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1915: pochi chilometri guadagnati, 200mila uomini perduti [ di Maury Fert ]

Il 24 maggio 1915 è per l'Italia la prima giornata di guerra. Sono soltanto notizie d'avanzata quelle che caratterizzano le primissime settimane d'operazioni: il confine militare austriaco è infatti sensibilmente arretrato rispetto a quello politico che era stato stabilito nel lontano 1866.
Ben presto tuttavia, non appena il piano strategico di Cadorna accenna a svilupparsi, il nostro iniziale balzo in avanti va ad urtarsi contro la salda difesa dell'avversario. E' solo allora che la guerra mostra i suoi aspetti più crudi. Il valore degli uomini e l'inadeguatezza dei mezzi concorrono a far salire subito a cifre altissime il nostro contributo di sangue.
E' di questa prima fase della guerra uno degli episodi più fulgidi: la conquista del Monte Nero. Con i suoi 2245 metri la vetta domina la riva sinistra dell'Isonzo tra la Conca di Plezzo e quella di Tolmino, nella zona di operazioni della 2a Armata.
A mezzanotte del 15 giugno una compagnia del Battaglione Alpino "Exilles" scala la montagna, sorprende le vedette nemiche e piomba sulla guarnigione al grido di "SAVOIA". Il combattimento è feroce ma alla fine resta nelle nostre mani.
Quasi contemporaneamente altri reparti occupano combattendo le alture circostanti. Il Monte Nero va ad aggiungersi alle nostre conquiste più rilevanti: Monfalcone, occupata il 9 giugno dai Granatieri, Plava sul fronte isontino, Monte Altissimo, il Coni Zugna, il Pasubio sul fronte tridentino, Cortina D'Ampezzo e le Tofane in Cadore, dove un mese più tardi, il 22 luglio, morirà colpito da un cecchino austriaco la leggendaria figura del Gen. Antonio Cantore.
E' verso il settore carsico che tuttavia è stato fissato il nostro obiettivo principale.
Il 23 giugno il fronte della 2a e della 3a Armata è in fiamme: comincia la Ia Battaglia dell'Isonzo.
Per 14 giorni consecutivi le fanterie italiane muovono all'assalto delle posizioni indicate: le difese del Tolmino e il campo trincerato di Gorizia da un lato, le falde dell'Altopiano Carsico oltre l'Isonzo tra Sagrado e Mainizza dall'altro.
I progressi non sono rilvanti e sempre pagati con alto prezzo di sangue. Quando il 7 luglio la battaglia è considerata conclusa, l'amaro bilancio è di 1916 morti, 11495 feriti, 1550 dispersi, 110 prigionieri. Il tutto per esigue strisce di terreno che per di più lasciano in molti casi le noste truppe arroccate in posizioni precarie.
La 3a Armata che aveva passato l'Isonzo a sud di Gradisca viene a trovarsi col fiume alle spalle: occorre assolutamente guadagnare spazio territoriale e raggiungere almeno l'altopiano. Si scatena così la IIa Battaglia dell'Isonzo.
Mentre la 2a Armata deve attaccare il Sabotino e la soglia goriziana, alla 3a è affidato l'incarico di progredire sul Carso, avendo come obiettivo principale il San Michele.
I combattimenti infuriano dal 18 luglio a 4 agosto. Il San Michele è conquistato perduto ripreso ancora e ceduto al nemico. Il nostro sforzo offensivo si esaurisce. Tanto più che alla falcidia del fuoco nemico si aggiunge ora tra agosto e settembre quella del colera. Interi reparti sono isolati e messi in quarantena.
Sul fronte le operazioni tattiche ristagnano anche a causa delle frequenti piogge che hanno ingrossato l'Isonzo.
In luglio la 4a Armata era partita in un deciso assalto agli schieramenti nemici. Le condizioni del terreno avrebbero richiesto una larga disponibilità d'artiglieria di grosso calibro: mancata questa agli uomini è chiesto l'impossibile. L'azione di maggior rilievo è compiuta dal 7 al 17 luglio tra il Col di Lana e le Tofane, ma con molte perdite e scarsi successi.
Tra il 4 e il 12 agosto i nostri soldati muovono verso Sexten. Respinti ci riprovano il 6 settembre con un risultato analogo. Il 20 Cadorna ordina all'Armata di assumere una posizione difensiva. Cinque giorni più tardi il suo Comandante Gen. Nava è sollevato dall'incarico e sostituito con Nicolis di Robilant.
Ma una svolta decisiva delle operazioni non è attesa qui: il Comando Italiano guarda ancora all'Isonzo. Da Plezzo al mare 1200 bocche da fuoco sono state concentrate sul fronte della 2a e della 3a Armata.
Il 18 ottobre comincia la IIIa Battaglia dell'Isonzo, destinata a protrarsi sino al 4 novembre. L'attacco è simultaneo da Plava al San Michele. Le frontiere italiane sfidano la fortissima resistenza della 5a Armata di Borojevic, combattono accanitamente sulle pendici del Sabotino sul costone di Peteano, sulle balze del San Michele, sul ciglio di Doberdò, sul Monte Sei Busi. Gli episodi di eroismo non si contano ma il valore non basta. I guadagni tattici e territoriali sono modesti.
La lotta riprende il 10 novembre in quella che viene chiamata la IVa Battaglia dell'Isonzo ma che in definitiva non è che un'ulteriore fase della precedente. Sotto le avverse condizioni atmosferiche si combatte a Oslavia, sul Mrzli, sul San Michele, a Santa Lucia, a Zagora, a San Martino de Carso.
Quando si conclude il 2 dicembre, l'intera battaglia costa all'Italia 113.000 uomini fuori combattimento.
L'autunno del 1915 segna un punto di grande crisi. E ci si attende un inverno durissimo. All'apertura delle ostilità in maggio, Cadorna era convinto di dover affrontare una guerra breve. Le nostre truppe avrebbero presto raggiunto Vienna e Budapest. Forse nello stesso 1915. Ma il bilancio finale dell'anno è di pochi chilometri guadagnati e di 200.000 uomini fuori combattimento. Negli Alti Comandi si parla di "guerra di logoramento".

Nell'immagine fanteria italiana all'assalto su fronte del Carso.
Documento inserito il: 04/02/2015

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