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Grande Guerra e bioterrorismo [ di Alessandro Gualtieri ]

L’era moderna ci vede purtroppo consci degli orrori di una guerra vera e propria e delle devastanti implicazioni di molte tattiche terroristiche che, ultimamente, prevedono anche l’uso indiscriminato di armi di distruzione di massa. All’inizio del terzo millennio, l’intera popolazione mondiale ha ricevuto il tragico imprinting dell’11 settembre, assistendo a inaudite recrudescenze del terrorismo internazionale; non è tuttavia noto ai più che alla varietà di armi di distruzione di massa non appartengono solo le testate nucleari o gli aggressivi chimici in forma gassosa. Tralasciando infatti le sostanze create in laboratorio, la natura stessa offre una vastissima gamma di tossine, virus e batteri che, spesso con modestissime manipolazioni, possono esser trasformate in pericolosi e subdoli strumenti di offesa. Prendiamo l’antrace o il botulino, ad esempio, già presenti sul nostro pianeta da secoli e recentemente riscopertiquali strumenti di terrore e distruzione di massa. Anche la peste, il vaiolo, la tularemia e la febbre emorragica rappresentano le principali minacce, per la facilità di diffusione e trasmissione, l’alta morbilità e mortalità. La cattiva notizia, come se non bastasse l’eventualità di un attacco bioterroristico, è che le strutture sanitarie mondiali prevedono necessariamente un alto numero di vittime, prima di poter far fronte e debellare qualsiasi minaccia di questo tipo. Secondo una ricerca della John Hopkins University School of Medicine di Baltimora (1), la maggior parte dei medici non ha la capacità di effettuare una corretta diagnosi e prescrivere un trattamento adeguato per le patologie causate dagli agenti biologici. L’indagine ha rivelato che solo il 16,3% dei professionisti intervistati era in grado di riconoscere un caso di peste, circa il 50% identificava il vaiolo e il botulino e il 70,5% l'antrace. In particolare, sebbene il 49,6% dei medici coinvolti distinguesse il botulismo da altre patologie con quadro clinico simile, il 42,6% confondeva i sintomi della varicella con quelli del vaiolo. Anche per quanto riguarda il trattamento della patologie, con la sola eccezione del botulismo (il 60,2% sapeva come affrontarlo) la percentuale di coloro che hanno dimostrato di saper gestire il vaiolo, l’antrace e la peste era molto bassa. In particolare, benchè il 76,5% riconoscesse l’importanza di un trattamento profilattico, in caso di contatto con il virus del vaiolo, più del 60% prescriveva una terapia preventiva non indicata. L’addestramento approfondito dei medici risulta quindi di primaria importanza nella previsione di un attacco bioterroristico: infatti la diagnosi precoce di patologie causate da armi batteriologiche è fondamentale per limitare la morbilità e la mortalità e per limitare il contagio. Purtroppo ottenere le sequenze di Dna di alcune malattie mortali tramite Internet è semplicissimo, così come ha rivelato di recente anche il quotidiano britannico The Guardian(2). Virus letali come quello del vaiolo, e della stessa influenza spagnola che devastò l’Europa del 1918, sono pertanto a disposizione di tutti, senza alcun tipo di controllo. Persino il cinema e la letteratura dei nostri giorni abbondano di analoghe ipotesi di guerra biologica, confermando ulteriormente la precarietà dello stato di grazia in cui la pace nel mondo riesce, stentatamente, a prevalere sulla violenza di massa. Parlare quindi di bioterrorismo non ci risulta così lontano dalla realtà quotidiana, al contrario di quanto astruso ed alieno appaia, se cerchiamo di sposare tale concetto all’epoca della Grande Guerra. Tuttavia, è vero che i tedeschi per primi, nell’era moderna, sperimentarono gli effetti devastanti di molti aggressivi chimici sugli esseri umani.

L’impiego dei gas
Quasi tutti i manuali di storia fanno tradizionalmente incominciare la guerra chimica nel 1915 con la battaglia di Ypres, località belga dove i tedeschi hanno utilizzato per la prima volta il di(2-cloroetil)solfuro sprigionato da grosse bombole; la spessa nube color giallo-verdastro ha causò circa 5.000 morti fra le truppe delle fazioni opposte. Il tipo di gas impiegato, è una sostanza vescicante che acceca e provoca la morte nel giro di pochissimo tempo ed era stato scoperto già nel 1860 dall’inglese Guthrie, ma solo con gli studi di Fritz Haber, il settore chimico militare tedesco riuscì a sfruttarne le potenzialità distruttive. Lo stesso Haber, nel 1918, ottenne il premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca! Nel 1917, sempre i tedeschi sperimentano anche il fosgene sul campo di battaglia a Verdun; anche in questo caso la scoperta risaliva al 1812, opera del chimico inglese John Davy. Va ricordato che le vicende di Ypres sono passate alla storia perchè per la prima volta l’uso dei gas ottenne risultati di tale portata, ma queste sostanze aggressive venivano utilizzate da molti eserciti ancora prima di quell’evento. In realtà molti degli effetti distruttivi dei gas dipendono in gran parte dalle condizioni meteorologiche contingenti che sono difficili da prevedere con precisione – pertanto, la Germania Imperiale del secolo scorso, proprio in occasione della Grande Guerra studiò altri sistemi di aggressione chimica, molto più affidabili, quanto subdoli e virtualmente impossibili da identificare.

Le armi batteriologiche del Kaiser
La guerra biologica viene definita come uso deliberato e intenzionale di agenti biologici o di loro portatori o forniti per danneggiare il nemico. Sono pertanto agenti biologici le cause patogene di natura biologica come, microrganismi, virus, tossine, veleni animali e vegetali. L’uso di questi strumenti di offesa risale addirittura all’alba della civiltà – basti pensare alle frecce avvelenate, universalmente impiegate dai popoli primitivi. Gli Assiri avvelenavano i pozzi dei nemici con la segale cornuta, i soldati di Annibale catapultavano sulle navi nemiche vasi di terracotta pieni di serpenti velenosi, mentre i Tartari del 1346 gettavano i cadaveri dei loro morti di peste dentro alle mura delle città che assediavano. Nella Campagna d’Italia del 1797, anche Napoleone provò a forzare la resa di Mantova infettandone gli abitanti con la leptospirosi. Più si scava nella storia, più concreta diventa la realtà delle varie tipologie di offese biologiche sperimentate nel corso dei secoli. Numerose evidenze dimostrano che anche gli scienziati del Kaiser Guglielmo II abbiano sviluppato un ambizioso programma di guerra batteriologica, sin dal 1914. La storia ufficiale non ne fa menzione, ma è sicuramente legittimo supporre che la nazione che diede alla luce gran parte delle moderne scienze microbiologiche, abbia almeno studiato tale possibilità di offesa. Nel 1915 il Dottor Anton Dilger(3), oriundo tedesco, fu accusato di aver coltivato in casa sua, a Washington D.C., il bacillo dell’Antrace (Bacillus Anthracis) e del Cimurro (Pseudomonas Mallei) forniti dallo stesso governo del suo Paese. I bacilli sarebbero poi stati consegnati ad alcuni portuali di Baltimora, per inocularli a 3000 capi di bestiame (soprattutto cavalli, muli e bovini) destinati al fronte europeo (gli U.S.A., anche prima di entrare in guerra, rifornivano ufficiosamente e lucrativamente le forze dell’Intesa). Pare che anche qualche centinaio di soldati, esposti al contagio, caddero vittima di questa letale arma biologica. Contemporaneamente, al quartier generale di Berlino, il Capitano Rudolf Nadolny, per il quale lavorava Dilger, spedì colture di Antrace all’ambasciata tedesca di Bucarest – da qui, gli agenti segreti bulgari avrebbero dovuto spargere il contagio ai danni delle mandrie di bestiame vendute dalla Romania alla Russia. Gli esperimenti di guerra biologica tedesca subirono una battuta d’arresto nel 1916, quando la Romania pose fine alla propria neutralità, schierandosi con l’Intesa, e Dilger tornò a vivere in Germania. Dopo poco quest’ultimo decise nuovamente di insediarsi negli U.S.A. ma, fortemente sospettato per le sue illecite attività, fuggì in Spagna; qui, per ironia della sorte, morì dopo la fine della guerra, vittima della pandemia di Influenza Spagnola del 1918. Dilger lasciò in eredità al suo governo i suoi complessi ed approfonditi studi sulle armi biologiche, nonchè molte raffinate tecniche di inoculazione sugli animali – sul finire della guerra Antrace e Cimurro venivano addirittura nascosti in microfiale dentro alle zollette di zucchero per i quadrupedi.(4) Quest’ultima tecnica, studiata sempre nel 1916 da Dilger, fu impiegata per raggiungere le mandrie di bestiame spagnole e argentine, sempre sfruttando la neutralità di queste nazioni. In particolare, sono registrati casi di infezione di Antrace ai danni di molti cavalli venduti all’esercito francese dalla Spagna e dal Portogallo, nonchè dall’Argentina, analogamente estranea al Primo Confitto Mondiale. Pare infatti che un agente segreto tedesco, Herman Wuppermann, abbia viaggiato su un sottomarino U-Boat dalla Croazia fino all’America del Sud, proprio per riuscire ad infettare gli animali Argentini destinati ai contingenti militari degli Alleati.(5) Infine, i tedeschi provarono anche a diffondere il colera in Italia, la peste a San Pietroburgo e lanciarono bombe biologiche sulla Gran Bretagna. Anche se non esistono prove di alcun genere, viene spontaneo chiedersi se lo stesso virus di influenza Spagnola, che decimò la popolazione europea sopravvissuta alla Grande Guerra nel 1918, non fu in realtà lo zenith raggiunto all’epoca delle letali manipolazioni microbiologiche delle Potenze Centrali. Ad ogni modo, la guerra biologica tedesca rimase sempre avvolta dal mistero e, quel che è peggio, non venne mai ufficialmente riconosciuta – forse a causa del limitato impatto bellico e dell’estrema difficoltà di allora nell’identificare concretamente un simile tipo di offesa biologica. Lo stesso Protocollo di Ginevra, che nel 1925 vietò l’impiego dei gas in guerra, si dimenticò di bandire lo studio e la produzione di armi biologiche, in quanto ancora sconosciute o comunque non meglio identificabili. Il bioterrorismo ha comunque offerto una nuova dimensione alla ricerca scientifica. Le comunità di ricerca si sono attualmente autocensurate e hanno accettato di non pubblicare informazioni ritenute pericolose. Si sono censurate proprio come nel 1939, quando fu scoperto il principio alla base della bomba atomica. Intanto gli Stati Uniti hanno stanziato ingenti fondi per attirare ricercatori e scienziati da tutto il mondo. Proprio come nel 1942, quando iniziò il Progetto Manhattan, quello della bomba atomica. Più scienziati lavorano per il governo statunitense, meno dovrebbero esser reclutati dalle organizzazioni terroristiche nel mondo. E così sulla paura del bioterrorismo, i programmi di difesa hanno moltiplicato esponenzialmente i budget per la ricerca. Se certamente aumenta il controllo e la responsabilità sulla ricerca scientifica in questo campo, si incrementa pari modo la conoscenza di nuove e terribili minacce per il genere umano.


Alessandro Gualtieri


(1)Cosgrove SE, Perl TM, Song X, Sisson SD: Ability of physicians to diagnose and manage illness due to category a bioterrorism agents. Arch Intern Med. 2005 Sep 26;165(17):2002-6.
(2)James Randerson, The Guardian, 14-06-2006 : “Revealed: the lax laws that could allow assembly of deadly virus DNA
- (3)Erhard Geißler: Biologische Waffen - nicht in Hitlers Arsenalen. Biologische und Toxin-Kampfmittel in Deutschland von 1915 bis 1945. Lit-Verlag, Münster, 1999
(4)Robert Koenig: Fourth Horseman: The Tragedy of Anton Dilger And the Birth of Biological Terrorism, PublicAffairs, 2007
(5)Wheelis, M.: In Biological Warfare from the Middle Ages to 1945 – Oxford University Press, New York)


Fanteria francese all'attacco nelle prime fasi del conflitto. Veniva ancora utilizzata la vecchia divisa con pantaloni rossi e giubba blu.
Documento inserito il: 04/01/2015
  • TAG: prima guerra mondiale, grande guerra, bioterrorismo, armi chimiche, distruzione massa, armi batteriologiche, impiego gas, ypres, uso bellico, sperimentazioni
  • http://www.lagrandeguerra.net

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