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Fronte Dolomitico: Monte Piana 1915-17

I primi scontri: maggio - giugno 1915
I confini stabiliti nel 1866 avevano in tutti i casi favorito gli austriaci, tranne in questo caso: l'Italia aveva ottenuto una sorta di cuneo puntato verso Dobbiaco. Gli austriaci dal canto loro si pararono da tale minaccia trasformando il Monte Rudo in fortissima posizione di artiglieria. La muraglia di artiglieria era completata dalle batterie posizionate sul Col di Specie (sopra Pratopiazza) e sulla Torre dei Scarperi.
Prima del 24/05 una compagnia di alpini occupa con 2 plotoni il tavolato del monte, un altro plotone si disloca in val Rimbianco ed un ultimo in Val Popena. Il 23/05 alle 19 l'imperial-regio ufficio postale di Landro venne informato telefonicamente che l'Italia aveva dichiarato guerra all'Austria-Ungheria. Nella notte le sentinelle austriache abbandonano i loro posti lungo la sommità nord del Monte Piana per portarsi a valle nelle linee difensive, e nel contempo distruggono tutti i sistemi viari. Lo stesso fanno gli italiani la mattina del 24/05: gli alpini danno fuoco alla Piano-Hütte, costruiscono trincee lungo l'orlo meridionale e mandano un plotone nei pressi della Piramide Carducci (che costituisce il posto italiano più avanzato, dato che mezza compagnia di alpini non era ritenuta sufficiente per occupare tutto il Monte Piana).
Alle 8,38 la batteria di cannoni da 90 della Croda dei Rondoi (secondo Schaumann, per altri la batteria in questione era postata sul Monte Rudo) apre il fuoco sulla colonna dei portatori italiani ed uccide 2 alpini della 67ª (i primi morti italiani sul fronte del Cadore).
Tutti gli alpini che si trovavano nella conca di Misurina, liberi dal servizio si precipitarono nei grandi alberghi della zona, perquisendoli da cima a fondo in cerca di spie; nella cabina del Grand Hotel trovarono però solo un migliaio di bottiglie dei migliori vini europei, dei quali peraltro fecero strage (in verità il vino venne pagato con un mese di paga dagli ufficili alpini, più il contributo degli ufficiali del 55° fanteria).
Il 25/06 iniziò a farsi sentire anche il forte di Landro con i suoi pezzi, ed il 26/06 un obice da 105 dai fianchi del Bulla iniziò a battere Forcella Lavaredo, mentre Monte Rudo batteva Monte Piana. Il 27/05 gli austriaci issano sul Passo Grande dei Rondoi un obice che inizia a battere il Monte Piana.
In quei giorni la linea di Monte Piana (dalla Piramide Carducci allo strapiombo sul Vallon dei Castrati) era tenuta dagli alpini della 96ª. Effettuarono perlustrazioni di pattuglie in Val Popena e Val Rimbianco; il 01/06 due nuclei di zappatori diedero fuoco alla Casera Rienza e con la gelatina interruppero il sentiero che da Carbonin portava a Forcella dei Castrati.
Nella notte tra il 04 ed 05/06 la 268ª del Val Piave diede il cambio alla guarnigione del cap. Rossi. Anche da parte austriaca il neo-arrivato maresciallo Goiginger richiese l'invio di rinforzi per un'azione sul Monte Piana, del quale aveva già riconosciuto la fondamentale importanza strategica.

Attacco austriaco del 7 giugno 1915
La compagnia di alpini che era salita sul Monte si limita a presidiare il tavolato sud, rimanendo nei pressi della Piramida Carducci. Nel frattempo dal 02 al 06/06 gli austriaci prepararono un attacco per alleggerire la pressione.
Le truppe austriache destinate all'attacco (2 compagnie di landesschützen agli ordini del ten. Roachek e una ventina di standschützen di Dobbiaco e S. Candido come guida per un totale di 3 ufficiali e 180 uomini) salgono da Carbonin e da Landro verso il pianoro sud, a metà strada tra la Piramide Carducci e la Forcella dei Castrati.
L'artiglieria austriaca dalle 4 inizia a bersagliare gli alpini della 268ª, sotto un cielo nebbioso e piovoso. Ma i sentieri in precedenza distrutti rallentano l'avanzata dei due gruppi. Quello partito da Carbonin (s.ten. Bernhard) arriva comunque puntuale nella conca occidentale ma verso le 5,30 viene individuato e bersagliato dall'osservatorio di artiglieria di Longeres e dagli alpini trincerati sull'orlo del versante sud.
Il s.ten. Bernhard decide di non attendere l'arrivo del secondo gruppo e passa decisamente all'attacco. Nella neve ancora alta i landesschützen cercano di aprirsi un varco in direzione del versante sud, che nel frattempo era stato rinforzato da elementi della 268ª: superato il tratto innevato, grazie anche all'aiuto del secondo gruppo nel frattempo sopraggiunto e delle batterie di Malga Specie e di Punta Scarperi, gli austriaci riescono a penetrare nelle trincee italiane. Gli alpini contrattaccarono ripetutamente con i plotoni dei s.ten. De Pluri (Giovanni e Giuseppe) e De Toni che trovano la morte assieme ad altri 100 uomini (tra i quali il serg. Colle, il cap. magg. Fava, gli alpini Bergabasco, David, Vecellio) mentre da parte austriaca le vittime furono circa 20.
Nel seguito l'artiglieria italiana, seppur duramente controbattuta, riesce ad arrestare il progresso nemico e soprattutto l'afflusso dei rinforzi; alle 14 il comando austriaco, preoccupato dal numero delle perdite dovute ai tiri dell'artiglieria italiana, ordina di ristabilire la linea del fronte sul pianoro nord. Dopo poche ore gli italiani ritornano in possesso del pianoro sud senza colpo ferire. Di rinforzo viene inviata una compagnia ed una sezione mitragliatrici del 56°.
Il consolidamento delle posizioni: giugno - luglio 1915
Il giorno 08/06 gli austriaci iniziano lo scavo di profonde trincee ed il 09/06 arriva anche il filo spinato. Sempre il giorno 08/06, da parte italiana, due battaglioni di fanteria (brigata Marche) danno il cambio agli alpini e resistono ai quotidiani attacchi austriaci.
Le due linee si fronteggiavano a breve distanza e gli austriaci adottarono una singolare strategia per impedire le azioni di pattuglia italiane: ogni sera verso le 23 inviavano 50/60 uomini ad appostarsi dietro i baranci a meno di 100 metri dalla linea italiana che sparavano colpi di fucile allo scopo di tenere ferme le truppe italiane.
Il 09/06 l'artiglieria italiana bersaglia il pianoro nord con i nuovi pezzi da 149 provocando numerose perdite: dopo alcune ore i danni sono talmente gravi che si rende necessaria una parziale ritirata austriaca dalle trincee avanzate. Nella notte tra il 09 ed il 10/06 le truppe d'assalto austriache vennero sostituite da una compagnia di landesschützen.
Lo schieramento italiano si era consolidato sulle seguenti posizioni:
Sottosettore Val Boite (lungo il Rio Felizon): il 54° con due battaglioni in linea ed uno di riserva presso il comando reggimentale a Majon di Valgrande.
Sottosettore Valle Ansiei (dalla Val Popena Alta al Vallon dei Castrati): il 55° con un battaglione in Val Popena, uno su Monte Piana, uno di riserva a Forcella Bassa, tra Col delle Saline e Col della Selva, con il comando reggimentale a Misurina.
Dal Vallon dei Castrati a Forcella Giralba il 56° con un battaglione da Val Rimbianco a Forcella Col di Mezzo, uno in regione Cengia e Giralba, uno di riserva presso il comando reggimentale a Casoni Crogera.
Intercalati i reparti alpini da Forcella Longeres al Paterno.
Ammaestrati da quanto accaduto con l'attacco austriaco del 07/06, gli italiani inviarono il I/56° a sbarrare la Val Rimbianco all'altezza della Casera omonima (tra il Sasso Gemello e le Forcellette) in modo da impedire agli austriaci l'accesso a Monte Piana per il Vallon dei Castrati.
Con la stessa tecnica adoperata il 07/06, il giorno 10/06 alcuni nuclei di truppe da montagna della LVI Brigata, precedeuti da una pattuglia di standschützen di Dobbiaco (s.ten. Gasser) tentano di forzare lo sbarramento italiano, ma stavolta senza successo.
Alle 10 del 11/06 gli austriaci postano due (o tre, a seconda delle versioni) pezzi da montagna sul pianoro Nord e sparano verso il rifugio Longeres e Val Rimbianco. Gli italiani, credendola un'intera batteria, l'avavano soprannominata la pettegola.
Tra i settori Val Boite e Valle Ansiei rimaneva un'interruzione attraverso la quale gli austriaci, da Costabella, Cresta Bianca e Monte Fumo (Rauchkofel) potevano inviare cecchini ed osservatori sul Cristallo e sul Piz Popena; queste azioni infastidivano gli italiani, ma non più di tanto, dato che il loro piano prevedeva comunque lo sfondamento e l'avanzata. Ma in aiuto degli austriaci giunse l'Alpenkorps germanico: due compagnie di bavaresi diedero il cambio al presidio di Monte Piano nella notte tra il 12 ed il 13/06.
Anche il III/54° che nei giorni 13 e 14/06 sferrò il primo attacco alla testata della Val Rufreddo trovò i bavaresi sulle posizioni di Cimabanche, Croda dell'Ancona, Podestagno e Forame e venne sanguinosamente respinto. Questo fece sì che i comandi riconobbero la necessità di un adeguato parco di assedio il che comportò una sosta nelle operazioni per circa un mese.
La condotta austriaca non mutò: cura principale era dedicata alla difesa, ma non erano disdegnate puntate offensive e tiri di artiglieria. La notte del 15/06 una pattuglia si avvicinò a Forcella Giralba ed all'alba sparò contro la vedetta del III/56° (soldato Ricciuti) che benchè ferito riuscì a trattenere gli austriaci fino all'arrivo dei rinforzi.
Nei giorni 20 e 23/06 si registrano due piccoli scontri allo sbocco di Val Popena pressso Carbonin.
Verso il 05/07 una pattuglia di standschützen di Dobbiaco (Gasser) con un reparto di bavaresi, dopo aver risalito di notte il Rimbon, tentò di forzare Forcella Col di Mezzo passando tra la piccola guardia all'estrema destra del I/56° e la contigua guardia degli alpini; all'allarme accorse con due squadre il s.ten. Ferrari il cui plotone era attendato dietro il ciglio che scende da Forcella Col di Mezzo all'Arghena, mentre la riserva ed il comando della 4ª/56° erano in Val dell'Acqua. Il Ferrari venne ucciso ma l'attacco fu respinto e vennero catturati 8 prigionieri.

Piano d'attacco italiano: luglio 1915
Il 30/06 le batterie di medio e grosso calibro attese dalla IV Armata sono finalmente disponibili, per cui il generale Ragni emette l'Ordine d'Operazioni che prevede l'attacco in forze contro gli sbarramenti di Landro e Sesto; le batterie erano così ripartite:
Artiglieria della IV Armata nord di Cortina: 1 batteria di obici da 149 - 1 batteria di mortai da 210 - 1 batteria di cannoni da 149A;
Passo Tre Croci: 1 batteria di obici da 305 - 1 batteria di obici da 280 - 1 batteria di obici da 149A;
Val Padola: 2 batterie di mortai da 210 - 1 batteria di cannoni da 149A - 1 batteria di cannoni da 149G;
a queste si aggiungevano:
le batterie da montagna di Longeres e Lavaredo;
3 batterie campali in Val Popena;
i pezzi da campagna di Longeres;
6 batterie campali tra i Colesei e Col Rosson (zona Carnia).
Il piano prevede per il I° CdA l'attacco verso il Monte Piana, i Frugnoni, Cima Vanscuro ed il Monte Cavallino, mentre per il IX° CdA gli obiettivi sono il Col di Lana, il Passo di Valparola e la Val Travenzanzes.
L'espugnazione di Monte Piano venne affidata alla brigata Marche, con il concorso della 96ª compagnia del battaglione Pieve di Cadore per l'assalto alle opere in cresta e di un battaglione del 23° (brigata Como, magg. Zoppi) per l'aggiramento in direzione di Carbonin: il suo compito era di valicare Forcella Grande tra la Punta ed il Vecio del Forame, attraversare il ghiaione sotto la Cresta Bianca e scendere per la Val Fonda e le falde di Monte Fumo (Rauchkofel) sul rovescio dei trinceramenti austriaci di Ponte de la Marogna.
Ma l'attenzione dei comandi era maggiormente assorbita dalle opere di cresta di Monte Piano: una ridotta scavata nella roccia, coperta da zolle di terra e con un profondo reticolato, una trincea a dominio della Forcella dei Castrati congiunta al saliente della ridotta da un camminamento a zig-zag profondo 2 metri. Il presidio era costituito da una compagnia ricoverata nelle baracche a destra del Sentiero dei Pionieri, che sul segmento avanzato distaccava una squadra al comando di un cadetto.
La direzione dell'operazione fu affidata al col. Parigi, il quale il 14/07 dispone quanto segue, relativamente all'azione:
che lo scatto delle fanterie inizierà il giorno successivo, 15/07, alle ore 9 lungo le seguenti tre direttrici:
colonna principale: costituita dal I e III/56° con le relative sezioni mitragliatrici e la 96ª alpini (più mezza compagnia di minatori e mezza di zappatori) agli ordini del magg. Bosi che dalle trincee attuali deve attaccare le opere di Monte Piano. In particolare, la 96ª viene così suddivisa:
1 plotone a sinistra deve interdire la mulattiera che sale alla Piramide Carducci da Carbonin;
1 plotone a destra per battere la mulattiera che da Val della Rienza porta al pianoro nord;
2 plotoni a protezione del fianco sinistro; questi ultimi dovranno poi puntare anch'essi verso il pianoro nord;
colonna di sinistra (Val Popena): il II/55° e relativa sezione mitragliatrici ed una sezione di artiglieria da montagna, dal Paludetto punterà su Carbonin per Ponte de la Marogna. Una compagnia deve puntare verso il Rautchkofel ed unirsi ad un battaglione di fanteria che arriva dalla Val Rufreddo;
colonna di destra: il I/56° con la sezione mitragliatrici deve dirigersi alla confluenza tra la Val Rimbon e la Val Rimbianco (Sasso Gemello) puntando su Landro;
che il II/56° si trasferirà a Forcella Bassa (presso il Comando Tattico) in qualità di riserva;
che il GAM (Gruppo Artiglieria da Montagna) Belluno ed il 2° Gruppo dell'8° Artiglieria da Campagna presso Longeres e Lavaredo concorreranno all'azione battendo i bersagli prestabiliti.
Nella sera del 14/07 il Bosi tiene a rapporto i suoi uomini e stabilisce quanto segue:
la 96ª (cap. Rossi) si avvicinerà marciando per il Vallon dei Castrati fino al Fosso Alpino, base di partenza per l'assalto;
il I/55° (magg. Gavagnin) punterà sul ciglio nord-ovest verso la Piramide Carducci che si riteneva erroneamente ancora occupata dagli austriaci;
il III/55° (I° cap. Gregori) partendo dalle stesse posizioni del I/55°, per la Forcella dei Castrati assalirà il lato destro dei trinceramenti di Monte Piana, mentre gli alpini assaliranno il sinistro.
Da parte austriaca la difesa del Monte Piano è affidata ad un battaglione di landesschützen e ad un battaglione dell'Alpenkorp; il giorno 19/07 salirà sul monte anche un battaglione di kaisejäger.

Attacco italiano - primo sbalzo: 15 - 16 luglio 1915
Alle 5 (alle 6 secondo altri) inizia il fuoco dell'artiglieria: circa 40 pezzi di vario calibro tra cui anche i 280, sparano sulle trincee di Monte Piana e della Piramide Carducci.
Alle 7 giunge a Forcella Bassa il colonnello Parigi con il suo aiutante ed il capitano medico per stabilire il comando tattico. Un'ora dopo parte da Forcella Bassa il battaglione del I° cap. Gregori che si ferma in posizione di attesa dove finisce la mulattiera, 100 metri sotto il ciglio sud, sotto i baraccamenti del comando italiano di Monte Piana (sede oggi del Rif. Bosi).
Alle 9 un razzo lanciato da Villa Loero (su Col S. Angelo, tra il Paludetto ed il Lago di Misurina) dà il segnale per lo scatto delle fanterie.
Due compagnie del I/55° escono dalle trincee puntando sulla linea della Piramide Carducci; dal Monte Rudo, Col di Specie e Pratopiazza inizia il tiro dell'artiglieria austriaca, sotto il quale passano anche le altre due compagnie di rincalzo. Le formazioni rade e sottili fecero sì che in tutta la corsa si registrarono 13 morti e 90/100 feriti (quasi tutti leggeri). La compagnia di alpini prende la via del Vallon di Castrati e distacca un plotone a battere la mulattiera che sale dalla q.1469 di Val della Rienza.
Verso le 13, il I/55° giunge alla Piramide Carducci e la trova sgombra; tutti gli arrivati iniziarono a scavarsi delle buche, per cui non si poterono più muovere verso destra verso le vere opere austriache da espugnare.
Passarono così il pomeriggio del 15 e la mattina del 16/07. Quando il magg. Bosi dalla Piramide Carducci tornò al comando con la convinzione che il I/55° non potesse agire ulteriormente, trovò che il colonnello da Forcella Bassa premeva per telefono, ed il cap. Rossi che, visti gli indugi della fanteria, aveva ritirato i suoi alpini sulle linee di partenza. Si stabilì quindi che alle 12 sarebbero scattati gli uomini del III/55°. Dopo l'esperienza del giorno precedente, si discusse se la marcia/corsa di avvicinamento dovesse essere eseguita per il "cranio spelato" o per il Vallon dei Castrati. Al ten. esploratore Matter piaceva la seconda ipotesi, ma il magg. Bosi optò per la prima, confortato dall'ottimismo del I° cap. Gregori:
Lascia fare a me, Bosi; torno ora da una ricognizione che mi ha permesso di vedere benissimo la trincea nemica sconvolta dal nostro fuoco; ciò che importa è di fare presto; a mezzogiorno scattano dalla nostra linea la 9ª e la 11ª, a quattrocento metri seguono la 10ª e la 12ª; quando saremo giunti alla Forcella farò suonare l'assalto e in pochi minuti tutto sarà finito.
Ma quando la 9ª e la 11ª saltarono fuori dai ripari, furono accolte da un fitto concentramento di artiglieria che le costrinse a rallentare di molto l'avanzata e quando giunsero presso la Forcella dei Castrati sono già notevolmente ridotte in slancio ed organico; lo stesso magg. Bosi viene ferito alla coscia da una scheggia di granata, ma non si allontana dal suo posto.
L'artiglieria italiana tacque per tutto il tempo, ma improvvisamente anche quella austriaca tacque (si suppone che fossero terminate le munizioni) tanto che sulle due compagnie di rincalzo non venne sparato nessun colpo. Nonostante l'inattesa fortuna, il cap. Gregori non tentò l'atto risolutivo prima del calar della notte, e fece addossare le compagnie di rincalzo a quelle di prima linea per far passare la notte.
Nella notte Bosi e Gregori si incontrano:
Appena vi furono giunti, Bosi disse con tono amaro ed accorato: - Ah, Gregori, m'avevi dato tanta speranza col tuo baldo ottimismo di stamani! Ma poi ... - e dopo un istante di pausa: - Io ho dato assicurazione al colonnello che in giornata Monte Piano sarebbe preso. Che posso risponder ora alle sue premure? Ma quel che più m'addolora è un biglietto del capitano Rossi. Egli mi scrive che, se la fanteria non si spiccia, assalirà da solo co' suoi alpini -. Il capitano Gregori ascoltava col viso atterrato. D'un tratto proruppe:
Maggiore, io sono pronto.
A che ora intendi attaccare?
Subito.
Gregori, non precipitare, ora. Converrà aspettar l'alba.
Va bene, all'alba attaccheremo.

Quando giunge anche il cap. Rossi, i tre stabiliscono che all'alba la 9ª e la 12ª passassero la Forcella dei Castrati, mentre la 10ª e la 11ª restassero nelle immediate vicinanze (Meneghetti: grave errore tenere i rincalzi in zona battuta, con il pericolo di non poterla passare di giorno).

Il magg. Bosi ed il cap. Gregori: 17 luglio 1915
All'alba del 17/07 si lanciò all'assalto il 4°/9ª/III/55° (serg. Boenco): il magg. Bosi osserva in piedi presso la Piramide Carducci fino a quando non viene centrato al cuore da un tiratore austriaco e si accascia tra le braccia del suo attendente Saetta e del caporale portaordini Bernacchi.
L'impeto della 9ª venne arrestato dalla morte di Boenco e dal mancato concorso della 96ª che avrebbe dovuto tagliar fuori il segmento avanzato della trincea austriaca che batteva la Forcella ed impediva ai fanti italiani di dare l'assalto alla ridotta.
Il comando delle truppe fu assunto dal magg. Gavagnin che si trovava in una delle anse del dirupo sotto il ciglio occidentale: alle 7 questi manda al cap. Gregori un ciclista con l'ordine di far passare al di là della Forcella anche la 11ª. Questa riuscì a passare grazie ad un improvviso banco di nebbia, e potè così raggiungere la 12ª e la 9ª.
Alle 10 giunge l'ordine di far passare anche la 10ª, ma non per rinforzare le altre, ma piuttosto per metterla a disposizione del cap. Rossi che chiedeva protezione sul retro prima di lanciare i suoi all'assalto. A quell'ora però il cielo era tornato limpidissimo ed il passaggio peril sentiero era diventato impossibile; il comandante della compagnia chiese ed ottenne di potersi recare da solo a parlare col cap. Rossi per trovare un'altra via. Ma quando tenta di alzarsi, una scarica di fucileria lo costringe a riabbassarsi e falcia il tamburino Scalise. Approfittando di un colpo da 280 che centra il segmento della trince austriaca, il comandante della compagnia raggiunge l'angolo morto dove si sono riparati i soldati delle tre compagnie.
Allora una scena tragica si parò agli occhi suoi e di tutti. Il I° capitano Gregori comparve in capo al sentierino, per scendere. Fra lui e le truppe spettatrici potevan correre ottanta metri in linea d'aria, ma il tratto sul terreno era insuperabile. Se Gregori si fosse lanciato con destrezza ed accorgimento, avrebbe forse potuto avere la stessa buona sorte del comandante della 10ª: invece avanzava passo passo, diritto e disfidante. Così lo colse presto una palla sotto il ginocchio destro. Non si scompose; tolse di tasca il pacchetto di medicazione e cominciò a svolger la fascia lentamente, forse credendo che i nemici non avrebbero più sparato contro uno già ferito. Ma non aveva ancora cominciato a fasciarsi la gamba che un'altra pallottola lo colse tra il naso e la bocca. In quel chiaro mattino, in cui parea di toccar gli oggetti anche molto più lontani, tutti lo videro distintamente portar la destra a quel punto e poi guardarsi il palmo insanguinato. Allora quindici, venti voci dei nostri gridarono ad alcuni soldati del Genio, ch'erano di là appiattati dietro le rocce affioranti di raccoglierlo. Due accorsero, ma, fatti pochi passi, caddero colpiti a morte. Accorsero altri due, e a prezzo di ferite riuscirono a compier l'opera pietosa ed eroica.
Passarono cinque minuti, non più; poi sia che volesse dare un esempio incitatore allo sprezzo della vita, sia che alla morte comune in guerra, ormai certa, ne preferisce una memorabile, il capitano Gregori comparve di nuovo in vista ed avanzò fino al posto dove era stato colpito, col berretto spinto indietro per mostrar la fronte; e, colle braccia conserte, si diede a passeggiare avanti e indietro, offrendosi a tutti i colpi. Quella figura tragica avrebbe dovuto incutere rispetto o terrore. Invece non tardarono, i vili, a tempestarlo di piombo. Tuttavia per qualche po' fu questa materia bruta che non osò toccarlo. Allora, sempre con le braccia conserte, egli voltò le spalle ai nemici per disprezzo. Alfine ricevette un colpo mortale e cadde, o meglio, si adagiò per terra ... Sollevò ancora a mezz'aria il braccio destro; e il nemico, temendo risorgesse, puntò su quel corpo esanime la mitragliatrice e lo deturpò con centinaia di colpi.
Il comandante della 10ª scende alla testata del Vallon dei Castrati e riferisce al Rossi ed al comandante del III la fine di Gregori (il capitano del III avrebbe dovuto assumere il comando, ma si ritirò in quanto debilitato). Dopodichè scende nel dirupo del ciglio occidentale di Monte Piana per chiedere al magg. Gavagnin il permesso di condurre la sua compagnia per il Vallon dei Castrati invece che per la Forcella; il permesso gli viene accordata. Incontra anche i capitani Mortara (7ª/56°) e Sammartino (6ª/56°) che dalla riserva generale di Forcella Bassa erano passate alla riserva di Monte Piana al fine di mantenere le eventuali posizioni conquistate.
La 10ª riuscì a portarsi al Fosso Alpino passando per il Vallone, senza nemmeno un ferito.
Con questo movimento si chiude la giornata del 17/07; per tutta la sera e la notte seguenti cade una pioggia maledetta:
Quella notte mi resterà impressa finchè vivo. La tenebra pesta avvolgeve centro gruppetti di fanti e di alpini frammisti e diversi, quali sdraiati, quali accoccolati, quali ritti, quali poggiati l'uno sull'altro, tutti fradici, dispersi pel Fosso Alpino zuppo come una palude, articolando voci solo per esecrare, rivoltandosi di continuo per fare schermo dell'un de' fianchi all'altro, contro la pioggia fredda e maledetta e greve
Ed ogni quarto d'ora una luce più odiosa della tenebra, lume dell'occhio sospettoso del Minotauro fiore del male spuntava dal ciglio del terrazzo, descriveva un ampio arco e scendeva lenta sul centro del rettangolo, dove pochi secondi illuminava ogni cosa a giorno. Allora tutti ammutivano e ciascuno si irrigidiva nell'atto in cui si trovava, con quegli occhi sbarrati,con quelle facce smunte da tre giorni senza pane e due notti senza sonno, con quei cappelli schiacciati, con quelle vesti putride e lercie.
Durante la stessa giornata venne ferito ad un piede anche il pattugliere Matter.

La conclusione dell'attacco italiano: 18 - 20 luglio 1915
La mattina del 18/07 sembrò che presso i comandi fosse tramontata l'idea della prosecuzione dell'attacco di viva forza e si propendesse per l'offensiva metodica. Il cap. Rossi fece accampare gli alpini sul pendio tra il lato sud del rettangolo del Fosso Alpino ed i pinnacoli di roccia che lo sostengono sul Vallon dei Castrati; fece inoltre portare le cucine alla testata di quest'ultimo in modo che il fumo potesse salire a confortare le truppe del cap. Mortara. Dispose anche che la 10ª/55° si schierasse a quadrato attorno alla 96ª; disse poi che bisognava scavare trincee difensive e camminamenti di approccio alla ridotta austriaca ma non fece portare nè picconi nè badili.
In questi due giorni (18 e 19/07) si registra solo uno scambio di colpi tra le opposte artiglierie. Il 18/07 pattuglie italiane fanno saltare il campo minato di fronte alle posizioni austriache ed una granata italiana in un colpo riesce a causare 18 morti. Il 19/07 viene centrata anche una batteria austriaca di Malga Specie (15 morti). Da parte austriaca si provvede all'invio di rinforzi (cap. Groschl della 10ª/3° landesschützen):
destra: la 9ª/3° landesschützen;
centro: una compagnia ed una sezione mitragliatrici;
sinistra: metà della 10ª/3° landesschützen;
La mattina del 19/07 il comando di brigata comunicò l'ordine di riprendere l'attacco di forza: nel pomeriggio il magg. Gavagnin emanò il seguente ordine:
Nelle prime ore della notte di oggi verrà attaccata la trincea di Monte Piano. In conseguenza dispongo:
L'attacco venga iniziato in seguito ad ordine del sottoscritto segnalato mediante razzo.
Le Compagnie che dovranno operare saranno provviste di maschere e formeranno due gruppi: il 1° al comando del capitano del 56° fanteria signor Mortara, il 2° al comando del 7° alpini sig. Rossi (1° gruppo: 7ª Compagnia del 56° 12ª del 55°, sez. mitragliatrici del 56°; 2° gruppo: 96ª Compagnia alpina; 6ª del 56°, plotone allievi ufficiali, sez. mitragliatrici del 55°).
Le Compagnie 1ª e 2ª del 55° al comando del capitano Di Lena, in rincalzo dei due gruppi operanti in prima linea, prenderanno posizione non appena l'oscurità lo permetterà, ma non oltre le ore 21,30'; il capitano Di Lena prenderà inoltre il comando della 10ª Compagnia del 55°, meno un plotone, che sarà collocato dal capitano Rossi a tergo delle truppe operanti.

I capitani Rossi, Mortara e Di Lena tennero consiglio presso il campo degli alpini la sera del 19 e stabilirono che:
il cap. Rossi dirigesse l'azione dei due gruppi;
la 12ª/55° giunta alla testata del Vallon dei Castrati al comando di un sottotenente rimanesse tra i rincalzi così suddivisi: la 2ª e 10ª a sinistra (cap. Rossi) e la 1ª e 12ª a destra (cap. Di Lena);
le truppe di prima linea scattassero all'alba.
Il Rossi dispose altresì:
che il comandante della 10ª assumesse il comando dei rincalzi e gli assegnò il compito di difesa del tergo degli alpini assalitori;
che il plotone allievi ufficiali della brigata (s.ten. Cavallero) si ponesse al centro tra gli alpini e la compagnia del cap. Mortara.
Queste modifiche non furono rese note al magg. Gavagnin che alle 24 fa lanciare il razzo verde dell'attacco. Dopo 2 ore, non vedendo alcun movimento, manda ai capigruppo il contrordine: questo giunge al cap. Mortara, ma non al Rossi ed al plotone allievi che, seguiti dalla 6ª/56° (cap. Sammartino) irrompevano verso due varchi (il più ampio misura 8 metri) aperti alle del 20/07 con 6 tubi di gelatina nel reticolato austriaco dal genio (cap. Chimirri) e dal plotone esploratori del I/55° (s.ten. Ruini).
Allora il cap. Di Lena, di sua iniziativa, mandò tra i rincalzi del settore di sinistra anche la 12ª, così il comandante della 10ª si trovò con alle dipendeze 3 compagnie. Ma alle 9 giunge il cap. Chimirri del Genio con l'ordine verbale del cap. Rossi che una parte dei rincalzi andasse subito all'assalto. Infatti gli alpini avevano tagliato fuori il camminamento che univa la trincea avanzata alla ridotta e ne avevano catturato il presidio. Poi tutti si erano fermati di fronte al fuoco della ridotta (il plotone di testa perse 27 uomini su 45) per cui il Rossi aveva chiesto al Mortara di attaccare il lato destro ed aveva chiesto ai rincalzi di agire contro il sinistro.
Il cap. Mortara però mandò la sua 7ª/56° (al comando di un sottotenente) in direzione della trinceretta già occupata dagli alpini. Credendo che i suoi siano penetrati nella ridotta, il Mortara incita la 1ª/55° a lanciarsi all'assalto guidata dal ten. Puttini, dal s.ten. Brevedan (poi caduto) e dal caporale Bergato. Alla sinistra il compito si presentò più arduo al comandante della 10ª perchè l'ordine riferito dal Chimirri contraddiceva le disposizioni precedenti e non precisava la direzione dell'assalto. Non si sapeva inoltre che truppe mandare all'assalto, visto che:
la 10ª aveva tre plotoni in dislocazione protettiva;
la 12ª era giunta da poco ed aveva forze ridotte ed un solo ufficiale (s.ten. Capuzzo);
la 2ª (s.ten. Ganzerla) era al centro del Fosso Alpino dalla sera prima ma con forze esigue.
Il comandante della 10ª optò per condurre personalmente la 2ª lasciando la 10ª al s.ten. Sutto; si portò dietro anche il 1°/10ª (ten. Meneghetti), sorpassò di slancio la 6ª/56° e, vista l'estrema destra degli alpini, puntò verso l'intervallo tra questi ed il dirupo nord-est del monte, per lanciarsi contro l'estrema sinistra della ridotta austriaca.
Ma i difensori, avveduitisi del movimento italiano, lasciarono pochi uomini al centro per battere i varchi e si spostarono sui fianchi per tempestare con fucili e mitragliatrici (validamente supportati dall'artiglieria, soprattutto da due cannoni da montagna dei cannonieri Schwarz e Schragl) i fanti italiani avanzanti.
Il cap. Rossi, vista l'impossibilità di proseguire, ordina il ripiegamento (Faccia ritirar gli uomini a gruppi di quattro o cinque per volta, dalla destra. Gli altri continuino a sparare. Punto di raccolta le cucine degli alpini); durante il movimento fu ferito ad una spalla e lasciò il comando del settore sinistro al comandante della 10ª.
Il ten. Puttini verso le 7 respinse con il fuoco di squadre ben appostate forti nuclei austriaci (cap. Groschl e ten. Hasenohrl) che già uscivano dai ripari per inseguire, ed il comandante della 10ª protesse il ripiegamento con i 3 plotoni rimasti sulla difensiva ai margini del Fosso Alpino.
In totale l'azione costò agli attaccanti 104 morti, 578 feriti e 151 dispersi.

Le colonne laterali: 15-20 luglio 1915
Il movimento delle due colonne laterali inizia il giorno 15/07 verso le ore 2.30.
Colonna di Val Popena
L'attacco fu condotto dal t.col. Bernanrdini con il suo II/55° (passato per l'occasione al cap. Collini) e con la 5ª/56° che gli fu mandata in rinforzo il 16/07, e con la vana speranza che giungesse sul rovescio delle linee austriache il battaglione proveniente dalla Val Boite.
Dalle linee di Casera Mosca, alle 9 del 15/07 scattarono 6 plotoni: 2 della 6ª (s.ten. Leonarduzzi e Morachiello) rincalzati dal 2°/8ª (s.ten. Troyer) lungo le falde del costone occidentale di Monte Piana, a destra della strada per Carbonin. Altri due della 5ª rincalzati da uno della 7ª lungo le falde del Cristallino a sinistra della medesima strada. Questi avrebbero dovuto trovare via libera ad opera del battaglione che doveva scendere per la Val Fonda dalle falde di Monte Fumo, ma furono fortemente ostacolati dal fuoco austriaco durante la marcia di avvicinamento (furono feriti i s.ten. Gubitta e Ragazzoni).
I plotoni di destra arrivarono senza perdite fino al Ponte de la Marogna e lì si distesero a 20 metri da un reticolato che scendeva dallo strapiombo roccioso di Monte Piana. Il plotone di rincalzo si unisce agli altri due sotto il comando del s.ten. Leonarduzzi che al tramonto del 16/07 fece tentare l'apertura dei varchi nei reticolati con le pinze tagliafili. Ma gli austriaci rintanati nel blokhaus che domina la zona li scorgono e feriscono lo zappatore Bianco, e nel seguito colpiscono a motre il Leonarduzzi.
Il comando passa al s.ten. Troyer, il quale decide di eliminare il blokhaus con un colpo di mano; a tal fine vennero scelti il caporal maggiore Troncon ed il soldato Calvo che riescono nello scopo loro assegnato; ma gli spari dell'azione destano l'allarme tra i difensori della linea successiva. I tre italiani riescono ugualmente a far saltare il più molesto dei blokhaus e parte del reticolato, oltre che a riportare due prigionieri.
Il 17/07 la colonna si limita ad atteggiamento dimostrativo.
Colonna di Val Rimbianco
Fu condotto dal I/56°. Gli austriaci, bloccando lo sbocco della Rienza, proteggevano il Sentiero dei Pionieri ed ostacolavano l'accesso più diretto a Landro.
Per il primo approccio venne costruita una squadra speciale di volontari alla testa della quale si distinse il soldato Zugni-Tauro, che personalmente posò alcuni tubi di gelatina.
Verso le 10 la colonna giunge al Vallon dei Castrati, ed alle 12 occupa il Sasso Gemello, che era il suo obiettivo principale.
All'alba del 16/07 scatta l'assalto alle trincee nel quale perdono la vita lo stesso Zugni-Tauro, il caporal maggiore Rossel e viene ferito il cap. Sisto.

L'azione Montuori: 2-5 agosto 1915
Dopo la morte del gen. Cantore, le truppe del settore Ansiei passarono a far parte della 2° Divisione (al cui comando era subentrato il gen. Bertotti) che trasferisce la sua sede da Cortina d'Ampezzo al Passo Tre Croci, e trasferisce la brigata Umbria (gen. Fioretta) dalla Valgrande alla conca di Misurina. Per gli attacchi alla sella di Cimabanche venne ritenuta più hc esufficiente la sola brigata Como (gen. Ussani).
Già dal 21/07 la guarnigione austriaca del Monte Piana era stata sostituita dal III/4° kaiserjäger (cap. Dereani): ma il complesso di postazioni che si era trovato davanti era completamente distrutto ed inutilizzabile: la ricostruzione era possibile solo durante le ore notturne (e comunque si registravano perdite) e veniva regolarmente frustrata nelle ore di luce. Inoltre si registrava la cronica mancanza d'acqua (per rifornire la sola guarnigione di vetta erano necessari 30 animali da soma).
Il 27/07 arriva un contingente di zappatori con il compito di allestire le postazioni lungo il fronte più avanzato della sommità nord, ma i lavori erano tenacemente ostacolati dai tiri dell'artiglieria italiana.
La brigata Umbria andò a sostituire la Marche nelle posizioni dalla Val Popena alla Croda dell'Arghena, mentre la Marche si ritirò tra Somprade e Auronzo, all'imbocco della Val Marzon. La stessa brigata venne rinforzata con ufficiali prelevati dalle altre due brigate e dai depositi di Treviso, allo scopo di agire contro le posizioni austriache di sutura tra gli sbarramenti di Sesto e Landro, per aggirarli entrambi scendendo a S. Candido.
Prima di dar seguito a questo piano, il CdA assecondò il desiderio del gen. Montuori che con la sua divisione tentò l'assalto al bastione difensivo dello sbarramento di Sesto, con azioni dimostrative sul Paterno, Monte Piana e Val Boite.
Nell'azione principale un battaglione del 92° il 04/08 riesce ad impadronirsi della vetta del Monte Rosso, ma poi è costretto a ripiegare.
L'azione sui monti più alti (dal Paterno verso il Bacher) fu eseguita dalla 67ª ma non ebbe alcun esito.
Nella piccola operazione alla testata di Val Felizon la 12ª/24° assieme ad alcuni alpini del 3° riuscì a catturare 60 bavaresi che dalla Punta del Forame edal Panettone si erano infiltrati verso la Forcella e la Cresta Bianca.
La terza operazione fu eseguita dalla brigata Umbria su Monte Piana, con lo stesso concetto operativo del 15/07 ma dando maggior peso alla direttrice di Val Popena. Qui infatti venne destinato tutto il 54° (con il comando presso l'Albergo Alpino) mentre sulla cresta furno destinati due battaglioni del 53° (con il comando presso l'Albergo Misurina).
Tutte le batterie del 15° vennero fatte arditamente avanzare fino alla Costa di Popena che scende a Ponte del Paludetto. Nell'ordine del gen. Fioretta si legge:
Il 54° spingerà sottili reparti lungo le pendici occidentali di Monte Piana, formati di elementi scelti, con speciale equipaggiamento, per infiltrarsi ed aggirare le posizioni nemiche.
Delineando così il concetto operativo che sarà poi proprio degli Arditi. Di conseguenza la 4ª compagnia costituì una specie di plotone gustatori che riesce ad impadronirsi di un blokhaus agli ordini dello zappatore Di Gleria.
Nella giornata del 03/08 viene conquistato un altro blokhaus ad opera dei plotoni del s.ten. Zanalda e del serg. Lupo. Caduto lo Zanalda, questi viene sostituito dal cap. magg. Solari, che cade anch'egli, ma la conquista viene portata a termine dal Lupo.
Pur non concordando esattamente sulle date, sia lo Schaumann che Meneghetti riportano la caduta delle 2 ridotte Il 04/08 piove per cui l'azione italiana è sospesa.
Nei giorni 04 e 05/08 gli austriaci contrattaccano per riprendere i due blokhaus ma vengono respinti dai fanti della 9ª, 11ª e 12ª compagnia.

Attacco italiano di agosto: 11-15 agosto 1915
L'attacco su Monte Piana avrebbe dovuto avere lo scopo di distrarre le riserve austriache dal resto dell'azione italiana voluta dal gen. Fabbri.
Su Monte Piana erano schierati il 54° in Val Popena Bassa (con i rincalzi al Paludetto e la riserva a Misurina) ed il 53° dal ciglio occidentale di Monte Piana al Vallon dei Castrati, in Val Rimbianco, Sasso Gemello e Croda dell'Arghena (con le riserve a Forcella Alta e Bassa). Questo reggimento avrebbe dovuto spingere pattuglie nei dirupi del versante occidentale per sorprendere quei reparti austriaci che di notte si annidavano a tormentare le truppe italiane in Val Popena.
Ma il loro compito fu affidato a 10 volontari della 1ª/54° (serg. Angeleri) che in buona misura riuscirono nell'intento anche grazie all'osservatorio di artiglieria del Cristallino (t.col. Baistrocchi).
La mattina dell'11/08 la 1ª/54° (cap. Rota) avanza fin sotto la cresta del costone occidentale (che dallo strapiombo scende a Ponte de la Marogna) praticamente senza perdite, grazie all'appoggio dell'artiglieria e là trova dei buoni varchi nei reticolati aperti dal geniere Cassini.
Il plotone del s.ten. Croce arriva a 20 metri dalla cresta e l'artiglieria cessa opportunamente il tiro; ma gli austriaci si riaffacciano e l'artiglieria è costretta a ritornare in azione per cacciarli definitivamente. La stessa buona sorte tocca all'altro plotone (s.ten. Villalta) di prima ondata ed alle 12 tutto il costone è occupato (al costo di 3 morti e 28 feriti) mentre vengono catturati 40 kaiserjäger.
Parve che non due Reggimenti, ma due stati, due nazioni si contendessero quel trincerone ormai tutto sconvolto, come una condizione assolutamente necessaria per la vita.
Nel pomeriggio dello stesso giorno i bavaresi contrattaccarono ma troppo debolmente e vennero respinti dalla 3ª compagnia (cap. Bergadani) e dagli appostamenti del serg. Angeleri.
La mattina del 12/08 alle 7 l'attacco viene rinnovato ma con la buona visibilità le batterie italiane e 2 plotoni della 3ª smontano l'impeto degli assalitori ed il plotone del serg. Pallais li costringe a ritirarsi lasciando sul campo 70 uomini. Nel frattempo a presidiare la linea conquistata vengono mandate anche la 9ª e la 10ª (t.col. Sora).
Nella notte gli austriaci si recano nelle vicinanze delle lineee italiane a sparare fucilate e lanciare bombe (con l'intento di non lasciar riposare gli avversari); puntualmente la mattina del 13/08 kaiserjäger e standschützen sferrano un violento attacco. Nonostante la nebbia, il tiro in precedenza aggiustato sui varchi dell'artiglieria (Baistrocchi), della fanteria (Bergadani), e mitragliatrici scava profondi solchi tra gli attaccanti che avanzavano in formazioni dense per non perdere i collegamenti. Quelli che riuscirono a passare ingaggiarono dei furiosi corpo a corpo con i fanti del III; episodi di questo tipo vedono cadere il t.col. Sora ed il cap. Tosi, mentre si distinsero i soldati Barbetti e Puntel per avere causato gravi danni agli austriaci.
Lungo la linea attaccarono il serg. Monetti, i cap.magg. Sola e Borghi, ed il caporale Bizzoni con le loro squadre.
Il 54° esaurisce le riserve e viene inviata di rinforzo una compagnia del 53° da Forcella Bassa (che perde il s.ten. Golzio); accorre perfino la 7ª/55° che era al Passo Tre Croci in riserva divisionale.
Ma gli austriaci furono costretti ad interrompere l'azione per la mancanza di mezzi: a sera erano stati completamente respinti al prezzo di 44 morti e 64 feriti mentre da parte austriaca i morti sono più di 100.
Il fuoco dell'artiglieria italiana si attenua verso il 15/08; nello stesso giorno i kaiserjäger sono rilevati da due compagnie del 59° IR.
Un altro attacco austriaco si verificò ad opera dei bavaresi il 26/08. Il 28/08 avviene un altro cambio e ritornano sul Monte Piana 2 compagnie di landesschützen con un reparto di mitraglieri.
Azione avvolgente: 11-26 settembre 1915
L'idea dell'azione avvolgente su Monte Piana nacque nella mente del gen. Fioretta per effetto dell'attacco austriaco del 01/09 contro le Forcellette (costone orientale di Monte Piana) dalle quali gli italiani molestavano il transito austriaco per il sentiero dei pionieri. Il concetto fu poi esteso dal gen. Bertotti (2° divisione) contemplando anche l'attacco ad opera di 2 compagnie del 24° contro il Monte Fumo allo scopo di permettere lo sbocco degli italiani nella piana di Carbonin.
Durante i primi giorni di settembre continua solo il fuoco delle artiglierie. I comandi italiani decidono per una manovra di aggiramento nel settore più elevato del versante orientale, oltre alla prosecuzione degli attacchi lungo il versante occidentale e la Val Popena (nella quale i reticolati sono però intatti!).
Il giorno 11/09 all'alba inizia l'azione delle artiglierie di piccolo e medio calibro contro le pendici settentrionali di Monte Fumo, sul costone nord-ovest di Monte Piana e contro Monte Piano. Tale azione si dimostra efficace solo sul primo dei tre obiettivi per il numero di bocche ivi concentrate.
Dalla Val Popena partono le pattuglie che precedono la 1ª, 4ª e la 11ª del 54° verso Monte Fumo, Ponte de la Marogna e costone nord-ovest di Monte Piana. Verso le 12.30 la 1ª e la 4ª occupano le pendici nord di Monte Fumo, mentre la 11ª nel fondovalle giunge a contatto con i reticolati austriaci, li taglia in alcuni punti e occupa con 2 squadre un tratto di trincea.
Sulla destra non avanzano nè il 54° nè il 53° in quanto le pattuglie esploratrici riportano che le trincee sono occupate ed i reticolati intatti.
Alle 19.30 l'azione è sospesa fino all'alba.
Il 12/09 il bombardamento italiano prosegue fino alle 2; alle 3 pattuglie di arditi e di soldati del Genio tentano di tagliare i reticolati di Monte Piano ma vengono fermati dall'artiglieria della Croda dei Rondoi.
La 11ª/54° respinge un apio di contrattacchi austriaci atti a riprendere la trincea di Val Popena; le compagnie che stavano su Monte Fumo sono costrette ad arretrare in quanto manca l'apporto della 9ª dal Cristallino per l'alta Val Fonda. Per l'avvolgimento dal Rimbianco, il comando del 53° manda la 9ª in rinforzo al II; il ten. De Marchi, alle 16.30 oltrepassa le 2 Forcellete del costone orientale di Monte Piana ma al tramonto è costretto a retrocedere.
L'avvolgimento per il costone nord-ovest viene affidato alla 11ª/54° (cap. Bossi).
Il 13/09 continua il bombardamento italiano ed una squadra di guastatori del 53° ritenta inutilmente il taglio del reticolato di Monte Piano.
La 9ª/53° si riporta sulle Forcellette che riesce a passare con grandi difficoltà e giunge alla mulattiera austriaca.
In Val Poepna la compagnia del cap. Bossi è costretta a rafforzarsi sulla linea raggiunta in quanto minacciata sul fianco sinistro.
Dall'altra parte si continua a cercare fino a sera il collegamento tra la 1ª e la 4ª (che si spingono verso le pendici nord-orientali di Monte Fumo) e la 9ª (che deve scendere verso Monte Fumo in direzione sud-nord).
L'artiglieria italiana disperde nuclei di fanteria austriaca che si stava ammassando di là del greto del Cristallino.
Il 14/09 gli austriaci attaccano su tutto il fronte di Val Popena Bassa ma vengono respinti dall'artiglieria italiana che però lamenta 2 pezzi colpiti ed uno reso inservibile.
Durante il giorno la situazione resta invariata: la 9ª/53° prova a portarsi a nord delle Forcellette ma viene fermata ed assalita. Su Monte Piano vengono inviate pattuglie con lo scopo di distogliere l'attenzione austriaca ed agevolare l'azione di avvolgimento.
Il 15/09 la 9ªspinge un plotone fino alla mulattiera austriaca ma questo viene interamente catturato (3 morti, 11 feriti e 34 dispersi); al posto della 9ª vengono allora inviati reparti della della 5ª e della 7ª col compito di sorvegliare la Valle della Rienza e la relativa mulattiera.
Il 17/09 si registra un'intensa attività di pattuglie italiane allo scopo di distrarre gli austriaci dall'azione di avvolgimento.
In Val Popena, verso le 15, gli austriaci lanciano bombe incendiarie contro il bosco del costone occidentale di Monte Piana e contro la 11ª/54°: l'incendio costringe gli italiani a retrocedere, ma l'artiglieria impedì agli austriaci di avanzare. Alle 20 l'incendio venne domato.
Il 18/09 una pattuglia della 6ª/54° (s.ten. Volante) viene assalita a q.2175 di Monte Fumo e durante il ritiro perde il suo comandante.
Vengono riprese le posizioni abbandonate il giorno precedente a causa dell'incendio in Val Popena.
Il 19/09 in Val Rimbianco il II/53° viene sostituito dal III. Il comando del III si trasferisce a Forcella Alta con la 7ª e la 8ª, la 5ª a Forcella Bassa e la 6ª a Misurina.
Il gen. Bertotti ordina per il 21 la ripresa dell'azione di avvolgimento.
Il 21/09 il reparto di misto di fanteria e Genio che doveva tagliare i reticolati non ci riuscì. La nebbia fitta impedì il tiro dell'artiglieria fino alle 9.50, ma poi durò fino alle 17.30 scaricando più di 1000 colpi sulle posizioni austriache causando ingenti danne e gravi perdite. A quell'ora inizia l'avanzata del I/53° mentre in Val Popena il 54° svolge azione dimostrativa. Alle 23 il I/53° giunge sul reticolato di Monte Piano ma viene accolto da fucilate e shrapnel ed è costretto a ripiegare per mettersi al riparo. La 9ª e la 4ª del 54° non riuscirono ad avanzare per le difficoltà del terreno.
Il 22/09 durante la notte, il I/53° tenta di svellere i reticolati ma non ci riesce ed il suo comandante, per non lasciarlo esposto ai tiri diurni dell'artiglieria, lo fa ripiegare al coperto.
Verso le 17 gli austriaci con bombe incendiarie danno fuoco alle posizioni italiane di prima linea in Val Popena, ma verso le 20 l'incendio viene domato.
Il 23/09 il I/53° risulta sempre bloccato nel Vallon dei Castrati.
Il ii/53° dà il cambio al III in Val Rimbianco, che passa a sua volta ad occupare la seconda linea di Monte Piana. Il giorno successivo, 24/09, il I ed il III si scambieranno le linee.
Il 25/09 il comando della brigata Umbria ordina al 53° di riprendere l'attacco. La 1ª e la 4ª del 54° sostituiscono in Val Popena le due compagnie del 24° che rientrano al loro corpo di appartenenza.
La 8ª/53° che presidiava Forcella Col di Mezzo spinge un plotone sulla Grava Longa (e cattura un prigioniero russo).
Il 26/09 alle 2.30, dopo la preparazione di artiglieria, il III/53° inizia l'attacco. La 12ª, preceduta dalle squadre tagliafili del Genio, punta sul reticolato mentre le altre si appostano alla testata del Vallon dei Castrati. La 12ª riesce ad aprire un varco di 30 metri e ci si infila alle 9.30, seguita dalla 9ª.
Nel frattempo da Val Popena e dal Rimbianco si procede ad azioni dimostrative. Verso le 10.30 la 12ª giunge al secondo ordine di reticolati ma viene là fermata dal fuoco austriaco. Il comando di battaglione decide per il ripiegamento al Rimbianco, ma i comandi di brigata e di reggimento non approvano ed ordinano la ripresa dell'attacco con in testa la 9ª facendo capire a quel comandante come, fallito il tentativo col primo scaglione, doveva impiegare il secondo , il terzo e così via, e non già ritirarsi! ma ormai il battaglione si è già tutto ritirato e l'operazione viene definitivamente sospesa.

Sistemazioni: settembre-ottobre 1915
Tramontata l'idea di un'azione in grande stile sul saliente cadorino, su Monte Piana e regioni limitrofe non si ebbero più che duelli quasi quotidiani delle opposte artiglierie, con tiri di disturbo. Per i successivi due anni (tra la fine della grande offensiva del 1915 ed il ripiegamento del 1917) si ebbe solo qualche piccola operazione di rettifica della linea diretta a:
mantenere lo spirito aggressivo della truppa;
respingere qualche attacco austriaco;
trattenere le riserve austriache in concomitanza di offensive italiane sugli Altipiani e/o sull'Isonzo.
Il maresciallo Goiginger si rese conto della inadeguatezza delle postazioni rispetto ai rigori del prossimo inverno e promise disposizioni per un massiccio impiego di accorgimenti tecnici funzionali, tra cui:
pionieri e zappatori migliorarono il sentiero che saliva da Landro (ora appunto noto come Sentiero dei Pionieri) venne messa in funzione la teleferica 53a dalla Val della Rienza fino a metà pendio;
vennero iniziati i lavori per una teleferica pesante Landro-Piana Nord;
venne fornita corrente elettrica a tutti gli impianti della Valle di Landro;
questo poi si allargò alla linea elettrica militare ad alta tensione Valdaora - Dobbiaco - Landro.
L'Alpenkorp venne sostituito dai Kaiserjäger; dal Cristallo al Peralba, assieme ai soliti" Standschützen, Landesschützen ed ai fanti del 36° IR (Kolomea) fu schierato il 2° Kaiserjäger in tre sottosettori:
GUA 10/a da Podestagno al Rimbianco;
GUA 10/b dal Rimbianco a Monte Croce Comelico;
GUA 10/c da Monte Croce al Peralba.
Anche da parte italiana fervono i lavori per l'ultimazione dei rifugi e delle postazioni avanzate in vista dell'inverno.
Alla sostituzione del gen. Nava con il gen. Nicolis di Robilant, la 10° divisione (brigate Marche e Ancona) venne trasferita sull'Isonzo e la brigata Basilicata dall'Alta Val Padola al Col di Lana. La 2° divisione cedette parte del suo settore Val Boite alla 1° divisione e si prese tutto il settore della Val Padola spostando la sede del comando ad Auronzo.
Il 16/11 lo schieramento della brigata Umbria viene mutato da per ala a per linea:
la 1ª/54° sulle pendici orientali di Monte Fumo;
la 2ª sul Costone occidentale di Monte Piana;
la 3ª su Monte Piana;
la 4ª in Val Rimbianco;
il II/54° a tergo di rincalzo (tranne la 8ª con un plotone sul Cristallino);
il III/54° di riserva a Misurina.

L'inverno su Monte Piana novembre 1915-marzo 1916 Il 26/11 si segnalano 70 cm di neve fresca ed inizia così un nuovo tipo di guerra: quella contro i rigori dell'inverno.
Il 30/11 la 6ª zappatori porta a termine alcuni rifugi, dei magazzini ed un posto di medicazione sul Monte Piana.
Il 06/12 il IV/3° landesschützen segnala l'avvenuta sistemazione della linea elettrica per l'illuminazione delle baracche del pianoro nord e per l'utilizzo di un riflettore portatile.
Il 22/12 si iniziò a tendere le funi portanti e traenti della teleferica.
Dal 12/01 entra in funzione la teleferica 53b (solo di notte, in quanto di giorno era oggetto di troppe attenzioni da parte dell'artiglieria italiana) con una portata di 7/8 tonnellate ed un tempo di percorrenza media di 12 minuti.
Il 28/02 vengono inviati sul pianoro nord:
un secondo sistema di perforatrici elettriche, 3 lanciafiamme e 3 lanciamine.
Il 05/03 una valanga travolge 150 uomini: le ricerche proseguono per 17 ore alla completa mercè degli italiani che però non sparano nemmeno una fucilata (l'episodio è riferito dallo Schaumann, quindi da fonte austriaca): tra le vittime il cappelano militare reverendo Martin ed il medico dottor Mutschenhofer.
Il 15/03 un'altra valanga piomba sulla baracca dell'infermeria austriaca causando ben 24 morti.

Monte Fumo 1-7 aprile 1916
Il collegamento tra le linee più avanzate dei sottosettori Val Boite e Valle Ansiei era tenuto da:
i bersaglieri dell'8° in Val Felizon;
gli alpini del Valpiave da Col dei Stombi al Passo del Cristallo;
i fanti del 23° alla testata della Val Fonda.
A fine marzo il comando italiano, per avvicinarsi maggiormante alla zona delle operazioni, si trasferisce su Colle Edoardo (q.1789).
Il giorno 29/03 un reparto di fanteria sale verso q.1979 per attrezzare la salita con scale di corda. Nella notte del 01/04 un reparto di fanti del 23°, nonostante la neve fosse alta fino alla cintura, occupa di sorpresa la selletta a nord-est di Monte Fumo e da lì, alle 8, attacca una linea di ridotte nella quale cattura 33 prigionieri del 36° IR (Kolomea).
Nella notte successiva, un plotone di kaiserjäger sceso dalla Costabella verso le 23 prova a saggiare la consistenza delle nuove difese italiane ma l'artiglieria italiana riesce a respingere l'attacco. Nel frattempo gli italiani scavano nella neve tre gallerie dalla forcella in direzione delle baracche austriache e riescono nel coglierle di sorpresa. L'artiglieria austriaca reagisce e scaccia gli occupanti italiani, lasciando superstiti a sera solo 25 uomini.
L'artiglieria austriaca batte le posizioni italiane sparando da Prato Piazza, Monte Rudo e Cresta di Costabella.
Gli italiani aggiungono un plotone di alpini e tentano un attacco dimostrativo verso la Cresta di Costabella. Gli austriaci tentano un'azione con un plotone che parte da Landro, ma viene inesorabilmente respinto dalla puntuale azione dell'artiglieria italiana.
Il cocuzzolo in mano italiana è martellato senza tregua, per cui si decide di assaltare la quota principale, dalla quale gli austriaci battono gli italiani con le mitragliatrici. Gli austriaci decidono di preparare un attacco regolare, ma questo si scontra con un concomitante attacco italiano votato alla conquista di q.1979 di Monte Fumo (100 austriaci contro 15 italiani secondo il Berti).
Già nelle prime ore della notte del 03/04 erano giunti sulla selletta circa 200 uomini, così suddivisi:
la 6ª ed un plotone della 2ª/54°;
50 volontari arditi del 23° (cap. Borghini di Premosello Chiovenda);
la sezione mitragliatrici del 257° battaglione di M.T. di montagna.
L'attacco venne respinto ma a caro prezzo da ambo le parti: le perdite in termini di effettivi assommarono al 60% per gli austriaci ed al 40% per gli italiani. Nella serata del 04/04, viene respinto l'ultimo tentativo effettuato da una squadra di 16 landesschützen.
La mattina del 07/04 tornano all'attacco in 350 (150 tirolesi, più una compagnia di galiziani, coadiuvati da due mitragliatrici postate in Val Costabella e sulle Punte del Forame) incanalandosi per un camino, ma vengono scorti dal soldato Neivoz che resiste nella posizione fino alla morte. Nel pomeriggio ci riprovano per la via della Costabella (visto e considerato anche che la neve era stata già calpestata e battuta durante la battaglia del 03/04) e dopo 3 ore si riprendono la posizione.
La difesa costò agli italiani 70 feriti e 140 dispersi (praticamente l'intero presidio della selletta, di 200 uomini) e valse la medaglia d'argento per il s.ten. Sampol (Berti parla di 164 tra morti e dispersi e di 151 feriti).

Operazioni di primavera aprile-giugno 1916
Fin da quando si era rinunciato ad avanzare, i comandi italiani avevano pensato almeno di disturbareil transito di truppe e materiali per il solco pusterese, battendo le stazioni di Dobbiaco e di S. Candido. Si decise di conseguenza di piazzare una sezione di obici da 305 nel tratto del Paludetto che gira dietro Col S. Angelo. Il lavoro necessario richiese l'impegno di qualche centinaio di uomini per 3 mesi, ma nella seconda metà di maggio 1916 i primi colpi caddero su S. Candido.
Il 23/05 si concluse il passaggio del comando di divisione da Auronzo a Misurina (che era iniziato il 07/05) ma ciò non portò comunque una maggiore attività nel settore: si tentò di capire se ci fossero delle concrete possibilità di occupare un tratto ripido e roccioso al di là della Forcella dei Castrati. Un piccolo contingente di zappatori del 54° attraversò dunque la forcella e si attestò alla base del pendio; queste posizioni verranno poi chiamate Guardia di Napoleone (Bandstellung).
Il 23/05 i landesschützen vengono sostituiti dal IV/2° landsturm (cap. Michner). Sia gli italiani che gli austriaci furono impegnati nella manutenzione dei sentieri e delle posizioni, infatti il disgelo comportava seri problemi per la viabilità, a causa delle imponenti quantità di fango che si vengono a produrre. Si realizzò inoltre verso la fine di giugno una trincea di collegamento tra il Fosso Alpino e la Kuppe K.

Battaglie per la Kuppe K: luglio-agosto 1916
Nella stagione buona del 1916 la sistemazione difensiva su Monte Piana raggiunse uno sviluppo considerevole, specialmente ad opera del III/54° (magg. Heinselmann). La prima linea fortificata constava di 11 posti collegati da una trincea (tra i costoni orientale ed occidentale) con molte postazioni per mitragliatrici e subito a tergo postazioni per bombarde. Si provvide anche a collegare il fianco sinistro della Guardia di Napoleone con la prima linea.
Fin dai tempi dell'azione di avvolgimento, gli austriaci avevano occupato un posto sull'angolo nord-est del Fosso Alpino dal quale bersagliare le Forcellette, il fondo di Val Rimbianco, gli accessi al Sasso Gemello, alla Croda dell'Arghena e lo avevano battezzato Kuppe K (Punto K nella letteratura italiana).
Questo posto divenne particolarmente molesto quando il comando della IV Armata, per tenatare di ovviare alle mancanze difensive palesatesi sugli Altipiani, ordinò di costruire una seconda linea di resistenza a ridosso della prima. Ma il pronto intervento della Guardia di Napoleone rese la vita impossibile al presidio austriaco che fu ritirato al di sopra di un bastione di roccia (trincea degli alpini) ad ovest del Fosso Alpino. Ma anche di là i tiratori austriaci riuscivano a molestare i lavori italiani.
Ai primi di luglio gli osservatori austriaci della Croda dei Rondoi notano una accentuata operosità delle truppe italiane: viene quindi imposto alla guarnigione della vetta di intervenire in modo energico.
Il 26/07 alle 19 l'attacco contro la Guardia di Napoleone però si arresta subito dopo essere partito nonostante la preparazione dell'artiglieria fosse stata ritenuta adeguata.
Il nuovo comandante della LVI° brigata da montagna (gen. Pichler) temendo una avanzata italiana sul pianoro settentrionale, ordina un massiccio attacco contro la Guardia di Napoleone, da estendersi anche alla Forcella dei Castrati al fine di distruggere completamente l'impianto offensivo italiano. L'attacco doveva essere condotto sfruttando il fattore sorpresa, per cui viene programmato senza supporto dell'artiglieria e con il favore delle tenebre. L'inizio viene fissato per le 20.30 del 02/08. Le truppe penetrarono nelle trincee italiane che erano vuote, le distrussero e ritornarono indisturbate nelle posizioni di partenza.
Il comando austriaco ritiene però indispensabile il possesso della Forcella dei Castrati e della Kuppe K: viene quindi ordinato un nuovo attacco con la promessa del cambio per i landsturmer che lo dovevano condurre. Proprio questo miraggio dell'agognato cambio indebolì l'attacco: il cap. Michner infatti si limitò a tentare l'attacco sulla Kuppe K.
Alle 23.30 del 05/08 l'attacco si esaurisce sul nascere.
Il 06/08 i landsturmer vengono rilevati dalla 5ª e dalla 7ª del 2° kaiserjager agli ordini del cap. Falkhausen: questi propone di costruire una nuova linea di combattimento più avanzata in modo da controllare più efficacemente la terra di nessuno, ed i lavori iniziano subito.
Una nuova conquista della Kuppe K viene ordianata dal comando: viene incaricato il s.ten. Vellean con 1 plotone della 5ª e 10 volontari della della 7ª per le 0.45 del 14/08. L'azione è repentina e la guarnigione italiana si deve ritirare. Ma l'opera di ristrutturazione della posizione appena conquistata è resa impossibile dal fuoco degli italiani che sparano con fucili, mitragliatrici, artiglieria e lanciabombe. Le perdite si fanno ingenti ed i cambi ed i collegamenti sono impossibili di giorno, tanto da far pensare agli austriaci di abbandonare la posizione.
Ma il 23/08 un plotone di scalatori della brigata Umbria (fianco sinistro) e la 12ª/54° (fianco destro) passano al contrattacco (nel frattempo il I/53° in Val Rimbianco e la 6ª/54° in Val Popena Bassa eseguono azione dimostrativa): alle 20,15 il presidio austriaco (cad. Strjcek) respinge un primo attacco ma alle 22,30 la posizione è italiana. Il cap. Homa affida il contrattacco al s.ten. Vellean ma anche questo fallisce. Il 24/08 ci si accorge che alcuni superstiti della guarnigione si erano ritirati tra i dirupi della Valle della Rienza e viene loro segnalato di ritentare di riprendere la posizione, ma le vedette italiane notano tutto e la notte successiva catturano i 24 austriaci.
Il col. Kramer chiede al cap. Ploner (comandante di una compagnia di kaiserschützen) di rioccupare la Kuppe K: la notte successiva a detta richiesta, il tentativo austriaco si conclude con la morte di 47 attaccanti su 51. La riconquista avviene ad opera di un contingente di altri 60 kaiserschützen, ma dal lato italiano, l'intervento degli Arditi (attraverso una galleria) porta all'ennesimo passaggio di proprietà della Kuppe K stessa.

Inverno 1916: settembre-dicembre 1916
Il Fosso Alpino era in posizione alquanto infelice dato che era dominato dalla ridotta di Monte Piano e fuori dalla protezione italiana; a tal scopo si decise di costruire 6 blokhaus con postazioni per mitragliatrici e bombarde lungo il margine roccioso che guarda la Val Rimbianco.
Per i lavori da settembre 1916 a marzo 1917 fu dislocato nel Vallone dei Castrati il 4°/205ª/2° Reggimento Genio Zappatori (s.ten. Mattei e Filippo) ed a protezione vi erano 3 plotoni di fanteria, 2 sezioni mitragliatrici pesanti FIAT ed una sezione di bombarde da 57A (s.ten. Buccolini).
In tal modo nacque la Ghirlanda (per il fatto che l'andamento delle posizioni era pressochè circolare), una specie di Monte Piano Italiano, collegato alla Guardia di Napoleone mediante una galleria difensiva.
Anche gli austriaci provvidero a migliorare le loro posizioni (Trincea dei sassi), ma migliorarono anche i collegamenti con Landro; una grande preoccupazione per gli austriaci era il traffico funicolare, tanto che il 31/09 nella caverna della centrale elettrica in quota venne installato un motore a scoppio di emergenza e venne costruito un magazzino viveri capace di contenere 21 razioni giornaliere per 800 uomini.
Il 17/10 l'artiglieria italiana scarica più di 1000 colpi sulla sommità settentrionale del Monte Piana causando gravi perdite ed ingenti danni.
Il 13/12 si segnalano 7 metri di neve e -42°: la morte bianca in questo perido fece più vittime degli scontri a fuoco. In alcune giornate il cambio avveniva dopo soli 30 minuti per evitare il pericolo di congelamenti.
Il cap. Falkhausen aveva ordinato l'allestimento di gallerie a prova di bomba fino alle postazioni più avanzate:
galleria principale: dall'accampamento all'ala destra fino all'avamposto I (460 m);
galleria dei kaiserjager: collegare la prima con l'ala sinistra (270 m) con rotaie e cavi elettrici.
Da parte italiana si procede invece con la realizzazione di una galleria di mine sotto la Guardia di Napoleone e di una galleria d'assalto a partire da questa.

I primi mesi del 1917: gennaio-giugno 1917
Agli inizi del 1917 cominciarono i lavori di perforazione italiani tra il Fosso Alpino e la galleria difensiva, a tergo del fianco destro della Guardia di Napoleone e si costruirono due gallerie offensive in direzione del centro delle posizioni austriache. Alla profondità di 200 metri si scavarono le diramazioni per le varie opere da far saltare, ma in quel momento gli italiani si accorsero che gli austriaci stavano lavorando di contromina. Le caverne non vennero quindi caricate, ma solo diaframmate e negli spazi vennero inserite torpedini ad alto potenziale collegate in modo da poter essere innescate simultaneamente oppure a tempo. Venne poi destinata una squadra di soldati per individuare la direzione e la distanza dei rumori austriaci.
Lo Schaumann riporta dubbi sulle intenzioni austriache di contromina: secondo la sua versione nel gennaio del 1917 la guarnigione austriaca del Monte Piana ha la netta sensazione che gli italiani stiano allestendo un'operazione basata sulle mine. Uno dei sistemi utilizzato per avere conferme di ciò consisteva, all'epoca, nell'osservare le onde circolari che si venivano a formare in una gavetta riempita d'acqua. Si provvede allora all'allestimento di due gallerie per l'intercettamento acustico, gallerie che vengono scambiate dagli italiani per opere di contromina.
In quel periodo la tensione è al massimo: truppe italiane vivevano nella caverna della galleria d'assalto, pronte a respingere un'eventuale irruzione degli austriaci che dal canto loro vivevano la sindrome del Castelletto e del Col di Lana.
Verso la primavera il comandante della LVI brigata da montagna (col. Von Kramer) ritiene indispensabile la totale conquista della sommità meridionale, mentre il generale di divisione Von Steinhart è scettico di fronte ad una simile impresa. Il piano operativo viene affidato al cap. Baumgartner il quale propone come punto di partenza il Caposaldo III. L'obiettivo era realizzare una galleria per il collocamento di mine al di sotto delle postazioni situate attorno alla Piramide Carducci. Quando la galleria stava per essre portata a termine venne l'ordine di interrompere i lavori in quanto gli austriaci si erano convinti che da parte italiana l'operazione mine fosse stata sospesa. In effetti così era.

L'estate del 1917: luglio-agosto 1917
Nella notte tra il 13 ed il 14/07 si abbattè su Monte Piana un violentissimo temporale; una scarica elettrica provocata da un fulmine innescò le torpedini. Temendo una mina austriaca atta a sbucare nella galleria italiana, prontamente il presidio del cap. Giordano si reca nella galleria: vengono però tutti intossicati dai fumi e l'unico che riesce ad uscire racconta di gas tossici immessi dagli austriaci. Subito accorre il ten. Bernabè al comando di una sezione mitragliatrici con un'arma mentre i serg. Pomini e Bossi con 6 soldati muniti di maschera vanno a recuperare gli intossicati e nel contempo confermano la mancanza di tracce austriache nella galleria.
Nell'agosto del 1917 le opere di Monte Piana avevano raggiunto un tale livello da meritare la visita di ufficiali francesi, giapponesi e rumeni e perfino del re: il 17/08 fece visita ai fanti del 54° in linea a Monte Piana.

Piano austriaco: ottobre 1917
L'attacco del 22/10 sferrato su Monte Piana (contro la Ghirlanda) ed eseguito da reparti di truppe già inquadrate nella XIV Armata di Von Below, nonostante venne condotto con estrema violenza, aveva solamente carattere dimostrativo ed il suo scopo era trattenere le riserve italiane nel Cadore.
La guerra lunga e ferma aveva prodotto questo prodigio che il povero Cristo del fante, stretta al petto la sua croce, s'era aggrappato con tutte due le braccia al suo Calvario. Altro che fuggire vilmente! Non sapeva, non poteva, non voleva staccarsene, finchè non fosse finita la guerra.
In tali condizioni di spirito l'attacco alla Ghirlanda, respinto il giorno appresso, influì non poco sul ritardo della IV Armata a ripiegare.
Per quell'attacco il comando austro-tedesco inviò tra S. Candido e Dobbiaco:
reparti della 26° divisione del Brandeburgo e della 200° (Gruppo Von Berrer);
reparti dell'Alpenkorp (Gruppo Von Stein);
kaiserjäger tirolesi.
i quali vennero fatti salire alla linea di scatto all'ultima ora.
Quanto al criterio tattico, prevalse l'opinione germanica secondo la quale le fanterie, nell'avanzare, non dovevano preoccuparsi dei centri di resistenza, ma lasciarseli alle spalle: così i reparti attaccanti su Monte Piana dovevano travolgere le difese della Trincea degli Alpini e della Guardia di Napoleone e, senza curarsi troppo dei nidi di mitragliatrice in roccia, rovesciarsi nel Vallone dei Castrati dirigendosi verso Forcella Alta e puntando su Misurina.
L'artiglieria nei giorni precedenti eseguì su vasta scala tiri di inquadramento, tanto che il comando di divisione italiano inviò da S. Stefano di Cadore il V Reparto d'Assalto a disposizione della brigata Umbria
. Il reparto era a disposizione della 2° divisione (gen. Venturi, appena succeduto al gen. Cittadini); al comando c'era il cap. Pomponi, alle cui dipendenze vi erano 5 plotoni (ten. De Simone, Gua, Paolotti, Carozzi, asp. Mugna) più una sezione lanciafiamme (s.ten. Del Sole).
Giunse in Conca di Misurina il 21/10, proprio quando il tiro austriaco si andava intensificando di ora in ora.
Ai primi di settembre il comando di brigata austriaco constata che la situazione sul Monte Piana si fa sempre più critica in quanto gli italiani si avvicinavano sempre di più, ben coperti dagli efficaci tiri dell'artiglieria, mentre gli austriaci erano a corto di mezzi tecnici e di rincalzi. Viene quindi approvata l'idea di una massiccia operazione (che coincidesse con la grande offensiva nell'alto Isonzo) indicata col nome in codice Herbst.
Il 05/10 arriva a Villabassa un battaglione d'assalto tedesco; il 10/10 il cap. Kratoschwill con una compagnia del battaglione d'assalto della II Armata. A copertura erano a disposizione 74 cannoni e 18 lanciamine, mentre la guarnigione del Monte Piana era costituita da 1 battaglione di kaiserjäger, la quale si trovava di fronte il III/54° (magg. Piacenza) con il comando (col. Nigra) presso l'attuale rif. Bosi.
Nella seconda metà di ottobre comincia a piovere a dirotto ed anche a nevicare (40 cm. il 20/10): in quel periodo due soldati austriaci disertano ed espongono agli italiani i piani austriaci.
Il 18/10 arriva l'ordine di attacco: per le prime ore del 21/10 è previsto l'attacco alle postazioni italiane del Monte Piana e per il 22/10 quello lungo il versante occidentale. Prevedendo l'immediata reazione italiana si invita a soffocare sul nascere i contrattacchi e porre massima cura nell'operazione gas.

L'attacco austriaco: 22 ottobre 1917
Il 21/10 alle 6 il mortaio postato presso il Rifugio Tre Scarperi ed un razzo lanciato dalla Torre di Toblin danno inizio all'attacco. Per 13 ore l'artiglieria austriaca scarica più di 1000 colpi sulle linee italiane. Durante la notte del 22/10 il bombardamento varia di intensità fino a diventare normale su tutto il fronte tranne sul Monte Piana.
Il 22/10 si presenta freddo e nebbioso. Alle 5 un colpo del 305 della Innerfeldtal ed un razzo lanciato dalla Torre di Toblin segnao l'inizio del tiro di distruzione e contemporaneamente un barilotto esplosivo viene fatto rotolare da Monte Piano contro la Trincea degli Alpini. Più di 100 pezzi, bombarde e lanciamine concentrarono il fuoco sulla Ghirlanda per non più di 10 minuti mentre i kaiserjäger scendevano ai reticolati. Cessato il tiro, questi tentano di scavalcare il groviglio dei reticolati, ma vengono respinti dalle mitragliatrici del ten. Bernabè e dalle bombe del s.ten. Buccolini. Poco dopo il tiro austriaco riprende con maggior violenza anche per battere il Vallon dei Castrati, dal quale gli austriaci pensavano che affluissero le riserve italiane. Ma stavolta rispondono tutti i pezzi italiani di Valle Ansiei e della 6ª sezione someggiata dallo Zurlon, Cresta Bianca, Tre Croci, Crepe di Zumelles e Valgrande.
Nonostante l'intervento dell'artiglieria, la sezione mitragliatrici del battaglione complementare che sbarrava il Vallone dei Castrati perde il comandante, ten. Arricò, il serg. Luini, il cap.magg. Fiorio, il caporale Galli e molti mitraglieri.
Inoltre parte della Ghirlanda cade nelle mani delle fanterie tedesche dell'Alpenkorp, del Wüttemberg e del Bradeburgo che rano scese a plotoni affiancati, usando i lanciafiamme contro la Guardia di Napoleone:
i difensori di questa avevano resistito al doppio bombardamento di distruzione, sul posto, chè lo strapiombo immediatamente a tergo non permetteva di ritirarsi in posizione più riparata. I morti e i feriti del primo erano stati sgombrati, ma quelli del secondo erano ancora là coi superstiti, e le due vedette Giovanni De Siena e Vittorio Basilico guardavano ancora dalle rispettive nicchie atraverso i fori delle lamiere contorte, quando, cessato appena l'inferno delle bombe, videro avanzarsi la nube nera, tetra, caotica, gravida di fiamma dai bagliori sinistri. Non era la morte, era l'annientamento.
Vengono così annientati 3 plotoni del 54° mentre il quarto (s.ten. Burroni) rimane asserragliato lungo la linea dei nidi-scoglio con dietro il dirupo di Val Rimbianco. Quel plotone resistette a bombardamenti e attacchi vari ma non cedette il ramo di Ghirlanda, sicchè gli austriaci non riuscirono a passare dalla parte del Fosso Alpino, ma nemmeno ci riuscirono dall'altra parte (Forcella dei Castrati).
Intanto il V Reparto d'Assalto sbocca dalla galleria difensiva e si dispone per il contrattacco: il plotone del ten. De Simone fu il primo a lanciarsi dal fianco destro della Guardia di Napoleone. Viene ferito alla bocca ma continua nello slancio e però si infila tra la destra della Guardia di Napoleone e la sinistra della Trincea dei Sassi e l'unico modo per uscirne è superare frontalmente la seconda. Giunti al corpo a corpo, gli italiani vengono sopraffatti:
[...] intimarono minacciosi al De Simone di arrendersi.
Arrendersi? Viva l'Italia - urlò, come ingigantendo e scaricando sugli avversari i residui colpi della rivoltella. Ferì e fu ferito, sì gravemente da non poter più reggersi. Su di lui caduto venne rinnovata l'intimazione di resa.
Arrendersi? - No - grida Viva l'Italia.
Allora i manigoldi si credettero lecito di trapassar quel cuore generoso e indomito, e un Maramaldo, prima di andarsene, ruppe con una mazza ferrata quella fronte. A tanto valore, la patria riconoscente decretò la medaglia d'oro.
I pochi supersiti ridiscesero strisciando alla testata del Vallone dove nel frattempo erano giunti gli altri plotoni e la sezione lanciafiamme.
L'artiglieria italiana batte per tutta la notte la trincea conquistata dagli austriaci e li costringe a ripiegare nella Trincea dei Sassi. La confusione che si viene a creare nei comandi austriaci e la situazione generale comunque non consona alle aspettative fà desistere il comando austriaco che decide di ritentare l'azione nella notte successiva (nel frattempo si erano registrati 93 morti e 84 feriti da parte austriaca, 3 morti ed 11 feriti nelle file tedesche).
La notte di quel 22 di ottobre scese piena d'ansie e di fantasmi. Le opposte artiglierie, con ritmo pari, empivano di tuoni e di fragori il coro delle Dolomiti, solcando in alto le tenebre che in basso punteggiavano di scoppi. I fasci sbalorditori di luce dei riflettori frugavano le pieghe del terreno, leggevano i sentieri, radevano i pianori. Nel tempo dalla natura assegnato alla quiete, tutti erano desti e con gli spiriti tesi fino allo spasimo.
Ogni 15 minuti il 280 del tre Croci scaricava un colpo sulle posizioni austriache. Alle 5 tutte le batterie della zona concentrano il fuoco sulla Trincea degli Alpini e sulla Ghirlanda ed alle 6 gli Arditi compaiono dalla parte della Forcella anzichè dalla parte del Fosso, dove li attendevano gli austriaci. La sorpresa fu totale e le posizioni vennero riconquistate di slancio dal I/54° del magg. Piacenza, prima che giungesse l'aiuto di un reparto di Fiamme Rosse giunto coi camion a Misurina.
Undici giorni dopo (alle 17 del 03/11) però gli italiani furono costretti ad abbandonare le posizioni.

Per gentile concessione dell'amico Enrico, responsabile del sito www.frontedolomitico.it.


Nell'immagine, Monte Piana oggi. I resti delle trincee in pietra rimangono a testimoniare il passaggio su queste cime della Grande Guerra.
Documento inserito il: 27/12/2014

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