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Piove fango sul Generale Gandin e le FF.AA. stanno a guardare [ di Massimo Filippini ]

Il 10 settembre 2003 comparve sul quotidiano "IL TEMPO" un articolo in relazione al quale scrissi a detto giornale una lettera rimasta senza risposta.
Invito il lettore a tener presente che detto articolo tenne in gran conto e si ispirò alle illazioni velenose dell’ insegnante di tedesco Paoletti (definito ‘uno storico’) contro il gen. Gandin e che inoltre venne scritto quando ancora si discuteva di Cefalonia nell’orbita del ‘più grande massacro compiuto nella seconda guerra mondiale’ poiché all’epoca ancora non era stato scoperto e documentato -da me per primo- l’imbroglio dei 9/10.000 Morti “per mano tedesca” che riguardò invece circa 1.700 nostri sfortunati militari di cui solo 3/400 –quasi tutti Ufficiali- vennero fucilati dopo la resa come ‘partigiani’ o ‘franchi tiratori’ qualifica prevista dal diritto internazionale –checchè ne dica l’Autore- per chiunque imbracci le armi contro soldati di un altro paese cui per giunta non sia stata dichiarata guerra come appunto fecero Badoglio e la Casa Reale che nella fretta di scappare dopo l’8 settembre, lo dimenticarono… Il tutto è chiuso da un mio commento finale.
Massimo Filippini

Ecco i testi degli scritti:
1 - Articolo de " IL TEMPO" in data 10/9/2003
Cefalonia, documenti trovati a Friburgo fanno del generale Gandin il responsabile dell’eccidio. L’«eroe» di cui non c’era bisogno
di Marco Patricelli
Da un lato la retorica che incorona un eroe, dall’altro un documento che sfronda gli allori di un mito riconducendolo sui binari severi della storia. Fu vera gloria, quella del generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui trucidata a Cefalonia? Per lo storico fiorentino Paolo Paoletti la risposta è decisamente negativa, e dettagliatamente argomentata nel libro «I traditi di Cefalonia - La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944» (Fratelli Frilli, 2003).
A rovesciare il giudizio su Gandin è un paziente lavoro di ricerca negli archivi di Friburgo, da dove è emersa una lettera che se da un lato esalta il gesto dei soldati della Acqui che in nome del dovere decidono di opporsi armi in pugno ai tedeschi, dall’altra inchioda il loro comandante.
Gandin il 14 settembre 1943 scrive che “die Division weigert sich meinen Befehl auszuführen”, cioè che la Acqui si era ammutinata. La questione, inaudita, è che il generale non comunica quel che avviene nel suo reparto di stanza sull’isola greca al Comando supremo italiano, bensì al tenente colonnello Hans Barge, il nuovo nemico sulla scia dell’armistizio dell’8 settembre.
Gandin, nato ad Avezzano il 13 maggio 1891, già capo ufficio dello Stato maggiore di Badoglio, cui scriveva i discorsi, era di sentimenti germanofili, decorato di croce di ferro di prima classe, parlava il tedesco. L’armistizio l’aveva spiazzato: l’animo lo portava a rimanere al fianco dei tedeschi (con cui aveva mantenuto rapporti cordiali e frequenti), gli ordini a combatterli, le circostanze a tentare di trovare una via d’uscita che tutelasse i suoi uomini (“i figli di mamma”, li chiamò) e il suo senso dell’onore. Salvare i corpi dei soldati e la sua anima si rivelò un compromesso impossibile in quello scenario e in quel frangente storico. Fece la scelta peggiore, nei modi peggiori, e legò il suo nome al più feroce eccidio militare** della seconda guerra mondiale a opera della Wehrmacht, con lo sterminio sistematico di soldati che si erano arresi, senza che nessuno abbia pagato per questo (un processo intentato in Germania nel 1969 si concluse con l’archiviazione, un secondo procedimento è stato aperto a Dortmund nel 2001).
L’analisi di Paoletti, destinata a far discutere, si articola su una serie di "tradimenti" ai danni dei soldati della Acqui. In primo luogo la mancata applicazione del Documento di Québec del 18 agosto 1943, con cui gli Alleati si impegnavano a evacuare le truppe italiane dai Balcani, cosa che non avvenne né a Cefalonia né altrove. Quindi il comportamento di Gandin, che denuncia ai tedeschi la ribellione dei suoi uomini, riferita al generale Lanz e al tenente colonnello Barge, quindi messa per iscritto il 14 settembre. L’inerzia del Comando supremo italiano che non pretese dagli Alleati l’applicazione del Documento di Québec e poi ingiunse alla Divisione di immolarsi: “ogni vostro sacrificio sarà ricompensato, comunicò il generale Ambrosio. Il Ministero della difesa, a fronte di 6-9mila caduti,*** nel 1948 dispensò appena 15 medaglie d’oro al valor militare: una andò a Gandin, parificato in tal modo al generale Luigi Lusignani che a Corfù da subito aveva combattuto i tedeschi così come prevedevano gli ordini dall’Italia. Un altro "tradimento" della Acqui, a detta di Paoletti, sarebbe stato compiuto dai giudici militari americani che a Norimberga per quel crimine condannarono il generale Hubert Lanz a 12 anni di reclusione e gliene fecero scontare cinque. E poi: la Procura di Dortmund dopo aver ascoltato 231 testi (due soli italiani)archiviò; gli allora ministri Paolo Emilio Taviani e Gaetano Martino e il procuratore generale militare di Roma «insabbiarono il fascicolo su Cefalonia, impedendo il processo contro i criminali di guerra tedeschi» (ma un primo insabbiamento a salvaguardia della memoria di Gandin c’era già stato il 4 settembre 1945 a opera del Ministero della guerra). Infine, la Repubblica italiana che solo nel 1980 ha reso omaggio ai caduti di Cefalonia, oggi entrati nell’immaginario collettivo come simbolo della resistenza dell’esercito. La tesi di Paoletti è che per quella lettera di Gandin che li accusava di ammutinamento e arrivata molto in alto, fino a scatenare la rabbiosa reazione di Hitler il quale ordinò il massacro, i soldati italiani furono considerati «franchi tiratori» (i tedeschi li chiamarono proprio così) e passati per le armi con una ferocia d’altri tempi.
Ci furono eroi, a Cefalonia, in numero superiore a quanti sono stati decorati, ma tra questi ce n’è forse uno di troppo.
mercoledì 10 settembre 2003

2- Mia lettera a "IL TEMPO" (rimasta senza risposta) del 10/9/2003
Marco Patricelli, nel riportare le deduzioni del Paoletti, in merito alla risposta data dal gen. Gandin ai tedeschi, prima dell'inizio delle ostilità a Cefalonia, attribuisce al contenuto di essa la responsabilità del massacro della Acqui per aver egli fatto presente a costoro l'esistenza di uno stato di sedizione e di quasi-ammutinamento esistente nella sua Divisione in merito agli Eventuali Ordini di cessione delle armi che -SI BADI BENE- egli non aveva impartito.
Tutto si basa su detta dichiarazione che non conteneva Però nulla che già I TEDESCHI NON SAPESSERO.
Infatti essi erano bene al corrente (il ten.col. Busch lo aveva comunicato al suo Comando e Paoletti non può non saperlo) dell'esistenza in seno alla "Acqui" di un nucleo di ufficiali e soldati che non intendeva aderire al programma di cedere le armi; sapevano anche degli attentati compiuti a danno di Gandin e perfino dell'assassinio del capitano Gazzetti, compiuto da un maresciallo di marina, al grido di: "Anche voi appartenente alla schiera vigliacca dei traditori !". In proposito fu proprio un loro motocicista che si trovava in piazza Valianos, ove ad Argostoli, avvenne l'omicidio, a trasportare lo stesso all'ospedale 37 dove questi spirò il giorno 16.
I tedeschi inoltre erano stati presi a cannonate dalla nostra artiglieria, il 13 settembre, subendo la perdita di cinque soldati, mentre al Comando della "Acqui" erano in corso TRATTATIVE CON LORO per la "eventuale" cessione delle armi.
E' quindi assurdo -come scrive Paoletti- che in quelle condizioni Gandin dovesse informare "solo" il proprio Comando Supremo, cioè quelle stesse persone che dopo una precipitosa fuga, una volta a Brindisi, inviarono l'ordine di resistere ai tedeschi, ben consci di non poter aiutare in alcun modo la "Acqui".
A tale ordine, in primo luogo, è imputabile quanto avvenne ma, DECISIVA FU LA MANCATA DICHIARAZIONE DI GUERRA AI TEDESCHI, avvenuta solo il successivo 13 ottobre.
Tale ultima circostanza, dunque, e non il preteso "tradimento" di Gandin, sulla cui figura Paoletti non esita gettare fango, fu la CAUSA SCATENANTE DELL'ECCIDIO, ordinato da Hitler contro gli appartenenti alla "Acqui" che, IN BASE AL DIRITTO INTERNAZIONALE, furono considerati "partigiani" e "franchi tiratori" passibili, per ciò, di fucilazione.
Dispiace che le elucubrazioni del Paoletti, offensive della memoria di un Martire come il gen. Gandin, siano state riprese con immeritata evidenza, da un giornale serio come "IL TEMPO".

Distinti Saluti

avv. MASSIMO FILIPPINI - Orfano di un Martire di Cefalonia
(Autore del libro "LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA" e curatore del sito www.cefalonia.it)
Latina


Commento (leggibile anche nel sito www.cefalonia.it):
Sul predetto quotidiano, divenuto illeggibile dopo lo squallido "scoop" odierno, è visibile anche la riproduzione di una lettera del Ministero della Guerra, in data 4.9.1945, in cui si fa cenno ad "un atto d'accusa" (naturalmente contro il gen. Gandin), che un reduce da Cefalonia, tale serg. magg. Giovanni Mazza, intendeva rendere pubblico attraverso due giornali: "l'Unità" e "l'Avanti".
Tale fotocopia che "IL TEMPO", sulla scia del Paoletti, esibisce come frutto di chissà quali ricerche mentre, invece, è facilmente rinvenibile presso l'Ufficio Storico dell'Esercito a Roma, si riferisce ad una sconclusionata "Dichiarazione", evidentemente suggerita da "qualcuno" al Mazza che si lancia in una serie di accuse immonde nei confronti del Gen. Gandin e, per converso, in un'esaltazione sfrenata del solito cap. Apollonio.
I destinatari cui egli intendeva affidare le sue esternazioni erano due giornali socialcomunisti e ciò la dice lunga sulle vedute e sulle intenzioni del predetto che, se non al Paoletti, avrebbero dovuto imporre al resocontista de "IL TEMPO" una maggior cautela nel fare proprie tali asserzioni.
Ad esse, lo scrivente, che ne è in possesso, non ha dato alcun peso, trattandosi di autentiche farneticazioni, senza prova alcuna -presto pubblicate in questo sito- mentre il Paoletti e l’autore dell’articolo su "IL TEMPO", hanno, invece, prestato loro la massima attenzione, qualificandole alla stregua di prove del presunto "tradimento" di Gandin allo scopo di spargere fango sulla sua nobile figura.
E' da sperare che le FFAA intervengano, non essendo accettabile questa sorta di tiro al piccione, realizzante il reato di "Vilipendio delle FFAA", contro la memoria di un Martire, senza un'adeguata reazione da chi è preposto a difenderne l'onore”.

Massimo Filippini
10 settembre 2003



Conclusioni odierne
Tutto ciò avveniva nell’anno di Grazia 2003: da allora ad oggi nulla è cambiato non solo da parte degli scanagliatori del gen. Gandin ma soprattutto da parte delle FFAA che anzi hanno fornito e forniscono assistenza logistica ‘anche’ ai predetti –annidati in varie associazioni di cui alcune fruiscono anche di sovvenzioni del Ministero della Difesa-con ciò mostrando implicitamente di considerare un semplice dettaglio se non addirittura di concordare sul fatto che sia vilipesa una loro Medaglia d’Oro.
Ma in che paese viviamo ?
Documento inserito il: 03/01/2015
  • TAG: cefalonia, generale gandin, armistizio, questione caduti, divisione acqui, partigiani, franchi tiratori, fucilazione ufficiali, generale gandin, casetta rossa
  • http://www.cefalonia.it

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