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Il Cristo della Dolina dei 500

I luoghi dove si svolse la Grande Guerra conservano a volte nascondendole le memorie delle centinaia di migliaia di soldati che per fede o per il bisogno di affidarsi a qualcosa di più grande di loro sentirono il bisogno di affidarsi a Dio.
Per questo motivo all’interno delle trincee, nelle doline del Carso, sulle montagne o nelle retrovie furono incisi graffiti, costruiti altari, edicole votive e cappelle, tutti segni di una religiosità popolare diffusa che si ingigantisce nei momenti difficili della vita.
Trenta, quarant’anni fa, quando tutto ciò che era legato alla storia della Grande Guerra non era ancora diventato una moda, Antonio Scrimali era uno dei precursori nella ricerca delle memorie di quel lontano conflitto e forse il più attivo in tal senso.
Allo stesso modo ma con la sola finalità di catalogazione personale di un certo tipo di reperti operava Mario Bin, di Vermegliano, ora novantaquattrenne ma con una mente lucidissima, nato a due passi dai campi di battaglia di Selz e di Monte Sei Busi, dove da piccolo giocava con i propri amici in mezzo a mucchi di anticaglie che oggi farebbero impazzire parecchi collezionisti di cimeli della Grande Guerra.
Suo padre aveva lavorato come scalpellino nel vecchio cimitero militare del Colle S. Elia, incidendo sulle lapidi i nomi dei caduti che Mario “ripassava” con la vernice.
L’appaltatore, un veneto di nome Ferrari, riconoscendo l’abilità di Mario con il pennello gli affidò il delicato compito di dipingere i nomi degli ufficiali nella cappella a forma di obelisco che dalla sommità del colle sovrastava il grande cimitero. Venne regolarmente assunto, ma solo pochi giorni dopo licenziato: era l’anno 1934, iniziava sul colle prospicente al S. Elia la costruzione di quello che è ancora il più grande Sacrario d’Italia, Redipuglia, e la cappella sul S. Elia veniva fatta saltare con la dinamite dal genio militare.

Antonio Scrimali e Mario Bin si conobbero per caso in Val Dogna, uno dei santuari della memoria del primo. Iniziarono a parlare di questa passione che in un certo senso li accomunava.
Fu così che nel 1993, Mario, scavando in una dolina di Monte Sei Busi poco sopra il Sacrario di Redipuglia e dove da piccolo aveva visto i segni di un piccolo cimitero di guerra dismesso, scoprì il volto di un Cristo sofferente finemente lavorato e poco distante una targa spezzata ornata da una palma e con un’iscrizione che dopo aver fotografato, riseppellì nuovamente come usava fare abitualmente con i suoi ritrovamenti.
Dopo qualche tempo, parlando a Scrimali del ritrovamento, si fece convincere a mostrargli il luogo dove si trovava il reperto, nonostante abitualmente fosse “geloso” delle sue scoperte che non ha mai pubblicizzato.
Fu così che andarono nella dolina sul Sei Busi a disseppellire il volto del Cristo, che faticarono a ritrovare, ma una volta ritornato alla luce, Scrimali, che era in possesso di una foto della dolina con una profonda fossa nel centro capì immediatamente l’importanza del ritrovamento che avevano davanti agli occhi e, a causa delle vistose tracce di scavo che si notavano tutto intorno, lo nascosero in un luogo sicuro per tornare successivamente a recuperarlo, visto anche il peso del manufatto.
Qualche giorno dopo, sotto una pioggia battente, tornarono con altre due persone a recuperare la testa del Cristo era il 24 marzo 1995.

La testa fu portata nel giardino della casa di Mario Bin a Vermegliano per essere ripulita; nel frattempo era stato avvisato il maggiore Armando Di Giugno, allora direttore del Sacrario di Redipuglia che, capita immediatamente l’importanza del ritrovamento, decise che sarebbe stato esposto nel museo di Redipuglia. Ma la voce era arrivata all’orecchio dell’allora cappellano militare del Sacrario don Alberto Ferrante che volle che l’effige del Cristo venisse posta sotto l’altare della cappella come simbolo del Sacrario stesso.
Il 14 aprile 1995 con una cerimonia alla presenza di numerose autorità e l’allora sindaco di Fogliano-Redipuglia Franco Visentin, il volto del Cristo della Dolina dei 500, con una apposita portantina, venne portato a spalla in Via Crucis sui gradoni del Sacrario di Redipuglia e una volta in cima, essa venna posta in una speciale teca ricavata sotto l’altare della cappella.

In seguito venne ritrovata una seconda immagine del Cristo. La foto faceva parte dell’archivio fotografico del museo della Grande guerra di Gorizia e raffigurava la dolina con una fossa comune al centro, sovrastata da una grande croce in pietra recante il volto sofferente del Cristo e, su un lato della fossa, la targa adornata con palma. Oltre all’intestazione imputabile al corpo del Genio vi era il nome della dolina: “Dolina dei 500”.
Di lì a poco con alcuni nuovi esperti si innescò una polemica sull’autenticità del Cristo: confrontando la vecchia fotografia del Cristo con quelle del ritrovamento, venne ventilata l’ipotesi che non si trattava dello stesso Cristo. Tale affermazione venne pure pubblicata su una famosa guida sulle trincee del Carso con tanto di foto per avvalorarne la tesi. Il risultato fu che il Cristo “accusato di falso” venne tolto dal suo posto sotto l’altare del Sacrario e deposto ingloriosamente in un magazzino.
Antonio Scrimali e Mario Bin non si sapevano spiegare il perché di tante polemiche e, a causa della rimozione della testa dal posto che gli spettava di diritto, ne soffrirono molto.

Recentemente, mentre sfogliavo un album fotografico alla ricerca di materiale da pubblicare sulla riedizione di un memoriale finalizzato a una raccolta di fondi da destinare al restauro della cappella dell’ex cimitero militare di Plava in Slovenia, con viva sorpresa e con forte emozione mi trovai fra le mani una “nuova” fotografia del Cristo della “Dolina dei 500”.
Questa nuova fotografia presa da una diversa angolazione dalla precedente e molto più da vicino, raffigurava la croce della fossa comune.
La “nuova” fotografia comparata con metodi scientifici con il Cristo ritrovato da Bin e Scrimali non lascia dubbi sull’autenticità dello stesso, gli occhi socchiusi, la posizione delle spine della corona, il profilo di uno zigomo i particolari della capigliatura oltre che alcuni frammenti del materiale della croce sulla quale era fissato, provano inconfutabilmente che il Cristo ritrovato e quello della Dolina dei 500 sono gli stessi.

Oggi si trova nuovamente nella cappella del Sacrario, ma non è più posto sotto l’altare ma bensì in un luogo defilato e con una generica targhetta che lo definisce un “Volto del Cristo sofferente trovato in una dolina carsica”.

Al di là di qualsiasi polemica, ma soprattutto per contribuire alla verità storica documentandola in modo appropriato, si desidera pubblicare questa storia in modo tale che sia da spunto per nuove riflessioni, consapevoli che il volto di quel Cristo sofferente rappresenta il volto di tutti quegli umili caduti sul Carso nel corso “dell’inutile strage” e in particolar modo i 100.000 di Redipuglia dei quali ne è il simbolo.

Si ringrazia il Sig. Sergio Spagnolo per l'invio di questo articolo.

Nell'immagine Antonio Scrimali guarda visibilmente commosso il Cristo al centro delle polemiche, ora posto sul parapetto della scala della cappella in luogo defilato. Documento inserito il: 02/03/2015
  • TAG: cristo dolente, monte sei busi, sacrario Redipuglia, antonio scrimali, mario bin, colle san elia

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