la liberazione di Mussolini fu soltanto un’operazione spettacolare, montata per i cinegiornali tedeschi, perchè dell’aviosbarco degli alianti nello stretto pianoro di campo Imperatore a 2200 metri di altitudine non c’era alcun bisogno. Mussolini fu liberato il giorno 12 settembre, quando orami da due giorni era cessata ogni resistenza a Roma, l’esercito italiano, abbandonato dai vertici militari, si era sfasciato, lo sbarco a Salerno era stato bloccato, l’Italia a nord di Salerno era già saldamente in mano della Wehrmacht. Campo Imperatore era in pratica all’interno di un territorio occupato dai Tedeschi. Anche volendo, dove avrebbero potuto trasportare Mussolini i suoi custodi? I nessun posto e, d’altro canto, nessuno diede loro l’ordine di portare altrove Mussolini. Avrebbero potuto ucciderlo come stabilito dagli ordini precedenti. Cosa questa che, a parte l’aspetto criminale dell’azione, avrebbe certamente determinato la condanna a morte degli esecutori. Ma a toglierli da ogni impaccio venne la mattina del 12 un radiogramma del capo della polizia Senise che trasmise la parola d’ordine “comportarsi con la massima prudenza” che, secondo quanto si era stabilito con Gueli, significava non dover reagire ad attacchi. Ed infatti gli uomini a difesa di campo imperatore non reagirono. Vedendo volteggiare in discesa alle ore 14 gli alianti tedeschi con i paracadutisti che venivano a liberare Mussolini accennarono qualche timido gesto di saluto. Vi è la documentazione di un filmato tedesco dell’epoca che mostra come gli Italiani accolgono i Fallschimjager tedeschi pacificamente senza alcuna reazione e senza neppure mostrare alcun segno di timore nei confronti degli assalitori.
Il maggiore Moss, che comandava il battaglione dei paracadutisti incaricati della missione e che manifestava qualche preoccupazione al suo comandante generale Student, si sentì rispondere da questi: “Gli Italiani non spareranno un colpo”. Ma chi aveva detto a Student che nessuno avrebbe sparato. Eppure i paracadutisti avevano subìto perdite negli scontri con la Piacenza e, soprattutto, con la Granatieri di Sardegna. Ma Student aveva ragione, nessuno sparò un colpo ed i difensori accolsero i tedeschi cameratescamente aiutandoli a ripulite il pianoro per far decollare la Cicogna che porterà al piano Mussolini e Skorzeny autoproclamatosi liberatore del duce. Anche qui un’osservazione: non c’era nessun motivo per rischiare la vita di Mussolini con un decollo terribilmente pericoloso quando c’era una comoda seggiovia che collegava l’albergo con la valle sottostante. Serviva per i cinegiornali. Sarebbe bastata una telefonata all’ispettore Gueli per portare Mussolini dove volevano i Tedeschi.
Il bottino che i Tedeschi dichiararono di aver fatto a seguito della resa italiana fu il seguente: 1.255.660 fucili; 38.383 mitragliatrici; 9.986 pezzi di artiglieria; 970 carri armati e cannoni semoventi; 4.553 aeroplani; 15.500 automezzi; 28.600 tonnellate di munizioni; 123.114 metri cubi di carburante; 67.600 cavalli e muli; 10 torpediniere e caciatorpediniere; 51 navi minori; 500.000 divise, 547.531 prigionieri. (24).
Mi sia consentita una considerazione da uomo della strada: se la metà di questi mezzi e l’altra metà di quelli rimasti nell’Italia meridionale e l’altrà metà di quelli lasciati l’8 settembre del ’43 fuori dei confini d’Italia fossero state impiegati per contrastare lo sbarco in Sicilia, gli Angloamericani (si presume) sarebbero stati buttati a mare senza sforzo, non ci sarebbe stato il 25 Luglio e Mussolini non avrebbe perduto il posto. E dire che c’è ancora chi pensa che il DUCE fosse una persona di grande intelligenza.


CONCLUSIONI
1) Denunciare l’alleanza con la Germania e stipulare un armistizio con gli angloamericani era un’operazione estremamente difficile e tra le varie opzioni non era facile scegliere quella meno rischiosa, tenuto conto delle truppe tedesche presenti in Italia ed alle frontiere. Bonomi interpretò perfettamente la convinzione della maggior parte del popolo italiano quando disse: “Poichè l’alleanza era stata stipulata tra la Germania nazista e l’Italia fascista, crollato il fascismo l’alleanza veniva meno e doveva essere denunciata”. Ciò non doveva e non poteva, per imprescindibili motivi morali e di onore nazionale, comportare il passaggio al campo avverso, ma resistere ai Tedeschi si.
2) Non ha senso ipotizzare cosa sarebbe accaduto se fosse stata presa una opzione diversa da quella scelta dai governanti dell’epoca (dichiarare immediatamente dopo il 25 luglio l’armistizio ovvero cercare di concordarlo con i Tedeschi) ma, anche col senno di poi, la scelta operata sembra quella giusta.
3) Si perse troppo tempo nei preliminari alle trattative, mentre invece il tempo era prezioso.
4)Si cercò di modificare le strategie degli Alleati mentre questi non erano disposti alla minima concessione e, meno che mai, a modificare i loro piani preparati da tempo.
5) Si inviò a trattare l’armistizio il generale Castellano, persona dalle dubbie attitudini e capacità (che non conosceva l’inglese e quindi poteva cadere vittima di equivoci), senza precise istruzioni.
6) Castellano andò oltre le direttive del Governo offrendo la collaborazione militare delle Forze Armate italiane subito dopo la proclamazione dell’armistizio (o ancora prima con la 82a divisione paracadutisti), ed un cambio di campo che il Governo ed il re non volevano e gli Alleati non gradivano.
7) La fuga di Pescara non fu una decisione presa a seguito della situazione venutasi a creare nella notte del 9 settembre ma era prevista sin dai primi di agosto.
8) Il trasferimento del Governo e soprattutto del re lontano dalla Capitale era un provvedimento, oltre che opportuno, anche necessario, ma andava predisposto accuratamente ed eseguito per tempo e non in coincidenza con l’armistizio quando la prevedibile reazione tedesca e la concitazione del momento avrebbero creato problemi molto gravi.
9) La data del 12 settembre, come data prevista per la dichiarazione dell’armistizio, non solo non era certa ma neppure probabile e fu una grave leggerezza ritenerla tale. Responsabilità anche degli Alleati che avrebbero dovuto capire che in situazioni tanto delicate ogni dubbio o equivoco potevano portare a conseguenze fatali.
10) Gli Alleati furono colpevolmente sospettosi nei confronti degli Italiani e esageratamente reticenti con Castellano tanto da ingenerare dubbi ed equivoci, non solo sulla data, ma anche sul luogo dello sbarco, che furono fonte di grossi danni anche per loro. Bedel Smith aveva “confidato” che lo sbarco doveva avvenire entro i limiti dall’autonomia degli aerei da caccia alleati. I critici dell’operato dei nostri vertici militari affermarono a più riprese che bastava usare un compasso per capire che lo sbarco sarebbe avvenuto in una località a Sud di Napoli. Questa affermazione non sembra esatta perché nulla lasciava supporre che la caccia degli alleati non potesse proteggere lo sbarco anche nei pressi di Roma (e forse anche a nord di Roma) visto che il 19 luglio del 1943, in occasione del primo bombardamento di Roma, i 523 bombardieri della Northwest African Strategic Air Force erano stati scortati da 167 caccia Lockheed P-38 e più o meno la stessa cosa era avvenuta nel secondo bombardamento della capitale avvenuto il 13 agosto successivo.
11) Non furono predisposti piani per fronteggiare la prevedibile, anzi sicura, reazione tedesca. Non vennero allestiti apprestamenti difensivi; non vennero messe sotto controllo le vie di comunicazione, i porti, gli aeroporti; non furono minati i viadotti, i ponti le gallerie per rendere difficili le comunicazioni alle Forze Armate tedesche.
12) Non vennero orientate le Forze Armate italiane verso quello che sarebbe stato lo sbocco inevitabile della resa italiana: il conflitto armato contro i Tedeschi.
13) Lo sbarco della 82a divisione paracadutisti prima della dichiarazione di armistizio avrebbe comportato un attacco preventivo contro i tedeschi, cioè un cambio di campo, cosa che gli Italiani giustamente non volevano.
14) Gli Alleati avevano previsto un comodo trasferimento logistico per i paracadutisti non un aviosbarco in tempo di guerra, lasciando agli Italiani per intero il compito di sgomberare i luoghi di atterraggio.
15) Anche a causa delle reticenze degli angloamericani non vi fu alcun coordinamento militare tra gli Alleati e gli Italiani.
16) Il re, il Governo, lo Stato Maggiore Generale italiani non volevano un cambio di campo ossia un rovesciamento delle alleanze. Intendevano cessare le ostilità con gli angloamericani. Tutti gli ordini emanati, dal CT 111 alla Memoria OP 44 fino all’ultimo ordine diramato da Ambrosio alle ore 0,20 del 9 settembre, insistevano nella direttiva: “Non attaccare per primi, reagire soltanto ad eventuali atti ostili dei tedeschi”.
17) Nè il Comando Supremo nè Badoglio, di fronte all’aggressione tedesca, che non poteva dar adito a dubbi di sorta, quando già nella notte tra l’8 ed il 9 settembre si combatteva aspramente intorno a Roma, resero operativa la Memoria OP 44, nonostante le continue richieste di direttive dei comandi periferici. La Memoria venne resa operativa solo l’11 da Brindisi quando i vertici dello Stato e delle Forze Armate erano al sicuro, ma quando l’esercito italiano era ormai crollato.
18) Alle truppe di stanza in Grecia, Jugolslavia e Albania) non si fecero pervenire direttive chiare ed adeguate alla situazione esistente in quelle località in relazione al rapporto di forze con i Tedeschi ed alla distanza dalla madrepatria. Non furono predisposte od inviate navi per trasportare in patria le truppe dislocate lungo i litorali o in Albania dove c’erano pochi Tedeschi.
19) Nessuno pensò di contattare (cosa, non solo opportuna, ma anche doverosa) il Quartier Generale di Kesserling per offrirgli via libera verso il Nord in cambio di un atteggiamento non aggressivo della Wehrmacht verso le nostre Forze Armate.
20) Non furono protetti i vitali depositi di carburante di Mezzocammino e di Valleranello che i Tedeschi occuparono senza alcuno sforzo.
21) Roma, o meglio, l’Italia centrale, poteva essere difesa se per tempo fossero state prese adeguate misure militari. Eravamo in netta superiorità numerica anche se non adeguatamente armati, ma le pallottole del ’91 bucavano anche i Tedeschi. I quali, se messi alle strette, si arrendevano come si arresero 426 soldati a Corfù (che vennero trasferiti a Brindisi), 470 a Cefalonia, 3500 in Sardegna e molti paracadutisti intorno a Roma.
22) La superiorità numerica intorno a Roma non fu sfruttata: Avevamo 4 buone divisioni, l’Ariete corazzata, la Piave meccanizzata, la Granatieri di Sardegna e la Sassari. Poco più a sud c’era la Piacenza e a nord al 220a Costiera. In afflusso dalla Francia la Re e la Lupi di Toscana. C’era nella zona di Tivoli la Centauro corazzata in addestramento sulla quale però non si poteva fare gran conto perché ex Milizia. Di fronte vi era la 3a Panzer con effettivi ridotti e circa 60 carri armati e la 2a Fallschimjage con circa 10.000 paracadutisti. Due unità di elite ma che poco avrebbero potuto fare se contrastate con decisione.
23) Roma non fu difesa deliberatamente. Lo dimostrano gli ordini dati al CAM di ripiegare su Tivoli quando nulla era ancora compromesso e quello alla Granatieri di Sardegna di ritirarsi dal Ponte della Magliana, fino allora accanitamente difeso.
24) I nostri vertici militari abbandonarono i loro posti di comando nel momento più delicato. Il capo di Stato Maggiore Generale seguì il re sulla torpediniera Baionetta, i capi di Stato Maggiore della Marina e dell’Aviazione fecero altrettanto su ordine di Badoglio, compreso il Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito. Carboni, comandante del CAM, lasciò il suo posto di comando e trascorse il mattino del 9 tra il set di Carlo Ponti e un appartamento privato in Piazzale delle Muse, senza dimenticare di pranzare comodamente nella caserma di Arsoli. Oltre 200 tra colonnelli e generai abbandonarono in massa il loro posto e si ritrovarono sulla banchina di Ortona.
25) Tutti si dimenticarono di Mussolini nonostante una clausola dell’armistizio imponesse la consegna agli Alleati e nonostante che sulla strada per Pescara non sarebbe stato impossibile recuperarlo. Ciò senza valutare le gravi conseguenze che la sua liberazione da parte dei Tedeschi avrebbe comportato (restaurazione di un governo fascista al nord).
26) Non ci sono prove certe che tra Ambrosio e Kesselrig ci sia stato il c.d. patto scellerato, anche se ci sono molti indizi. Tuttavia le smentite di tutti i protagonisti non possono essere controbilanciate dall’unica testimonianza di uno che c’era, il capitano Gerard al posto di blocco di Avezzano.
27) Appare ormai dimostrato che con l’armistizio firmato il 3 settembre del 1943 i nostri vertici dello Stato, ed in primo luogo il re ed il governo, intendevano deporre le armi, “riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta...” come esattamente si diceva nel proclama letto alla radio da Badoglio, non certo quella di un cambio di campo, come invece venne sostenuto da fascisti e Tedeschi: le poche e frammentarie istruzioni dei vertici militari ai nostri soldati furono sempre nel senso di “non attaccare per primi..” Badoglio, che non era certo il massimo della solerzia si preoccupò di inviare ad Hitler (ed agli altri patner del tripartito) la sera stessa dell’8 settembre, subito dopo l’annuncio dell’armistizio, una lettera, ovviamente preparata in precedenza, nella quale affermava che “L’Italia non ha più forza di resistere: le sue maggiori città da Milano a Palermo sono o distrutte o occupate dal nemico. Le sue industrie sono paralizzate. La sua rete di comunicazione, così importante per la sua configurazione geografica, è sconvolta…. Non esiste punto del suo territorio nazionale che non sia aperto all’offesa del nemico senza adeguata capacità di difesa, come dimostra il fatto che il nemico ha potuto sbarcare – come a voluto, dove ha voluto, quando ha voluto – una ingente massa di uomini… In queste condizioni il Governo italiano non può assumersi più oltre la responsabilità di continuare la guerra…. Non può esigere da un popolo di continuare a combattere, quando ogni legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L’Italia, ad evitare la sua totale rovina, è obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizi". Un’altra prova che non vi era alcuna volontà di cambiare campo.
Furono i tedeschi che presero ovunque l’iniziativa con brutale violenza. Se sono esatte le cifre dell’Ufficio Storico nei giorni dall’8 settembre 1943 all’ottobre del 1943 le perdite delle nostre forze armate per l‘azione dei Tedeschi furono 18.655 caduti in Italia ai quali bisogna aggiungere quelli caduti e sui fronti esteri (Jugoslavia, Albania, Grecia, Francia) che nel complesso ammontano a 54.622. Una cifra enorme pari a poco meno della metà dei caduti nei precedenti tre anni di guerra. Dovrebbe essere chiaro a tutti che fu la Germania a dichiarare guerra all’Italia e non viceversa. Il re infatti, a fronte di questa violenta aggressione, dichiarò guerra alla Germania solo il 13 ottobre del 1943, con molta reticenza e su sollecitazione di Eisenhower. La decisione alleata di lasciar cadere l’opzione balcanica e scegliere di sbarcare prima in Sicilia e poi nell’Italia continentale fu decisamente nefasta per il nostro Paese così, come nefasto fu il cinismo della strategia britannica che sponsorizzò lo sbarco a sud di Napoli anziché nelle vicinanze di Roma per lasciare deliberatamente l’esercito italiano in balia dei Tedeschi affinché lo distruggessero.

***
Renzo De Felice, riportando una frase dello storico Satta, disse che l’8 settembre del ‘43 costituì la morte della Patria. Con tutto il rispetto per l’illustre storico, molti di noi non sono d’accordo: se è pur vero che l’8 settembre rappresenta una data funesta per l’Italia con un susseguirsi di comportamenti indecorosi, di manchevolezze ed errori che costarono lutti e rovine, è anche vero che, in quei momenti in cui tutto sembrava crollare ed i più scappavano in un si salvi chi può generalizzato, rifulse l’eroismo ed il sacrificio di tanti altri. La nostra Patria non morì l’8 settembre, lo dimostrarono i combattenti dell’Esercito di liberazione che risalirono la Penisola per conquistare la nostra libertà, i partigiani delle formazioni autonome, i combattenti di Cefalonia e dei Balcani e, mi sia consentito, anche i combattenti della Repubblica Sociale Italiana che, sia pure dalla parte sbagliata, sacrificavano le loro vite nel nome d’Italia.


Note Bibliografiche
I Parte


(1) Dino Grandi, “25 luglio. Quarant’anni dopo” . Milano 1983.
(2) Attilio Tamaro, “Due Anni di Storia 1943 -45” Tosi Editore, Roma 1948.
(3) Renzo de Felice, “Mussolini ed il fascismo- Mussolini l’alleato” Torino Einaudi 1996.
(4) In queso senso James Miller “L’aristizio e gli Usa - Otto settembre 1943. L’Armistizio 40 anni dopo”. Atti del congresso internazionale – Milano 7-8 settembre 1983. Ministero della Difesa.
(5) David W.Elwood, "Gli Inglesi e l’8 settembre 1943 - Otto settembre 1943. L’Armistizio 40 anni dopo”. Atti del congresso internazionale – Milano 7-8 settembre 1983. Ministero della Difesa.
(6) James Miller , op.cit.
(7) Toscano, “Dal 25 luglio all’8 settembre” Firenze Le Monier, 1966.


Note Bibliografiche
II Parte


(1) Giuseppe Castellano è un generale di brigata di 50 anni, addetto al Capo di Stato Maggiore Generale, generale Vittorio Ambrosio, la cui nomina ha sponsorizzato, insieme al capo del SIM, generale Carboni, presso l’amico Ciano. Come l’amico generale Carboni non ha meriti militari ma si è sempre saputo orientare nei salotti romani. Insieme al suo capo aveva organizzato l’arresto di Mussolini.
(2) Castellano, “Come firmai l’armistizio di Cassibile”.
(3) Riportato da Attilio Tamaro, “Due anni di storia 1943 - 1945”, Tosi Editore, Roma 1948.
(4) Harold Alexander, “The Allied Armies in Italy from 3rd september 1943 tho 12th december 1944”, supplemento a “The London Gazete” riportato da Massimo Mazzetti in “Gli avvenimenti dell’8 settembre nel quadro della strategia della II Guerra Mondiale” Atti del Convegno internazionale otto settembre 1943 – Ministero della Difesa, Milano 7- 8 settembre 1983.
(5) Mario Roatta, Deposizione dal carcere militare di Forte Boccea alla Commissione Palermo, 22.12.1944.
(6) Ruggero Zangrandi, “L’Italia tradita – 8 settembre 1943”, Mursia, Milano 1971
(7) Riportato da Attilio Tamaro, op. cit.
(8) ) Riportato da Attilio Tamaro, op. cit.
(9) Romain H. Rainero, “Gli armistizi di settembre” in Atti del Convegno internazionale otto settembre 1943 – Ministero della Difesa, Milano 7- 8 settembre 1983.
(10) Il generale Giacomo Carboni faceva parte dell’entourage di Ciano e partecipò alla congiura che portò alla defenestrazione di Mussolini. Il 25 luglio fu nominato Commissario straordinario del Servizio Informazioni Militari (SIM) e insieme a Castellano, Cerica (carabinieri) e Sernise (polizia) partecipò alla stesura dell’elenco dei fascisti arrestati per ordine di Badoglio. Venne nominato comandante del Corpo d’Armata Motocorazzarto (CAM) destinato alla difesa di Roma conservando la carica di capo del SIM. Al’epoca si era formato un asse Roatta – Carboni ed un’altra Ambrosio – Castellano.
(11) Attilio Tamaro, op. cit.
(12) Attilio Tamaro, op. cit.
(13) Riportato da Riccardo Rossotto, “Verso Cassibile”, in Storia Militare n.108, settembre 2002.
(14) Saranno invece due sbarcate in Calabria, la 1° canadese e la 5° britannica.
(15) Attilio Tamaro, op. cit
(16) Secondo R. Zangrandi, op, cit., Bedell Smith, col consenso di Eisenhower, avrebbe confidato a Castellano la vera data dello sbarco e Castellano l’avrebbe comunicata ad Ambrosio che però non ne avrebbe fatto cenno a Badoglio. La cosa non pare credibile perché Castellano non lo dice né nelle sue deposizioni né nelle sue memorie e non avrebbe avuto alcun interesse a tacere una cosa così importante che tornava tutta a suo vantaggio.
(17) Massimo Mazzetti, “Gli avvenimenti dell’8 settembre nel quadro della strategia della II Guerra Mondiale“ in Atti del Convegno internazionale otto settembre 1943 – Ministero della Difesa.
(18) I documenti erano:
a) la copia dell’armistizio corto firmato;
b) la copia dell’armistizio lungo;
c) con un biglietto di Bedell Smith per Badoglio;
d) un promemoria relativo alla modalità di resa della marina;
e) un analogo promemoria per l’aviazione;
f) un promemoria per il SIM contenente suggerimenti circa le azioni di sabotaggio;
g) l’ordine di operazioni della 82a divisione paracadutisti USA per lo sbarco su Roma;
h) una lettera di Castellano.
(19) Attilio Tamaro, op. cit
(20) Massimo Mazzetti, op. cit.
(21) E’ vero ed il treno diplomatico lascerà Roma alle ore 3 di notte.
(22) Giacomo Zanussi, “Guerra e catastrofe d’Italia”, Roma Ed. Corso, 1945.
(23) Ruggero Zangrandi, “L’Italia tradita – 8 settembre 1943”, Mursia, Milano 1971 op, cit.
(24) Le cifre non sono del tutto precise, anche se sostanzialmente attendibili. Ad es. le divisioni Mantova, Friuli, Cremona, Legnano, Venezia, Perugia etc. o non furono disarmate o lo furono solo in parte; gli aerei di cui disponeva la Regia Aereonautica erano circa 800, di cui solo la metà efficienti a fini bellici, oltre a circa 500 aerei delle scuole di volo, in totale 1265. Di questi un centinaio erano dislocati nel Sud, 203 si misero in salvo negli aeroporti controllati degli Alleati e 414 furono sabotati. Invece, probabilmente, il numero dei soldati italiani catturati fu maggiore di 547.531. Secondo alcune stime sarebbero stati nel complesso quasi 800.000, certamente più di 600.000.
Documento inserito il: 28/12/2014
  • TAG: 8 settembre 1943, armistizio, seconda guerra mondiale, sbarco sicilia, condizioni segrete, governo badoglio, operazione alarico, resa incondizionata, armistizio corto, lungo armistizio, clausole armistiziali, grande bluff

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