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I Forti del Friuli nella Grande Guerra [ di Marco Pascoli ]

Il Friuli è da sempre una terra di confine dove, negli ultimi tredici secoli, si sono confrontate tre grandi stirpi europee: quella latina, quella slava e quella germanica. La peculiarità storica e geografica ha assegnato alla regione un’inequivocabile “vocazione militare”, della quale ancora oggi si apprezza articolate vestigia, come i castelli medioevali, i manieri dell’età moderna, le tracce delle due Guerre Mondiali. Ivi emerge l’argomento su cui ci soffermiamo: il sistema fortificato approntato dal Regio Esercito nel Primo Anteguerra ed il ruolo ricoperto nel conflitto 1915 – 1918. Agli esordi del XX Secolo il Regno d’Italia aveva provveduto a munire in maniera permanente i propri confini di terra ed i siti più importanti delle estese coste peninsulari. La catena fortificata alpina punteggiava di calcestruzzo l’arco montano che dalla Liguria si protende sino al Cadore, confinando con Francia, Svizzera e Austria-Ungheria. Ciò detto, unica nell’ambito del Regno sabaudo, la pur nevralgica regione friulana giaceva sguarnita, avendo i vertici militari d’Italia già individuato sul Fiume Piave la barriera su cui imbastire la difesa in caso d’attacco austro-ungarico proveniente dalle vallate nord-orientali. In Friuli, insomma, esistevano solo poche obsolete “cittadelle” (Osoppo e Palmanova) e sparute caserme di montagna.
Tuttavia, all’alba del Novecento l’occlusione diretta delle secolari direttrici di penetrazione della Val Padana (il Canal del Ferro e la “Porta del Vipacco”) divenne un’urgenza strategica non procrastinabile, sebbene il Regno d’Italia fosse vincolato dalla Triplice Alleanza con Duplice Monarchia e Impero Germanico.
Nel 1904, dopo lunghi studi e potendo finalmente impegnare apprezzabili risorse finanziarie ad hoc, l’esercito italiano avviò l’imponente fortificazione del Friuli. Nel 1913, dopo fasi alterne, circa quaranta opere guarnivano a difesa la fascia territoriale che insisteva sul Fiume Tagliamento.
La Piazzaforte friulana si suddivideva in:
1)Alto Tagliamento:
presidiava gli sbocchi delle Valli del Fella e del Tagliamento, con i Forti di Chiusaforte, Monte Festa, Osoppo, Monte Ercole e vicine batterie ausiliarie; le strutture del Monte Miaron e del Col Rementera assicuravano la sinergia con il “Ridotto Cadorino”.
2)Medio Tagliamento:
incentrato sulla cintura morenica (installazioni di Monte Bernadia, Buja, Tricesimo, Santa Margherita, Fagagna, Col Roncone, Buja, Monte Faeit e Colloredo) e sulla Testa di ponte di Ragogna-Pinzano, copriva gl’importanti ponti situati nel baricentro del maggior fiume friulano, Cornino, Pinzano e dal 1916 in poi anche Pontaiba.
3)Basso Tagliamento:
costituito dalle Teste di ponte di Codroipo e Latisana, articolate su cinque siti permanenti ciascuna a protezione dei rispettivi viadotti.
Il complesso doveva rivelarsi in grado di trattenere un’eventuale invasione per il lasso temporale necessario alla mobilitazione generale delle Forze Armate. Le reti delle postazioni, talvolta i singoli forti, erano serviti da magazzini, riserve, logistica, alloggi, strade di arroccamento studiati per affrontare gli “assedi” moderni nella misura più indipendente possibile. Naturalmente, i siti si avvalevano anche di variegati strumenti di comunicazioni con l’esterno e con gli altri forti.
Le tipologie degli impianti fortificatori sono così riassumibili:
1)Le caserme alpine (1890 – 1913):
poderosi edifici atti ad accogliere circa centocinquanta uomini, eretti in luoghi aspri, presidiavano alture di grande valore tattico. Nello scacchiere giulio-carnico una linea intermittente di ricoveri correva dal Cadore alle Valli del Torre ed oltre; questi spesso vennero definiti “ospedali” per eludere l’accordo di non costruire edifici “bellici” nelle prossimità dei confini tra gli Stati legati dalla Triplice Alleanza. I ricoveri non appartenevano in senso stretto alla Piazzaforte, pur in pratica presidiando l’area antistante alle fortezze e costituendo loro potenziali ausili.
2)Le fortezze di prima generazione (1904 - 1906):
caratterizzate da un’anima corazzata in calcestruzzo, dotata di quattro pezzi d’artiglieria di medio calibro su cupole e circondata da ampi casermaggi, magazzini e percorso trincerato deputato alla difesa ravvicinata. Situati su rilievi dominanti precisi siti strategici, valorizzavano il carattere dell’autosufficienza.
3)I fortilizi di seconda generazione (1909 - 1914):
strutturati su un massiccio blocco corazzato a uno o due piani, lungo circa 60 metri e largo una trentina, armato con quattro o sei pezzi da 149 mm su cupole corazzate e supportato da più discreta logistica, erano privi di poderosi trinceramenti per la difesa ravvicinata, ancorché fossero protetti da un fossato protettivo, tenuto in scacco da postazioni per mitragliatrici, oltre che da trincee esterne in terra. Ogni opera era sussidiaria ai fortilizi vicini, con i quali dava vita a delle ampie teste di ponte. Questa tipologia rappresentava la più moderna concretizzazione del modello teorico elaborato nel finire dell’800 dal Generale del Genio Enrico Rocchi.
4)Le batterie “in barbetta” (1908 – 1913):
atte ad accogliere quattro medi calibri schierati all’aperto, su cingoli o su perno, a tergo di una scarpata artificiale. Si presentavano supportate da bunker blindati, polveriere interrate, varie infrastrutture logistiche e talvolta trincee per la difesa ravvicinata. Dislocate su prominenze naturali, erano spesso concepite in sistema con una vicina area fortificata.
La gittata delle artiglierie con cui risultavano munite le fortezze friulane era di circa 10 km per il cannone da 149 mm in ghisa, di oltre 16 km per il cannone da 149 mm in acciaio, di circa 8 km per i pezzi da 120 mm ed ancora minore per i cannoni da montagna che spesso venivano assegnati quale dotazione di appoggio.
Le coperture corazzate in calcestruzzo e le cupole dei forti italiani potevano resistere fisicamente ai piccoli ed i medi calibri, ma non alle artiglierie pesanti d’assedio, il cui ingresso in scena non era stato ipotizzato dallo Stato Maggiore del Regio Esercito. Queste enormi strumenti di distruzione apparsero alla vigilia della Grande Guerra, allorché l’industria tedesca forgiò obici, cannoni e mortai dal calibro 305 mm, 280 mm, 380 mm, 405 mm, 420 mm, capaci di demolire una fortezza con pochi colpi messi a segno. I Forti del Friuli, dunque, risultarono tecnicamente sorpassati sin dal giorno della propria inaugurazione! Ma non solo: la nascita degli eserciti di massa tipici del Primo conflitto mondiale, operativi su fronti pressoché ininterrotte, avrebbe sancito il superamento strategico della tradizionale fortificazione permanente e decretato l’utilizzo di difese fisse più simili a campi trincerati campali, almeno in ordine alla sistematica costruttiva e organizzativa.
Ciononostante, la piazzaforte friulana finalmente andava ad occludere in modo pesante il confine nord-orientale dello Stato sabaudo, preoccupando l’apparato militare austro-ungarico. Infatti, questo scatenò un’azione d’intelligence tanto valida da porre l’Evidenz Buereau in grado di stilare, già nel 1911, precisi compendi grafici indicanti posizione e tipologia delle singole opere edificate in Friuli dall’esercito di Roma.
Il 24 maggio 1915 il Regno d’Italia aprì le ostilità contro la Duplice Monarchia. Sin dall’esordio, i forti friulani si trovavano troppo distanti dal fronte per intervenire nei combattimenti: nemmeno i pezzi da 120 mm del caposaldo di Chiusaforte, il più vicino alle prime linee, esprimevano un raggio d’azione sufficiente a bombardare le postazioni avversarie.
La lontananza dai campi di battaglia, l’esigenza di bocche da fuoco da dirottare a supporto dei reparti operativi ed il carattere obsoleto della fortificazione permanente (confermato sul campo nel giugno 1915, quando il tiro austriaco smantellò il Forte Verena, sull’Altopiano di Asiago, annientandone la guarnigione), suggerirono al Comando Supermo di disarmare le fortezze friulane. In seguito a questa direttiva, destinata ad essere amaramente rimpianta di lì a due anni, dall’estate del 1915 in poi la maggior parte degl’impianti venne privata di cannoni e munizionamento, eccezion fatta per talune opere della Piazzaforte “Alto Tagliamento”. La barriera nord-orientale perse la propria efficienza difensiva, mentre i suoi baluardi si videro de facto degradati a centri logistici arretrati, dove gli unici pezzi attivi erano i cannoncini postati in funzione contraerea. Nei primi due anni di guerra le fortezze del Tagliamento vennero presidiate dagli uomini del 7° e 8° Reggimento Artiglieria da Fortezza, oltre che da unità di Milizia Territoriale. La competenza fu ripartita tra la “Zona Carnia” (Piazzaforte Alto Tagliamento), la II Armata (Piazzaforte Medio Tagliamento) e la III Armata (Piazzaforte Basso Tagliamento). Tra il 1916 ed il 1917 i poc’anzi citati Comandi, di concerto con l’Intendenza Generale del Genio, con lo Stato Maggiore e con i vertici delle singole Piazzeforti, vararono una campagna di lavori diretta alla strutturazione di una linea di resistenza lungo il Fiume Tagliamento. Essa doveva rappresentare la quarta e ultima fronte difensiva delle Grandi Unità impegnate sull’Isonzo ed in Carnia: si costruirono trincee, difese campali, strade, mulattiere, interruzioni a mina, postazioni per artiglierie inserite tra i forti permanenti, in modo da adeguare la “Linea del Tagliamento” alle nuove esigenze belliche. Tuttavia non si reperirono abbastanza risorse per dotare il progetto difensivo di reticolati, artiglierie, appropriate quantità di munizionamento; né si ultimò le opere pianificate, né si riarmò i forti, né, come aveva ipotizzato il Generale Cadorna, si dislocò alcun Corpo d’Armata di riserva a cavallo del maggior fiume friulano.
24 ottobre 1917: Battaglia di Caporetto. Con lo sfondamento austro-germanico dell’ala sinistra della II Armata italiana, l’organizzazione regia entrò in crisi. Sin dal secondo giorno dell’offensiva, quando appariva oramai chiaro che le avanguardie imperiali sarebbero sboccate nella pianura a est di Udine, Cadorna impartiva l’ordine di immediata attivazione della Linea del Tagliamento.
Contemporaneamente, disponeva la “resistenza ad oltranza” per i Forti del Monte Festa e Chiusaforte, per la Batteria di Monte Sflincis, per la Testa di ponte di Ragogna, per le posizioni campali presso Tolmezzo, Trasaghis, Cornino e Codroipo, mentre inviava un Corpo d’Armata Speciale sul Medio Tagliamento, la 63^ Divisione allo sbocco dal Val Fella, altre retroguardie dinnanzi ai ponti del Basso Tagliamento.
Il disegno strategico del Comando Supremo era chiaro: ingaggiare sul Tagliamento, peraltro in piena, una battaglia difensiva che imbrigliasse l’avanzata nemica così da consentire al grosso del Regio Esercito di ripiegare dietro il fronte Monte Grappa – Piave – Mar Adriatico, sotto lo scudo protettivo delle retroguardie. L’intervallo temporale guadagnato col sacrificio delle retroguardie avrebbe altresì permesso una migliore preparazione del costituendo campo trincerato del Piave.
Negli ultimi giorni di ottobre i combattimenti investirono le fortificazioni più esposte dell’Alto Tagliamento, come l’opera di Chiusaforte e la batteria di Monte Sflincis, caduti in mano imperiale rispettivamente il 29 ed il 30 ottobre 1917. Proprio il 30 ottobre 1917, la 14^ Armata austro-germanica premeva dinnanzi alla valle del maggior fiume friulano, affiancata a nord-ovest dalla K.u.K. 10^ Armata e dalle due “Isonzo Armeè” a sud-est.
Abbandonati lo sbarramento di Ospedaletto-Monte Ercole, il forte di Osoppo e la “tenaglia” esterna del Medio e Basso Tagliamento (costituita da oltre quindici caposaldi permanenti), la difesa italiana si imperniò sul Forte del Monte Festa e sulle trincee scavate alle falde orientali delle Prealpi Carniche, sulla Testa di ponte di Ragogna, sui trinceramenti e sugli argini del Basso Tagliamento.
Sino al 4 novembre, quando lo sfondamento austro-germanico presso Cornino e Pontaiba impose la ritirata generale al Piave, le retroguardie del Regio Esercito si sacrificarono in sanguinose resistenze lungo l’intero corso del maggiore fiume friulano. Nel mentre, milioni di soldati e centinaia di migliaia di profughi riuscirono a portarsi oltre il Piave, dove i genieri stavano febbrilmente lavorando alla costruzione di trincee, bunker e postazioni difensive. Lungi dall’essersi rivelate inutili, le opere costruite nel “cuore del Friuli” furono scacchiere di un’operazione che incise sugli esiti stessi della guerra mondiale: la Battaglia del Tagliamento.
Con l’occupazione imperiale del Friuli, talune fortezze furono adibite dagli austro-ungarici a depositi e casermaggi, altre non conobbero invece riutilizzazione. L’esercito asburgico, nell’estate 1918 abbozzò un campo trincerato a protezione della Valle del Tagliamento, che in concomitanza dell’ultima battaglia della Grande Guerra non risultava concluso. Quando l’avanzata italiana seguita all’attacco di Vittorio Veneto dilagò in Friuli, gli asburgici non furono in grado di impostare alcuna battaglia di contenimento sulle fortificazioni del Tagliamento, in ragione della oramai terminale situazione politico-strategica in cui versava l’Impero. Tuttavia, gli ultimi caduti del conflitto perirono, in frammentari combattimenti, proprio nei dolci territori situati a ridosso del maggior fiume friulano: era il 4 novembre 1918.

Oggi il patrimonio rappresentato dai forti conosce una valorizzazione rispettosa del significativo carico di memoria che rappresenta. Si segnala il Museo della Grande Guerra di Ragogna quale punto di riferimento della ricerca storica sulla tematica delle fortificazioni e della Battaglia del Tagliamento. Orari di apertura: martedì, giovedì e sabato dalle 15.30 alle 18.00; su prenotazione, anche fuori orario.
Documento inserito il: 04/01/2015
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