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Dieppe, 1942: un 'secondo fronte' troppo precoce [ di Carlo Ciullini ]

L'operazione “OVERLORD”, che nel 1944 permise alle truppe americane e britanniche di sbarcare in Francia e poi di tracimare, dalle coste normanne, nel paese transalpino fino a occupare la Germania un anno dopo, costituisce probabilmente l'evento bellico più importante (e famoso) della seconda Guerra Mondiale.
Altre grandi battaglie (come Midway, El-Alamein, Stalingrado) assunsero in realtà rilievo fondamentale per la evoluzione che ne seguì in seno al conflitto, conflitto che sfociò nella sconfitta finale delle forze dell'Asse e del Giappone inflitta da Stati Uniti, Impero britannico e Unione Sovietica.
Ma è evidente quanto “OVERLORD” abbia significato il punto di svolta di una guerra ormai protrattasi da cinque anni: una operazione senza la quale il crollo del Nazismo hitleriano in Europa avrebbe potuto subire (nonostante l'inarrestabile avanzata, sul fronte orientale, dell'Armata Rossa) una forte dilazione.
Un differimento, col senno di poi, che sarebbe stato forse fatale per gli Alleati e per l'esito della guerra quale concretamente si realizzò.
In effetti i Tedeschi, che in molti degli aspetti bellici di carattere tecnologico mantennero, comunque sia, una superiorità marcata rispetto agli avversari, avrebbero potuto mettere in campo in modo massiccio, in una guerra che si fosse estesa nella sua durata al 1946 ( se non al '47), nuovi strumenti di morte, dalla potenza devastante.
Tra questi i Messerschmitt 262, letali aerei a reazione che, in numero limitato ed effimero, solcarono i cieli di Germania negli ultimi mesi di guerra, mostrando quanto sarebbero stati terribilmente efficaci se impiegati prima, o almeno più a lungo; ricordiamo poi le tristemente famose “bombe volanti” V-1 e V-2, che pure funestarono i sobborghi londinesi quando le sorti del conflitto erano ormai segnate, risultando tanto dannose quanto tardive.
Gli stessi “U-boote”, negli ultimi sussulti di guerra, vennero varati nei semidistrutti cantieri navali di Germania in modelli e classi assolutamente superiori alla controparte anglosassone: ma il loro numero fu forzatamente esiguo.
Dunque, e torniamo così al nostro argomento principale, “OVERLORD” rappresentò l'evento per antonomasia di quei tragici anni, quello su cui si sono versate più parole, scritte più pagine, girati più film e documentari.
Il 6 Giugno del 1944 costituì, per una Germania già in grande affanno, il vero punto di non-ritorno.
Tuttavia è poco conosciuto un antefatto, che precedette di un paio d'anni lo sbarco epocale in Normandia: nel 1942 si tenne a Dieppe la tragica, precoce rappresentazione di ciò che (in quantità numeriche di uomini e mezzi decuplicate) investì le coste normanne nel 1944.
Dieppe è un piccolo porto francese, situato nel dipartimento della Senna Marittima, e contante poco più di trentamila abitanti; la cittadina si trova a un centinaio di chilometri a Est delle gloriose spiagge dove ebbe luogo l'imponente “OVERLORD”.
Vi si tenne, nell'Agosto '42, un'altra operazione anfibia di portata assolutamente secondaria, risoltasi in modo funesto per gli invasori alleati.
In realtà, in tale occasione l'apporto dei militari statunitensi fu del tutto simbolico, ma Dieppe mise in scena uno dei tentativi iniziali di concreta collaborazione tra i due eserciti anglosassoni: un primo, cruento assaggio, per gli Americani impegnati in forze massicce nel Pacifico contro il Giappone, di quanto strenua e organizzata fosse la resistenza che le truppe del Reich avrebbero loro opposto in terra europea, negli ultimi anni di guerra.
Dieppe fu, più che una vera e propria operazione a lungo e ponderatamente pianificata, un tentativo di “colpo di mano”, un raid testante la capacità di fuoco e di reazione della linea di difesa posta dai Nazisti sulla Manica, lungo quello strategico tratto di mare separante il continente europeo dall'isola.
Da parte degli Alti Comandi della Wehrmacht si riteneva (come poi in effetti accadde) che proprio dall'Inghilterra sarebbe giunta l'ondata alleata decisiva, in una data incerta ma comunque ineluttabile.


L'episodio che portò all'impresa di Dieppe, l'antefatto determinante per il suo svolgersi da lì a poco, maturò a Mosca.
Era il 12 Agosto 1942, un Venerdì, quando Winston Churchill e Josip Stalin si incontrarono per la prima volta: la riunione anglo-russa si tenne al Cremlino.
Il clima del colloquio, inizialmente niente affatto disteso, fu surriscaldato dalla questione relativa al cosiddetto “secondo fronte”.
Già prima di vedere personalmente il leader sovietico, Churchill aveva subìto forti pressioni diplomatiche da una Russia impegnata nella strenua difesa del proprio territorio: questo perché, da parte degli Alleati, si esercitasse l'apertura di un nuovo fronte a Occidente.
Ciò avrebbe alleviato la feroce morsa esercitata , lungo le steppose strade dell'Urss, dalla possente armata germanica, armata messa in campo dal Fuhrer nell'ambito dell'operazione “BARBAROSSA” (Giugno 1941).
La situazione per i Sovietici (e di conseguenza per i loro alleati anglo-americani) rimaneva straordinariamente difficile; tuttavia il collasso russo sembrava al momento scongiurato: dopo oltre un anno di guerra sul fronte orientale l'impeto tedesco, sebbene sempre sostenuto, pareva conoscere un rallentamento e l'esercito bolscevico, letteralmente devastato nei primi mesi di scontri, cercava ora di recuperare affannosamente energie e organizzazione strategica e logistica.
A Ovest della Germania, una Francia conquistata e “pacificata” in modo coatto rappresentava un impegno facilmente solvibile da parte dei Nazisti, per quanto riguardava l'impiego di uomini e mezzi: il numero di divisioni della Wehrmacht e delle SS distribuite in terra trans-renana era relativamente limitato. Così almeno la pensavano Stalin e i suoi.
Il grosso dell'esercito germanico, in tal modo, poteva dispiegare la preponderanza delle sue forze sul fronte russo, mettendo a durissima prova la resistenza sovietica all'invasore.
E' lo stesso Primo Ministro inglese nella sua voluminosa opera, l'eccelsa “The second World War”, a descrivere le varie fasi di quell'incontro e di quelli seguenti, che si tennero al Cremlino nei giorni successivi.
Da una parte Stalin, Molotov e Voroshilov, dall'altra Churchill, Harriman e l'ambasciatore britannico in Urss. Un colloquio durato quattro ore.
Le prime due furono grigie e cupe. Attaccai subito con la questione del secondo fronte -ricorda lo statista inglese- Quando Molotov era venuto a Londra io lo avevo informato che stavamo studiando i piani per effettuare una mossa decisiva in Francia.
Avevo anche messo bene in chiaro con Molotov che non potevo assumere alcun impegno per il 1942, e gli avevo consegnato un promemoria che ribadiva tale punto di vista.[...] I Governi britannico e americano non si sentivano pronti a intraprendere un'operazione in grande stile in Settembre, ultimo mese sulle cui condizioni meteorologiche si potesse fare affidamento.
Ma, come Stalin sapeva, Gran Bretagna e Stati Uniti si stavano preparando a una gigantesca operazione durante il 1943
”.
A cosa si volesse riferire Churchill non è di facile interpretazione: probabilmente non alla “TORCH” che sarebbe partita da lì a pochi mesi (Novembre '42, con occupazione di Marocco e Algeria); forse alla “HUSKY”, con il massiccio sbarco in Sicilia che si svolse effettivamente nel Luglio 1943; tuttavia è plausibile pensare che il P.M. inglese avesse in mente la mastodontica operazione in terra francese, che in realtà poi (con uno slittamento dei tempi previsti) investì la costa normanna solo nel Giugno del '44.
Proseguii, dicendo che avevo buoni motivi per essere contrario a uno sbarco sulle coste francesi nel 1942 - riprende- Avevamo mezzi da sbarco appena sufficienti per una incursione contro una costa fortificata; potevamo infatti sbarcare sei divisioni e provvedere al loro rifornimento”.
Così scrive Churchill nel suo libro, che rappresenta anche una ponderosa raccolta di personali memorie.
Se lo sbarco fosse riuscito si sarebbero potute inviare altre divisioni, ma i mezzi da sbarco costituivano un ostacolo insuperabile. In quel momento però, in Gran Bretagna, e sopratutto negli Stati Uniti, si procedeva alla loro costruzione in serie.
Per ogni divisione che avremmo potuto trasportare in quell'anno, saremmo stati in grado di trasportarne otto o dieci nell'anno successivo
”.
Se ci caliamo nei panni di Stalin, possiamo comprenderne l'asprezza e il disappunto riguardo al mancato intervento alleato nell'Europa occidentale: i tedeschi non sarebbero stati costretti a stornare un numero considerevole di truppe allocate, al momento, sul fronte orientale.
Ancora Churchill:
Stalin disse allora che in Francia non vi era neppure una divisione tedesca di qualche valore; contestai tale affermazione,osservando che c'erano in Francia ben 25 divisioni tedesche, 9 delle quali di prima linea”.
In un ulteriore incontro di quella concitata settimana moscovita, a uno Stalin sempre irritato per la questione del “secondo fronte” la cui apertura pareva procrastinarsi all'infinito, così rispose il Prime Minister:
“Gli domandai se si fosse mai chiesto perché Hitler non aveva invaso l'Inghilterra nel 1940, quando si trovava al culmine della sua potenza. […] Hitler non aveva invaso il nostro paese perché una simile impresa gli faceva paura; in realtà non è così facile attraversare la Manica.
Stalin replicò che non vi era alcuna analogia tra i due casi: lo sbarco di Hitler in Inghilterra avrebbe incontrato la resistenza della popolazione, mentre in caso di sbarco britannico in Francia la popolazione si sarebbe schierata a fianco degli Inglesi.
Io osservai che proprio perciò era estremamente importante non esporre la popolazione francese, in caso di nostra ritirata, alle rappresaglie di Hitler.
[…] Finalmente Stalin dichiarò che, se noi non potevamo compiere uno sbarco in Francia in quell'anno, egli non aveva il diritto di chiederlo
”.
Al termine di quei quattro giorni densi di contatti e trattative gli Inglesi fecero comunque ritorno a casa, con la convinzione giustificata che, a prescindere da un “secondo fronte” subitaneo, nei Russi si fosse ormai radicata l'idea di un concreto aiuto nei loro confronti da parte degli Alleati occidentali, da lì a non molto.
La prospettiva, in un futuro il più possibile prossimo, di ricevere mezzi bellici inviati dagli Anglo-americani, e quella di veder aperti nuovi scenari di guerra nei quali impegnare e dilatare le forze naziste, rassicurarono non poco la delegazione sovietica.
Comunque il 19 Agosto, cioè pochi giorni dopo il ritorno di Churchill da Mosca, su iniziativa degli Alti Comandi di Gran Bretagna e Stati Uniti (sia che si volesse dimostrare a Stalin buona volontà e senso di sacrificio, sia che si intendesse saggiare effettivamente il grado di resistenza germanico a un attacco sulla costa atlantica) ebbe luogo il raid su Dieppe.
Fu un test a carattere bellico, una vera e propria cartina tornasole per vagliare l'effettivo stato di salute delle forze in campo.
I risultati furono davvero sciagurati per l'esercito alleato.


Churchill e il corpo diplomatico britannico spiccarono il volo dall'aeroporto moscovita il 16 Agosto.
Dopo soli tre giorni, si materializzò a Dieppe l'operazione “JUBILEE”: come detto, fu una sorta di tentativo, un vero assaggio di “secondo fronte”.
Chiaramente il tutto non fu pianificato nel giro di 72 ore, e l'azione alleata in terra di Francia espresse fattivamente ciò che era stato programmato ormai da mesi.
Lo ripetiamo: può essere davvero scorta, nello sbarco oltremanica di quel lungo giorno, la manifestazione concreta della buona volontà degli Anglo-americani di venire incontro alle pressanti richieste dei Sovietici.
Già nel Maggio del 1942 si era dato il via ai preparativi per il raid sulle coste francesi, sotto il comando del maresciallo Montgomery: il nome inizialmente prescelto per l'operazione fu “RUTTER”.
Il piano prevedeva l'impiego di 6000 uomini circa che sbarcassero sulle spiagge adiacenti al porto di Dieppe; un corpo ridotto dunque, formato in gran parte da Canadesi sostenuti da un migliaio di soldati inglesi e alcune decine di Statunitensi: questi ultimi rappresentarono l'America nel suo battesimo del fuoco in Europa.
L'azione ipotizzava una combinazione efficace delle varie Armi: cannoneggiamento navale della costa prima dello sbarco, pesante bombardamento aereo, azione di commandos per l'eliminazione delle due batterie costiere tedesche, discesa di paracadutisti, impiego di qualche decina di carri armati appositamente attrezzati.
Era prevista anche copertura aerea, con alcuni squadroni di caccia per la difesa di uomini e mezzi.
Il piano, probabilmente ben congegnato (almeno nelle intenzioni) subì sfortunatamente l'onda avversa degli eventi: Montgomery, infatti, venne trasferito in Africa, là dove avrebbe poi conseguito la epocale vittoria di El-Alamein.
Con il subentro di Lord Mountbatten (esperto in guerra anfibia), la pianificazione logistica e strategica fu profondamente variata.
Le navi che originariamente avrebbero dovuto essere impegnate nel numero di 250 circa non toccarono poi, alla resa dei conti, neanche il centinaio; furono inoltre cancellate le azioni di sostegno dei paracadutisti e il previsto bombardamento aereo preventivo, per non suscitare l'astio della popolazione.
Lo sbarco, che iniziò poco dopo l'alba di quel 19 Agosto agli ordini di Mountbatten, si risolse per gli Alleati in un disastro: sia il maggior generale Hamilton, preposto alle forze di terra che il capitano Hughes-Hallet, a guida della flotta britannica, non poterono che contare ingenti perdite.
Tra morti, feriti e dispersi gli Alleati assommarono quasi 5000 uomini; a questo numero funereo si unirono i circa 120 velivoli britannici abbattuti dalla Luftwaffe e dalla contraerea tedesca.
Da parte loro, i Nazisti (con Haase insidiato al comando dei circa 1500 soldati a guardia della cittadina) limitarono i danni a 600 uomini: una proporzione spaventosa a loro vantaggio, una perdita a otto.
Gli stessi 48 aerei tedeschi eliminati costituivano meno della metà dei corrispettivi britannici.
Un vero, disastroso fallimento: la ritirata, accompagnata anch'essa da gravi perdite, si svolse a metà pomeriggio, dopo una decina d'ore di vigorosi e cruenti combattimenti. Dioppe, anziché dar luogo all'apertura di un “secondo fronte” (troppo precoce, nel '42, viste le forze in campo) e costringere i Tedeschi a dislocare divisioni dal confine orientale a quello a Ovest, paradossalmente accellerò e intensificò i lavori di rafforzamento del Vallo atlantico a difesa della Manica.


L'operazione “JUBILEE”, già inficiata in partenza, rappresentò per le truppe alleate impegnate nel conflitto mondiale uno dei disastri-simbolo.
Tuttavia, per quanto risoltasi del tutto negativamente alla prova dei fatti, essa portò con sé alcuni aspetti interessanti e, col senno di poi, favorevoli agli Anglo-americani: innanzitutto, come già detto, si dimostrò a Stalin che l'opera di corrosione delle forze germaniche in territorio europeo era tangibilmente iniziata (mentre proseguivano i devastanti bombardamenti aerei alleati sulle città tedesche).
Ciò corroborò senz'altro lo spirito e la volontà di resistenza prima, e di reazione poi, del governo e dell'esercito russi.
In secondo luogo, la esperienza cruenta di Dieppe procurò alle forze alleate importanti dati e informazioni circa i metodi, le procedure, le precauzioni da assumersi in seno a una operazione da sbarco.
Di lì a poco “TORCH” in Africa, “HUSKY” in Sicilia e “OVERLORD” in Normandia dimostrarono ampiamente quanto gli Alleati avessero saputo far di Dieppe prezioso tesoro.


Riferimenti bibliografici

CHURCHILL W. , “The second World War”, BUR, Milano, 2014
Documento inserito il: 28/12/2014
  • TAG: seconda guerra mondiale, sbarco dieppe, secondo fronte precoce, tentativo fallito, operazione jubilee, commandos, truppe canadesi, fortezza europa

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