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La vera storia dell'eccidio di Cefalonia [ di Carlo Baccellieri ]

Nel 2003 ricorreva il 60° anniversario dell’eccidio di Cefalonia ove, nel settembre del 1943, furono massacrati dalle truppe tedesche gran parte degli ufficiali e soldati della divisione Acqui di stanza in quell’isola.
L’anniversario venne commemorato, com’era doveroso, con grande solennità dalle nostre autorità politiche e militari e con l’intervento del Capo dello Stato che si recò a Cefalonia per rendere omaggio alle vittime.
In questi oltre 60 anni trascorsi da quel doloroso evento si è scritto e si è detto moltissimo, tanti i libri e gli studi sull’argomento. Anche un romanzo, scritto “con rigore storico”, come afferma l’autore Marcello Venturi, “Bandiera bianca a Cefalonia”, che vide la luce nel 1963, ed un Film, “Il mandolino del capitano Corelli” di recente programmazione, hanno celebrato le gesta della furia tedesca nell’isola dello Jonio.
Vennero celebrati numerosi processi a carico dei responsabili, o presunti tali, sia di parte tedesca sia di parte italiana, a cominciare da Norimberga, poi davanti alle corti militari alleate, in Germania ed in Italia che si conclusero con lievi condanne o con proscioglimenti ed assoluzioni: un risultato veramente modesto a fronte di un massacro tanto grande.
Non fu fatta giustizia per i morti a causa della ragion di Stato che imponeva, finita la guerra e divenuta la Germania alleata delle democrazie occidentali, mettere una pietra sopra il passato, divenuto ormai scomodo.
Ma, cosa ancora più grave, non fu detta tutta la verità perché si volle utilizzare quell’evento di immani proporzioni come il primo atto della Resistenza contro il nazismo. E proprio in questa chiave il Capo dello Stato ha ancora oggi portato il suo sincero e commosso omaggio ai Caduti. Ma la storia non si può fare né con le verità nascoste né con le verità inventate: la storia sono i fatti nella loro cruda realtà e questi fatti occorre raccontare, senza indugiare nelle fantasticherie di comodo e nelle esaltazioni che non trovano riscontro. I fatti sono fatti, poi i commenti e le opinioni ognuno può ricavarli da sé, secondo la propria indole, ma non impareremo mai nulla se continueremo ad crogiolarci nelle finzioni di comodo.
Sono a tutti note le vicende dell’armistizio e del settembre 1943 perché sia necessario richiamarle in questa sede. Ritengo opportuno ricordare che in quella occasione il Comando Supremo italiano aveva diramato in agosto il foglio 111 CT con cui si prescriveva di reagire in via difensiva ad eventuali violenze tedesche ed ai primi di settembre la c.d. Memoria O.P.44 che aveva lo scopo di orientare i comandi delle grandi Unità in relazione alla situazione che si era venuta a creare a seguito della caduta del fascismo ed alle trattative di armistizio con gli Alleati, del quale però non si faceva cenno nella memoria e che i comandi militari, in Italia e fuori, potevano intuire ma di cui nulla sapevano. E’ noto pure che la Memoria non raggiunse tutti i comandi interessati i quali peraltro avevano l’ordine di distruggerla appena ricevuta, tanto che non ne è rimasta alcuna copia.Memoria” non era neppure chiara, già nell’intestazione (O.P. stava per ordine pubblico) e risultava abbastanza ambigua nel testo ove si parlava di “comunisti”, ma una nota avvertiva che bisognava intendere tedeschi! Raccomandava di agire solo se provocati in seguito ad ordine dello Stato Maggiore Regio Esercito Comando Supremo o d’iniziativa in caso di comunicazioni interrotte.
A Cefalonia era stanziata la Divisione Acqui su tre reggimenti 17°, 18° e 117° di fanteria ed il 33° reggimento artiglieria da campagna con obici da 75/13 e da 100/17,alcune batterie costiere, una compagnia genio e vari reparti logistici e di sanità. Il 18° reggimento era dislocato a Corfù. Vi erano poi una compagnia carabinieri e una compagnia di finanzieri alcune batterie e reparti di marina al comando del capitano di fregata Mastrangelo. In totale 11.500 soldati e 525 ufficiali. Si trattava di una divisione non particolarmente addestrata, un reggimento era costituito da ex avieri richiamati, ed armata secondo lo standard italiano, cioè male. Alcuni soldati avevano una modesta esperienza di guerra fatta sul fronte greco, ma i più ne erano privi. Era una divisione qualsiasi con tutte le carenze di armamento ed equipaggiamento dell’esercito italiano, composta da soldati provenienti da tutte le regioni d‘Italia. L’8 settembre 1943 la divisione aveva munizionamento per 10 giorni.
I Tedeschi avevano nell’isola un contingente costituito da 996° reggimento su due battaglioni di granatieri da fortezza (in parte ex delinquenti comuni) rinforzato dalla 202a batteria semoventi con 9 cingolati del tenente. Fauth. In tutto 1800 uomini comandati dal maggiore Barge. Ottimi i rapporti tra Tedeschi ed Italiani.
Andiamo ai fatti. Alle 19,45 dell’8 settembre 1943 il generale Gandin, comandante della divisione Acqui che occupava Cefalonia, apprendeva dalla radio la proclamazione dell’armistizio, così come dalla radio aveva notizia dell’armistizio “ l’intera organizzazione di comando italiana in patria ed all’estero”.
A questo punto nell’isola si registravano le stesse scene che a quella stessa ora si svolgevano in Italia ed all’estero, ovunque vi fossero italiani. Scene di giubilo perché tutti pensavano che era finita la guerra: nessuno si rendeva conto che la guerra non era finita e che l’avevamo perduta. Scene di fraternizzazione con alcuni militari tedeschi di bassa forza che speravano che la guerra fosse finita o, comunque, sarebbe finita anche per loro; fraternizzazione con i locali che speravano in una prossima liberazione, le campane delle chiese suonavano a festa.
Il generale Gandin, conscio della gravità dell’ora, nel dare comunicazione a tutti i reparti dell’avvenuto armistizio, impartiva l’ordine alle truppe di rimanere consegnate nelle caserme e stabiliva il coprifuoco a partire dalle ore 20.
Alle 21,30 la divisione riceveva, dal generale Vecchiarelli, comandante dell’XIa armata stanziata sul continente greco e dal quale dipendeva gerarchicamente la Acqui , il seguente messaggio “….Seguito conclusione armistizio truppe italiane XI Armata seguiranno seguente linea di condotta: se Tedeschi non faranno atti di violenza armata, italiani non, dico non, rivolgeranno armi contro di loro; non, dico no, faranno causa comune con i ribelli, né con truppe angloamericane che sbarcassero. Reagiranno con la forza ad ogni violenza armata. Ognuno rimanga al suo posto con i compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Comando tedesco informato quanto precede. Siano impartiti ordini cui sopra at comandi dipendenti. F.to Generale Vecchiaerelli.
Tutti i tentativi di mettersi in contatto con Atene per avere ulteriori delucidazioni fallirono. Arrivò invece alle ore 23 l’ordine dal comando marina di far salpare tutte le unità con destinazione Italia. Alle ore 24 i tedeschi interruppero il cavo telefonico Cefalonia-Atene.
Alle ore 0,20 del 9 settembre, il Comando Supremo, resosi conto che la memoria O P 44 non aveva raggiunto tutti i destinatari, ne trasmise il testo per radio con l’ordine tuttavia di “non prendere l’iniziativa di atti ostili contro i tedeschi”. Alle 6,30 comunicò agli Stati Maggiori delle tre Forze Armate che stava lasciando Roma con il re ed il governo. Fino al giorno 11 il Comando Supremo resterà muto.
Nelle stesse ore i Tedeschi facevano pressione sul generale Vecchiarelli perché prendesse una decisione e questi alle ore 01 del 9 settembre concordava con il generale Lanz, comandante del 22° Corpo d’Armata tedesco, una bozza di intesa: l’XIa armata avrebbe difeso le coste per altri 14 giorni poi sarebbe stata rimpatriata cedendo armi e materiali.
Tuttavia il comandante del Gruppo di Armate “E”, generale Loehr, dal quale Lanz dipendeva, non approvava la bozza e, in esecuzione del piano ACSHE da tempo preparato dai Tedeschi in previsione della defezione dell’Italia, poneva a Vecchiarelli il seguente dilemma: a) respingere l’armistizio e schierarsi con i tedeschi, b) consegnare le armi entro le ore 12 e radunare le truppe per il rimpatrio. Il generale, con sorprendente celerità, scelse la seconda opportunità (senza stare a pensare che poteva esservene una terza, cioè opporsi ai tedeschi) tanto che alle ore 9,50 del 9 settembre poteva diramare gli ordini relativi alla consegna delle artiglierie e delle armi collettive, evidentemente senza tener alcun conto della “Memoria”.
Il generale Gandin, che non aveva ancora ricevuto questo ordine, aveva convocato il mattino del 9 il tenente il colonnello Barge, comandante del gruppo tattico tedesco, con il quale concordò di tenersi in contatto per evitare incidenti. Anzi Gandin invitò a pranzo l’ufficiale tedesco il quale si scusò dicendo non poter partecipare personalmente per gli evidenti impegni dell’ora ma mandò a rappresentarlo il suo sottoposto tenente Fauth. Durante il pranzo ci furono brindisi e profferte di lealtà reciproche.
Alle ore 20 della sera del 9 giungeva un dispaccio del Comando d’Armata mediante il quale si ordinava al generale Gandin di consegnare ai tedeschi le artiglierie e le armi collettive di reparto. L’ordine, che appariva molto diverso da quello precedente (reagire se attaccati) provocò, un certo disorientamento ed era anche in contrasto con quanto stabilito dal proclama di Badoglio per cui il generale Gandin cercò di prendere tempo e comunicando che quello pervenuto era parzialmente indecifrabile, ne chiese la ritrasmissione.
A questo punto però le divergenze, che già si erano manifestate il giorno precedente, tra i fautori della resa e quelli della resistenza ai tedeschi, si facevano più evidenti, alimentate anche dalla propaganda dei Greci, a voce e con volantini mediante i quali si invitavano i soldati italiani ad opporsi ai Tedeschi ed a distribuire armi ai Greci. Si ripeteva a Cefalonia, dove peraltro i rapporti tra la popolazione locale e gli occupanti italiani erano abbastanza buoni mentre le forze partigiane erano del tutto insignificanti, quello che negli stessi giorni avveniva in Grecia e nelle isole dell’Egeo dove i militari italiani erano istigati ad opporsi ai Tedeschi.
Molti soldati ritenendo che, una volta sopraffatto il presidio tedesco, sarebbe stato agevole rimpatriare poiché Cefalonia dista dalla Calabria circa 300 Km. in linea d’area e 370 Km. da Brindisi, propendevano per la resistenza. Inoltre si poteva ragionevolmente ritenere che gli Alleati avrebbero potuto avere notevole interesse ad occupare le isole joniche e quindi si aspettaba un aiuto da loro.
Tutte le testimonianze affermano che il gen. Gandin era di tutt’altro avviso. Egli conosceva i Tedeschi per avere operato a lungo con loro, (era anche decorato con la croce di ferro tedesca) e sapeva che anche se poteva sembrare facile sopraffare il presidio del tenente colonnello Barge, si sarebbero poi dovuto affrontare le truppe tedesche del continente libere d’intervenire dal momento che l’XIa Armata italiana aveva deposto le armi. Sarebbe pure mancata la copertura aerea e qualsiasi aiuto dall’Italia sembrava improbabile.
Alle ore 8 dello stesso giorno il ten. col Barge si presentò al gen. Gandin chiedendo la resa entro le ore 10 del successivo giorno 11 nella piazza principale di Argostoli .Attendeva risposta entro le ore 19. Il generale disse che non aveva ricevuto ancora ordini certi in proposito e comunque il tempo a disposizione sarebbe risultato insufficiente non disponendo di sufficienti automezzi. Chiese di poter conservare le armi individuali e chiese che venisse evitata la mortificazione della cessione delle armi innanzi ai civili greci.
Il ten. colonnello Barge si riservò di riferire al proprio comando facendo intendere che vi erano margini per un miglioramento delle condizioni.
Partito Barge, Gandin convocò un primo consiglio di guerra al quale parteciparono il generale Gezzi, comandante della fanteria divisionale, il colonnello Romagnoli, comandante il 33° Reggimento d’artiglieria, i comandanti del 17° e 317° reggimenti di fanteria, tenente colonnello Cesari e colonnello Ricci, il comandante del Genio maggiore Filippini, il comandante di marina capitano di fregata Mastrangelo ed il Capo di Stato Maggiore colonnello Fioretti ai quali chiese il loro parere circa la decisione da prendere, Tutti, ad eccezione del capitano Mastangelo e del colonnello Romagnoli, si dichiarano per la cessione delle armi. A conclusione del rapporto il generale diede ordine ai sui sottoposti di diramare alle truppe l’ordine pervenuto dal comando dell’XI armata.
Nella tarda serata il tenente colonnello Barge fece ritorno, secondo gli accordi, al comando della Acqui riferendo che il suo comando concedeva un’altra dilazione di un giorno e consentiva la cessione delle sole artiglierie e delle armi di reparto. Gandin chiedeva che gli ufficiali venissero lasciati ai loro posti mentre il comando tedesco “doveva definire chiaramente il trattamento alimentare ed economico riservato a tutti i militari”. Le armi pesanti sarebbero state consegnate solo al momento del rimpatrio. Chiedeva infine garanzie su tale accordo.
Un inciso per dire che appare a dir poco sconvolgente che in un’ora così drammatica un generale italiano, da quale dipendeva la vita di 11.500 soldati, figli di mamma come lui ebbe a dire, si preoccupasse del trattamento economico.
Lo stato d’animo della guarnigione però andava peggiorando poiché una parte degli ufficiali e dei soldati riteneva che il generale, forse filo tedesco, stava consegnando la Divisione ai Tedeschi mentre avrebbe potuto agevolmente sopraffare il presidio di Barge – 11.500 italiani circa contro 1.800 Tedeschi - e quindi consentire il rientro in Italia di tutti i soldati. Quello che spingeva i più, specie tra i militari di truppa, non era lo spirito guerriero e la volontà di combattere bensì l’illusione che, sopraffatti i pochi Tedeschi presenti nell’isola poi sarebbe stato facile rientrare in Italia perché a ciò avrebbero pensato gli Alleati. Il richiamo della famiglia era altissimo tenuto conto che molti di loro mancavano da casa da circa 30 mesi. Contribuiva a formare un clima di euforia guerresca la circostanza che voci incontrollate, diffuse ad arte dai Greci, davano per occupata dagli angloamericani gran parte dell’Italia e la vicina Albania dalla quale stavano scendendo verso la Grecia.
Promotori di questa agitazione si fecero due giovani ufficiali di complemento, i capitani Renzo Apollonio e Amos Pampaloni, entrambi del 33° Reggimento d’artiglieria i quali, incitando i propri uomini alla resistenza, andavano ripetendo ai quattro venti il motto dell’Artiglieria: “con i pezzi o sui pezzi” .
Presero anche contatto con alcuni appartenenti alla Resistenza greca ai quali consegnarono numerose armi. Questo era in aperto contrasto sia con la “Memoria OP 44” sia con l’ordine del comando d’Armata che prescriveva tassativamente di non fare causa comune con i ribelli, e ciò non certo per spirito fascista, come qualcuno riteneva, ma perché ciò equivaleva ad un atto di ostilità verso i Tedeschi, atto che poteva fornire il pretesto per un’aggressione che, giustamente, si voleva evitare. Questa tensione era destinata ad aumentare a mano a mano che arrivavano notizie di combattimenti tra Italiani e Tedeschi sul continente greco e nelle isolette vicine.
Al mattino dell’11 settembre il ten. colonnello. Barge si presentò da Gandin comunicando che il comando tedesco acconsentiva ad una parziale rettifica delle condizioni di disarmo che sarebbero avvenute in una piana al centro dell’isola con la cessione di tutte le difese costiere e prospettava i seguenti quesiti: 1) con i Tedeschi; 2) contro i Tedeschi; 3) cedere le armi. Risposta entro le ore 19. I Tedeschi, come riferirono in seguito, non vedevano la ragione dell’atteggiamento dilatorio del generale italiano tenuto conto che la XIa Armata si era arresa e che aveva comunicato a tutti i dipendenti comandi l’ordine di adeguarsi.
Nel frattempo, alle ore 11, il generale Gandin chiedeva al Comando Supremo rintracciato a Brindisi di sapere se ci fosse la possibilità di un rimpatrio con il seguente messaggio: "Mittente Marina Argostoli -81018- Qualora possibile pregasi far conoscere disposizioni superiori circa modalità eventuale evacuazione militari et armi isola Cefalonia 112011/205011". Il gruppo data orario alla fine del testo spiega che è il messaggio fu spedito alle 11,20 dell’11 settembre e venne protocollato al Comando Supremo alle 20,50 dell'11 settembre. Ciò significa due cose: a)che Gandin non chiese aiuti a Brindisi per resistere (aiuti che comunque non sarebbero arrivati); b) che sperava ancora in una soluzione diversa sia dalla resistenza ai Tedeschi sia dalla resa.
Ma ancor prima di questo messaggio era stato spedito alle ore 9,45 dell’11 settembre dal Comando Supremo un altro messaggio d’importanza decisiva nella vicenda, in pratica era l’ordine di resistere ai Tedeschi. Ordine criminale che veniva inviato da chi stava al sicuro a Brindisi e sapeva di non poter inviare aiuti di sorta, a chi, lontano dalla Patria, era in balia dei Tedeschi. Non sappiamo quando questo messaggio giunse a destinazione ma calcolando che tra la consegna all’ufficio cifra e la decrittazione all’ufficio ricevente passavano circa 9 – 10 ore, possiamo ritenere che esso pervenne a Gandin verso le ore19 dell'11 settembre : "
A Marina Cefalonia tramite Stazione Tavola N. 1029/CS Comunicate at Generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia et Corfù et altre isole Marina Brindisi. Consegnato alla cifra alle ore 09451109".
Come in seguito vedremo la data in cui questo messaggio pervenne al comando della Acqui non è indifferente. Infatti il generale Gandin, lungi da ottemperare all’ordine (insensato) di considerare i tedesci nemici e quindi attaccali, proseguì nelle trattative., Pertanto non fu l’ordine giunto da Brindisi a determinare la resistenza della Aci come in seguito vedremo.
Andato via Barge Gandin convocò un altro consiglio di guerra al quale parteciparono tutti i comandanti di reparto: l’esito confermò quello del precedente: tutti per la cessione delle armi, tranne Mastrangelo e Romagnoli.
A questo punto Gandin prese la decisione, ritenuta dai più, non soltanto insolita, ma inammissibile per un comandante militare, di convocare i cappellani militari per chiedere il loro parere.
Probabilmente il generale, più che conoscere il parere dei cappellani, che si poteva ritenere scontato, intendeva rendersi conto dello stato d’animo dei soldati con i quali i cappellani erano a più stretto contatto.
Ho la responsabilità della vita di 11.000 figli di mamma…. mi attendo da voi la conclusione a cui giunge la vostra conoscenza intima dei soldati, nei risvolti delle cui anime siete soliti guardare.
Il generale, scartata a priori l’ipotesi di andare con i Tedeschi, illustrò tutte le ragioni che impedivano di opporsi ad essi. Dopo un effimero iniziale successo – disse - la Divisione avrebbe avuto contro l’esercito tedesco che contava 300.000 uomini sul continente, con aerei, carri armati e artiglierie. La Divisione, al contrario, non avrebbe potuto contare su aiuti dalla Patria, nessun aereo, nessuna nave, con una difesa contraerea del tutto inconsistente. Era chiaro quindi il suo orientamento per la cessione delle armi.
I Cappellani, tranne uno, don Ghilardini, si dichiarano favorevoli alla resa.
Gandin quindi alle 15,30 informava il Comando Supremo a Brindisi che erano in corso trattative di resa e comunicava: "204511 - 153011 PAPA [ precedenza assoluta su precedenza assoluta] Marina Argostoli Marina Brindisi per Comando Supremo 41414 - Comando tedesco chiede che Divisione Acqui decida subito aut combattere unitamente tedeschi aut cedere armi at esso alt Mancando ogni. et ignorando situazione generale prego dare urgentemente orientamento.. risposta alt Generale Gandin-Brindisi". Quel numero 41414 ci assicura che Brndisi rispnde con il messaggio n. 1027/CS, al quesito di Gandin: "N. 1027/CS. Risposta 41414 data 11 corrente Truppe tedesche devono essere considerate nemiche" . Un messaggio fin troppo chiaro (anche se incosciente, che non lasciava dubbi.
Anche se manca il gruppo data orario, quel “ risposta 41414” ci dice che si tratta della risposta alla richiesta (41414) di Gandin delle 15,30 dell'11 settembre e quel "11 corrente" conferma che la risposta da Brindisi partì prima della mezzanotte dell'11. Dunque le domande di Gandin e le risposte del CS sotto tutte riconducibili all'11 settembre 1943. Sbagliano dunque tutti quelli che fanno giungere a Cefalonia gli ordini del CS più tardi: c'è chi opta per il 13 mattina, chi per il 13 pomeriggio, chi per la notte tra il 13 e il 14. Il messaggio venne ricevuto quasi sicuramente il 12.
Alle ore 19 Barge si ripresentò puntuale per ritirare la risposta di Gandin. Si ricominciò a trattare nonostante che a quell’ora o subito dopo, dovevano essere pervenuti dispacci da Brindisi o, quanto meno, uno dei due e cioè quello contrassegnato col n. 1029 partito alle ore 9,45 da Brindisi, sopra riportato. Gandin dichiarò di essere disposto a cedere le artiglierie ma insisteva nelle garanzie e chiedeva che le truppe fossero autorizzate a rimanere ai loro posti fino al rimpatrio, A quella data avrebbero consegnato tutte le artiglierie ai Tedeschi, mentre l’armamento della fanteria sarebbe stato consegnato soltanto in Italia. Quale segno di buona volontà il generale Gandin fece una cosa che forse non avrebbe dovuto fare, s’impegnò di ritirare il battaglione di fanteria che presidiava Kardakata, posizione chiave che dominava la penisola di Lixuri, mentre il tenente colonnello Barge s’impegnava a far cessare il flusso di rinforzi in uomini e mezzi che affluivano dal continente.
Gandin avvertì che tali atti, qualora si fossero ripetuti, sarebbero stati considerati come atti ostili.
A conclusione delle trattative, che si protrassero per tutta la nottata, il Comando di Divisione diramò l’ordine al 3° battaglione del 17° fanteria di ritirarsi dal passo di Kardakata alla zona di Argostoli, cosa che avvenne senza incidenti. Nel frattempo inviò il capitano Tomasi (interprete) al comando tedesco di Argostoli per consegnare una lettera con la quale il comando della Acqui si dichiarava disposto a cedere le armi. Cosi ché il ten. colonnello Barge telegrafò al proprio comando che l’accordo era stato raggiunto e che il disarmo sarebbe stato completato il giorno13 settembre.
Tutto sembrava avviato verso una soluzione pacifica della vicenda, ma così non era.
A complicare le cose intervennero alcune cannonate di avvertimento tedesche contro un tre alberi italiano nella rada di Argostoli, qualche sparatoria senza conseguenze tra italiani e tedeschi nel villaggio di Ankonas ed il racconto di alcuni marinai sfuggiti dalla vicina isola di Santa Maura che riferirono di maltrattamenti subiti da quel presidio.
La tensione montava alimentata anche dalle false voci che riferivano che il territorio metropolitano italiano si era liberato dai tedeschi, che gli angloamericani erano sbarcati nei Balcani, che una poderosa flotta Alleata si stava approssimando alle isole Joniche. Secondo molti, che scambiavano i desideri per realtà, come spesso accade agli Italiani, la liberazione di Cefalonia era questione di giorni o di ore, non c’era alcun motivo per arrendersi ai Tedeschi.
Ovunque ad Argostoli si sentivano spari, detonazioni di bombe a mano, frasi provocanti e minacciose” racconta nel suo libro “L’eccidio di Cefalonia” un testimone assolutamente attendibile, il cappellano Romualdo Formato. “Nessun ufficiale poteva più permettersi di pronunciare parole esortanti alla serenità ed alla disciplina , senza essere sull’istante tacciato di traditore e di vigliacco”.
Naturalmente non tutti i militari si comportavano allo stesso modo, i più agitati erano gli artiglieri del 33° Reggimento con a capo i capitani Apollonio e Pampaloni. Ma anche in altri reparti, compresi i Reali Carabinieri, si avvertivano segni d’indisciplina.
Nel frattempo i Tedeschi, che ritenevano ormai conclusa la resa, ma non lo era, cominciarono a disarmare le stazioni dei Carabinieri e della Guardia di Finanza dislocate a Luxuri e catturarono, manu militare, due batterie di artiglieria pesante situate nella zona di San Giorgio e Kavriana. Gandin ordinò di non reagire ma protestò presso Barge il quale si scusò dicendo che queste affrettate iniziative erano state prese a sua insaputa e promise che avrebbe provveduto a liberare subito gli uomini. A Cefalonia, come del resto a Corfù, era sbarcata una missione militare inglese che fu subito catturata. Ma la cosa preoccupò ulteriormente i Tedeschi.
La tensione, anche a causa di questi avvenimenti, continuava a salire.
Nel pomeriggio del 12 il capitano Pietro Gazzetti aveva ricevuto l’ordine di trasferire alcune suore missionarie dal loro convento all’ospedale n. 37 e prelevare il console, noto fascista, per metterlo al sicuro. Un maresciallo di marina fermò l’autocarro per requisirlo. Il capitano si oppose adducendo che aveva l’ordine di trasferire il console. Allora il maresciallo gridò: “Anche voi appartenete alla razza dei traditori” e, estratta fulmineamente la pistola, lo ferì mortalmente. Poco dopo contro il generale Gandin che transitava con la sua auto per le vie di Argostoli, un carabiniere lanciò una bomba a mano che per fortuna non ebbe conseguenze. Un altro militare strappò la bandierina tricolore dall’auto gridando al generale che non era degno di portarla. Un colonnello di fanteria venne fatto oggetto di una fucilata andata a vuoto e, a seguito di ulteriori atti ostili dovette rifugiarsi presso una famiglia greca. Un altro incidente si verificò in occasione del trasferimento del 2° battaglione da Franata a Razata . I soldati, ritenendo erroneamente che il colonnello comandate intendesse consegnare le munizioni a Tedeschi, si ribellarono puntando le armi contro i propri ufficiali. Solo la sera si riuscì a riportare la calma. Nello stesso pomeriggio il colonnello Deodato, comandate di gruppo del 33° artiglieri veniva colpito col calcio del fucile da un soldato.
Si sparse la voce che il generale Gandin aveva deciso di cedere le armi e gli atti d’insubordinazione si moltiplicarono, la disciplina ormai vacillava quasi ovunque.
Nello stesso pomeriggio del 12 i capitani Apollonio e Pampaloni, il capitano Pantano della fanteria, il tenente Abrostini, il capitano di fregata Mastrangelo, il tenente colonnello Fioretti, accompagnati dal colonnello Romagnoli, si recarono dal generale Gandin per protestare contro la decisione di cedere le armi e notificarono che i loro uomini non avrebbero ubbidito, decisi com’erano a combattere i Tedeschi, anche da soli. Il generale cercò di spiegare loro che la Divisione non aveva una reale possibilità di resistere ai Tedeschi e li invitò a fare opera di convincimento presso i reparti. Nel frattempo i soldati del 33°, temendo che i loro ufficiali fossero stati arrestati dal generale Gandin, puntavano le loro batterie contro il comando di Divisione.
Sul fronte delle trattative il tenente colonnello Barge informava Gandin che il Comando tedesco, insoddisfatto di come procedevano le cose, “non riconoscendogli più i poteri di trattare con Gandin, riteneva nulle le trattative fino allora svolte, e chiedeva al generale italiano di decidere, sic et simpliciter, se cedere o meno le armi.
Messo di fronte a questo ulteriore ultimatum il generale convocò un terzo consiglio di guerra al quale parteciparono il capo di S. M. ten. col. Fioretti, il generale Grezzi, i colonnelli Cesari e Ricci, il col. Romagnoli, il maggiore Filippini, il capitano di fregata Mastrangelo ed il comandante dei carabinieri capitano Gasco. Alla conclusione venne stilata una lettera nella quale il generale Gandin, che si riteneva offeso per il modo di procedere dei Tedeschi, dichiarava di voler trattare solo con ufficiali Tedeschi suoi pari grado e chiedeva che il plenipotenziario venisse accompagnato da un ufficiale italiano dell’XI armata da lui conosciuto. Si intimava ai Tedeschi di non effettuare movimenti di truppe ed invio di rinforzi durante le trattative.
La mattina del 13, in contrasto con gli accordi di non turbare lo statu quo, due motozattere tedesche si apprestavano a sbarcare. Secondo i Tedeschi le zattere trasportavano rifornimenti di viveri al presidio di Lixuri, secondo gli Italiani trasportavano rinforzi di armi e soldati. Sta di fatto che, non appena le vedette le avvistarono, il capitano Apollonio diede l’ordine alla prima, terza e quinta batteria di aprire il fuoco. Subito dopo si unì una batteria di marina. I Tedeschi risposero al fuoco dalle motozattere e con le batterie semoventi. Si voleva creare il casus belli ma il comando di Divisione ordinò subito il cessate il fuoco e le batterie, dopo poco, smisero di sparare. Però prima che ciò avvenisse una motozattera era stata affondata e l’altra danneggiata alzò bandiera bianca allontanandosi. I Tedeschi ebbero 5 morti ed 8 feriti a bordo.
Subito dopo un drappello di soldati comandati dal capitano Apollonio costringeva alla resa un presidio tedesco nella zona di S. Teodoro catturando 12 soldati. Nello scontro il capitano von Zettel rimase ucciso.
Purtuttavia, nonostante questi gravi incidenti, le trattative continuavano.
Poco dopo ad Argostoli ammarò un idrovolante con a bordo il tenente colonnello della Luftwaffe Busch proveniente da Atene, accompagnato da un capitano dell’aeronautica italiana. Dalla documentazione tedesca risulta che gli ufficiali avevano il compito di convincere il generale Gandin a recarsi a Vienna dove avrebbe dovuto incontrare Mussolini per assumere la carica di capo di SM dell’esercito della Repubblica Sociale. Gandin rifiutò.
Alle 13,30 ammarò un altro idrovolante con a bordo il generale Lanz, comandante del XXII corpo d’armata da montagna, il quale da Lixuri, messosi in contatto telefonico con il generale Gandin, contestò gli incidenti del mattino come “un atto aperto di evidente ostilità”, poi gli inviò una lettera nella quale si intimava la consegna immediata delle armi, di tutte le armi, salvo le pistole degli ufficiali. A Barge disse che se non avesse ottenuto la resa entro le ore 12 del giorno successivo lo avrebbe sollevato dal comando. Rientrato a Gianina comunicò al Comando del Gruppo Armate E che la situazione a Cefalonia poteva essere risolta solo con l’uso della forza e chiese assistenza area e navale.
Barge si recò ancora una volta da Gandin per recapitare la lettera e concordare i particolari della cessione delle armi. Secondo le testimonianze di varia fonte si raggiunse un accordo per il disarmo. Alle 21,30 dello stesso giorno il col. Barge comunicava al comando della XXII Corpo d'Armata : "La consegna delle armi [si svolgerà] in tre fasi: 1) Nella zona intorno ad Argostoli il 14 settembre;
2) Nella parte sud-orientale di Cefalonia il 15 settembre; 3) Nella zona di Sami il 16 settembre In quest'ultima area si raccoglieranno i militari disarmati. Gandin ha promesso il suo appoggio qualora lo sgombero delle postazione e la consegna delle armi avvengano in questa forma. Già in atto lo sgombero del settore di Argostoli
".
Infatti nella notte tra il 13 e il 14 settembre 5 battaglioni si mossero da Argostoli e non parteciparono al cosiddetto 'referendum'.
Secondo Apollonio “Verso sera il turbamento tra ufficiali e soldati per l’ordine di movimento diveniva sempre più manifesto. Si diffondeva tra ufficiali e soldati la voce che il generale Gandin volesse tradire”. Questa è anche l’opinione di Paoletti (storico ricercatore) il quale ritiene che quest’ordine era conseguenza della resa concordata per cui 5 battaglioni si spostavano verso la piana centrale, luogo di radunata dei reparti, in attesa dell’imbarco, e concorda con la relazione del capitano Tomasi, interprete ufficiale della Divisione. Invece secondo il cappellano padre Formato, testimone ai fatti, i soldati si spostavano per assumere uno spiegamento in previsione dello scontro. Ma probabilmente era una impressione errata.
La consegna delle armi però non era decisa, se ancora alle ore 22 del 14 settembre il generale Lanz ricevette dal ten. Fauth questo messaggio : "Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge ndr) è ancora presso il gen. Gandin". Secondo molti scrittori che si sono occupati della vicenda e secondo alcuni protagonisti della stessa, in queste ore Gandin presentò alle sue truppe il c.d. “referendum” mediante una 'forchetta' di domande:
1) volete continuare a combattere al fianco dell'ex-alleato;
2) volete cedergli le armi;
3) volete combattere contro di lui.
La stragrande maggioranza dei partecipanti alle 'votazioni' avrebbe scelto di optare per combattere contro i Tedeschi.
Secondo invece altre testimonianze, anche di protagonisti di primo piano, non ci fu alcun referendum. La procedura, se realmente avvenuta, sarebbe stata oltremodo inusuale in un esercito e comunque di nessun effetto, non potendo avere neppur valore indicativo, dal momento che non tutti vi avrebbero potuto partecipare. Probabilmente si trattò niente di più che di un sondaggio che il generale volle effettuare presso quei comandi che riuscì a rintracciare in quelle ore convulse. Non appare neppure certo che la maggioranza si sia espressa per la resistenza dal momento che molti ufficiali e soldati, specie della fanteria, si erano espressi in precedenza per la cessione delle armi. I Tedeschi davano invece per conclusa la resa. Alla fine del giorno 14 il diario di guerra del XXII Corpo d'Armata germanico sintetizza così gli avvenimenti a Cefalonia: "Le rinnovate trattative del ten.col. Barge hanno come esito che la consegna delle armi da parte della guarnigione italiana dovrà avvenire in 3 fasi, a partire dalle ore 12 del 14 settembre. Il ten.col. Barge pretende la consegna di 10 ostaggi fino al momento della cessione di tutte le armi. Gli ostaggi devono notificarsi presso lo stato maggiore del 966° regg. da fort. entro le 21 del 14 settembre”.
Ma se la resa sembrava decisa per i Tedeschi, non lo era per Gandin se è vero che egli cercava ancora di tastare il polso dei soldati della Divisione mediante il c.d. “Referendum”, anche se nella notte aveva dato l’ordine ad alcuni reparti di spostarsi, probabilmente per la radunata in vista della consegna delle armi. Ma quale che sia stato il significato di quest’ordine, una cosa è certa: Gandin non chiese a nessun ufficiale di offrirsi quale ostaggio. Quindi ancora incertezza.
Allora quale fu l’evento che fece decidere il generale per la resistenza se fino alle 22 si trattava ed i Tedeschi ritenevano di aver raggiunto l’accordo?
Secondo tutti, o quasi, quelli che si sono interessati fino ad ora della vicenda, l’evento che fece decidere il gen. Gandin a scegliere la resistenza ai Tedeschi fu il ricevimento nel pomeriggio o nella notte del 13 di un radiogramma dal Comando Supremo di Brindisi del seguente tenore: "A Marina Cefalonia tramite Stazione Tavola N. 1029/CS Comunicate at Generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia et Corfù et altre isole Marina Brindisi. Consegnato alla cifra alle ore 09451109". Il messaggio, trasmesso alle ore 9,45 dell’11 settembre alla stazione radio di Corfù, venne probabilmente comunicato a Gandin nella stessa giornata poiché il colonnello Lusignani, che comandava la piazza di Corfù, si teneva in stretto contato con Cefalonia. Ma non basta. Il Generale Gandin aveva inviato alle ore 15,30, come detto innanzi, un messaggio al C.S. a Brindisi informandolo dell’ultimatum tedesco del seguente tenore: "204511 - 153011 PAPA Marina Argostoli Marina Brindisi per Comando Supremo 41414 - Comando tedesco chiede che Divisione Acqui decida subito aut combattere unitamente tedeschi aut cedere armi at esso alt Mancando ogni. et ignorando situazione generale prego dare urgentemente orientamento.. risposta alt Generale Gandin-Brindisi". Brindisi rispondeva con il seguente messaggio : "N. 1027/CS. Risposta 41414 data 11 corrente Truppe tedesche devono essere considerate nemiche " . Il ricercatore Paolo Paoletti nel suo libro “I traditi di Cefalonia” osserva: ””Anche se manca il gruppo data orario, quella risposta 41414 ci dice che si tratta della risposta alla richiesta (41414) di Gandin delle 15,30 dell'11 settembre e quel "11 corrente" conferma che la risposta da Brindisi partì prima della mezzanotte dell'11. Dunque le domande di Gandin e le risposte del CS sotto tutte riconducibili all'11 settembre 1943.”” Ma se sembra sicura la data di partenza non è sicura la data di arrivo. Si può ragionevolmente ritenere che i due messaggi di Brindisi pervennero a Gandin, come detto in precedenza, il giorno 12 settembre, tenuto conto che risulta dai documenti che Corfù, dalla cui radio transitavano tutti i radiogrammi, era in stretto contatto con il comando di Cefalonia. Ma la sicurezza non c’è. Ma Gandin, nelle condizioni in cui si trova, non ritenne di potere eseguire l’ordine perentorio ed inequivocabile pervenuto da Brindisi proseguì nelle trattative al fine di evitare i peggio.
Bisogna quindi ricercare altrove i motivi che indussero Gandin a troncare le trattative di resa. Il 13 infatti si erano verificati altri avvenimenti che avranno sicuramente influito sul comandante della Divisione: Corfù aveva rifiutato la resa e verso le ore 10 era stata bombardata dagli Stukas. Il colonnello Ricci, comandante del 317° fanteria, aveva notato che alcuni piroscafi italiani salpati da Patrasso erano stati costretti a rientrare a seguito di un bombardamento da parte di aerei tedeschi. Probabilmente era pure giunta notizia che il presidio tedesco di Corfù era stato sopraffatto ed i prigionieri, 12 ufficiali, tra cui un tenente colonnello e 414 soldati, erano stati inviati in Italia. A Cefalonia la tensione continuava a salire: nella mattinata del 14 il sottotenente dei carabinieri Orazio Petrucelli, radunato un plotone di 20 carabinieri, tentò di arrestare Gandin per “alto tradimento”, ma venne dissuaso all’ultimo momento.
Verso le ore 11 le batterie contraeree italiane abbatterono due idrovolanti tedeschi che tentavano di ammarare davanti al comando tedesco di Lixuri.
Gandin quindi dovette fare a questo punto un bilancio:
1)da una parte i Tedeschi avevano sconfessato Barge e, non solo si erano rimangiato l’impegno di rinunciare, al meno in un primo momento, al ritiro delle artiglierie, ma neppure acconsentivano a lasciare agli Italiani le armi individuali;
2)non intendevano dare alcuna garanzia per il rimpatrio;
3)giungevano notizie che i reparti che si erano arresi altrove erano stati deportati.
Dall’altra
1)c’era l’inequivocabile ordine di Brindisi;
2) la sommossa di alcuni ufficiali e soldati , convinti che si potesse sopraffare i Tedeschi e tornare a casa, spingeva per la resistenza;
3)Corfù aveva rifiutato la resa ed aveva catturato il presidio tedesco.
Gandin, pur convinto che difficilmente avrebbe ricevuto rinforzi e rifornimenti, che non c’era difesa aerea, che non tutti i reparti davano grande affidamento di reggere allo scontro, che i Tedeschi si sarebbero vendicati, pur cosciente di tutto ciò, decise di non cedere le armi. Conosceva bene i Tedeschi per avere a lungo lavorato con loro, sapeva che in caso di sconfitta gravi sarebbero state le conseguenze. Ai suoi collaboratori disse:”Se perdiamo ci fucilano tutti”. Fu quindi consapevole del grave rischio al quale esponeva se stesso e l’intera divisione.
Alle ore 12 del 14 settembre tramite il colonnello Fioretti, Capo di Stato Maggiore, veniva consegnata al tenente Fauth ad Argostoli una lettera con la quale Gandin comunica la decisione di non arrendersi. Secondo la versione fin’ora divulgata la lettera avrebbe avuto il seguente tenore: “Per ordine del Comando Supremo italiano e per volontà dei sui ufficiali e soldati, la Divisione Acqui non cede le Armi. Il Comando Superiore tedesco, sulla base di questa decisione, è pregato di presentare una risposta definitiva entro le ore 9 di domani 15 settembre.
Invece la lettera conservata presso l’Ufficio Storico dell’esercito tedesco comincia così: “La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di resa....' .
Il cap. Tomasi, l'interprete che vide l'originale della lettera di Gandin, ne descrive il contenuto esattamente come lo si legge oggi nella lettera conservata in Germania.
Secondo Liotti il tenore completo della lettera sarebbe il seguente: “La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di concentrarsi nella zona di Sami poiché essa teme, nonostante tutte le promesse tedesche, di essere disarmata o di essere lasciata sull'isola come preda per i Greci o ancora peggio di essere portata non in Italia ma sul continente greco per combattere contro i ribelli. Perciò gli accordi di ieri con lei non sono stati accettati dalla Divisione.
La divisione vuole rimanere nelle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazione, con garanzie che escludano ogni ambiguità - come la promessa di ieri mattina che subito dopo non è stata mantenuta - che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni e che solo al momento dell'imbarco possa consegnare le artiglierie ai tedeschi. La divisione assicurerebbe, sul suo onore e con garanzie, che non impiegherebbe le sue armi contro i tedeschi. Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi ed io, sia pure con dolore, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango al vertice della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16. Nel frattempo le truppe provenienti da Lixuri non debbono essere portate ulteriormente avanti e quelle di Argostoli non debbono avanzare, altrimenti ne possono derivare gravi incidenti. Il Generale comandante della Divisione Acqui f.to gen. Gandin
".
La versione originale, oltre ad essere molto meno eroica della copia, significa anche che la resa era stata concordata e che Gandin addossava la responsabilità della mancata esecuzione della resa concordata ai suoi soldati. Nel primo caso la responsabilità sarebbe stata condivisa con l’ordine ricevuto da Brindisi (ecco la necessità di affermare che giunse nella notte del 14 e non del 12), nel secondo caso era soltanto sua.
In pratica comunicava ai tedeschi che la divisione si era ammutinata, cosa peraltro non esatta e che invece provocò l’emanazione del Sonderbefehl' da parte di Hitler e la strage conseguente. Si disse che Gandin voleva passare, armi e bagagli, ai Tedeschi, ma questa accusa è assolutamente ingiusta: se avesse voluto fare ciò avrebbe sin dal giorno 9 ubbuduto all’ordine di resa dek suo superiore generale Vecchiarelli ovvero accogliere l’invito personale che i tedeschi gli fecero dopo. Prima che scadesse l’ultimatum il tenente Fauth chiese una dilazione fino alle ore 14, dilazione che fu accordata.
Nel pomeriggio del 15 il cielo si riempì di Stukas che però non bombardarono e la nostra contraerea rimase silenziosa: Furono le ultime ore prima della battaglia.
Ma i Tedeschi non attesero la scadenza dell’ultimatum ed alle ore 13 iniziarono i micidiali bombardamenti con oltre un centinaio di Ju 87 e Ju 88 Stukas, con scarso contrasto contraereo e con effetti deleteri sulle truppe italiane. Unitamente alle bombe i Tedeschi lanciavano manifestini che invitavano alla resa in cambio del rimpatrio e promettevao morte in caso di resistenza. La lotta si articolò in tre fasi. Nella prima fase nel pomeriggio del 15 i battaglioni 909° e 910° da fortezza tedesca attaccarono il II battaglione del 117° fanteria italiano che si apprestava a sua volta ad espugnare Kardakata (imprudentemente sgomberata da Gandin) . I tedeschi furono respinti e contrattacati ma riuscirono a tenere il passo. In serata il gruppo tattico di Fauth, con i suoi 9 semoventi, 40 autocarri e 470 soldati vennero catturati e concentrati in un improvvisato campo di concentramento. Sarà l’unico successo italiano.
La seconda fase, che va dal 16 al 18, iniziò con un attacco da parte del III battaglione del 17° fanteria all’isolato presidio di Capo Mura che non ebbe esito e si concluse con gravi perdite da parte italiana. Nella notte sul 16 iniziò lo sbarco dei rinforzi tedeschi nella baia di Akrotiri, all'estremità meridionale della penisola di Lixuri. Raggiunsero così Cefalonia tre battaglioni di cacciatori alpini ed un gruppo di artiglieria da montagna; un altro battaglione ed un altro gruppo, oltre ad elementi di supporto, seguirono nei giorni successivi. Tutti i reparti di manovra furono posti agli ordini del maggiore Harald von Hirschfeld, comandante del 98° reggimento cacciatori alpini, esautorando praticamente il tenente colonnello Barge.
Il 17 ed il 18 settembre gli Italiani continuarono ad attaccare senza risultati sostanziali le posizioni di Kardakata, mentre gli avversari effettuavano un'ampia manovra aggirante nella parte settentrionale dell'isola, liberando i prigionieri del gruppo Fauth ed investendo Argostoli da nord. Il generale Gandin insisteva nel richiedere rinforzi, consapevole dell'impossibilità di resistere nell'azione per più di qualche giorno, mentre il nemico si rafforzava continuamente. Cominciavano a mancare anche le munizioni per l’artiglieria. Fu inviato in Puglia l'unico mezzo navale rimasto sull'isola, un motoscafo di soccorso con le insegne della Croce Rossa, con a bordo un ufficiale di marina, il quale tuttavia giunse a Brindisi quando ormai era troppo tardi.
La risposta del Comando Supremo giunse il 19 in termini che facevano ritenere inutili eventuali repliche:"Impossibilità invio aiuti richiesti infliggete nemico più gravi perdite possibili alt Ogni vostro sacrificio sarà ricompensato alt Generale Ambrosio".
Tuttavia dall’Italia qualcosa si tentò di fare. Nell’aeroporto di Manduria vi era di stanza il 5° stormo tuffatori con 24 RE 2002 di cui solo 12 efficienti. Il comandante ottenne dopo molte insistenze il placet degli Alleati per effettuare attacchi alle basi di partenza dei bombardieri tedeschi. Il 18 settembre vi furono 4 missioni, con due o tre apparecchi per volta, su aeroporti e porti in Albania e Jugoslavia, basi di partenza dei tedeschi contro Corfù e Cefalonia. Il 19 vennero effettuate altre 4 missioni e si ebbe il primo caduto della Regia aeronautica nella nuova guerra. Altre missioni il 20 che causarono l’affondamento di imbarcazioni tedesche. Il 21 venne bombardato il nodo stradale di Bliote a Cefalonia ed il 22 due Reggiane mitragliarono e bombardarono il nodo stradale di Kardakata. Poca cosa stante l’esiguo numero di aerei disponibili ed impiegati. (Ad alcune di queste missioni partecipò il nostro concittadino, l’allora sottotenente pilota Gaetano Pezzano).
Anche la marina tentò di fare qualche cosa. L’Ammiraglio Galati si assunse la responsabilità di inviare le torpediniere Clio e Sirio con armi e medicinali ma l’ammiraglio inglese Peters, che non era stato interpellato, ordinò il rientro.
Nella terza fase, che va dal 21 al 22 ,il comando della Acqui decise di sferrare un ultimo attacco a passo di Kardakata con i resti del I/17° e del II e III/117°, ma gli Italiani dovettero porsi sulla difensiva e vennero infine sopraffatti.
La mattina del 22 i Tedeschi entrarono in Argostoli. Alle 11 il generale Gandin fece issare una tovaglia bianca della mensa ufficiali sulla sede del comando ed incaricò due ufficiali di comunicare la resa.
Nel frattempo i Tedeschi stavano massacrando tutti i soldati italiani che alzavano le mai in segno di resa, secondo gli ordini ricevuti e depredavano d’ogni cosa i vivi ed i morti.
Il 10 settembre il comando supremo della Wehrmacht, aveva emanato un’ordinanza secondo la quale gli ufficiali responsabili dei i reparti che avessero opposto resistenza sarebbero stati passati per le armi quali "franchi tiratori", mentre i sottufficiali ed soldati avrebbero dovuto essere inviati sul fronte orientale per essere impiegati nel servizio del lavoro.
L'ordine fu ribadito nei giorni successivi, ed applicato contro comandanti di unità e di reparti ed ufficiali di stato maggiore in Dalmazia, in Albania ed in Grecia.
Per Cefalonia, l'OKW ritenne necessario andare ben oltre le disposizioni iniziali, poiché Hitler in persona, a quanto pare, emanò il 18 settembre, secondo quanto risulta dal diario storico del XXII corpo d'armata da montagna, un 'Sonderbefehl' secondo il quale nell'isola, "a causa del tradimento della guarnigione, non devono esser fatti prigionieri di nazionalità italiana".
I militari catturati dovevano quindi essere uccisi tutti, senza distinzione di grado.
L'ordine ebbe l'effetto di fare esplodere, nella fase finale, una furia beluina, un raptus collettivo, che si tramutò in un bagno di sangue di proporzioni mai viste. Neppure in Russia i Tedeschi si erano comportati con tanta ferocia. E non si trattava di truppe naziste, di SS, ma di soldati dell’esercito, alpini.
L'ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito ricorda una serie di episodi: 900 tra fanti, artiglieri, genieri e finanzieri ammassati e falciati con le mitragliatrici presso Trojanata, 960 uomini del 317° fanteria uccisi a Phrankata ed a Divarata, altri 700 a Parsa, 180 artiglieri uccisi a Divinata per citare solo alcuni episodi. Caddero, in queste circostanze, il comandante della fanteria divisionale, generale Gherzi, con i suoi ufficiali, ed il colonnello Cessari con l'intero comando del 17° fanteria, ad eccezione dell'aiutante maggiore, che preferì suicidarsi.
Sempre secondo la pubblicazione ufficiale dello S.M.E., che riporta dati desunti dai diari storici del XXII corpo d'armata da montagna e dell'O.K.W. - dati quindi di fonte tedesca - caddero in combattimento 65 ufficiali e 1.250 sottufficiali e soldati italiani; altri 155 ufficiali e 4.750 sottufficiali e soldati "mano a mano che venivano fatti prigionieri, erano stati trattati secondo gli ordini del Fuhrer", quindi trucidati subito dopo la cattura. Cosicché il maggiore Harald von Hirschcfeld, comandante delle truppe a Cefalonia, comunicava dopo la strage:"la divisione-ribelle Acqui è stata annientata". (*)
Dal diario del soldato tedesco Waldemar (54º battaglione Cacciatori di montagna): “Non si fanno prigionieri: tutto quello che capita davanti alla canna dei fucili viene fatto fuori”.“Questi poveri cani [gli itialian] dovevano lasciarci la pelle, nonostante non abbiano nulla a che fare con gli ordini di alcuni ufficiali impazziti [quelli della “Acqui”, ovviamente]”.
Ma non era ancora finita. I Tedeschi avevano catturato circa 5000 soldati, ritenuti in gran parte disertori, ed il generale Lanz chiese al suo superiore, generale Lohr, comandante del Gruppo d’Armate E, come doveva comportarsi. La domanda arrivò per via gerarchica ad Hitler il quale, abbastanza soddisfatto della strage già effettuata, diramò una nuova direttiva secondo la quale i soldati, che “a tempo debito” avevano disertato, dovevano essere trattati come prigionieri di guerra mentre gli Ufficiali andavano fucilati. Potevano essere risparmiati solo i fascisti, i sudtirolesi, i cappellani, gli ufficiali medici. Poi la grazia si estese anche agli originari della Venezia Giulia e del Trentino.
Tra questi riuscì a salvarsi il nostro concittadino l’allora sottotenente d’artiglieria Dino Gentilomo perché, conoscendo qualche parola di tedesco, fu scambiato per un oriundo dell’Alpevoreland.
Gli altri ufficiali vennero trasportati in una località appartata, la “Casetta rossa” e contro il muro di cinta di questa villetta vennero fucilati dalle ore 10 alle 12,30 del 23 settembre a gruppi di tre per volta 137 ufficiali.
Il cappellano padre Formato, cogliendo nei massacratori poco dopo le ore 12, un segno di stanchezza, riuscì a salvare gli ultimi della lista.
Nel rapporto finale del XXII corpo d’armata da montagna si legge: “caduti o uccisi 4000 italiani, circa 5000 fatti prigionieri perché la maggior parte non in possesso di armi disertò al di fuori della zona di combattimento, anche interi reparti. Uccisi tutti gli ufficiali.
Le cifre sono approssimative e non comprendono i 37 ufficiali scampati alla morte.
Intorno a questa tragica contabilità vi sono molte incertezze. Da me interpellato l’Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito ha scritto: “I dati storici di guerra dei reparti italiani disclocati sull’isola, contenenti i dati di foza, sono purtroppo andati dispersi per eventi bellici....L’Ufficio, inoltre, ha recentemente acquisito l’intero fondo “Apollonio” .... e il fondo “PadreFormato”. Lo studio di questa vasta documentazione .... non consente, però di risalire con certezza a dati statistici da Lei richiesti... Una autorevole storica come la prof.ssa Elena Aga Rossi, che ha condotto approfondite ricerche in vari archivi italiani e stranieri sul tema dell’8 settembre 1943, ha scritto, in un suo recente libro,gli unici dati certi su Cefalonia sono quelli relativi al numero iniziale di militari italiani presenti nel presidio [11.500]e dei prigionieri ancora in vita alla fine di settembre[5.000].
Ma il calvario della Acqui continuava e dei circa 5000 prigionieri 1464 annegavano durante il trasporto per mare a seguito dell’affondamento di tre piroscafi saltati in mare per scoppio di mine. Moltissimi altri morirono in prigionia nei luoghi di deportazione di mezza Europa. Secondo uno scritto del generale Alberto Viviani le perdite italiane sarebbero state le seguenti: caduti in combattimento 700, di cui 65 ufficiali; fucilati 540 di cui 341 ufficiali; morti per naufragio 1.264. Le cifre sembrano in netto contrasto con quanto riferirono i componenti della commissione per le onoranze ai caduti e con quelle ufficiali, sia di fonte italiana sia di fonte tedesca. L’avv. Massimo Filippini ( figlio del maggiore Federico Filippini comandante del genio, fucilato a Cefalonia), autore del fondamentale libro “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia” (Ed. Grafica MA.RO 2001), ha raccolto un elenco nominativo di 3.860 caduti , compresi i morti in prigionia) ma che l’autore dichiara essere del tutto incompleto. Secondo l’A.N.P.I. i caduti sarebbero stati 390 ufficiali su 525, e a 9.500 uomini di truppa su 11.500. Secondo L’ANCORA, settimane d’informazione di Acqui, l’unico dato per certo (ma non lo è) è quello delle vittime: di 9406, dato desunto dalla sentenza istruttoria del Tribunale Militare nel processo contro Apollonio ed altri. Ma il dato, come detto, è tutt’altro che certo.
Per ironia della sorte i due ufficiali, ritenuti i principali responsabili della “rivolta” che aveva contribuito a far decidere Gandin alla resistenza, salvarono la vita.
Il capitano Amos Pampaloni, dopo avere nei giorni della battaglia combattuto con la sua batteria, attaccato da tergo dagli alpini tedeschi per il cedimento della fanteria italiana posta a difesa, si arrese con tutti i suoi artiglieri. Venne incolonnato e durante la marcia venne mitragliato con tutti i suoi uomini secondo gli ordini del Sonderbefehl. Colpito al collo e creduto morto venne abbandonato. Riuscì quindi a raggiungere una casa di contadini dai quali fu soccorso. Guarito si unì ai partigiani
. Il capitano Renzo Apollonio durante la battaglia lasciò il suo posto e cercò prima di farsi ricoverare all’ospedale da campo n. 37, poi chiese di imbarcarsi per l’Italia per “cercare aiuti”, ma l’ultimo motoscafo era già partito. Si arrese e come gli altri venne rinchiuso nella caserma Mussolini. Riuscì a saltare da una finestra e si vestì da soldato. Saputo poi che gli Ufficiali della Venezia Giulia erano stati graziati si qualificò e firmò, come gli altri ufficiali superstiti, la seguente dichiarazione:
Noi sottoscritti ci impegniamo , con qualunque grado e in qualunque condizione, a collaborare con le forze armate tedesche e a combattere contro chiunque, per la vittoria della Germania e per la resurrezione della nostra patria”. Assunto in un primo momento come interprete per la sua perfetta conoscenza del tedesco, venne successivamente riarmato e munito di un bracciale con scritto Deutsche Commandatntur ed infine posto al comando di una batteria di quello che era stato il 33° reggimento artiglieria, con personale italiano. Ma siccome Apollonio non era scemo, prese contatti con la Resistenza greca e con la missione militare britannica con la quale collaborò facendo il doppio gioco. Al suo ritorno in Italia subì alcuni processi presso la magistratura militare per abbandono di posto, per insubordinazione, per rivolta continuata ed aggravata (insieme ad Pampaloni ed altri) ma uscì sempre prosciolto, tranne che per un richiamo scritto, poi cassato.
Al riguardo non si può fare a meno di dire, dal punto di vista morale, che i due principali artefici della rivolta contro Gandin, causa non ultima della mancata cessione delle armi, i quali avevano solennemente proclamato ai quattro venti: “o con i pezzi o sui pezzi” , quando venne il momento della verità non caddero sui pezzi ma si arresero ai Tedeschi. Gli artiglieri avevano i moschetti, gli ufficiali anche i Mab, avrebbero potuto difendersi, ma alzarono le mani in segno di resa. Difesa inutile? Sicuramente, ma avrebbero tenuto fede al loro giuramento e sarebbero stati coerenti con la gravissima responsabilità che si erano assunti. E poi, se tutti si fossero difesi strenuamente fino all’ultimo contro i tedeschi, sempre inferiori di numero, il risultato sarebbe potuto essere diverso.
A fronte di questo massacro le perdite tedesche furono irrisorie.
Le millanterie del capitano Pampaloni e di altri che stimarono in circa 1200 i caduti tedeschi e l’abbattimento di 22 caccia bombardieri sono da scriversi nel libro dei sogni. Secondo Gerhard Schreiber, (cfr. "Cefalonia e Corfù Settembre 1943:La documentazione tedesca", inserito nel volume "La Divisione Acqui a Cefalonia" a cura di G.Rochat e M.Venturi-Mursia Editore) ..." Fra i tedeschi le perdite umane subite dopo il 16 settembre ammontavano a 54 morti, 23 dispersi e 157 feriti, a cui andrebbero però aggiunti i circa 140 morti del 909° battaglione granatieri da fortezza e delle due motozzattere colpite dall'artiglieria." In totale quindi (considerando i dispersi e l’ufficiale del genio caduto il giorno 13) 323 morti ed un numero imprecisato di feriti. Non si ha conferma di caccia bombardieri abbattuti dalla contraerea.
Come si vede un numero modesto se confrontato ai nostri caduti in combattimento (circa 1200) molti dei quali colpiti dall’offesa aerea.
Il maggiore Harald von Hirschfeld dichiarò, molto sferzante e con la solita alterigia tedesca, che gli italiani si erano battuti molto male. In realtà gli italiani erano stati massacrati e terrorizzati dagli Stukas, ma nella prima fase si erano battuti molto bene infliggendo severe perdite al 969° reggimento granatieri da fortezza e costringendo alla resa il gruppo semoventi Fauth. Poi, dopo lo sbarco degli alpini, le nostre posizioni vennero attaccate ad una ad una e non riuscirono ad opporre un’adeguata resistenza.
Purtroppo non tutta la Divisione prese parte ai combattimenti: si distinsero il I battaglione del 17° fanteria ed il II e III battaglione del 117° nonché le batterie del 33°, quelle di posizione costiera e l’ artiglieria di marina. Il resto della Divisione non pare sia stato adeguatamente impegnato. I Tedeschi parlano di 5000 disertori, cosa probabilmente non vera, ma che conferma che molti soldati non presero parte alla battaglia.
I poveri morti non ebbero pace nei giorni seguenti. Il cappellano don Ghilardini chiese ai tedeschi il permeso di provvedere alla sepoltura, ma gli fu risposto dal maggiore Spitaller: “Gli Italiani della divisione Acqui, essendo caduti come ribelli badogliani, non hanno diritto alla sepoltura”. Il 27 settembre i tedeschi fecero caricare da 13 marinai italiani i corpi degli ufficiali fucilati alla “Casetta rossa” su due zatteroni e, dopo averli zavorrati, li affondarono in mare, poi uccisero anche i 13 marinai. Nelle sere seguenti la strage cosparsero di benzina i corpi dei caduti sparsi per l’isola e gli diedero fuoco. Dalle isole vicine di Itaca, Zante, Santa Maura si vedevano questi grandi falò bruciare e innalzarsi colonne di fumo nero . Gli abitanti si domandavano cosa fossero e qualcuno rispose: “E’ la Divisione Acqui che va in cielo”.

Molti furono i caduti reggini. Ricordo i nomi di quelli che ho potuto rintracciare, ma l’elenco non è completo: sottotenente Silvio Dattola del 17° reggimento fanteria caduto in combattimento il 22.9.43; il tenente Ugo Correale di Santacroce di Siderno Marina; il capitano Giuseppe Bagnato comandante interinale del1’88° gruppo artiglieria costiera, fucilato nella <>; Francesco Quattrone, ufficiale di fanteria al 17° reggimento, morto in combattimento e medaglia d’argento al valor militare alla memoria; soldato Caccamo Vincenzo da Bovalino caduto in combattimento il 22.9.43; soldato Cambareri Salvatore da Scilla, disperso in combattimento il 22.9.43; capitano Bianchini Giannino da S. Giorgio Morgeto caduto in combattimento il 22.9.43; sottotenente Condemi Vincenzo di Stilo ucciso dopo la cattura il 22.9.43; soldato Speranza Antonio di Roccella Jonica; soldato Ventura Domenico da Reggio Calabria, ucciso dopo la cattura il 23.9.43; soldato Casedonte Salvatore di Polistena, ucciso in prigionia l’1.11.43; soldato Italiano Antonino, ucciso in prigionia il 18.10.43; caporal maggiore Cannatelli G. Battista di Grotteria, ucciso dopo la cattura il 21.9.43; brigadiere Rodi Domenico da Gerace, ucciso dopo essersi arreso il 21 settembre 43; tenente Pachì Ferdinando di Caulonia, ucciso dopo la cattura il 21.9.43; soldato Auteri Letterio di Bagnara Calabra, disperso in combattimento; soldato Cimarosa Antonio da Melito P.S., disperso in combattimento; soldato Deleo Rocco da Cittanova, disperso in combattimento; soldato Suraci Vincenzo da Laureana disperso in combattimento; soldato Tripodi Salvatore da Gioia Tauro, disperso in combattimento; caporal maggiore Candido Rocco da Gioiosa Jonica, disperso in combattimento; soldato Fuda Antonio da Palmi disperso in combattimento; Furiglio Giuseppe da Cinquefrondi, disperso in combattimento; soldato Gattuso Bernardo da Reggio C., disperso in combattimento; Iaria Antonio da Bagnara Calabra, disperso in combattimento; soldato Manti Antonino da Condofuri, disperso in combattimento. Il 23.9.43 risultano caduti o dispersi in combattimento i soldati Bova Giuseppe da Ardore, Cardaciotto Gino da Cittanova , Casili Antonino da Condofuri, Ventura Domenico da Reggio Calabria, Attinasi Giacomo da Gerace, Gianolio Mario da Reggio Calabria, Impellicceri Rocco da Oppido, Iriti Francesco da Bova Marina, Iriti Giuseppe da Bova Marina, Isola Vincenzo da Palmi, Luddenni Vincenzo da Polistena, Maccarrone Antonino da Leureana, Morabito Salvatore da Reggio Calabria, Olivarelli Sebastiano da Palmi, Pirrello Antonino da Reggio Calabria, Pisano Pasquale da Gioia Tauro. Molti altri morirono per naufragio o durante la prigionia. Onore ai nostri soldati.

Conclusioni
La vicenda di Cefalonia è stata celebrata come una pagina gloriosa e sfortunata dell’esercito italiano che segna anche l’inizio della Resistenza.
In realtà, se guardiamo in faccia le cose e non ci nascondiamo dietro le bugie di comodo, Cefalonia è un’altra pagina infausta della nostra storia nazionale dove tutti i protagonisti, chi più chi meno, ne escono male.
Il governo Badoglio ed il Comando Supremo Italiano che, nel concludere l’armistizio con gli Alleati nella maniera che tutti sanno, non furono capaci di “orientare” per tempo i dipendenti reparti militari in Italia ed all’estero. La famosa “Memoria OP 44”, oltre che reticente, non giunse nemmeno a tutti. Le direttive emanate anche quelle emanate subito dopo l’armistizio, prescrivevano alle truppe italiane verso i tedeschi il medesimo comportamento (resistere agli attacchi), sia che si trovassero in Italia, che all’estero. Ma le situazioni erano diverse: in Italia, specie intorno a Roma ed a sud di essa, sarebbe stato facile resistere, all’estero era impossibile. Ed allora i vertici militari avrebbero dovuto comportarsi di conseguenza. C’eravamo arresi agli Alleati perché non più in grado di continuare la guerra, potevamo anche arrenderci ai Tedeschi nei luoghi in cui la resistenza sarebbe stata inutile e magari patteggiare tale resa. Il telegramma spedito l’11 settembre dal CS da Brindisi, al sicuro, che incitava alla lotta ai Tedeschi, pur sapendo che non si potevano mandare rinforzi, impartiva un ordine criminale.(**)
Il generale Gandin, medaglia d’oro alla memoria, che pure era consapevole che non esistevano serie possibilità per condurre una difesa ad oltranza considerata l’impossibilità di ricevere rifornimenti e rinforzi, che non c’era più nessuna possibilità di coordinare la resistenza con XIa Armata che si era arresa; che i Tedeschi si sarebbero vendicati (“se non vinciamo ci fucileranno tutti”); che i soldati non avrebbero retto ai bombardamenti aerei ai quali erano esposti senza difesa, nonostante tutto ciò optò alla fine per la resistenza e, addossando la responsabilità della rottura delle trattative concluse,, in pratica alle sue truppe, moltiplicò la rabbia tedesca. Egli aveva il compito, come disse, “di salvare 11.500 figli di mamma”, avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza senza preoccuparsi di ubbidire ad un ordine palesemente criminale e senza dare ascolto ad alcuni sottoposti ignoranti, incoscienti o invasati. Fu una decisone travagliata ed errata, peraltro la più scomoda per lui.
I rivoltosi si assunsero una grande responsabilità senza valutare bene le conseguenze che il rifiuto di consegnare le armi avrebbe avuto in relazione alla oggettiva situazione d’isolamento in cui la Divisione si trovava.
Le truppe (a parte i battaglioni che si sacrificarono eroicamente nei giorni della battaglia), dopo avere compiuto numerosi gesti d’indisciplina e rifiuto d’obbedienza ai loro comandanti, crogiolandosi, con la consueta faciloneria degli Italiani, nella illusoria certezza che era possibile e facile il “tutti a casa” perché i Tedeschi che avevano di fronte erano pochi, al momento del redde rationem, vennero meno.
I Tedeschi, che a Cefalonia compirono uno dei peggiori atti di inaudita brutalità massacrando soldati inermi che si erano arresi a discrezione e che non avevano più alcuna possibilità di difesa, soldati in divisa, perfettamente inquadrati che rispondevano agli ordini di un capo responsabile. Un comportamento mai visto, che contravveniva a tutte le regole dell’onor militare e delle leggi di guerra.
Si è detto che agirono così perché l’Italia li combatteva senza aver dichiarato la guerra alla Germania (lo farà il 13 ottobre) e quindi a Cefalonia i soldati erano “franchi tiratori” passibili di fucilazione. Questa è una delle più grandi sciocchezze che pure “storici” e divulgatori di grande nomea ammanniscono da più di 60 anni. In proposito basti osservare:
1) non l’Italia ma la Germania aveva dichiarato guerra all’Italia: appena 20 minuti dopo la notizia diffusa dalla radio dell’armistizio la Wermach attaccava l’esercito italiano e, dopo aver ricevuto dal OKW la parola d’ordine Acshe, mise in pratica il piano Alarich approntato sin dall’aprile del 1943: Questi attacchi, in Italia ed all’Estero, a volte senza neppure scomodarsi a chiedere il disarmo, erano atti di guerra contro un paese che, sia pure in maniera occulta e poco lineare, si era ritirato da una guerra ormai perduta abbandonando l’alleato che intendeva suicidarsi. Da rimarcare che il governo Badoglio, nel diramare la notizia dell’intervenuto armistizio con gli Angloamericani, non invitava le forze armate a rivolgere le armi contro l’antico alleato. Anzi TUTTI gli ordini impartiti subito dopo l’annuncio dell’armistizio raccomandavano alle truppe di non prendere l’iniziativa contro i Tedeschi e di non attaccare se non si era attaccati e fu per questo che rifiutò il lancio della 82a divisione di paracadutisti americana a Roma. Che l’Italia avesse o non avesse (cosa assurda) il diritto di arrendersi è altra cosa. Così come è altra cosa stabilire se la Germania avesse o non avesse il diritto di dichiarare guerra all’Italia perché abbandonava l’alleanza senza neppure avvertire, quale che sia la ragione o il torto, sta di fatto che l’esercito tedesco attaccò per primo e subito quello italiano. Quindi fu la Germania a porsi in stato di guerra con l’Italia. Del resto la Germania non era solita dichiarare ufficialmente la guerra e la Polonia, il Belgio, l’Olanda, la Danimarca, la Norvegia, la Jugoslavia, la Russia vennero attaccati senza una preventiva e formale dichiarazione di guerra, non per questo non era guerra e non per questo non v’era l’obbligo di osservare le leggi internazionali.
2) Samo e Lero, isole dell’Egeo, cessarono la resistenza rispettivamente il 16 ed il 22 novembre, cioè dopo che il governo Italiano aveva dichiarato guerra alla Germania, che non volle mai prenderne atto, ma i Tedeschi, mentre trattarono come prigionieri gli Inglesi che avevano combattuto insieme agli Italiani, a questi ultimi riservarono sorte diversa: a Samo fucilarono 11 ufficiali e 53 soldati e a Lero 12 ufficiali.
Del resto i Tedeschi non giustificarono le fucilazioni con la mancanza di una formale dichiarazione di guerra dell’Italia. Essi consideravano gli Italiani traditori badogliani e se questi osavano difendersi dall’aggressione della Wehrmacht venivano considerati franchi tiratori passibili di fucilazione. Era la perfetta applicazione pratica dell’antica favola del lupus et agnus. Il procuratore militare americano a Norimberga al processo contro il generale Lanz, imputato per la fucilazione di Gandin e del suo stato maggiore, così si espresse:” Questa strage deliberata di ufficiali italiani che erano stati catturati o si erano arresi è una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato. Questi uomini infatti indossavano regolare uniforme. Portavano le proprie armi apertamente e seguivano le regole e le usanze di guerra. Erano guidati da capi responsabili che, nel respingere l'attacco, obbedivano ad ordini del maresciallo Badoglio, loro comandante in capo militare e capo politico debitamente accreditato dalla loro Nazione. Essi erano soldati regolari che avevano diritto a rispetto, a considerazione umana ed a spirito cavalleresco”.
Lanz fu ritenuto colpevole e condannato a 12 anni di reclusione, ma ne scontò solo 5. Tutti gli altri responsabili riuscirono a sfuggire, in un modo o nell’altro, alla giustizia umana.
Non si può fare a meno di ricordare quanto poco furono considerati i morti di Cefalonia: 12 anni a Lanz mentre qualche anno prima veniva condannato alla fucilazione e fucilato il generale Bellomo (l’eroe che aveva liberato Bari dai Tedeschi) da parte di una corte militare inglese per l’uccisione di UN ufficiale inglese prigioniero durante un tentativo di fuga.
Un’ultima considerazione: perché a Cefalonia la strage di militari italiani fu più feroce che altrove? Indubbiamente influirono le circostanze relative alle estenuanti trattative, la mancata osservanza da parte di Gandin dell’ordine di resa diramato dal suo superiore generale Vecchiarelli, la revoca della concordata resa e la dichiarazione di Gandin secondo la quale la Divisione si rifiutava d’eseguire il suo ordine. Tutto ciò comportò che a Cefalonia, in aggiunta della direttiva del 10 settembre, che valeva in tutti i casi, si aggiunse il Sonderbefehl di Hitler.
Sono passati più di 60 anni. Abbiamo il dovere di ricordare con commozione i caduti di Cefalonia, ma abbiamo anche il diritto di conoscere tutta la verità.

Note
(*) Su l'esistenza di questa lettera, e molti altri documenti cito 'I traditi di Cefalonia' di Paolo Paoletti, Ed. Flli Frill, Genova, settembre 2003).
(**)Quanto a Badoglio che spingeva Gardin a battersi, pur sapendo che non avrebbe potuto mandargli nessun aiuto, e che i nuovi alleati l'avrebbero lasciato perire con tutta la sua divisione, lo storico Attilio Tamaro (in Due anni di storia 1943-1945 ) è invece dell'idea che Badoglio fu cinico e che "...al governo badogliano occorrevano anche quei morti per tentare di forzare il suo riconoscimento da parte degli alleati e per giocare quella carta insanguinata della vanamente invocata alleanza".


Nell'immagine, il Generale Antonio Gandin, comandante della divisione Acqui.
Documento inserito il: 08/01/2015
  • TAG: seconda guerra mondiale, armistizio, cefalonia, divisione acqui, generale gandin, ultimatum tedesco, resistenza italiana, rappresaglia tedesca, fucilazione ufficiali, casetta rossa, polemicha caduti, commemorazione

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