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L'affondamento dell'IRIDE. Una pagina di ardimento della Regia Marina

L'affondamento del sommergibile IRIDE, avvenuto il 22 agosto 1940 nel golfo di Bomba, ad opera di un aerosilurante britannico, rappresentò non soltanto una delle tanto dolorose perdite dell'arma subacquea italiana, ma anche la riprova di come la tempra degli uomini, anche in condizioni di emergenza, può sopperire alla carenza di materiali.
Il sommergibile R.N. IRIDE (Ten. di Vascello Francesco Brunetti), una delle più moderne unità subacquee italiane, entrato in servizio il 16 novembre 1936, era partito da La Spezia alla volta del golfo di Bomba, dove avrebbe dovuto congiungersi alla torpediniera R.N. CALIPSO, dalla quale imbarcare quattro S.L.C. (Siluri a Lenta Corsa, volgarmente detti Maiali) con i rispettivi equipaggi, in modo da iniziare gli allenamenti preludenti a quello che avrebbe dovuto essere il primo attacco dei "Mezzi d'assalto" contro le navi inglesi ad Alessandria.
Giunto regolarmente a destinazione la mattina del 21 agosto, l'IRIDE veniva poco dopo raggiunto dalla CALIPSO. Ma motonave MONTE GARGANO - battente insegna del comandante R.M. della Libia, ammiraglio Brivonesi - ed alcuni pescherecci si trovavano invece già sul posto.
Ovviamente, però, un simile concentramento di unità non poteva passare inosservato alla ricognizione aerea britannica; infatti, il mattino del 22 agosto, mentre l'IRIDE, sistemati gli SLC in coperta nelle speciali morse a proravia ed a poppavia della torretta (gli SLC erano allo scoperto. Poiché la loro struttura era resistente sino alla profondità massima di 25 metri, il sommergibile era vincolato a navigare a tale profondità massima. Qualora, per ragioni di sicurezza per il battello, tale profondità fosse stata superata, gli SLC sarebbero divenuti inutilizzabili o addirittura sfondati. Nelle successive missioni, gli SLC venivano quindi rinchiusi in cassoni stagni, resistenti alla pressione come lo scafo del sommergibile), stava per effettuare alcune immersioni di prova per verificare le condizioni di tenuta degli SLC in profondità, giungeva fulmineo l'attacco di tre aerosiluranti inglesi. Agevolati dal fatto che la particolare manovra in atto e che il fondale, di appena 20 metri, non permettevano al sommergibile una rapida immersione, i velivoli britannici, mentre due aerei mitragliavano la coperta dell'unità uccidendo i serventi del cannone e delle mitragliere, riuscivano a mettere a segno, con l'altro aereo, un siluro che colpiva il sommergibile all'altezza del quadrato ufficiali determinandone l'immediato affondamento.
Mentre gli aerei inglesi, persistendo nel loro attacco, affondavano anche la MONTE GARGANO, la CALIPSO, riuscita miracolosamente ad evitare danni che avrebbero potuto essere irreparabili, si metteva immediatamente, coadiuvata da un peschereccio, a raccogliere i superstiti, quattordici in tutto, rimasti in superficie.
Mentre la CALIPSO si dirigeva verso Tobruk, da un peschereccio i sommozzatori, già destinati all'attacco di Alessandria, si tuffavano per raggiungere lo scafo adagiato sul fondale, pur essendo completamente sprovvisti delle attrezzature, andate perdute con il sommergibile. Si doveva stabilire un collegamento superficie-fondo (mediante un cavo con segnale galleggiante) per non perdere il sommergibile, che avrebbe potuto spostarsi sul fondo, mentre l'aria e la nafta uscivano dallo scafo squarciato e venivano a galla.
Al ritorno della CALIPSO da Tobruk, giungevano alcuni respiratori che permettevano una più accurata esplorazione del relitto, sempre con la speranza che qualche membro dell'equipaggio fosse ancora in vita. Quando già si cominciava a disperare che qualcuno fosse ancora vivo, i sommozzatori riuscivano a mettersi in comunicazione, battendo colpi sulle paratie, con nove uomini prigionieri nella camera di lancio poppiera.
Da quel preciso istante aveva inizio la parte più complessa e più delicata dell'operazione, parte che implicava agli uomini ad essa preposti un logorio psicofisico tremendo, in quanto erano ormai chiaramente in gioco le vite di nove uomini racchiusi in una bara d'acciaio.
Il problema di salvare gli uomini ancora prigionieri nello scafo si rivelò subito di difficilissima soluzione, in quanto il portello della garitta di poppa era deformato e non si poteva aprire. Esplorando lo scafo per arrivare a controllare se fosse stato possibile passare per la camera di comando, i sommozzatori la trovarono allagata, dato che il portello della torretta era rimasto aperto. Nella camera di comando vi erano i corpi del personale destinato in quel locale, i quali non avevano potuto uscirne perché, disgraziatamente, una cassetta di munizioni per mitragliera , che evidentemente un inserviente stava portando in coperta quando il sommergibile fu colpito ed affondato, si era incastrata tanto solidamente nella scaletta, che essi dal basso non poterono muoverla.
Come risulta dagli atti ufficiali, Teseo Tesei e Luigi Durand de la Penne, constatato che l'unica via per raggiungere gli uomini prigionieri era la garitta di poppa, lavorarono tutta la notte e tutta la giornata seguente , quasi fino a sera, servendosi degli unici arnesi che erano rimasti: mazza, martello e scalpello, attorno al suo portello, riuscendo finalmente, dopo ore e ore di sfibrante lavoro a diciotto metri di profondità, a sbloccarlo. Da quel momento tutto diventò tragicamente urgente.
Giocava un ruolo decisivo ora il fattore umano, che si manifestava nei suoi aspetti più negativi; si manifestavano fenomeni comprensibili e scusabili, ma che rischiavano di rendere inutile tutto il lavoro fatto ed impossibile il salvataggio stesso degli uomini. Nove uomini nell'oscurità più completa, racchiusi in una bara d'acciaio a venti metri di profondità, che credono, ad ogni minuto che passa, sempre più impossibile il loro salvataggio, raggiungono uno stato di tensione insopportabile che sfocia in violenza e disperazione, rendendo quegli uomini completamente irragionevoli sotto la spinta del puro istinto di conservazione. Si era riusciti a rifornirli d'aria mediante manichette per mezzo di una pompa a mano, l'unica che fosse a disposizione, e soccorritori e superstiti potevano parlarsi attraverso lo scafo. Per questo bisognava fare presto. Le frasi dei nove uomini indicavano che non avrebbero resistito a lungo.
In superficie si tentava febbrilmente di risolvere un problema di fisica, da cui dipendeva la vita dei nove uomini. Bisognava stabilire se, data l'inclinazione del relitto e la sua posizione sul fondo, aprendo la porta stagna della camera di lancio si sarebbe formata una bolla d'aria che permettesse agli uomini di respirare, e quindi poi di immergersi, portarsi nella garitta e risalire alla superficie. Questo aspetto tecnico era il punto base di tutta l'operazione, ma bisognava ben valutare che l'acqua, irrompendo, non allagasse completamente la camera facendo annegare gli uomini. I sommozzatori riportavano in superficie tutti i possibili dati sulla posizione, l'inclinazione, la profondità, la stabilità del relitto. L'operazione su indicata era d'altronde l'unica per tentare il recupero del personale, , data soprattutto la completa mancanza d'ogni necessaria attrezzatura.
Ma era necessario che un uomo aprisse la porta stagna (molto lentamente, in modo da evitare l'irruzione istantanea dell'acqua che, oltre a sommergere gli uomini, avrebbe potuto, a causa del conseguente contraccolpo, far sbandare il sommergibile e quindi rendere impossibile la formazione della bolla d'aria), mentre gli altri si dovevano raggruppare sul fondo della camera di lancio, dove si sarebbe formata la bolla.
Sembrava impossibile convincere quegli uomini, terrorizzati dall'idea della massa d'acqua che incombeva su di loro , a lasciar entrare l'acqua nel loro rifugio, assicurarli che, se avessero manovrato secondo gli ordini, la violenza dell'acqua irrompente non li avrebbe travolti e fatti annegare, far comprendere loro che, una volta attraversata la camera ed arrivati alla garitta, usciti dal sommergibile, dovevano scaricare aria dai polmoni man mano che salivano per evitare il pericolo dell'esplosione dei polmoni a causa della differenza di pressione tra l'aria immessa nei polmoni a venti metri di profondità (circa due atmosfere relative) e la pressione alla superficie (zero atmosfere relative).
La loro mente non connetteva più logicamente, e distorceva ogni ragionamento che potessero fare, fino a convincerli che i soccorritori volessero farli annegare per liberarsi di loro. Era solo primordiale desiderio di vivere, irrazionale, cieco. Si dovette ricorrere ad un modo irrazionale, assurdo per convincerli, dato che non comprendevano più la ragione. Si minacciò di abbandonarli se entro mezz'ora non avessero fatto quanto ordinato loro.
L'attesa era spasmodica. Poi, finalmente, una colonna d'acqua si levò dalla superficie del mare, e pochi istanti dopo il primo redivivo rivedeva la luce del sole, seguito a brevi intervalli dagli altri. Era rimasto nel sommergibile un ultimo superstite vivo. Il sottotenente di vascello Durand de la Penne si immerse e penetrò nel relitto. L'uomo, completamente terrorizzato, non voleva muoversi e lottò disperatamente col sommozzatore, spaccando anche la propria maschera. Ricondotto alla ragione con l'unico metodo possibile in quelle circostanze, la forza, ritornò infine alla superficie usando la maschera del sommozzatore che gliela aveva ceduta. Infine, anche il sommozzatore, districandosi, senza maschera, nell'oscurità del relitto, riuscì a ritornare alla superficie.
Si concludeva così un'impresa titanica condotta, in pieno teatro di guerra, con la più desolante mancanza di mezzi tecnici, un'impresa mai prima e dopo d'allora nemmeno riuscita in tempo di pace, in cui la forza morale degli uomini che la compirono, i quali non si lasciarono prostrare dai colpi di un destino avverso, si intonava perfettamente con quella stessa con cui il comandante del sommergibile F 14, perduto al largo di Pola il 6 agosto del 1928 in seguito a speronamento da parte del cacciatorpediniere R.N. MISSORI, raccoglieva nel diario di bordo il rapporto dell'incidente e le note della tragica attesa senza speranza.
Articolo tratto dal n° 20 del bimestre Agosto-Settembre 1964, della rivista Interconair Aviazione e Marina Documento inserito il: 28/05/2017
  • TAG: regia marina, sommergibile iride, durand de la penne, teseo tesei, torpediniera calipso

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