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>> Storia Contemporanea > La Prima Guerra Mondiale

Da Caporetto a Vittorio Veneto. [ di Dario Petucco ]

Sono molti i motivi per i quali ho voluto documentarmi e riassumere in queste righe i fatti che portarono i giovani della classe 1899 a diventare degli eroi.
Tra questi motivi, il principale è per non dimenticare, facendo soffermare e riflettere per qualche minuto il lettore su un periodo della nostra storia che ci ha visti finali vincitori, ma dietro pagamento di un immane prezzo: 600.000 italiani caduti, oltre 1 milione feriti di cui 450.000 rimasti invalidi, altri 50.000 morti nel dopoguerra in conseguenza di ferite e malattie contratte, un numero incalcolabile di prigionieri e dispersi.
Quante volte camminando in città italiane ci siamo imbattuti in qualche Via Monte Grappa, o Via Sabotino, o Via Podgora. Vi siete mai chiesti del perché hanno voluto battezzare vie e piazze con nomi di località geografiche raramente toccate dal turismo o poco note?
E chi erano Luigi Cadorna; Armando Diaz; Pétain; Von Below; Rommel, divenuto celebre per la guerra nel deserto circa venti anni dopo ma che, giovanissimo tenente, è riuscito a distinguersi per doti di comando e strategia militare; Conrad; Francesco Baracca, ignaro ispiratore del logo che campeggia su costose automobili rosse di una famosa e vincente scuderia.
Vediamolo insieme.
Non si può comprendere l’epopea dei “ragazzi del ’99”, dei giovanissimi che presero parte attiva nelle operazioni militari della prima guerra mondiale se non si muove dalla rotta di Caporetto e dalle conseguenze militari, psicologiche e morali avvertite da tanta parte dell’esercito italiano.
Questi ragazzi erano l’espressione autentica della società civile nelle sue differenze sociali e nei suoi squilibri che venivano miracolosamente annullati al fronte, nel comune combattere e spesso nel comune morire: ricchi e poveri, colti e analfabeti, operai e contadini, tutti condividevano gli stessi rischi e la stessa avventura.
Cerchiamo ora di capire le cause che portarono i Paesi europei ad entrare in guerra, vediamo perché il conflitto ipotizzato da tutti come guerra lampo, si protrasse per ben quattro anni diventando guerra di trincea, di innumerevoli attacchi alla baionetta che culminavano in conquiste e perdite di aree di poche centinaia di metri.
La Prima Guerra Mondiale si è combattuta tra il 1914 e il 1918 da ventotto nazioni, raggruppate negli schieramenti opposti delle potenze alleate (comprendenti tra le altre Gran Bretagna, Francia, Russia, Italia e Stati Uniti) e degli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria). La causa immediata della guerra fu l’assassinio il 28 giugno 1914 a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austroungarico, commesso dal nazionalista serbo Gavrilo Princip; le cause fondamentali del conflitto vanno tuttavia ricercate nelle contrastanti mire imperialistiche delle potenze europee, cresciute in un clima di esasperato nazionalismo. Soprattutto a partire dal 1898, i contrapposti interessi di Francia, Gran Bretagna e Germania (e in misura minore di Austria, Russia e Giappone) alimentarono una forma continua di tensione internazionale che spinse i governi a mantenere permanentemente in stato di all’erta eserciti sempre più armati, e ad accrescere la potenza delle proprie marine militari. I tentativi di fermare questa corsa al riarmo (conferenze dell’Aia del 1899 e 1907) ebbero scarso effetto, e non riuscirono a impedire lo strutturarsi dell’Europa attorno a due coalizioni ostili: la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, e la Triplice Intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia.
Tra il 1905 e il 1913 diverse crisi e guerre locali portarono la situazione al limite del conflitto generale. Due di queste furono il risultato del tentativo tedesco di sostenere l’indipendenza del Marocco nei confronti dell’occupazione francese, questione poi risolta pacificamente dalla conferenza di Algeciras. Un’altra crisi ebbe luogo nei Balcani nel 1908 a seguito dell’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria; in questo caso la guerra fu evitata solo perché la Serbia, che coltivava mire espansionistiche sulla regione, non poteva agire senza il sostegno della Russia, che all’epoca non si riteneva ancora pronta per il conflitto. Approfittando del fatto che l’attenzione delle potenze maggiori era rivolta alla questione marocchina, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia nel 1911 per annettersi la regione di Tripoli (detta anche guerra di Libia), mentre le guerre balcaniche del 1912-13 ebbero il risultato di rafforzare le tendenze aggressive del regno di Serbia nella regione, peggiorando ulteriormente i suoi rapporti con Vienna, e di suscitare desideri di vendetta e di riscatto nella Bulgaria e nella Turchia.
L’assassinio dell’arciduca austriaco avvenuto a Sarajevo, agì così da detonatore in una Europa pesantemente lacerata da rivalità nazionalistiche, ed ebbe effetti catastrofici.
Il governo di Vienna, ritenendo l’assassinio opera del movimento nazionalista serbo, assicuratosi l’appoggio della Germania, inviò un ultimatum alla Serbia ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. A quel punto le cose precipitarono e in rapida successione si ebbero la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia (28 luglio), la mobilitazione della Russia, le dichiarazioni di guerra della Germania alla Russia (1 agosto) e alla Francia con la conseguente invasione del Belgio (3 agosto) e l’entrata in guerra della Gran Bretagna a sostegno dei belgi (5 agosto) che provocò la reazione tedesca. Mentre l’Italia si dichiarava neutrale, anche il Giappone (alleatosi con gli inglesi nel 1902) dichiarò guerra al Reich il 23 agosto, attaccandone subito dopo i possedimenti asiatici.
Il 26 aprile 1915 la firma del patto di Londra sanciva l’unità militare tra Francia, Gran Bretagna e Russia. L’articolo 16 del trattato prevedeva che questo fosse mantenuto segreto. In esso si definivano anche le condizioni per l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, garantendole in caso di vittoria il Trentino, il Sud Tirolo fino al Brennero, Trieste e Gorizia, l’Istria fino al fiume Quarnaro (ma non il porto di Fiume), una parte della Dalmazia con diverse isole dell’Adriatico, la città di Valona in Albania, il protettorato sull’Albania e infine una non precisata porzione di territori africani.
L’Italia si impegnava ad iniziare la campagna di guerra il più presto possibile, e comunque entro il limite massimo di un mese dalla data del patto. Per l’Italia la firma fu apposta dal presidente del Consiglio dei Ministri Antonio Salandra e dal ministro degli Esteri Giorgio Sidney Sonnino. Per dovere di cronaca, è da sottolineare che il gabinetto Salandra non avvertì il Capo di Stato Maggiore dell’esercito (generale Luigi Cadorna) dell’entrata in campagna dell’Italia da lì ad un mese.

Il conflitto ai fronti
Le operazioni militari si svolsero su tre diversi fronti: quello occidentale, o franco-belga; quello orientale, o russo; quello meridionale, o serbo. Nel novembre 1914 la Turchia entrò in guerra a fianco degli imperi centrali, estendendo così il quadro delle operazioni che giunse a comprendere la regione dello stretto dei Dardanelli e la Mesopotamia. Nel tardo 1915 si aprirono due ulteriori fronti: quello austro-italiano, dopo che l’Italia si unì agli Alleati in maggio; e quello sulla frontiera greca a nord di Salonicco, a seguito dell’intervento della Bulgaria al fianco degli imperi centrali nell’ottobre successivo.
Il piano strategico tedesco (noto come piano Schlieffen dal nome del generale, vincitore a Sedan, che lo aveva elaborato), che prevedeva una rapida guerra di movimento contro la Francia per poi volgersi contro la Russia, fu bloccato dall’esercito francese comandato dal generale Joffre nella prima battaglia della Marna (6-9 settembre).
La battaglia della Somme, insieme a quella di Verdun, costituiscono le grandi battaglie della prima guerra mondiale. In entrambi i casi i caduti si contano a centinaia di migliaia senza che né gli anglo-francesi, né i tedeschi riescano ad avanzare per più di pochi chilometri nelle linee avversarie. In questa occasione i franco-inglesi schierano i primi carri armati e l'offensiva viene preceduta dal più intenso tiro di sbarramento dell'artiglieria mai sperimentato fino a quel momento (vengono lanciati 1.700.000 proiettili contro le linee nemiche).
I tedeschi, costretti alla ritirata sino al fiume Aisne, estesero il fronte fino alla Mosa, a nord di Verdun. Ne seguì una sorta di gara in velocità verso il mare del Nord, con l’obiettivo di acquisire il controllo dei porti sulla Manica, che vide i tedeschi frenati nella loro avanzata dall’inondazione della regione del fiume Yser operata dai belgi e da una serie di scontri con forze inglesi noti collettivamente come battaglia delle Fiandre. Questa segnò la fine della guerra di movimento sul fronte occidentale e portò alla guerra di logoramento, di cui furono protagonisti la trincea, l’assalto con la baionetta, l’artiglieria, la conquista e la perdita di pochi lembi di terreno con perdite umane elevatissime.
Il 22 aprile 1915 rappresenta, infine, la data di nascita della guerra chimica moderna. Su un tratto di fronte nella regione di Ypres in Belgio i francesi vedono avanzare verso le loro linee una nuvola giallo-verdastra che progressivamente si ingrossa. Nessuno riesce a capire di cosa si tratti. In pochi minuti molti soldati muoiono soffocati. Due giorni dopo un'altra nube di gas si sprigiona contro le truppe canadesi che presidiano le trincee ad est di Ypres. Il bilancio delle vittime è quasi lo stesso: 5000 caduti, i primi della lunga catena di morti causate nella prima guerra mondiale dai gas.
Sul fronte orientale, nell’agosto 1915, due armate russe attraversarono il confine orientale della Germania, ma furono fermate dalle divisioni del generale Paul von Hindenburg che inflissero agli invasori una sconfitta decisiva nella battaglia di Tannenberg (26-30 agosto). Nel frattempo altre quattro armate russe, invaso il territorio austriaco, avanzarono in Galizia senza incontrare resistenza sino ai confini con l’Ungheria (fine marzo 1915); l’azione venne però bloccata dalla controffensiva austro-tedesca che dai monti Carpazi proseguì in Polonia centrale (maggio), Lituania e Curlandia (settembre), obbligando i comandi russi a richiamare le truppe dalla Galizia.
Da parte loro i serbi riuscirono a respingere tre tentativi di invasione senza operarne alcuno ai danni dell’Austria-Ungheria, così che il fronte rimase inattivo fino all’ottobre 1915. All’inizio di quel mese, per poter aiutare la Serbia in caso di un attacco bulgaro, giudicato sempre più probabile, truppe anglo-francesi sbarcarono a Salonicco. A quel punto gli austro-tedeschi attaccarono nuovamente le postazioni serbe (6 ottobre), sconfiggendole insieme al corpo di spedizione alleato sopraggiunto in soccorso dalla Grecia occidentale.
La Turchia entrò in guerra il 29 ottobre 1914, cooperando da subito con la Germania con il bombardamento navale delle coste russe del mar Nero e l’invasione del Caucaso in dicembre; in risposta, forze navali inglesi bombardarono le fortificazioni turche sullo stretto dei Dardanelli nel febbraio 1915, mentre tra aprile e agosto furono costituite due teste di ponte nella penisola di Gallipoli. L’obiettivo alleato di acquisire il controllo degli stretti fallì miseramente, e fu seguito dal ritiro di tutte le truppe presenti nella regione entro il gennaio 1916.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria il 23 maggio 1915. Nel corso del suo primo anno di guerra, i più importanti eventi militari che la videro impegnata furono quattro battaglie dell’Isonzo, combattute tra il giugno e il dicembre 1915 e dall’esito incerto; gli italiani riuscirono ad avanzare fino al limite dell’altopiano del Carso, ma le operazioni costarono gravi perdite (62.000 morti e 140.000 feriti, quasi un quarto del contingente di soldati mobilitati) poiché gli austriaci tenevano le postazioni più elevate, davanti a Tolmino e a Gorizia sui rilievi del Sabotino, di Podgora, di San Michele, e disponevano di un efficiente apparato difensivo che fece fallire l’obiettivo di spezzare le linee austriache e conquistare Trieste.
Nel 1916, dopo aver trasferito 500.000 uomini dal fronte orientale a quello occidentale, i tedeschi sferrarono un massiccio attacco alla Francia dirigendosi verso la fortezza di Verdun (21 febbraio). Furono ancora bloccati e dovettero subire la controffensiva alleata sulla Somme. Ma né l’una né l’altra operazione furono decisive: la spaventosa carneficina (1.600.000 morti) risultò inutile ai fini della guerra, ed è tristemente ricordata poiché furono impiegati i gas ed i prototipi dei lanciafiamme contro soldati equipaggiati con ridicole armature di alluminio e maschere senza filtri.
Sul fronte orientale, i russi lanciarono un’offensiva nella regione del lago Narocz per forzare i tedeschi a spostare le truppe da Verdun, ma l’operazione si risolse in un fallimento che costò loro oltre 100.000 uomini. Maggior successo ebbe invece in giugno la risposta alla richiesta italiana di un’azione diversiva che alleviasse la pressione dell’offensiva austriaca in Trentino: l’avanzata russa da Pinsk verso sud costò tuttavia perdite tali (quasi un milione di morti) da gettare l’esercito in uno stato di demoralizzazione e scoramento che influì non poco sugli sviluppi politici interni russi. La dimostrazione di forza indusse la Romania a entrare in guerra al fianco degli Alleati (27 agosto 1916), ma le operazioni militari si risolsero in una netta sconfitta a opera delle forze austro-tedesche e bulgaro-turche, che assicurò agli imperi centrali il controllo della Romania e delle sue risorse quali grano e petrolio.
Sul fronte italiano il 1916 fu segnato dalla quinta inconcludente battaglia sull’Isonzo (11-19 marzo 1916), sviluppatasi dal Sabotino al mare senza dare risultati di sorta, e dall’offensiva austriaca nel Trentino, i cui risultati furono comunque annullati dalla reazione italiana nella campagna estiva. La sesta battaglia, scatenata il 4 agosto 1916, portò alla conquista di Gorizia (9 agosto) e al passaggio sulla sponda sinistra dell’Isonzo (provocò oltre 20.000 morti tra i soldati italiani e poco più di 4.000 tra gli austriaci). Il passaggio dell’Isonzo non si rivelò strategicamente risolutivo, poiché le truppe si trovarono bloccate da una nuova e forte linea difensiva. La settima, l’ottava e la nona, conosciute anche con l’espressione le “tre spallate” (ottobre-novembre 1916), consolidarono le posizioni senza portare a significativi risultati; le operazioni offensive vennero così interrotte sino al maggio 1917.

L’arrivo degli Americani
La posizione degli Stati Uniti d’America e del loro presidente Woodrow Wilson riguardo alla guerra mutò decisamente nel gennaio 1917, quando la Germania annunciò che, a partire dal successivo 1 febbraio, sarebbe ricorsa alla guerra sottomarina indiscriminata contro le imbarcazioni in arrivo in Gran Bretagna o in partenza da essa, contando in questo modo di poterne piegare la resistenza entro sei mesi. Gli Stati Uniti avevano già ammonito in precedenza che questo genere d’azione violava palesemente i diritti delle nazioni neutrali, così che il 3 febbraio il presidente americano Wilson decise di sospendere le relazioni diplomatiche con la Germania. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti d’America entrarono in guerra.
Sempre in quello stesso anno, i tentativi degli Alleati di rompere le linee tedesche portarono modesti vantaggi con un costo in vite umane talmente grande da provocare un ammutinamento fra le truppe francesi e la sostituzione del loro responsabile, il generale Nivelle, con il generale Henri Philippe Pétain, che decise di rimanere sulla difensiva fino all’arrivo delle forze americane. Famoso è lo slogan che riassumeva la strategia e la tattica del generale Pétain: “L’artiglieria conquista il terreno – la fanteria deve occuparlo”. Era esattamente il contrario di quello che era avvenuto nei primi mesi della guerra, quando si pretendeva che reparti avanzati andassero ad aprire varchi negli sbarramenti di filo spinato con le forbici e tubi di gelatina. Pètain aveva capito in fretta quale era il vero stato d’animo dei combattenti.
Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania nell’aprile 1917, il governo degli Stati Uniti organizzò rapidamente una forza di spedizione inviata in Europa al comando del generale John Pershing. Entro la fine di maggio, 175.000 soldati americani erano già presenti in Francia; sarebbero diventati quasi due milioni verso la fine della guerra.
Intanto i tedeschi dovettero riconoscere fallito il tentativo di spingere la Gran Bretagna alla resa mediante il blocco sottomarino delle sue isole. Inoltre, già dagli inizi del 1918 negli arsenali alleati (grazie soprattutto al contributo degli Stati Uniti) si producevano nuove navi più di quante i tedeschi riuscissero a distruggerne.
Nel frattempo, in Russia, lo scoppio nel marzo 1917 dell’insurrezione popolare contro il governo imperiale portò all’abdicazione dello zar Nicola II; appena insediato, il governo provvisorio si impegnò a proseguire la guerra, ma la successiva rivoluzione bolscevica di novembre ebbe come effetto il ritiro della Russia dalla guerra.

Le sconfitte italiane
Durante i primi otto mesi dell’anno 1917, nonostante le carenze in effettivi, artiglieria e munizioni, le forze italiane al comando del generale Luigi Cadorna proseguirono gli inutili sforzi di sfondare le linee austriache sul fiume Isonzo e di conquistare Trieste (decima e undicesima battaglia dell’Isonzo). La decima offensiva dell’Isonzo (12-28 maggio 1917) fece raggiungere alcune postazioni sull’altopiano della Bainsizza, tuttavia con esiti strategici inferiori alle aspettative del generale Cadorna. La più imponente e cruenta battaglia fu l’undicesima (18 agosto-15 settembre 1917) che si concluse con la conquista del Monte Santo e di una parte della Bainsizza.
Fu allora che gli austriaci misero a punto la controffensiva che, portata con l’appoggio di sette divisioni tedesche, determinò la ritirata di Caporetto (24 ottobre 1917). L’evento è da taluni considerato come la dodicesima battaglia dell’Isonzo, quella che annullò le precedenti conquiste italiane e provocò lo sfondamento dell’intero fronte. Attaccando sulla parte alta dell’Isonzo, le divisioni tedesche riuscirono a rompere le linee italiane, costrette a ripiegare disordinatamente sul fiume Piave. Nella disastrosa battaglia di Caporetto (odierna Kobarid in Slovenia), oltre alle vittime gli italiani contarono 300.000 prigionieri e quasi altrettanti disertori. La ritirata delle forze italiane si arrestò alla linea dei fiumi Tagliamento e Piave. Questa grave disfatta non poteva essere senza conseguenze: il generale Luigi Cadorna, che aveva avuto fino allora la direzione delle operazioni militari, fu sostituito dal generale Armando Diaz; il governo presieduto da Paolo Boselli cadde e presidente del Consiglio diventò Vittorio Emanuele Orlando.
L’ordine del giorno del Comando Supremo, in data 7 novembre 1917, recitava così:

«Con l’indicibile dolore, per la sua suprema salvezza dell’Esercito e della Nazione, abbiamo dovuto abbandonare un lembo del sacro suolo della Patria, bagnato dal sangue, glorificato dal più puro eroismo dei soldati d’Italia.
Ma questa non è ora di rimpianti. E’ ora di dovere, di sacrifizi, di azione. Nulla è perduto, se lo spirito della riscossa è pronto, se la volontà non piega.
Già una volta sulla fronte trentina, l’Italia fu salvata dai difensori eroici che tennero alto il suo nome in faccia al mondo e al nemico. Abbiano quelli di oggi l’austera coscienza del grave e glorioso compito ad essi affidato.
Sappia ogni comandante, sappia ogni soldato quale è questo sacro dovere: lottare, vincere, non retrocedere di un passo.
Noi siamo inflessibilmente decisi: sulle nuove posizioni raggiunte, dal Piave allo Stelvio, si difende l’onore e la vita d’Italia. Sappia ogni combattente quale è il grido ed il comando che viene dalla coscienza di tutto il popolo italiano: morire, non ripiegare
».

Fatto così il suo testamento militare, il generale Cadorna il giorno 9 novembre partì dal fronte, e la carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito fu assunta dal generale Diaz. Al suo successore Cadorna espose tutte le disposizioni che aveva date fino a quel momento, aggiungendo che il generale Diaz era naturalmente libero di modificarle. Questi rispose che nulla aveva da modificare. E si rese conto l’indomani quando cominciò l’azione del nemico contro il baluardo del Piave-Monte Grappa, rivelatosi infrangibile e contro il quale tutti gli attacchi austro-tedeschi si estenuarono. A pochi giorni di distanza dalla catastrofe tremenda del 24 ottobre, Cadorna lasciò comunque in eredità un saldissimo baluardo difensivo, di cui tutte le linee maestre erano opera sua.

Cadorna e Diaz
Prima di entrare nei dettagli della battaglia di Caporetto, mi sembra doveroso inserire una sintetica biografia di questi due generali; uno ritenuto primo responsabile (a torto) della rovinosa disfatta, l’altro che portò l’Italia vittoriosa alla fine del primo conflitto mondiale.
Luigi Cadorna nacque a Pallanza (VB) nel 1850 e morì a Bordighera (IM) nel 1928, fu un brillante uomo d’armi nominato Maresciallo d’Italia nel 1924. Svolse l’incarico di capo di stato maggiore dal 1914 al 1917. Nato in una famiglia di antiche tradizioni militari (il padre, Raffaele, fu comandante supremo nella spedizione del 1870 che portò all’annessione di Roma al regno d’Italia), percorse nell’esercito tutti i gradi della carriera fino a conseguire la carica di capo di stato maggiore all’età di 64 anni. Organizzò l’esercito in vista dell’imminente ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale già in corso e quando il governo decretò l’intervento nel 1915, sferrò l’attacco lungo il fiume Isonzo e sulle alture del Carso. Dopo avere arginato l’offensiva austro-ungarica del maggio-giugno 1916 (meglio nota come Strafexpedition), spinse la V armata alla conquista di Gorizia. Nel gennaio del 1917 partecipò alla conferenza interalleata di Roma, in cui cercò senza successo di convincere gli Alleati a inviare otto divisioni in Italia. Una serie di offensive sull’Isonzo con risultati inconcludenti e con costi umani pesantissimi gli alienarono le simpatie sia all’interno del governo sia fra le truppe, dove gli episodi di insubordinazione si fecero più frequenti. Giudicato il principale responsabile della disfatta di Caporetto (ottobre 1917), fu costretto a lasciare il comando dell’esercito e venne sostituito dal generale Armando Diaz. Rivalutato dalla Commissione di inchiesta, fu nominato senatore.

Armando Diaz nacque a Napoli nel 1861 e morì a Roma nel 1928. Dopo avere assolto l’incarico di capo di stato maggiore, divenne un uomo politico. Combatté nella campagna d’Eritrea (1895-1896) e nella guerra italo-turca (1911-1912) come comandante di reggimento, nel 1914 fu promosso maggiore generale. Durante la prima guerra mondiale fu capo del reparto operazioni presso il comando supremo (1916), e dopo la disastrosa sconfitta subita dagli italiani nel 1917 a Caporetto, sostituì il generale Luigi Cadorna come capo di stato maggiore dell’esercito. Nell’autunno del 1918, dopo un’estenuante battaglia sulla linea Grappa-Piave, gli italiani, sotto il suo comando, vinsero la campagna che in novembre portò alla capitolazione dell’Austria. Alla fine della guerra divenne senatore e nel 1921 venne insignito del titolo di duca della Vittoria. Quando Benito Mussolini andò al governo, nel 1922, Armando Diaz venne nominato ministro della Guerra. Nel 1924 fu promosso al grado di Maresciallo d’Italia.

La ritirata
Nella notte dal 26 al 27 ottobre il Comando Supremo italiano ordinò alle armate II e III di ritirarsi al Tagliamento, ed alla Zona Carnia (XII corpo d’armata) di ripiegare sulle Prealpi Carniche. La II armata doveva sostare sul torrente Torre e su una linea a nord tra il Torre e l’Isonzo, per dare protezione alla III armata che era ancora sull’Isonzo e che, altrimenti, sarebbe stata esposta ad essere attaccata sul fianco sinistro ed anche nelle retrovie da divisioni nemiche provenienti da Cividale. Il mattino presto del 27 ottobre, il generale Cadorna ordinò al generale Di Robilant di far ripiegare nella giornata stessa la IV armata sulla linea di resistenza ad oltranza, tenendosi pronta a continuare il ripiegamento. Di Robilant non eseguì l’ordine ricevuto, ed anche questo contribuì a determinare conseguenze che furono tragiche.
Alla sera del 27 la II armata era sulla linea del Torre suddivisa in tre gruppi: a sinistra il XII corpo in ritirata dalla Carnia, resti del IV e divisioni 16 e 21 della riserva del Comando Supremo; al centro i corpi d’armata XXVIII, VII e XXIV; a destra i corpi d’armata XXIV, II e VI. I maggiori sforzi del nemico erano concentrati contro la sinistra ed il centro.
E’ doveroso ricordare ora che i corpi d’armata elencati non erano grandi unità costituite da divisioni organiche ed efficienti; erano bensì costituiti da resti delle brigate che avevano ripiegato dall’Isonzo, appoggiate da brigate della riserva che avevano già perduto molti uomini, caduti prigionieri o sbandatisi, quindi avevano ormai scarsa capacità d’azione. Tutte le truppe erano stanche, disorientate e gli effettivi dei reparti erano ridottissimi, inoltre erano altresì scarsissime le artiglierie. Durante la notte sul 28 ottobre, una divisione germanica riuscì a passare il Torre sul ponte di Salt non ancora distrutto, ed all’alba sfondo a Beivars la linea del VII corpo, procedendo rapidamente arrivando nel pomeriggio a Udine. Questo sfondamento fu il primo degli avvenimenti che resero critica la ritirata. La situazione delle armate che stavano ripiegando abbastanza ordinatamente, era molto precaria e preoccupante per la distanza che mancava per giungere sul Tagliamento.
Le prime truppe che raggiunsero il Tagliamento lo trovarono in piena, i ponti erano pochi e di quei pochi, nella giornata del 29, rimasero usufruibili quelli permanenti di Cornino, Pinzano, Codroipo, Madrisio e Latisana, poiché quelli di barche furono travolti.
Il generale Cadorna considerava lo schieramento sul Tagliamento utile soltanto per imporre un tempo di arresto al nemico, riordinare le truppe, sgomberare le retrovie; era convinto che soltanto la linea Grappa-Piave avrebbe consentito l’arresto definitivo e la successiva ripresa. Questa sua convinzione la espresse a Udine nella giornata del 27 ottobre, durante un colloquio con il suo Stato Maggiore dove diede dei precisi ordini ai suoi comandanti, concludendo dicendo di informare i generali Pecori Giraldi e Camerana che il Tagliamento era soltanto una sosta giacché lui si sarebbe arrestato solo sul Piave, con la speranza che la IV armata riuscisse a ritirarsi sul Grappa, altrimenti sarebbero stati guai seri.
Il generale Cadorna aveva da tempo rivolto l’attenzione alla zona dal monte Grappa al fiume Piave, come linea sufficientemente breve dove schierarsi per poterla difendere con le truppe rimaste. Aveva da tempo ordinato lavori stradali sul Grappa e la costruzione del campo trincerato di Treviso. La linea del Tagliamento, che avrebbe dovuto raccordarsi con il Cadore per le Prealpi Carniche, era troppo ampia e troppo vulnerabile. Però la sosta sul Tagliamento, da prolungare quanto possibile, era necessaria per mettere ordine nelle retrovie e consentire alla IV armata di assumere la difesa del fronte Montello – Grappa – Val Brenta.
Cadorna aveva previsto bene anche il fatto che il nemico sferrasse nel Trentino, e specialmente sugli altipiani, una pericolosa offensiva. Infatti il generale Von Below propose al Comando Supremo austro-ungarico di inviare divisioni nel Trentino per sferrare l’attacco anche in quel settore; analoga mossa fece il generale Conrad, il quale fece ordinare lo spostamento delle sue truppe per attaccare sull’altopiano di Asiago. Dal canto suo, Cadorna non riuscì a far eseguire uno spostamento di truppe intorno a Brescia e tra Cittadella e Bassano, perché l’alleato generale Foch rifiutò di scindere la massa delle divisioni francesi.
Intanto alcune pattuglie tedesche, una di queste comandata dal giovane tenente Rommel, erano riuscite ad arrivare alla sponda sinistra dei ponti nella zona di Codroipo. Masse di sbandati, reparti ancora abbastanza efficienti, artiglierie e carriaggi erano giunti all’altezza dei ponti sulla sponda destra. I tedeschi sparsero il panico, le artiglierie ed i carriaggi furono perduti, colonne di profughi e di sbandati rimasero sulla sinistra del fiume e reparti che avevano ancora conservato una certa coesione furono in parte tagliati fuori ed in parte dispersi. La situazione e gli scontri furono gli stessi anche nei pressi degli altri ponti sul Tagliamento.
Benché fino al 3 novembre i vari tentativi del nemico di passare il Tagliamento fossero falliti, il ricongiungimento di truppe ancora organizzate, l’arrivo di profughi e sbandati da ogni dove verso il Tagliamento, si ritenne che la sosta era conclusa.
Il 4 novembre del 1917, il generale Cadorna ordinò la ritirata generale verso il Piave.
La ritirata si svolse abbastanza ordinatamente. Nella giornata del 7 novembre, la maggior parte dei soldati passarono il Piave. Il mattino dell' 8 novembre il generale Cadorna ricevette dal Re la comunicazione che sarebbe stato sostituito nella carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito dal generale Diaz, con Sottocapi di Stato Maggiore i generali Giardino e Badoglio. Intanto le retroguardie conclusero il passaggio del Piave nella notte dal 8 al 9. Il mattino del 9 novembre furono fatti saltare i ponti sul fiume.

La Marina e l’Aeronautica
Sarebbe una imperdonabile omissione non parlare ora dell’opera compiuta dalla Regia Marina e dall’Aeronautica nelle tragiche giornate della ritirata.
La Regia Marina aveva fino ad allora protetto la destra della III armata dalla sua base di Grado, con i pontoni armati e le artiglierie, ed aveva contribuito ai rifornimenti con convogli di natanti avviati per le vie lagunari. Dovette sgomberare i suoi impianti, i pontoni, le artiglierie ed insieme proteggere con una attiva sorveglianza la costa da eventuali attacchi di navi nemiche, con enormi sforzi e dolorose perdite. Con marinai recuperati da Monfalcone e Grado che si erano ritirati in perfetto ordine, furono costituite delle compagnie che il 6 novembre resistettero tenacemente ad un attacco nemico sul Lemene. Il giorno 8 novembre fu messo a disposizione della III armata il primo battaglione di marina “Monfalcone”, composto da 800 uomini e 12 mitragliatrici, al comando del capitano di corvetta Sparita, che presidiò la riva del Piave verso le foci. Fu il primo di quei battaglioni del Reggimento Marina che in seguito si prodigarono nella difesa tra i fiumi Piave e Sile, fianco a fianco con i reparti dell’Esercito. Già il 5 novembre i pontoni armati, recuperati, erano in posizione alla foce del Piave e pronti all’azione; il 12 novembre incominceranno a sparare i pezzi da 102 e 203 ed il 13 quelli da 305.
L’Aeronautica era agli ordini del colonnello Moizo. Dal 25 ottobre squadriglie da bombardamento e da caccia, sfidando l’inclemenza del tempo, si impegnarono nella lotta: una sola squadriglia da caccia sostenne in quella giornata 23 combattimenti, abbattendo 5 aerei nemici. Nei giorni successivi, malgrado il maltempo infuriasse, effettuarono bombardamento e mitragliamenti, sostennero combattimenti nel cielo, mentre gli impianti a terra dovevano essere spostati all’indietro, causando una notevole crisi, che però non impedì ai piloti di prodigarsi con abnegazione. Risulta che furono bombardati obiettivi sull’Isonzo, truppe fra Cividale e Udine, tutte le strade provenienti dall’Isonzo, i ponti di Pinzano e Madrisio. Quattro dirigibili effettuarono bombardamenti sui ponti del Tagliamento; le sezioni aerostatiche innalzarono i loro palloni anche durante la sosta sul Tagliamento, malgrado le difficoltà causate dagli spostamenti.
Ottanta aerei perduti comprovano lo spirito di sacrificio degli aviatori. Anche nei giorni del ripiegamento, si era riaffermato il loro eroismo.
Tra gli assi mondiali del volo più famosi, citiamo la medaglia d’oro italiana Francesco Baracca, abbattuto sul Montello dagli austriaci, dove le sue spoglie riposano in un monumento funerario; l’americano Eddie Rickenbacker; il canadese William Avery Bishop; il tedesco Manfred von Richthofen, meglio noto come “Barone Rosso”.

La battaglia di Vittorio Veneto
Sul Piave, al comando del generale Diaz, l’esercito italiano ebbe il tempo di riorganizzarsi, di rinfrancarsi, di rifarsi dal logoramento sofferto, riordinarsi e completare le unità. Per creare nuovi reparti il Governo italiano fece ricorso a qualsiasi risorsa umana: fu abbassato il livello minimo di statura per l’idoneità e fu anticipata la chiamata della classe 1898. Nella primavera del 1917 si erano così costituite otto nuove divisioni, ma il 27 Ottobre 1917 le truppe austro-tedesche raggiungono Cividale: la terza armata e l’intero fronte italiano devono ripiegare.
Lo sforzo di reazione fu davvero notevole. L’opera di ricostruzione fu affidata al generale Badoglio con l’aiuto degli alleati. Alla fine del febbraio 1918 tale opera di ricostruzione poteva dirsi conclusa. Furono chiamati alle armi anche i ragazzi, poco più che adolescenti, della classe 1899.
Quattro corpi d’armata avevano partecipato alla battaglia d’arresto, altri quattro ne erano seguiti. Ed è in questa fase che i “ragazzi del ’99” iniziano a svolgere la loro funzione essenziale. A visite completate questi ragazzi sfioravano le trecentomila unità. Effettuata la prima fase della preparazione, quei ragazzi svolgevano i servizi nelle retrovie: ma le retrovie dopo Caporetto diventavano il fronte. I giovanissimi vengono immediatamente impiegati nelle ricordate divisioni di contenimento e di arresto dell’avanzata nemica.
L’offensiva finale fu scatenata il 24 ottobre 1918.
La decisione del Comando Supremo di passare all’attacco risolutivo in direzione di Vittorio Veneto fu presa il 25 settembre. Le ragioni che guidarono alla scelta di una nuova direzione d’attacco furono, in sintesi: che si era giunti al punto che bisognava compiere uno sforzo decisivo; che la strategia di fare l’offensiva sull’altopiano di Asiago era invecchiata nella sua concezione e doveva essere oramai arcinota al nemico; che occorreva perciò scegliere un’altra direzione che consentisse un minimo di sorpresa e dovesse essere risolutiva, permettendo lo sviluppo della manovra.
La segretezza, per quanto fu possibile, si ottenne, tra l’altro, facendo credere che la preparazione italiana mirasse a fronteggiare una controffensiva nemica attraverso il Piave; tacendo alle armate che cedevano truppe e mezzi la destinazione di questi, indicando soltanto le stazioni di carico; dislocando le nuove unità affluite sul fronte verso l’altopiano come se dovessero operare lì; facendo gli spostamenti di notte; circondando il progetto di un tale riserbo tacendolo per due settimane persino al Governo.
Grazie all’aviazione che seppe assicurare il dominio del cielo durante l’intera preparazione, ed all’assoluta assenza di diserzioni italiane, il nemico non poté avere alcuna notizia diretta sui movimenti.
Il Comando Supremo aveva previsto che l’azione potesse avere inizio il 18 ottobre o poco dopo, ma le persistenti cattive condizioni del Piave imposero di prevedere una data più lontana, fissata per il giorno 24.
Si deve mettere in evidenza l’azione della IV armata, il cui sforzo, di fronte ad un nemico tenacemente abbarbicato al terreno e ben deciso a resistere, fu durissimo e sanguinoso; il monte Pertica fu preso, perduto, ripreso il giorno 25; così l’Asolone il 26; le truppe dell’armata progredirono perciò in quei primi giorni scarsamente, ma inflissero al nemico perdite enormi. L’azione della VIII armata e lo sviluppo della successiva manovra in direzione di Vittorio Veneto ne riuscirono certamente facilitati, e favorirono a loro volta la successiva avanzata della IV armata, come il Comando Supremo aveva preveduto.
Sul resto del fronte le linee maestre della battaglia sono bene descritte in una sintetica relazione compilata dal comando della VIII armata e trasmessa al Comando Supremo all’indomani stesso della vittoria, e che riporto fedelmente:
«Occorreva forzare il Piave con forti masse, poi puntare rapidamente su Vittorio per tagliare le retrovie della 6ª armata nemica e separarla dalla 5ª. Lo svolgimento della battaglia corrispose in tutto alle previsioni e gli avvenimenti si svolsero, nell’ambito del piano stabilito, secondo le manovre preordinate, non affidate alla fortuna degli eventi, ma guidate e condotte dalla volontà dei capi.
«Nella prima fase: a sinistra il XXVII corpo, come si prevedeva, non poté forzare il fiume con passaggi propri. Lanciò allora le sue truppe ai ponti delle grandi unità laterali; rotti anche questi dalla violenza della corrente e dalle artiglierie nemiche si trovò al mattino del 27 con due soli reggimenti sulla sinistra separati dal resto del corpo d’armata.
« Il XXII corpo al centro riuscì a gittare due ponti; distrutti e travolti, li rifece, e all’alba aveva sulla sponda sinistra la 1ª divisione d’assalto e parte della 57ª divisione. Queste truppe, in unione alla brigata Cuneo del XXVII corpo, si slanciarono sulle linee nemiche, le conquistarono, ma dovettero fermarsi, costituendo testa di ponte nella piana di Sernaglia, perché col giorno i ponti furono completamente stroncati e fu impossibile far passare al di là nuove forze per alimentare l’azione.
« A destra l’VIII corpo era inchiodato sulla destra del fiume dai tiri implacabili delle mitragliatrici e precisi concentramenti delle artiglierie e più di tutto dalla violenza della corrente.
« All’estrema destra la 10ª armata, più favorita dalla natura del fiume alle Grave di Papadopoli, era riuscita a costituire testa di ponte, ma non poteva oltre proseguire perché alle spalle delle prime truppe i ponti furono rotti dal nemico e dalla corrente.
« All’estrema sinistra poche e valorose truppe della 12ª armata erano riuscite a passare e si mantenevano tenacemente nei pressi di Valdobbiadene. In questa situazione il comando della 8ª armata ordina al XVIII corpo di passare il fiume alle Grave di Papadopoli (10ª armata) e di puntare su Susegana per aprire la strada all’VIII corpo. La dislocazione del XVIII corpo era già stata fatta in previsione di questa eventualità.
« Per tutto il giorno 27 le truppe che costituivano le tre teste di ponte di Valdobbiadene, di Sernaglia e di Cima d’Olmo, flagellate dalla pioggia, tagliate fuori dalle acque torbide e impetuose del fiume in piena, si batterono con indomabile tenacia opponendosi con disperata energia ai violenti ritorni offensivi del nemico.
« Nella notte fra il 27 e il 28 si rinnovarono i tentativi per gittare i ponti sul fronte di tutta l’armata. Essi furono vani davanti al XXVII e VIII corpo, riuscirono in parte davanti al XXII che poté rinforzare le truppe di testa di ponte di Sernaglia con nuovi battaglioni.
« La 10ª armata poté ampliare la sua occupazione sulla riva sinistra sebbene i suoi ponti fossero saltuariamente interrotti dalla corrente, ma il XVIII corpo non poté iniziare il passaggio se non nella notte sul 28 e a mezzogiorno solo la brigata Como e parte dalla Bisagno erano al di là del Piave. La felice scelta della direzione d’attacco unita allo slancio delle truppe (brigata Como) diede il tracollo alla resistenza nemica. Nel pomeriggio l’ostinata difesa davanti all’VIII corpo era crollata. Da questo momento il passaggio del Piave poteva dirsi forzato. Nella notte sul 29 i ponti furono nuovamente e definitivamente gittati. Nuovi battaglioni passarono: le teste di ponte da prima isolate si unirono, si trasformarono in una striscia continua densa di combattenti e di cannoni. Da essa partì sulle prime ore del 29 la marcia di sfondamento.
« Mentre il XXVII corpo, conquistate le alture di Valdobbiadene, scalava, con la destra della 12ª armata, le montagne del Cesen e dell’Orsaria, il XXII, superato il cordone collinoso che sovrasta la pianura di Sernaglia, dilagava in Valmareno e risaliva verso Refrontolo. L’VIII corpo, finalmente libero, marciava su Vittorio, secondato a destra dal XVIII corpo e più a sud dalla 10ª armata in marcia anch’essa verso il Monticano.
« E’ questa la giornata decisiva che ci portò al raggiungimento dell’obiettivo essenziale, non solo per l’azione delle truppe fino allora impegnate, ma per tutto il nostro esercito.
« Perduto Vittorio incomincia la disfatta nemica….»
.

Così la manovra italiana si è svolta esattamente secondo le linee stabilite dal Comando Supremo. Il passaggio del Piave poté dirsi forzato quando, mercé la manovra del XVIII corpo opportunamente ordinata dal generale Caviglia ed eseguita, le truppe dell’8ª armata ebbero libero il passaggio al Ponte della Priula; da quel momento e da quel punto ha inizio la rottura della giunzione fra le armate austriache 5ª e 6ª e l’avanzata nella direzione di Conegliano e di Vittorio Veneto. Vorrei ora riportare come veniva descritto l’effetto della manovra italiana, attraverso della documentazione avversaria di quei giorni. Trattasi di un telegramma del comandante la 6ª armata austriaca al maresciallo Boroevic, che comandava il fronte dal Brenta al mare (Gruppo Belluno di fronte al Grappa, 6ª e 5ª armata):
«Dal Comando 6ª armata al Gruppo d’armate Boroevic, 28 ottobre 1918, ore 4,10 ant.:
- In seguito all’irruzione del nemico nel settore del XVI corpo (ala destra della 5ª armata di fronte alle Grave di Papadopoli; a destra del XVI corpo era la 6ª armata col suo XXIV) la situazione della 6ª armata è divenuta molto seria. Secondo una comunicazione dell’armata dell’Isonzo, la 29ª divisione (ala destra di quel XVI corpo) non sarebbe in grado di fare fronte ad un nuovo attacco nemico. Qualora continuino gli attacchi nemici si dovrà tenere conto della probabilità che tali attacchi avvengano in direzione nord. Qualora non si riesca a contenere l’attacco nemico, i collegamenti della 6ª armata saranno interrotti e la situazione di questa diverrà insostenibile (si paventa dunque come catastrofica la rottura della giunzione tra la 6ª armata e la 5ª). Si domanda quindi che la 44ª divisione e le altre forze che risultassero eventualmente disponibili passino alla dipendenza di questo comando. Si intende riunire tutto ciò che è disponibile (44ª div., 44ª div. Schützen, reparti disponibili della 36ª, 13ª brigata d’art.) sotto un unico comando, nella zona ad est di Conegliano, per respingere con un contrattacco il nemico, nel caso che continui i suoi attacchi verso nord
».

La fine del conflitto
Il 3 marzo 1918 la Russia firmò il trattato di Brest-Litovsk, che poneva ufficialmente fine alla guerra con le potenze centrali in termini decisamente favorevoli a queste ultime; il 7 maggio fu la Romania a sottoscrivere la pace, firmando il trattato di Bucarest che cedeva la Dobrugia alla Bulgaria, i passi sui Monti Carpazi all’Austria-Ungheria, e garantendo alla Germania concessioni a lungo termine sui pozzi di petrolio rumeni.
Proprio sul fronte dei Balcani, tuttavia, l’esito finale dei combattimenti risultò disastroso per le potenze centrali: in settembre 700.000 soldati alleati avviarono un’offensiva congiunta contro le truppe nemiche di stanza in Serbia che alla fine del mese costrinse la Bulgaria a chiedere l’armistizio; ciò indusse la Romania a rientrare in guerra. Intanto la Serbia continuò l’avanzata nei Balcani sino a occupare Belgrado (1 novembre), mentre l’esercito italiano invadeva e occupava l’Albania. Sul fronte italo-austriaco gli italiani, come sopra descritto, ottennero quindi la vittoria decisiva, mettendo in fuga gli austro-ungarici nella battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre-4 novembre). Dopo l’ingresso di truppe italiane a Trento, un reparto di bersaglieri sbarcò il 3 novembre a Trieste, e il 5 novembre anche Fiume cadde in mano italiana. La sconfitta fece precipitare la situazione interna dell’impero asburgico: cechi, slovacchi e slavi del sud proclamarono la loro indipendenza.
Italia ed Austria firmarono a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio che fissava la cessazione degli scontri entro le ore 15 del 4 novembre. Poco dopo la firma dell’armistizio con gli Alleati, l’imperatore Carlo I abdicò, e il giorno seguente un moto rivoluzionario popolare proclamò la repubblica austriaca, mentre gli ungheresi istituivano un governo indipendente.
Per gli Alleati si concluse vittoriosamente anche la campagna in Palestina. In settembre gli inglesi misero in fuga l’esercito turco e il corpo di spedizione tedesco che lo assisteva; nel frattempo il corpo di spedizione francese conquistava il Libano e la Siria. A quel punto il governo del sultano chiese l’armistizio, concluso il 30 ottobre.
All’inizio del 1918, rendendosi conto della necessità di portare a conclusione il confronto sul fronte occidentale prima che gli americani potessero stabilirvisi, i tedeschi decisero un attacco finale che avrebbe dovuto portarli a Parigi. Ma le due offensive lanciate in marzo e in giugno furono bloccate.
Tra la fine di agosto e i primi di settembre inglesi e francesi obbligarono i tedeschi a retrocedere fino alla linea da cui erano partiti in marzo; l’avanzata continuò tra ottobre e novembre, quando forze anglo-americane raggiunsero Cambrai, la foresta delle Argonne e Sedan. Su richiesta del generale Ludendorff il governo tedesco tentò allora di avviare trattative per un armistizio, subito arenatesi per il rifiuto del presidente Wilson di negoziare con governi non democratici. L’evidenza della sconfitta militare portò all’ammutinamento della flotta tedesca; l’imperatore Guglielmo II abdicò e cercò rifugio in Olanda, mentre la repubblica tedesca veniva proclamata il 9 novembre.
Due giorni dopo, nella foresta di Compiegne, la Germania firmava l’armistizio accettando tutte le condizioni imposte dagli Alleati.
Le conseguenze della vittoria italiana a Vittorio Veneto sono perfettamente sintetizzate in queste parole scritte il 7 novembre 1919 dal generale Ludendorff al conte Lerchenfeld:
«Nell’ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d’armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno… ».
Lo sforzo vittorioso dell’Italia, ma forse è più corretto scrivere dei giovani soldati italiani, aveva concluso la Prima Guerra Mondiale.
Epilogo
Come si possono terminare queste pagine dedicate ad uno dei periodi più sanguinosi della storia mondiale cosiddetta moderna. Ho cercato di riassumere un periodo di quattro anni evidenziando soltanto alcuni fatti, per me tra i più salienti. Mi scuso con coloro i quali, leggendo queste pagine, possono avere notato lacune, inesattezze o fatti trattati senza l’approfondimento necessario, ma non potevo scrivere un tomo, né tanto meno una enciclopedia. Non ne sono in grado e forse non ho nemmeno i titoli per farlo. Il mio unico, modesto intento, era di solleticare la curiosità, la voglia di approfondimento della materia da parte vostra.
Con la Grande Guerra si è iniziata quella operazione di immane carneficina che la Seconda Guerra Mondiale ha completato. In questi ultimi sessanta anni moltissime cose sono cambiate nella politica e nella geografia internazionale. Nuovi Governi si sono succeduti, nuovi confini sono stati disegnati, nuovi Stati sono entrati di diritto a fare parte dell’Europa. Concezioni moderne di economia e mercato hanno preso piede. Il cosiddetto progresso tecnologico ha fatto scoperte e compiuto passi inimmaginabili fino a qualche decennio fa.
Il 29 ottobre 2004 a Roma, tutti i Presidenti ed i Capi dei governi europei hanno firmato la nuova Carta Costituzionale dell’Europa. Gli intenti comuni di democrazia, fratellanza e libertà sono stati scritti, riportati nero su bianco con parole che tutto il gotha politico europeo ha sottoscritto, con il plauso dei potenti del mondo intero.
Non dimentichiamo che se oggi l’Europa è giunta a tanto, è stato soprattutto grazie a quei combattenti di ogni arma e di ogni nazione, che in ogni conflitto si sono immolati per amore patrio, per valori che non sono retorici, per la difesa di altissimi ideali.
Tra questi, in ogni battaglia, c’erano ragazzi poco più che adolescenti, noti come la “generazione perduta”, che della vita poco conoscevano, ma che ci hanno lasciato indelebili e profondi insegnamenti.
Questi insegnamenti dobbiamo mantenerli sempre accesi nei nostri cuori, come lampade votive che ardono in ogni Sacrario.

Fonti bibliografiche:
Rino Alessi – Dall’Isonzo al Piave (Arnoldo Mondatori Editore)
Enrico Barone – La Storia militare della nostra guerra fino a Caporetto (G. Laterza e Figli editori)
Emilio Faldella – Caporetto, le vere cause di una tragedia (Universale Cappelli)
Angelo Gatti – Caporetto, (Società Editrice Il Mulino)
Giuseppe Romolotti – Il 24 maggio 1915 (Editoriale Domus)
enciclopedia multimediale Encarta;
enciclopedia italiana Treccani
qualsiasi materiale cartaceo o informatico reperibile su Internet, libro o rivista, museo o sacrario dedicato alla storia dal 1915 al 1918 e che incontro sulla mia strada.


Nell'immagine il Maresciallo d'Italia Armando Diaz, Duca della Vittoria.
Documento inserito il: 05/01/2015
  • TAG: prima guerra mondiale, grande guerra, ragazzi 99, regio esercito, luigi cadorna, armando diaz, francesco baracca, operazioni militari, caporetto, monte grappa, vittorio veneto, armistizio, vittoria

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