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Un reggimento di calabresi alla Grande Guerra [ di Giovanni Quaranta ]

Quella della prima guerra mondiale, la Grande Guerra, fu sicuramente la storia più tragica che ancora oggi si possa ricordare tra le storie dei moderni conflitti tra i popoli. La letteratura, sin dalla cessazione delle ostilità, si è ampiamente occupata dell’evento sotto i suoi molteplici aspetti tanto che è pressochè impossibile contare quanti siano stati i testi che nel corso degli anni ne hanno trattato, a vario titolo, le vicende.
La situazione politica europea precedente la guerra vedeva contrapposti due grandi blocchi, la Triplice Alleanza (con Germania, Austria-Ungheria e Italia) e la Triplice Intesa (con Francia, Inghilterra e Russia), ognuno formato da nazioni che covavano sentimenti di odio e di voglia di egemonia verso gli avversari dell’altro blocco.
La situazione era ormai pronta ad esplodere da un momento all’altro e l’occasione fu offerta dall’uccisione avvenuta il 28 giugno 1914 a Sarajevo del principe ereditario austriaco Francesco Ferdinando e della moglie per mano dello studente serbo Princip.
L’Austria accusò la Serbia di complicità nell’omicidio e le inviò un’ultimatum con condizioni inaccettabili, dopodichè il 28 luglio le dichiarò guerra. In aiuto della Serbia accorsero la Russia e la Francia , mentre la Germania si schierò a fianco dell’alleata Austria. Aveva così inizio il grande incendio che avrebbe divampato in Europa e nel mondo.
Allo scoppio della guerra, l’Italia si dichiarò neutrale e non prese parte al conflitto a fianco delle potenze della Triplice Alleanza.[1] Nel paese si andarono formando due correnti: la neutralista e quella interventista; in tutte, però, era alto il desiderio di poter unire all’Italia i territori irredenti di Trento e di Trieste posseduti dall’atavico nemico che era l’Austria. La maggioranza degli italiani era più propensa alla neutralità perchè riteneva che la pace era necessaria al paese per progredire ed inoltre si poteva arrivare ad ottenere il Trentino dall’Austria attraverso trattative diplomatiche. Gli interventisti, invece, sostenevano che soltanto partecipando attivamente avremmo potuto riscattarci ed avere ciò che ci spettava.[2]
Antonio Salandra (Capo del Governo) e Sidney Sonnino (Ministro degli Esteri), mentre si preparava l’intervento, iniziarono degli approcci diplomatici sia con gli Imperi Centrali che con la Francia e l’Inghilterra allo scopo di ottenere promesse soddisfacenti per il completamento dei confini nazionali. Le trattative si conclusero nell’aprile 1915 con il Patto di Londra che impegnava l’Italia a dichiarare guerra all’Austria in cambio, a guerra finita, di notevoli compensi. Ma il Parlamento italiano era per la maggior parte neutralista tanto da costringere il Salandra, favorevole all’intervento, alle dimissioni. Gli interventisti, allora, organizzarono ovunque incandescenti dimostrazioni di piazza[3] tanto che il Re, nella fiducia di interpretare la volontà della nazione, richiamò al governo il Salandra e dichiarò guerra all’Austria (24 maggio 1915).
L’Italia, a questo punto, entra in scena sul triste palcoscenico dove distruzione e morte regneranno sovrane per interi anni.
Questa, che fu sicuramente la guerra della fanteria, vedeva il nostro esercito ancora impegnato a riorganizzare i suoi reparti molti dei quali nascenti dall’eredità dei corpi militari degli stati annessi con l’Unità. I vecchi reparti dello stato sabaudo vennero gradualmente rinumerati ed inquadrati in brigate di due reggimenti che mantenevano gli antichi nomi geografici che quasi sempre ne contraddistinguevano la sede originaria. Le sedi reggimentali furono distribuite su tutto il territorio nazionale ma la gran parte di esse furono mantenute nei pressi dei confini con la Francia perchè in quel periodo si pensava che da lì potessero arrivare i maggiori pericoli per la nazione.
Accanto all’Esercito Permanente (che raggiungeva nel periodo precedente la guerra la forza di 47 brigate di fanteria, pari a 94 reggimenti) si era creata la cosidetta Milizia Mobile, cioè una forza di riserva che poteva essere impegnata in caso di mobilitazione con una forza di altre 26 brigate di fanteria, pari a 52 altri reggimenti. I Distretti Militari avevano il compito della leva e del reclutamento, mentre la vestizione, l’armamento e l’addestramento erano compiti delle sedi reggimentali.
Dal punto di vista politico il problema del reclutamento era molto dibattuto e come tutte le cose all’italiana vedeva contrapposte due scuole di pensiero. La prima reputava opportuno procedere ad una forma di reclutamento nazionale perchè solo così avrebbero avuto modo di amalgamarsi i giovani provenienti da diverse parti della nazione appena formata e tanto diversi tra loro che spesso non riuscivano nemmeno a capirsi a causa dei diversi dialetti parlati. La seconda propendeva per un reclutamento regionale o territoriale che avrebbe portato alla formazione di reparti omogenei per cultura e lingua parlata. La classe politica era favorevole alla leva nazionale, mentre i militari avrebbero preferito quella territoriale.
Nel periodo di pace si optò per la leva nazionale ed ogni reggimento doveva attingere in parti uguali agli arruolati di cinque distretti militari diversi, appartenenti ad altrettante zone militari, così da avere dei reparti con truppe provenienti da tutto il territorio nazionale.
Con la mobilitazione il nostro esercito si trovò in una condizione di carenza di organico, che prevedeva l’assoluta necessità di chiamare alle armi i corpi della riserva onde raddoppiare gli organici esistenti.
Nella formazione dei nuovi reparti si abbandonò il metodo della leva nazionale in quanto avrebbe rappresentato un’impaccio a causa dello spostamento di una così gran massa di uomini e nel contempo avrebbe permesso un notevole risparmio proprio sulle spese di viaggio.
Alla costituzione delle nuove unità di Milizia Mobile dovevano provvedere i Depositi Reggimentali (o centri di mobilitazione) situati nella stessa regione dei distretti ai quali appartenevano i militari.
Tra le 25 brigate di nuova formazione ci fu appunto la Brigata Catanzaro , costituita dal 141esimo Reggimento di Fanteria e dal 142esimo. Il 14 gennaio 1915, presso il deposito del 48esimo Rgt. Fanteria, a Catanzaro Marina nasceva il 141esimo Reggimento Fanteria Milizia Mobile, mentre il 142esimo si formò dal deposito del 19esimo Rgt. Fanteria, a Monteleone di Calabria (attuale Vibo Valentia).
Il primo marzo 1915, la Brigata prese vita a Catanzaro Marina e da Catanzaro ne prese il nome. Ebbe assegnate come mostrine i colori rosso e nero, colori che stanno ad indicare sangue e morte e da essi sorse il motto, mai smentito, Sanguinis mortisque colores gestamus: ubique victores» e cioè Portiamo i colori del sangue e della morte: ovunque vincitori.
Il 141esimo Rgt. ebbe una prevalente fisionomia calabrese poichè calabresi erano la maggior parte degli elementi che lo costituivano.[4] Questo reggimento, nato nell’imminenza della guerra, fu impegnato per oltre due anni sul fronte più duro, quello del Carso, con la sola eccezione di due brevi parentesi, ad Oslavia, in un periodo particolarmente critico del primo inverno di guerra, e sull’Altipiano d’Asiago, nel momento culminante della Strafexpedition.[5] La sua vicenda di guerra, che ne vide la bandiera decorata di medaglia d’oro al valor militare già nella primavera del 1917, è segnata dalla drammatica pagina della rivolta di luglio di quell’anno, chiusa la quale i suoi fanti tornarono a battersi con il valore di sempre, al punto di meritare la citazione sul bollettino di guerra.
La sua storia fu tragica e gloriosa insieme. Un reggimento senza tradizioni, che dopo la guerra sarebbe scomparso dall’ordinamento dell’esercito, per tornare a figurare fugacemente soltanto tra il 1940 ed il 1941 e poi ancora tra il 1975 ed il 1995,[6] è stato sempre protagonista degli eventi bellici e sicuramente è rappresentativo del sacrificio e della gloria della fanteria italiana. I suoi uomini non furono eroi omerici nè cavalieri senza macchia e senza paura e, quantunque probabilmente non avessero mai sentito parlare di Trento e di Trieste, fecero sempre e comunque il proprio dovere uscendo vincitori, insieme con i loro commilitoni, dall’aspra contesa con un esercito che vantava una storia di lunga data.
La fase di preparazione dei reparti risentiva comunque di carenze sia di organico che di armamenti ed emblematica era la mancanza di quelle sezioni mitragliatrici che ogni reggimento doveva avere.[7]
La Brigata Catanzaro all’atto della mobilitazione del 24 maggio 1915 fu dapprima inquadrata nelle truppe a disposizione del Comando Supremo poi, dopo pochi giorni, fu inviata in Friuli dove fu inquadrata in quella Terza Armata che in seguito ebbe l’appellativo di Armata del Carso e che si gloriava di obbedire agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta.
Adolfo Zamboni, glorioso ufficiale del 141esimo di origine ferrarese, nei suoi scritti decantò le doti umane e di combattenti dei calabresi per come egli stesso ebbe modo di conoscerli, ma non mancò di sottolineare le difficoltà che gli stessi riscontravano nei rapporti interpersonali.[8] Ne dipinse un profilo molto attento e preciso con frasi accorate che soprattutto oggi, che ancora si assiste ad una forma di razzismo strisciante e si sente parlare di Repubbliche del Nord, dovrebbero essere incise a lettere d’oro nelle menti di tutti gli italiani.
Piccoli, bruni, curvi sotto il peso del grave fardello, scesero alle stazioni delle retrovie e si incamminarono verso le colline Carsiche gli umili fantaccini della remota Calabria, la forte terra dalle montagne boscose e dai clivi fioriti dove pascolano a mille i placidi armenti. Chiamati lontano dalla Patria in armi, questi poveri figli di una regione abbandonata lasciarono le loro casette sperdute tra i monti, abbandonarono i campicelli e le famiglie quasi prive di risorse e vennero su nelle ricche contrade che il nemico mirava dall’alto, bramoso di conquista e di strage. Percorsero tutta la penisola verdeggiante e sostarono nelle trincee scavate nella roccia e bagnate di sangue.
Fieri e indomiti, cresciuti nella religione del dovere e del lavoro, i Calabresi non conobbero la viltà, non coltivarono nell’animo gagliardo il germe della fiacchezza: alla Patria in pericolo consacrarono tutta l’energia dei loro rudi cuori, tutto il vigore delle floride vite. Apparivano selvaggi, ed erano pieni d’affetti nobilissimi; sembravano diffidenti, ed aprivano tutto il loro animo a chi sapeva guadagnarsi il loro amore; all’ingenuità ed al candore quasi puerili univano il coraggio e la risolutezza dei forti. Un piccolo servigio, una cortesia usata loro, ve li rendeva fedeli fino ad affrontare per voi con indifferenza il pericolo.
I compagni d’arme delle regioni del Nord, dividendo un vecchio pregiudizio, per il quale i fratelli dell’Italia inferiore erano considerati alquanto retrogradi e selvaggi, guardarono da principio con una certa noncuranza sdegnosa quei soldatini dalla parlata tanto diversa e così schivi di convenzioni; terra mata e terra da pipe erano gli appellativi che talvolta scherzosamente venivano indirizzati ai modesti gregari nati e cresciuti nelle terre del meridione. Però, quando la fama incominciò a diffondersi e a divulgare il loro valore e la loro audacia; quando si videro quei forti campioni muovere decisamente e costantemente all’assalto sanguinoso di posizioni inespugnabili; quando infine seppe l’ecatombe offerta dal popolo dell’Italia negletta, allora in tutto il Paese nostro si levò una voce concorde di ammirazione e di plauso e si benedirono quelle coorti di giovani dalla salda fede e dal fervido entusiasmo
.
Numerosissime furono le località che videro in azione i Reggimenti della Brigata Catanzaro, ma, sicuramente, una menzione particolare la merita il Monte Mosciagh. Questo monte fu scenario di aspre lotte nelle quali la Brigata fu decimata,[9] e legò indissolubilmente il proprio al nome del 141esimo dopo l’operazione del 27 maggio 1916. La stessa si svolse in un momento molto difficile del conflitto e portò il 141esimo Fanteria agli onori della cronaca ed ebbe eco in tutta la nazione.
I nostri fanti recuperarono alcuni pezzi d’artiglieria da una posizione ancora tenuta dagli Austriaci sulla vetta della montagna, e dopo circa due ore di attacchi alla baionetta, riuscirono a cacciare definitivamente il nemico dalle posizioni iniziali conquistandone in definitiva anche l’armamento.
L’episodio meritò la seguente citazione sul Bollettino di Guerra del 29 maggio 1916 n.369 a firma del Gen. Cadorna: Sull’altopiano di Asiago, le nostre truppe occupano attualmente, affermandovisi, le postazioni a dominio della conca di Asiago. Un brillante contrattacco delle valorose fanterie del 141esimo reggimento (Brigata Catanzaro) liberò due batterie rimaste circondate sul M. Mosciagh, portandone completamente in salvo i pezzi. La cosa fu ripresa dalla stampa nazionale dell’epoca tanto da meritare la prima pagina sulla Domenica del Corriere che con una bella illustrazione di A. Beltrame fece conoscere all’Italia intera come Un brillante contrattacco dei valorosi calabresi del 141esimo fanteria libera due batterie rimaste circondate sul monte Mosciagh.
Da questo glorioso fatto d’arme il 141esimo ne trasse quello che da allora fu il suo motto: Su Monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone.
Tra le pagine della storia della Brigata Catanzaro, però, ve ne sono alcune tra le più tristi dell’intera storia del nostro esercito. Era il 27 maggio del 1916 e la Brigata era stata trasferita da alcuni giorni sull’Altopiano di Asiago. I tragici avvenimenti che culminarono con la fucilazione di 12 militari si svolsero sulle pendici del Mosciagh e furono la conseguenza dello sbandamento in condizioni difficili di quasi tutta la 4a compagnia del 141esimo. Il Col. Attilio Thermes, comandante del reggimento, in ottemperanza alle disposizioni emanate dal Comando Supremo, ordinò l’esecuzione sommaria senza processo per un sottotenente, tre sergenti ed otto militari di truppa da estrarre a sorte nella ragione di uno a dieci. Per questo ordine il Col. Thermes fu il primo ufficiale italiano ad essere citato in un Ordine del giorno del Comando Supremo[10] e questo non per un glorioso fatto d’arme ma per aver fatto fucilare i propri soldati! In realtà la brigata si comportò piuttosto bene nei combattimenti di quei difficili giorni e non meritava un tale trattamento, dovuto in buona parte al fatto che i successi austro-ungarici facevano perdere la testa ai comandi.
Questo episodio, comunque non intaccò il morale della Brigata che continuò sempre e comunque a fare il proprio dovere tanto che S.M. il Re, con decreto del 28 dicembre 1916, concesse motu proprio alla bandiera del glorioso 141esimo Reggimento la Medaglia d’Oro al valor militare con questa motivazione: Per l’altissimo valore spiegato nei molti combattimenti intorno al San Michele, ad Oslavia, sull’Altopiano di Asiago, al Nad Logem, per l’audacia mai smentita, per l’impeto aggressivo senza pari, sempre e ovunque fu di esempio ai valorosi (luglio 1915 – agosto 1916).[11] Anche la bandiera del 142esimo ebbe la sua meritata decorazione con la concessione della Medaglia d’Argento al valor militare.[12]
Diversi mesi dopo, i soldati dei due reggimenti della Catanzaro furono protagonisti della più grave rivolta nell’esercito italiano durante il conflitto. Questo triste episodio si svolse a Santa Maria La Longa dove la brigata era stata acquartierata a partire dal 25 giugno 1917 per un periodo di riposo. La notizia di un nuovo reimpiego nelle trincee della prima linea fece, pian piano, montare quella che in poche ore sarebbe diventata una vera e propria rivolta. I comandi, avendo avuto notizia da informatori di quanto doveva accadere fecero infiltrare nei reparti alcuni carabinieri travestiti da fanti e si era disposta la dislocazione di più di cento carabinieri nelle immediate vicinanze. Alle ore 22 del 16 luglio 1917 iniziò il fuoco che durò tutta la notte. I caporioni di ogni reggimento assaltarono i militari dell’altro inducendo gli stessi ad ammutinarsi e ad unirsi a loro. Molti caddero morti sotto il fuoco dei rivoltosi, altri ne rimasero feriti. Appena il Comando d’Armata ebbe notizia di quanto stava avvenendo dispose le opportune contromisure inviando sul posto altri carabinieri su autocarri, quattro mitragliatrici, due autocannoni e con il preciso ordine di intervenire in modo fulmineo e con estremo rigore. La lotta durò tutta la notte e cessò all’alba dopo l’intervento degli ufficiali della brigata e dei carabinieri con mitragliatrici ma, soprattutto, dopo l’arrivo ed il posizionamento degli autocannoni. Sedici militari presi ancora con l’arma scottante furono immediatamente condannati alla fucilazione. A questi avrebbero dovuto aggiungersi altri 120 uomini, ma per limitare le fucilazioni si dispose di procedere al sorteggio del decimo di essi e, quindi, altri 12 si andarono ad aggiungersi alla lista. I 28 militari furono fucilati immediatamente nel cimitero di Santa Maria, alla presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento.
Dopo questo spiacevole fatto, i fanti della Catanzaro intrapresero la loro marcia verso il fronte dove continuarono a battersi per il resto del conflitto con la grinta e la disciplina che avevano sempre dimostrato, tanto da ottenere una seconda citazione sul Bollettino di Guerra del 25 agosto 1917 nel quale si riportava che: Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl’incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89esimo- 90esimo), Catanzaro (141esimo -142esimo) e Murge (259esimo e 260esimo).
Gli ultimi mesi della guerra furono trascorsi dallo stremato 141esimo nelle retrovie del Piave, a disposizione del Comando Supremo, dove in ottobre si incominciò a trasferire ed attraverso una serie di marce raggiunse Mestre nei giorni della vittoria.
Tutta la Brigata Catanzaro si imbarcò a Venezia sulla nave Re Umberto il 15 novembre 1918 ed il 17 successivo sbarcò in una Trieste festante. La meta radiosa dei suoi cruenti sacrifici era raggiunta.
Per oltre un anno il 141esimo ne rimase a presidiare la città, ospitato nella caserma Oberdan, fino a quando venne disciolto. Il 21 giugno 1920, nella caserma Cernaia di Torino, il cappellano militare Can. Chelli salutò con un appassionato discorso l’amata bandiera che i fanti baciarono ad uno ad uno, con le lacrime agli occhi. Il glorioso vessillo, adorno del più alto segno al valor militare, si inchinò l’ultima volta davanti alla tomba del Milite Ignoto e fu collocato ’là dove si conservano le più fulgide reliquie della Patria.[13] Lo scioglimento del Reggimento, però non cancellò il ricordo delle gesta dei suoi uomini, e lo stesso Duca d’Aosta ebbe modo qualche anno più tardi di dire: … ho sempre nel cuore questa magnifica legione di prodi che dalla terra di Calabria trasse la tenacia e l’anima pugnace.
A conclusione, è doveroso rivolgere l’ultimo ricordo all’impegno di tutti i calabresi di ogni arma e specialità che contribuirono in modo determinante alla vittoria finale. Nell’immane tragedia della Grande Guerra ne perirono 20.046. Fino all’anno 1923, le medaglie al valore militare individuali concesse ai calabresi ammontavano a 2.884, così distinte: 12 M .O., 980 M .A., 1.565 M .B., 8 croci militari di Savoia, 319 croci di guerra al valore; delle quali 1.711 a ufficiali e 1.173 a sottufficiali, graduati e militari di truppa. Le medaglie d’oro erano equamente distribuite tra le 3 antiche provincie calabresi.
Altre decorazioni furono concesse alle bandiere di Reggimenti mobilitati nei Depositi della regione calabrese, con militari in buona parte nati in Calabria.
Oltre a quelli della Brigata Catanzaro (141esimo Rgt. Medaglia d’Oro e 142esimo Medaglia d’Argento), possiamo ricordare quelli della Brescia (19esimo e 20esimo) che ebbero due M.A. ciascuno; quelli della Ferrara (47esimo e 48esimo) che furono decorati entrambi della M.O.; quelli della Udine (95esimo e 96esimo) che ebbero entrambi una M.A.; quelli della Jonio (221esimo e 222esimo) che ebbero la M.B. e quelli della Cosenza (243esimo e 244esimo) che ebbero la M.A .
A tutti loro deve andare il nostro ringraziamento per aver tenuto alto il nome delle Genti di Calabria ed aver vinto, oltre alla guerra dichiarata, anche quella non dichiarata (e per questo non meno importante) dei pregiudizi che da sempre affliggevano i calabresi ed i meridionali in genere.

Giovanni Quaranta

Bibliografia

-Basilio Di Martino, La Grande Guerra della Fanteria 1915-1918, Gino Rossato Ed., Valdagno, 2002.
-Adolfo Zamboni, Fasti della Brigata Catanzaro Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra, Guido Mauro Ed., Catanzaro, 1933.
-Roberto Mandel, Storia popolare illustrata della grande guerra 1914-1918 – Parte Terza: L’anno d’angoscia (1916), Armando Gorlini Ed., Milano, 1933
-Roberto Mandel, Storia popolare illustrata della grande guerra 1914-1918 – Parte Quarta: L’anno terribile (1917), Armando Gorlini Ed., Milano, 1934.
-Marco Pluviano-Irene Guerrini, Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, Paolo Gaspari Ed., Udine, 2004.
-Salvatore Pagano, Le Medaglie d’Oro calabresi, Stab. Tipografico La Giovane Calabria , Catanzaro 1923.
-Attilio Gallo Cristiani, Guerrieri ed eroi nazionali di Calabria, Tip. F.Chiappetta, Cosenza, 1949.
-Luigi Amedeo de Biase, Le cartoline delle Brigate e dei Reggimenti di fanteria nella guerra 1915-1918, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1993.
-La Domenica del Corriere (supplemento illustrato del Corriere della Sera), Anno XVIII n.24 (11-18 Giugno 1916).

Note
[1] Questa, che era un’alleanza di tipo difensivo, impegnava gli stati aderenti ad accorrere in difesa degli alleati in caso di attacco da parte di altre nazioni, ed inoltre l’Austria a non provocare mutamenti nella penisola balcanica senza il consenso italiano. Invece, fu proprio l’Austria a dichiarare per prima guerra alla Serbia ed il tutto senza neanche consultare l’Italia che, pertanto, si ritenne libera da impegni e proclamò la sua neutralità.
[2] Il capo dei neutralisti era l’ex capo del governo Giovanni Giolitti, mentre tra gli interventisti spiccavano le figure di Cesare Battisti e di Gabriele d’Annunzio.
[3] Emblematica fu la partecipazione di Gabriele d’Annunzio ad una dimostrazione interventista che si svolse il 5 maggio 1915 a Quarto dei Mille ove tenne un infuocato discorso a favore dell’entrata in guerra dell’Italia.
[4] La 1a, 2 a , 3 a e 4 a Compagnia erano di Catanzaro, mentre l’8 a, 9 a , 10 a , 11 a e 12 a erano di Reggio Calabria. Massiccia fu anche la presenza di siciliani e di pugliesi.
[5] Sul fronte italiano del Trentino l’Austria preparò una grande offensiva che con insolenza chiamò Strafe-Expedition, cioè spedizione punitiva, come se volesse punirci per l’abbandono della Triplice Alleanza. L’attacco, che fu preceduto da un infernale bombardamento di grossi cannoni, vide in una prima fase il predominio degli austriaci che sfondarono le linee italiane. Ma gli italiani riuscirono a resistere e la successiva controffensiva fece fallire l’attacco austriaco portando alla conquista di Gorizia.
[6] Nel 1940, i due reggimenti di fanteria denominati 141esimo e 142esimo Catanzaro, insieme con il 203esimo Rgt. Artiglieria, andarono a formare quella che fu la 63a Divisione di fanteria Catanzaro. Il solo 141esimo fu ricostituito in seguito alla ristrutturazione dell’esercito del primo ottobre 1975, inquadrato nella forza della Brigata Motorizzata (e poi Meccanizzata) Aosta e dislocato presso la caserma Cascino di Palermo.
[7] Per ogni reggimento erano previste tre sezioni mitragliatrici. I due reggimenti della Catanzaro ne avevano soltanto una a testa. Non era diversa la situazione per gli altri reparti. Solamente i due reggimenti granatieri erano al completo delle tre sezioni previste, i 94 reggimenti di fanteria dell’Esercito Permanente se ne dividevano 188, a fronte di un’esigenza complessiva di 282, ed i 51 reggimenti di Milizia Mobile ne avevano in tutto 12 su 153. La Catanzaro doveva quindi ritenersi più fortunata di altre brigate di nuova formazione, ma come la storia ci dimostrò in seguito non fu così: proprio la Catanzaro insieme con i granatieri furono tra i reparti maggiormente impegnati nel corso del conflitto.
[8] Il S.Ten. Zamboni si prodigò per fare sempre il suo dovere e per farlo fare al meglio ai suoi uomini, per la gran parte valorosi ma irrequieti contadini del Sud (tirar fuori una parola chiara da questi benedetti Calabresi era una impresa disperata, scrisse), che trattava con severità, ma a cui cercava anche, rincuorandoli ed aiutandoli, di lenire i disagi interiori e a cui sapeva dare fiducia e infondere sicurezza. Infatti, come testimoniato anche dalle motivazioni delle decorazioni, egli sapeva come guadagnarsi l’affetto e la fedeltà dei suoi soldati e come farsi da loro obbedire.
[9] Il Pagano, a proposito del Sottotenente Gaetano Alberti da Mormanno (CS), una delle Medaglie d’Oro calabresi, appartenuto al 142esimo Rgt. Fant. caduto il 26 luglio 1915 sul Carso, così recita: … egli vive nelle trincee del Carso tra i suoi soldati, tra i fanti della Catanzaro, della gagliarda Brigata Calabrese, che nella guerra immane si è sbrandellata in carneficine cruenti ed in soste doloranti su per i gironi infernali del Carso, in assalti superbi sul Mosciagh conteso, preso e perduto, ripreso e riperduto e riconquistato, baluardo orrendo ed ultimo, elevato dai petti possenti dei Calabresi, alla travolgente offensiva austriaca del Trentino nel 1916 . Altri atti di eroismo si svolsero in concomitanza di azioni a stretto contatto con il 141esimo. Il Pagano ci riporta il racconto di un altro calabrese insignito di Medaglia d’Oro, il Maresciallo Maggiore Angelo Cusmano da Molochio (RC), a proposito dell’operazione del giugno 1916 sul Monte Lemerle che le valse la decorazione. L’eroe della Brigata Forlì, nel ricordo di quanto successe, testimonia ancora una volta il sacrificio dei fanti del 141esimo. Raggiunta la cima del Monte Lemerle trovò uno dei battaglioni del 141esimo ridotto a circa una compagnia impiegato a difendere una posizione resa difficile dall’infiltrazione dei nemici. Trovò solo due ufficiali: un Capitano affetto da dolori reumatici e impotente a muoversi ed un Sottotenente ferito in modo non grave.
[10] Addito ad esempio - si legge in un ordine del giorno del 22 giugno 1915 - il colonnello del 141esimo fanteria Thermes cav. Attilio che la sera del 26 maggio alle falde del monte Mosciagh non esitò a prendere immediatamente le più energiche misure di rigore contro alcuni sbandati che disertavano il loro posto d’onore... Gli tributo perciò un encomio solenne che porto a conoscenza di tutto l’esercito perchè la sua energica ed esemplare condotta sia d’incitamento a tutti.... È la prima volta che Cadorna parla di un subordinato come di un eroe, elogiandolo per aver fatto fucilare un sottotenente, tre sergenti e otto soldati italiani!
[11] Per l’eroismo dimostrato durante la Grande Guerra furono decorate di M.O. al valore militare le bandiere dei due reggimenti granatieri e di 24 reggimenti di fanteria, tra i quali per due volte quelli della Brigata Sassari. Soltanto nove la ottennero però durante il corso delle operazioni e tra questi vi fu il 141esimo.
[12] Alla bandiera del 142esimo Fanteria fu concessa la M.A. con la seguente motivazione: Per il valore spiegato nei combattimenti intorno a Castelnuovo del Carso e Bosco Cappuccio; sull’altopiano di Asiago, al San Michele, nella regione di Boschini e a Nad Logem; per lo spirito aggressivo e l’alto sentimento del dovere sempre dimostrati (luglio 1915 – agosto 1916).
[13] Nel museo dell’Altare della Patria, detto Vittoriano, a Roma.

Il seguente articolo è stato pubblicato su Calabria Sconosciuta, Anno XXVIII n. 106 Aprile-Giugno 2005.

Nell’immagine, le mostrine rosso-nere della Brigata Catanzaro, 141esimo e 142esimo reggimento fanteria.
Documento inserito il: 04/01/2015
  • TAG: prima guerra mondiale, grande guerra, brigata catanzaro, triplice alleanza, intesa, fanteria, organizzazione, regio esercito, fronte isonzo, carso, Oslavia, altipiano asiago, ricompense valore, linea piave
  • http://www.polistenaonline.it/catanzaro.htm

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