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Luigi Capello, il Generale di Caporetto [ di Alessandro Gualtieri ]

Il Generale Luigi Capello giunse alla ribalta della grande popolarità in occasione della presa di Gorizia, da lui vissuta in prima persona, nell’estate del 1916, e soprattutto in seguito ai complessi accadimenti della rotta di Caporetto. Nel dopoguerra e soprattutto negli anni del Fascismo, il Generale fu anche al centro della cronaca per una presunta affiliazione alla Massoneria e ad un gruppo estremista che cercò di assassinare Mussolini. Basta leggere qualche libro di storia per capire subito che la figura di Luigi Capello, soprattutto dopo la presa di Gorizia, si rivela certamente quella di un personaggio complesso, fuori dagli schemi, che a fatica riuscì ad essere accettato e gratificato di un’altissima responsabilità dal Comando Supremo Italiano. Di umili origini, spesso snobbate dalla casta semi-aristocratica dei quadri militari dell’epoca, ma di forte personalità, inquinata da forti tracce di arrivismo, Luigi Capello si adoperò spesso in trame diplomatiche non sempre ortodosse e in una irrefrenabile promozione di sè stesso presso la stampa, i cronisti e gli stessi uomini politici in visita al fronte o al comando d’armata. Nonostante le personalità di Cadorna e Capello si possano superficialmente assomigliare, per caparbietà, tenacia e volontà ferrea, in realtà tra i due non si concretizzò alcun tipo di sintonia e, al contrario, numerose furono le occasioni di disobbedienza o di insoliti e probabilmente cercati fraintendimenti di cui furono protagonisti i due condottieri. Mentre Cadorna si applicò all’intero sforzo bellico italiano con un’inesauribile e pedante ponderatezza, Capello si rivelò sempre insofferente e, in generale, alla disperata ricerca di facili allori e clamorosi riconoscimenti. È comunque importante aggiungere a questa sete di gloria di Capello anche la sua mentalità spiccatamente aperta, elastica e vulcanica, in termini strategici, soprattutto se inserita nel vecchiume della scuola militare di un secolo fa, dei Cadorna, degli Haig e dei Joffre. Ecco allora germogliare alla piena luce del sole, subito dopo il grande successo di Gorizia, il seme dell’egocentricità di Capello. Senza nemmeno impegnarsi a fondo nell’importante disegno strategico di Cadorna (forse il suo primo ed ultimo tentativo di effettuare una vera manovra a tenaglia ai danni degli Imperiali), raccoglie un’estrema popolarità che l’Italia, a lungo digiuna di concrete vittorie, gli tributa a gran voce. Ma Capello, come avrà modo di testimoniare in dettaglio nei suoi Per la verità e Note di Guerra, raggiunge il successo anche credendo fermamente nelle innovative tecniche di difesa elastica, contrattacco e frequente rotazione delle truppe in prima linea, che solo la Germania Imperiale già da tempo impiega con ottimi risultati. Da qui al comando della II Armata, impegnata sull’alto e medio Isonzo, il passo è breve – Capello si trova perciò a comandare ben 9 corpi d’armata, disposti dal Monte Rombon al Vippacco. Il fulgido astro di Capello è però destinato a tramontare molto presto, quando dopo pochi mesi si verifica lo sfondamento del fronte italiano proprio nella zona del fronte a lui affidata. Dai suoi stessi subalterni, Pietro Badoglio, Alberto Cavaciocchi, e Luigi Bongiovanni, per citarne alcuni, emerge la stessa impostazione di comando e azione troppo affrettata, superficiale, presuntuosa e perennemente arrivista, che troverà macroscopica conferma nel nebuloso e fallito agguato teso agli austriaci, straripanti dalla testa di ponte di Tolmino, dallo stesso Comandante del XVII corpo d’armata (Pietro Badoglio). Di contro, l’impreparazione e le deficienze strategiche di cui l’Italia fu vittima quel tragico 24 ottobre, sono in gran parte imputabili all’ottusità del nostro Comando Supremo, che si intestardì a tarpare le ali di Capello, forse l’unico comandante realmente in grado di respingere gli Austro-Tedeschi a Caporetto. Già da tempo infatti occorreva studiare nuovi metodi che consentissero di non impantanarsi, in attacco come in difesa, nella terra di nessuno che ormai formava su tutti i fronti europei un sanguinoso e inutile cuscinetto tra le opposte fazioni. Il merito principale di aver trovato una soluzione si può certamente ascrivere al generale tedesco Ludendorff, che si rese conto dell’importanza della difesa elastica e dell’enorme potenziale d’attacco di piccole, snelle unità, addestrate all’infiltrazione e quindi all’avvolgimento del nemico; proprio quest’ultima metodologia d’attacco stava per essere impiegata anche sul fronte Italo-Austriaco, mentre Cadorna insisteva ancora con le sue famose spallate in massa. La vicenda dell’ottobre 1917 si presta certamente ad un’approfondita analisi anche per sviscerare completamente anche l’atteggiamento e la personalità di Luigi Capello nel corso del suo intero comando. Mentre Cadorna ordinò sempre un tipo di difesa ad oltranza, sulle prime linee e senza mai cedere neanche un palmo di terreno, Capello favoriva la manovra, il contrattacco e il famoso velo di truppe sui capisaldi delle linee più avanzate. Inoltre, mentre Cadorna credeva di poter far fronte ad un attacco, rimpinguando di carne da macello sempre e solamente quelle stesse prime linee avanzate, Capello avrebbe preferito lasciar avanzare gli avversari, per poi attaccarli ai fianchi manovrando le riserve in modo decisamente più logico e parsimonioso. Capello voleva, cercava e credeva nel suo successo sicuro, certo della validità delle proprie teorie. Si può dunque ipotizzare che Capello avesse reclutato, tra i suoi subalterni diretti, un gruppetto di fedelissimi, analogamente indottrinati per riuscire a ribaltare una semplice, massiccia opera di difesa voluta da Cadorna, in un vincente contrattacco generale. È impossibile non percepirlo davanti, per esempio, all’operato di Pietro Badoglio, allora comandante del XVII corpo della II Armata di Capello, in occasione dello sfondamento del fronte. Badoglio infatti, il 24 ottobre non aprì il fuoco contro le masse nemiche concentrate nella conca di Tolmino, riservandosi, in modo insubordinato, di tendere una non meglio identificata trappola al nemico, inseguendo in tal modo un clamoroso successo personale. Ma analizziamo in dettaglio l’intera vicenda. Il 18 settembre 1917, Cadorna decide di abbandonare ogni ulteriore velleità offensiva sulla fronte Giulia, per preparasi all’inevitabile urto austro-ungarico, previsto per la primavera dell’anno successivo. Il Capo di Stato Maggiore emette allora il bollettino ufficiale n. 4470 del 18 settembre 1917 e ordina a Luigi Capello e al Duca D’Aosta di sospendere qualsiasi operazione offensiva e di disporsi in difesa. Sono giunte anche informazioni di concentrazione di truppe nemiche (tolte dal fronte russo, stravolto dalla rivoluzione) proprio nel settore di Tolmino, S. Lucia e Plezzo, sul medio-alto Isonzo. Cadorna dà perciò disposizioni di rinforzare la zona del fronte più debole in corrispondenza del IV e XXVII Corpo d’Armata a Tolmino. Nasce tuttavia, fin da subito, un grave fraintendimento tra il Comandante della II Armata e il nostro Capo di Stato Maggiore. Capello crede che la sua controproposta di difesa elastica e contrattacchi strategici piaccia al Comando Supremo: quest’ultimo non riesce invece a identificare questo atteggiamento nelle comunicazioni ufficiali e dà per scontato che la II Armata si limiti ad una difesa passiva ad oltranza. Da uno studio attento ed approfondito dei numerosi documenti ufficiali redatti dal settembre 1917 in poi, emerge l’incapacità di Cadorna a leggere tra le righe i comunicati di Capello: quest’ultimo chiede rinforzi, chiede artiglierie supplementari e, in generale, cerca e vuole a tutti i costi una controffensiva strategica in grande stile. Cadorna si limita a raffreddare tali entusiasmi e per una serie di vizi di forma, conditi da troppa superficialità e disattenzione, riesce solo a imporre a Capello una semplice controffensiva tattica, locale: per fare ciò il nostro generalissimo impiega circa un mese!!! È infatti solo del 20 ottobre 1917 (Bollettino n. 4889) l’unica comunicazione scritta che realmente chiarisce e impone a Capello gli intendimenti e soprattutto le direttive di Cadorna. Fino a questa data, mentre il nostro Stato Maggiore crede che tutto il fronte della II Armata sia stato arretrato sulla destra dell’Isonzo, Capello ha creduto di: 1) poter contrattaccare in grande stile, 2) potersi disporre a tale scopo, 3) impiegare tutte le sue risorse per tendere una serie di agguati al nemico. Nelle sue due succitate apologie, Capello aggiunge anche che sarebbe stato impossibile modificare lo schieramento delle artiglierie (che si trovavano avanzatissime, in relazione alla recente offensiva sulla Bainsizza) in cosìì poco tempo, anche se Cadorna fosse riuscito a spiegarsi prima e meglio. Si arriva pertanto alla vigilia del 24 ottobre in una clima di caos totale, mentre alcuni battaglioni sono persino in fase di trasferimento da un punto all’altro del fronte. Leggendo l’autocritica di Capello in Per la verità non si può dar torto ad un generale che, lasciato in pratica solo e in ogni caso sempre estromesso dalla casta aristocratica degli alti papaveri del Comando Supremo, si assume il titanico onere di correggere gli errori altrui, giocandosi tutto sulla propria pelle. Ma il destino riserva un’ennesimo ostacolo al generale: un grave attacco di nefrite lo costringe ad abbandonare il comando della II Armata, proprio alla vigilia dell’attacco nemico. Gli antibiotici non sono ancora stati scoperti, pertanto Capello si trova costretto a letto e, quel che è peggio, ignorato da Cadorna che preferisce andare in licenza a Udine o visitare i capisaldi del vicentino, piuttosto che aggiornarsi su ciò che sta per succedere sulla fronte Giulia. Il comando della II armata viene affidato, dapprima interinalmente, poi permanentemente, al Generale Montuori: questi, gettato nel suddetto clima di caos all’ ultimo minuto, non può far altro che assistere agli eventi che stanno per accadere. Al vertice del comando della II Armata non c’è dunque più nessuno in grado almeno di mettere in moto la macchina bellica così disastrosamente raffazzonata nel corso di poche settimane. Il 24 ottobre 1917, alle due del mattino, scoppia il finimondo. Le nostre difese cadono, una dopo l’altra: c’è chi muore in prima linea (le divisioni lasciate sulla sinistra dell’Isonzo), c’è chi si spara per non aver saputo arginare l’avanzata austro-tedesca (il generale Villani della 19esima divisione che dovrebbe operare miracoli, almeno secondo gli ordini di Badoglio che l’ha posizionata, tutta sola, sulla sinistra dell’Isonzo), c’è chi fugge in preda allo sconforto, alla confusione e alla mancanza di comando (il fenomeno verrà poi generalizzato ed eletto al capro espiatorio per eccellenza dello sciopero militare), c’è chi rimane a combattere senza accorgersi di esser stato circondato (gli alpini sul Monte Nero) e c’è persino chi non si accorge dello sfondamento del fronte e non si azzarda a sparare un colpo di cannone (Pietro Badoglio, comandante del XVII corpo d’armata). Ricordo che lo stesso Cadorna, nel Bollettino N. 4741 del 1 ottobre 1917, aveva dato questo preciso ordine: Durante il tiro di bombardamento nemico, oltre ai tiri sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, sugli osservatori, ecc., si svolga una violentissima contropreparazione nostra... Si concentri il fuoco di grossi e medi calibri sulle zone di probabile irruzione delle fanterie... che dovranno essere schiacciate sulla linea di partenza. Il mistero di questo silenzio delle moltissime bocche da fuoco del XVII Corpo, che sorprese gli stessi nemici, per il grandissimo vantaggio che ne trassero, è ormai chiaro. Le artiglierie che avrebbero dovuto schiacciare le fanterie nemiche dove sostavano prima di muovere all’attacco erano quelle di grosso e medio calibro, che contavano oltre 400 cannoni nel settore del XXVII corpo d’armata. Badoglio volle riservare a se stesso l’impiego e, per evitare interferenze del comandante dell’artiglieria, ottenne la sostituzione del generale Scuti, che era un valente artigliere, con il colonnello Cannoniere, il quale, per il più modesto grado gli dava maggiori garanzie di obbedienza. Badoglio disse per telefono al generale Capello di non volere dei professori perchè gli bastava avere un esecutore di ordini.(1) Soprattutto a causa di questa grave mancanza del XVII Corpo, in poche ore gli Austro-Tedeschi dilagarono oltre tutte le linee di difesa italiane e l’ala destra della II armata fu ben presto distrutta. La battaglia era persa. Dopo due giorni di confusione totale, mancanza di comunicazioni e aggiornamenti, nonchè profonda crisi di comando a tutti i livelli, il 26 ottobre il primo ministro Boselli rassegnò le dimissioni. A sostituirlo fu Vittorio Emanuele Orlando. Il giorno seguente Cadorna ordina la ritirata attribuendo la responsabilità del cedimento allo sciopero militare dei soldati, quindi a Capello e a Badoglio. Il 28 gli Austriaci entrarono a Udine, sede del Comando Supremo italiano, trasferito in tutta fretta a Treviso e quindi a Padova. La dirompente avanzata nemica (insperata nella sua profondità persino dagli austro-tedeschi) proseguirà fino a novembre inoltrato: solo allora l’esercito italiano riuscirà a ritrovare spirito, fede, coraggio e organizzazione per arginare il nemico, comunque esausto, sul Piave. La pagina più triste di Caporetto non fu il successo delle truppe nemiche, ma quello che seguì: il caos, l’assenza di coordinamento e di collegamento, i soldati abbandonati al proprio destino, i dispersi, i furti e le violenze. Quando le armate in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento, del Livenza e del Piave, la retrocessione delle truppe divenne un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli, colonne ferme per decine di chilometri. Non sarebbe andata così se i comandanti fossero stati capaci di organizzare almeno la circolazione stradale, il traffico delle notizie e i rifornimenti. Giusto per parlare di qualche cifra, la disfatta di Caporetto costò agli italiani 11600 morti, 30000 feriti, 265000 prigionieri, 3200 cannoni, 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici, 300000 fucili. La Commissione d’inchiesta su Caporetto, istituita il 12 gennaio 1918, confermò l’attribuzione della colpa della disfatta a Luigi Cadorna; eppure, bisogna segnalare che tale relazione non solo ignorò l’effettivo svolgimento degli scontri, ma non citò neanche il generale Pietro Badoglio, comandante di uno dei tre corpi d’armata travolti a Caporetto, il XVII – tredici pagine che riguardavano il suo operato vennero sottratte dalla relazione. Diversi studi tendenti a dimostrare una sua pesante responsabilità nella tragedia non sono comunque mai riusciti a delinearne una colpa oggettivamente riconosciuta e non si è potuto verificare se effettivamente si trovasse fuori posto al momento dell’attacco, come sostenuto da diversi altri generali. Ad ogni modo, dopo pochissimo tempo e davvero non si sa se in qualche relazione con i fatti di Caporetto, Badoglio ricevette un’inattesa promozione a Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, alle dirette dipendenze di Armando Diaz, mentre per la disfatta venivano puniti Luigi Cadorna e altri ufficiali al comando di fronti che non erano stati sfondati. Tra questi il generale Luigi Capello, sul quale Cadorna cercò di addossare ogni responsabilità, accusandolo anche di insubordinazione agli ordini di difesa ad oltranza impartiti dal Comando Supremo. Leggendo i carteggi di Capello emerge anche un fatto abbastanza straordinario: ancora nel 1920, al momento della stesura delle sue autodifese, il Comandante della II Armata ignorava che fosse stato proprio il suo dipendente, Pietro Badoglio, ad essersi riservato autonomamente il diritto di aprire il fuoco contro il nemico, contravvenendo direttamente agli ordini del Comando Supremo (Bollettino N. 4741 del 1 ottobre 1917). Capello si tortura, chiedendosi chi possa essersi intromesso in tal modo nella linea di comando, compromettendo così forse l’unica reale possibilità di difesa italiana. Com’è possibile che, a due anni dalla fine della guerra, Capello non abbia mai più avuto modo di parlare con Badoglio e chiarire questo mistero che, ancora oggi, getta una gravissima ombra sull’operato del XVII Corpo d’Armata? Cadorna fu comunque destituito dal comando dell’esercito italiano, quindi messo a tutti gli effetti a riposo non appena se ne presentò l’occasione. Non gli fu pertanto possibile proseguire la sua opera di denigrazione ai danni da Capello, il quale proseguì in ogni caso la guerra al comando delle truppe italiane (dopo Caporetto infatti, gli venne affidata la V Armata, con il compito di raccogliere ed incorporare tutti i residui dei corpi fuggiaschi o decimati provenienti dalla II). A partire dal 1919 Capello scrisse nei due volumi sopraccitati, una sua dettagliata autodifesa che sfiora, in alcuni punti, il patetico: si leggono infatti le parole di un condottiero caduto repentinamente in disgrazia, che sulla scorta di documentazioni ufficiali, testimonianze dirette e indirette e un’insolita, forse voluta, ingenuità continua a chiedersi il perch&egrvae; dell’infausto verdetto della Commissione d’Inchiesta su Caporetto, che molto sommariamente gli fece carico delle seguenti colpe (2):
1)di avere, con sistemi personali di coercizione, giunti talvolta alla vessazione, aggravata la ripercussione dei criteri di governo del generale Cadorna, e di avere, con eccessivo sfruttamento delle energie fisiche e morali, come con prodigalità di sangue sproporzionata ai risultati, contribuito a determinare la depressione di spirito nella truppa. 2)Di non aver tempestivamente valutata la minaccia incombente sulla estrema ala sinistra della II Armata; per non avere con sincera disciplina di intelligenza assecondato il concetto difensivo del Comando Supremo, particolarmente nei riguardi dello schieramento dell’artiglieria e delle disposizioni per la contropreparazione di fuoco.
Al primo capo d’accusa Capello si difende, inserendo nel suo Per la verità numerose testimonianze personali di suoi subalterni e, in generale, di numerosi graduati che riescono a confutare quasi completamente la presunta crudeltà del generale. Inoltre, Capello fa presente che la sua Armata era spesso etichettata come Armata della Salute a causa della apparente inattività del settore di fronte assegnatogli – proprio per questo non desiderava che le sue truppe a riposo dopo i turni di trincea, si rammollissero nell’ozio più improduttivo, ma continuassero a lavorare alacremente per rafforzare il proprio schieramento (da qui il presunto pugno di ferro del generale nel mantenere sempre in attività le sue truppe, spesso con modalità pseudo-coercitive. Si era sempre in guerra del resto!) Le rimanenti imputazioni vengono confrontate con una completa ed approfondita analisi sull’operato strategico di Capello, prima e durante l’offensiva. Passando da osservazioni di carattere generale ad approfondimenti tecnici degli ordini impartiti, Capello racconta:
Riassumendo: il nostro schieramento sulla fronte dell’Isonzo era orientato, fin dall’inizio della guerra, per l’offensiva, e tale carattere si era vie più accentuato durante le azioni di maggio e di agosto e più ancora durante la preparazione della nuova offensiva progettata per l’ottobre, non era quindi possibile presumere di riuscire a capovolgere in breve tempo tale ordinamento dandogli carattere difensivo. E si noti che non soltanto l’orientamento offensivo riguardava le truppe in genere e l’artiglieria in specie, ma in modo particolare riguardava i servizi logistici considerati tanto nei loro impianti quanto nel loro funzionamento. Questa condizione di cose, evidente in tutta la sua reale gravità, doveva influire sull’animo mio, per farmi desiderare una soluzione per la quale, gettando sul fianco del nemico attaccante il pero delle nostre forze preponderanti, lo colpisse in modo da impedirgli lo sfondamento anche limitato delle nostre linee. Ma io, malgrado queste mie visioni particolari e le contraddizioni fra le quali mi dibattevo, non pensai affatto ad adottare alcun provvedimento arrischiato o che potesse tendere comunque a forzare la mano al Comando Supremo. Così non costituii il nucleo di artiglieria centrale e mi limitai a preparare le postazioni per batterie e le linee telefoniche, e quanto alla preparazione delle truppe, mi limitai a riunire ed istruire in modo speciale alcuni nuclei, quali i sei battaglioni d’assalto, la Brigata Sassari e qualche altra. Provvedimenti questi che collimarono con disposizioni esplicite emanate in seguito dal Comando Supremo in data 20 ottobre (Bollettino n. 4889) ove si dice: “troveranno posto nel quadro di una tenace difesa attiva, risoluti contrattacchi, condotti da truppe appositamente preparate... ma con carattere locale…..
Capello continua a confutare le gravi accuse della Commissione spendendo anche una parola al riguardo di come l’Ufficio Operazioni non reputava giovevole al servizio il sistema del generale Capello di mettersi in relazione diretta col generale Cadorna. Vale a dire che, nonostante Capello si fosse già dovuto assentare dal comando ripetutamente, per ragioni di salute, egli non fuggì mai dalla sua prima responsabilità di interfacciarsi direttamente con Cadorna, nè soprattutto di chiedergli delucidazioni e chiarimenti per dissipare l’ermeticità di tutti i Bollettini Ufficiali ricevuti durante la preparazione di settembre-ottobre. Ma Cadorna non si fece spesso trovare, si allontanò dal fronte andandosene in licenza e delegò a subalterni il contatto con il comandante della II Armata. Gli dava forse fastidio ricevere consigli istruzioni da un dipendente, per giunta di estrazione borghese e non certo aristocratica, nè blasonata? Probabilmente sì, visto che durante tutti gli anni di comando supremo tutti coloro che avevano cercato di confrontarsi con il Capo erano stati immancabilmente silurati. E allora perchè Cadorna lasciò al suo posto Capello? Possiamo tentare un’ipotesi: probabilmente l’irriducibile certezza di Cadorna che il nemico non avrebbe comunque attaccato fino alla primavera del 1918, lo convinse a procrastinare un confronto diretto ed un successivo siluramento di Capello a data da definirsi. Chi si accinge a studiare gli eventi di Caporetto, da qualsiasi angolazione, non dovrebbe allora tralasciare la lettura di Per la verità e Note di guerra, pubblicati in edizione limitata negli anni ’20. Ciò di cui Capello si rese conto troppo tardi fu che la sua vicenda s’intrecciò con quella delle supreme gerarchie e dei comandanti subordinati, e le sue responsabilità si confusero nel groviglio degli errori altrui. Vale la pena di ricordare che all’epoca i sistemi di informazione e di comunicazione funzionavano i modo totalmente alieno a quello dei mass-media globali di oggi. Basti pensare che per scoprire che la presunta diserzione di massa dell’87esima divisione nella conca di Plezzo (Alto Isonzo), che aprì un’altra importante via d’accesso all’avanzata nemica, fu in realtà l’effetto di un massiccio bombardamento a gas letali che tramutò i difensori in cadaveri ancor prima che potessero rendersi conto di quanto accadeva! Ci vollero mesi prima che questa terrificante realtà venisse alla luce e, comunque, non bastò a cancellare l’onta del reato di diserzione che Cadorna aveva gettato sull’esercito italiano già durante i primi cedimenti del fronte. Considerando allora il farraginoso, ermetico e censuratissimo sistema di informazioni, comunicazioni e documentazione degli avvenimenti, non si fatica a spiegarsi l’ambiente a camere stagne nel quale ognuno dei protagonisti di Caporetto compilò memoriali, diari e testimonianze, cercando un’assoluzione o un riconoscimento personale, in totale autonomia, compromessa irrimediabilmente da una conoscenza parziale degli avvenimenti. Anche per questo motivo Capello divenne il capro espiatorio delle incertezze e delle contraddizioni politiche e militari, ma anche vittima delle sue stesse ambizioni e delle gelosie degli alti vertici di comando. Una volta spenta in qualche modo l’eco dello sciopero militare e della presunta propaganda sovversiva socialista, Capello, Cavaciocchi, Bongiovanni, Caviglia e moltissimi altri generali, ad eccezione di Badoglio, servirono al governo per giustificare il disastro di Caporetto agli occhi degli alleati e dell’opinione pubblica. Sarebbe stato molto difficile confutare o almeno contestare le sentenze della Commissione, non potendo, come minimo, basarsi su una completa ed omogenea ricostruzione di quando avvenne sul campo di battaglia. Consideriamo infine che la Commissione stessa operò in tutta fretta, all’esclusiva ricerca dell’agnello sacrificale da gettare in pasto all’opinione pubblica. In conclusione, mentre Cadorna non si poteva colpire, nè punire troppo formalmente (gli Alleati, primi fra tutti, non avrebbero certamente apprezzato una simile ammissione di colpa a così alto livello di comando) e silurare subalterni, dipendenti e gregari non avrebbe saziato le ire dell’opinione pubblica, la scelta di immolare pubblicamente il secondo generale in comando si rivelò l’unica scelta disponibile. Ancora nel 1919, Cadorna cercava comunque di difendersi, scrivendo le seguenti parole al direttore del periodico Vita Italiana: La Gazzetta del popolo ha pubblicato ieri le conclusioni dell’inchiesta su Caporetto. Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure di parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime… E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito…. È strano dunque che la stessa massoneria, alla quale probabilmente anche Capello era legato, non sia intervenuta per salvare anche questo suo illustre membro, lasciandolo precipitare nel baratro dell’ignominia. Per quanto riguarda la presunta affiliazione alla massoneria di Capello, nel primo dopoguerra egli era molto attivo nelle relazioni internazionali che abbinava ad una notevole attività antifascista, tanto da essere considerato come il capo ideale di eventuali iniziative militari contro il regime. Ebbe molti incontri con gli oppositori di Mussolini e, tra questi, come accertò la polizia, parecchi con l’ex capitano degli Alpini, Tito Zaniboni. La data ultima delle bravate squadriste a Firenze, precede di un mese esatto l’apertura dell’anno accademico a Ca’ Foscari, in occasione della quale a Silvio Trentin, secondo Vittorio Ronchi, è impedito di insegnare. Uno o due giorni prima, questa volta sì occhio alla data, il fratello Tito Zaniboni era stato arrestato mentre si apprestava a sparare a Mussolini. Era il 4 novembre 1925, settimo anniversario della vittoria. La polizia riuscì quindi a costruire un legame tra l’attentatore e il generale Capello, sulla scorta di cospicui e costanti movimenti di denaro tra i due. L’attentato, a cui Mussolini sfuggì miracolosamente, era in realtà una trappola organizzata dalla polizia, per incastrare Zaniboni e i sui compagni. Insieme con lui furono arrestati il generale Capello, il pubblicista Ulisse Ducci e alcuni altri incensurati. Il Tribunale Speciale fascista condannò Tito Zaniboni e il generale Capello a trent’anni di carcere. Il generale Capello fu liberato nel 1937, in considerazione della tarda età, dopo dodici anni di carcere. Morirà nel 1941, solo, dimenticato da tutti e spogliato di qualsiasi onore, persino quello della memoria. Oggi, chi legge un saggio o una semplice narrazione della battaglia di Caporetto, non può non riconoscere nella figura del generale Capello il perno attorno al quale si mossero tutti i singoli accadimenti di quel tragico frangente della nostra storia. Automaticamente gli viene restituita la memoria e il riconoscimento della sua opera di condottiero, solo contro tutti, che anche nella disfatta e nelle disgrazie personali si rivelò comunque il vero, unico protagonista di quel triste ottobre 1917.


(1): Presente a questo colloquio telefonico era l’ allora maggiore Oreste Cantatore, uno dei tre ufficiali in servizio di stato maggiore al Comando del corpo d’ armata. La sua preziosa testimonianza spiega il fatto che Badoglio non sentì il bisogno di diramare ordini scritti per l’ impiego delle artiglierie di medio e di grosso calibro; gli bastò ripetere a Cannoniere ciò che aveva detto a Capello: che avrebbe disposto personalmente per il loro impiego. Cannoniere, convinto di non poter agire di sua iniziativa, nella notte dal 23 al 24 ottobre chiese a Badoglio di essere autorizzato a far aprire il fuoco; l’ autorizzazione gli fu negata e le artiglierie non spararono. Fu pubblicato il testo di un ordine che Badoglio avrebbe diramato il 22 ottobre, nel quale si legge questa frase: all’inizio del tiro di distruzione le nostre batterie di grosso e medio calibro dovranno intervenire battendo le trincee e i luoghi di raccolta del nemico. Il generale Badoglio avrebbe dunque eseguito, sia pure con un ritardo di dieci giorni, l’ordine del Comando della II Armata dell’11 ottobre? Possiamo rispondere di no, perch&egrvae; quel documento è apocrifo, sebbene rechi il numero di protocollo di uno dei Documenti spariti dal diario del XXVII corpo Fin dal 1929 lo storico A. Lumbroso disse di aver saputo, alcuni anni prima, dal colonnello Adriano Alberti, capo dell’ufficio storico, che mancavano alcuni documenti allegati al Diario del XXVII corpo, relativi ai giorni 22 e 23 ottobre. Il colonnello Oreste Cantatore, allora maggiore, ricorda molto bene le vicende iniziali di quel diario, poichè lo compilò personalmente. Il 4 dicembre 1917 fu convocato ad Abano dal generale Badoglio, allora sotto capo di S. M. dell’Esercito, affinchè gli portasse il Diario da firmare. Dopo aver apposto le firme, Badoglio gli disse di recarsi a Padova e di consegnare il fascicolo al generale Della Noce, che era stato incaricato di iniziare accertamenti sulle cause della disfatta. Il Cantatore eseguì l’ordine e assicura che il Diario consegnato la sera stessa era completo di tutti gli allegati, ma fra quelli non vi era il documento del 22 ottobre relativo all’impiego dell’artiglieria, documento che non vide mai.  Ecco perchè quel documento va ritenuto apocrifo, tralasciando altre prove che confortano questa asserzione. Possiamo perciò concludere: le artiglierie del XXVII corpo di armata non spararono perchè il generale Badoglio ne aveva avocato a sè l’impiego e non aveva dato disposizioni perchè intervenissero d’iniziativa per schiacciare le fanterie nemiche prima che muovessero all’attacco.

(2) Relazione Ufficiale della Commissione di Inchiesta su Caporetto, 1919

Fonti:
Per la verità– Luigi Capello – Fratelli Treves Editori, 1920
Note di guerra – Luigi Capello - Fratelli Treves Editori, 1920
La guerra alla fronte italiana – Luigi Cadorna – 1921
Badoglio, il maresciallo d’Italia dalle molte vite – Silvio Bertoldi – 1987
La sorpresa strategica di Caporetto – Roberto Bencivenga –
Caporetto nella leggenda e nella storia – Saverio Cilibrizzi – Libreria Internazionale Treves, 1947
Il Memoriale di Pietro Badoglio – Gian Luca Badoglio – Gaspari Editore, 2000
La rotta di Caporetto - Centro per le Ricerche Archeologiche e Storiche nel Goriziano


Nell’immagine, il Generale Luigi Capello
Documento inserito il: 04/01/2015
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